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ATTI E MEMORIE 



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R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PRR LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Tt:RZA SKRiE — Voi.. XXVI. 



(ANNO ACCADEMICO -1907-1908) 



\ 



BOLOGNA' 

» 

PRESSO LA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



1908 ^ 



PUBBLICAZIONI DELLA DEPUTAZIONE 



MONUMENTI 

SERIE I — STATUTI. 

1. Statuti dbl Comumb di Bologna dall*anno 12^5 

ALL^AMNO 1267, pubblicati per cura di L. Frati. — 

Bologna^ Regia Tipografia, 1869-84, 

Tomo I L. 23 — 

» li » 28.20 

» III » 28.50 

> » (Glossario ed Indice) > 6.50 

2. Statuti di Ferrara dbll*anno 1288, editi a cura di 

Camillo Laderchi. — Bologna^ Regia Tipografia, 1865, 
Voi. I, fase. I. (1) » 6 — 

3. Statuti dbl Comunb di Ravenna (1306-1515) editi da 

A. Tarlazzi. — Ravenna^ Tipografia Calderini^ 1886, 

Voi. unico » . 9. 50 

i. Gli ordinamenti sacrati b bacratissimi collb ri- 

FORMAQIONI DA LORO OCCASIONATE E DIPENDENTI 

(Sec. XIII) a cura di A. Gandenzi. — Bologna^ Regia 

Tipografia, 1888, Voi. unico » 20 — 

5. Statuto del secolo xiii del Comune di Ravenna, 
pubblicato dì nuovo con correzioni indice e note da 
Andrea Zolì e da Silvio Bernicoli — Ravennaf Tipo- 
Litografia Ravegnana, 1904, Voi. unico » 8 — 

SERIE II — CARTE. 

1. Appendice ai monumenti ravennati del co. Marco 

Fantuzzi, pubblicata a cura di A. Tarlazzi. — Ravenna^ 
Tipografie AngeUtU e CaldeHni^ 1872-84, 

Tomo I, disp. I » 13.75 

> » » II , ...» 11.25 

» II, > I » 10.25 

> » » II » 11 — 

2. I RoTULi DEI Lettori Legisti e Artisti dello Studio 

bolognese dal 1384 al 1799, pubblicati da U. Dal> 
lari. — Bologna, Regia Tipografia^ 1888-1891, 
Voi. I. (col facsimile di un Rotule in cromolitografia) > 25 — 

» II » 25 — 

» III. (parte prima) » 20 — 

SERIE III — CRONACHE. 

1. Cronache Forlivesi di L. Cobblli (sin all'anno 

1498), a cura di G. Carducci, E. Frati e F. Guari ni. — 

Bologna^ Regia Tip,^ 1874, Voi. unico » 25 — ( « 

2. Diario bolognese di J. Hainieri (1535-1549), a cura i ^ 

di O. Guerrini e C. Ricci. — Bologna^ Regia Tip,^ 1887. \ x 

Voi. unico ' » 12 50 ' «r, 

3. Cronache forlivesi di A. Bernardi (Nov acola), per 

G. Mazzatinti. — Forlì, Bordandini^ 1895 (2 voL). . . » 50 — 

DOCUMENTI E STUDI 

Volume I. — Bologna, Regia Tipografia, 1886 > 14 — 

Contiene: 1. Le due èpediaioni militari di Giulio II, trcUte dal Diario 

di Paride Grasei, a cura di L. Frati. 
2. A. Bertolotti : Ricerche sugli artisti bolognesi, ferraresi ed 

altri in Roma, dal sec, XV al XVII, 

(1) Se ne contioiierù la pubblicaxione dalla Deputazione Provinciale ói Storia Pa* 
Irla di Farrara. 



ATTI E MEMORIE 



DELLA 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA. 



ATTI E MEMORIE 



DELLA 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Terza serie — Vol. XXVI. 



(ANNO ACCADEMICO 1907-1908) 



BOLOGNA 

PRESSO l.\ R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

1908 



Bologna • Stab. Poligr. Emiliano 



GENERAI. •OOKBINDINO CO. 



,^ ^s.sT ,3 oou ^g I 2683 



^ QUAUTV CONTROL MARK 



CARICHE 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 
(Istituita per decreto del Governatore dell' Emilia del 10 febbraio 1860) 



PRESIDENTE ' 

FALLETIl prof. comm. PIO CARLO. 

SEGRETARIO 

SORBELLI prof. cav. ALBANO. 

CONSIGLIO DIRETTIVO 

ALBINI prof. GIUSEPPE ì 

MALVEZZI DE' MEDICI conte cav. doti. NERIO, I . , . . 

Deputato al Parlamento ^ Consiglieri 

COSTA prof. cav. EMILIO | 

CONSIGLIO AMMINISTRATIVO 

GAVAZZA cpnte dott. comm. FRANCESCO \ ^ . ,. . 
LIVI cav. GIOVANNI \ tornigliela 

RUBBIANI cav. ALFONSO, Tesoriere. 



* PRBSIDBNTI B SbORBTARI DELLA DEPUTAZIONE: 

Presidenti : 

Conte comm. Giovanni Qozzadini^ Senatore del Regno, dal 10 feb- 
braio 1860 al 25 agosto 1887. 

Prof. comm. Giosuè Carducci^ Senatore del Regno, dal 26 dicembre 
1887: riconfermato per R. Decrfto 8 febbraio 1906. 

Prof. comm. Pio Carlo FaUettiy nominato con decreto reale del 
25 aprile 1907. 

Segretari: 

Dott. Luigi Frati, Segretario dal 1860 al 26 dicembre 1863. 

Prof. Luigi Mercantimi ff. di Segretario dal 24 gennaio al 24 feb- 
braio 1864 ; Segretario dal 24 febbraio 1864 al 26 febbraio 1865. 

Prof. Giosuè Carducct, ff. di Segretario dal 12 marzo al 26 dicembre 
1865; SegreUrio dal 10 dicembre 1865 al 26 novembre 1875. 

Conte Cesare Albicini^ ff. di Segretario dal 28 novembre al 26 dicembre 
1875 ; Segretario dal 26 dicembre 1875 al 27 giugno 1880; ff. di Segretario 
sino al 16 gennaio 1881 ; Segretario dal IG gennaio 1881 al 28 luglio 1891. 

Prof. Carlo Malagola, ff. di Segretario dal 28 luglio 1891; Segre- 
tario dal 28 dicembre 1891 al 31 die. 1899. 

Prof. Edoardo 5n>to, Segretario dal 1 gennaio 1900 al 5 maggio 1907. 

Prof. Albano Sorbelìì, Segretario, nominato dalla Deputazione il 
19 maggio 1907, confermato con lettera ministeriale del 26 ottobre del- 
1* anno stesso. 

Gli attuali componenti la Presidenza e i Consigli della Deputazione 
per l'anno accademico 1907-8 furono eletti nella seduta del 14 aprile 1907 
e confermati dal Ministero di P. I. con lettera delli 27 maggio. 



VI R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

ELENCO 

dei Membri Emeriti ed Attivi e dei Soci Corrisp. della R. Deputazione 

con la data dei decreti di nomina. 



MEMBRI EMERITI 

1. Teza prof. comm. Emilio, Socio ord. dell'Accad. dei Lincei, Col- 

legiato emerito dell' Univ. di Bologna, ordinario della Società 
reale di Napoli, membro del R. Ist. veneto di Se. Lett. ed 
arti, professore di Sanscrito e di Stor. compar. delle lingue 
class, nella Università di Padova ... 19 aprile 1906 * 

2. Malagola prof. comm. Carlo, Dott. Coli. Gnor, della facoltà giuri- 

dica della R. Università di Bologna, Libero doc. di Paleografia 
e Diplom., Membro eff. della R. Deput. veneta di St. Patr., Corr. 
del R. Istit. Ven. di Se. Lett ed Arti e della R. Dep. per le 
Prov. modenesi. Membro eff. della R. Commiss. Araldica per 
le Prov. venete, e dell'Ateneo veneto, Direttore degli Archivi 
di Stato di Venezia 19 aprile 19tM3 ' 

3. Malvezzi de' Medici conte dott. cav. Nerio, Accademico ono- 

rario della R. Accademia delle Scienze dell' Istituto, Deputato 
al Parlamento, Bologna 19 aprile 11K)6 ^ 

4. Ricci dott. comm. Corrado, Dottore CoUegiato Onorario della Facoltà 

di Lettere nella Univei^sitii di Bologna, Direttore Gener. delle 
Antichità e Belle Arti, Roma .... 19 aprile 11*06 ^ 

5. ViLLARi prof. comm. Pasquale, Senatore del Regno, Presidente del- 

l' Istituto storico italiano. Socio ord. della R. Acc. dei Lincei, 
Socio onor. della R. Dep. veneta di St. Patr., Pres. della toscana, 
Accad. corr. della Crusca, Pres. del Cons. degli Archivi, 
Pres. della Facoltà di Lettere nel R. Istituto di Studi supe- 
riori, Firenze 27 ottobre 1907 ^ 

6. Faccioli prof. ing. comm. Raffaele, ex Direttore dell' Ufficio 

regionale per la conservazione dei Monumenti dell' Emilia, 
Bologna 19 aprile 11K)G *" 

7. CoMELLi dott. Giambattista, Bologna ... 19 aprile HK)6 * 

* Membro attivo . . 24 aprile 1864. 

* Socio corrispon. 9 dicembre 1875; membro att. 15 giugno 1876. 
' » » 9 dicembre 1875 ; » » 17 marzo 1878. 
< » » 3 giugno 1880; » » 8 giugno 1H84- 
^ Membro attivo 8 giugno 1884. 

* Socio corriapon. 4 giugno 1873; membro att. 19 marzo 1885. 
' » » 24 febbraio 1884; » » 17 gennaio 1889. 



ELBNGO DEI SOCI. VII 

8. Dallari dott. cav. Umberto, Membro attivo della R. Deputazione di 
St. Patria per le prov. Modenesi, Membro della Commissione 
Araldica Modenese, Direttore dell'Archivio di Stato di Reggio 
Emilia 4 aprile 1907 ' 

MEMBRI ATTIVI 

1. Bertolini prof. comm. Francesco, Socio corr. della R. Dep. Tose. 

di St. Patr., Preside della Facoltà di Lettere e Filosofìa e prof, di 
St. antica nella R. Università, Bologna. 1887 - 16 gennaio ' 

2. RuBBiANi cav. Alfonso, Membro della Commiss, conservatrice 

dei Monumenti, R. Ispettore pei monumenti e per gli scavi, 
Bologna 1887 - 16 gennaio ' 

3. Gaudenzi prof. cav. Augusto, Socio della Dep. di St. patria per 

le prov. Modenesi, delegato dalla Deput. neir Istituto Storico 
Italiano, nrofessore di Storia del Diritto italiano nella R. Uni- 
versità, Bologna 1889 - 17 gennaio ^ 

4. Orsi dott. cav. Paolo, R. Sopra intendente Archeologico. Direttore 

del R. Museo, Siracusa 1890 - 13 marzo ^ 

5. Fa VARO n. u. comm. Antonio, Membro dell' Istituto Storico Ita- 

liano, Accademico della Crusca, Socio effet. del R. Istit. Veneto 
e della R. Dep. veneta di St. Patr. e corr. della toscana, prof, nella 
Scuola d'Appi. degl'Ingegneri, Prtrfota 1892-5 maggio ^ 

6. Pasolini dott. conte comm. Pier Desiderio, Senatore del Regno, 

Socio corr. della R. Dep. veneta di St. Patr., della toscana, 
deir Umbria e della Valdelsa, Membro del Consiglio degli 
Archivi, della Consulta Araldica, della R. Comm. Cent, dei 
Mon., Accademico corr. dei Lincei, di San Luca, etc, Ra- 
venna 1893 - 8 giugno ' 

7. Salvioni dott. Giambattista, membro ordinario dell' Institut In- 

ternational de statistique. Socio della R. Accademia di Scienze, 
lettere ed arti di Parma, della Società Agraria di Bologna, 
professore di Statistica air Università di Bologna, Bo- 
logna 1894 - 15 febbraio * 

8. Cavazza co. dott. comm. Francesco, Bologna. 1896 - 19 gennaio ^ 



* Socio corrispoD. 9 agosto 1885; j * Socio corrisp. 3 ottobre 1882. 

membro att. 18 gennaio 1889. ' '' » » 4 aprile 1886. 

* Socio corrisp 14 febbraio 1869. "^ » » 2 maggio 1869. 

3 » » 6 marzo 1881. « » » 7 febbraio 1890. 

4 » » 29 marzo 1885. i » » » 17 gennaio 1889. 



vili R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

9. Tamassia prof. comm. Nino, Socio effettivo del R. Istituto Veneto, 
professore di Storia del Diritto Italiano nella R. Università, 
Padova 1896 - 2 febbraio ' 

10. Falletti prof. comm. Pio Carlo, Accademico effettivo della R. 

Accademia dell' Istituto, professore di Storia moderna nella 
R. Università, Bologna 1898 - 22 dicembre * 

11. Albini dottor Giuseppe, Accademico effettivo della R. Accademia 

dell' Istituto, prof, di Grammatica greca e latina nella R. Uni- 
versità, Bologna 1899 - 11 Giugno ^ 

12. Palmieri avv. Arturo, Bologna .... 1903 - 8 febbraio * 

13. Amaducci prof. dott. Paolo, Regio Provveditore agli Studi, Berli- 

noro 1906 - 28 giugno ^ 

14. Costa dott. cav. Emilio, Prof, di Storia del Diritto romano nella R. 

Università, Accademico effettivo della R. Accademia dell'Isti- 
tuto, Socio emerito della R. Deputazione di Storia Patria 
Parmense, Socio corr. del R. Istituto Veneto di Scienze e 
Lettere, Socio corr. della R. Accademia di Scienze e Lettere 
di Padova, Bologna 1906 - 28 giugno ^ 

15. Fiorini prof. comm. Vittorio, Ispettore generale per l' istruzione 

secondaria al Min. di Pubbl. Istruz., Roma 1906 - 28 giugno ' 

16. Frati dott. cav. Ludovico, Sottoconservatore dei manoscritti della 

Biblioteca Universitaria, Socio della R. Commissione \)e' testi 
di lingua e della Deputazione ferrarese di Storia Patria. Bo^ 
logna 1906 - 28 giugno « 

17. Livi cav. Giovanni, Socio corr. della R. Deput. Toscana e Mode- 

nese, della Società ligure di Storia Patria e dell'Ateneo di 
Brescia, Membro della R. Comm. Araldica per le Provincie 
di Romagna, Direttore del R. Archivio di Stato, Bologna, 

1906 - 28 giugno ^ 

18. Orioli dott. Emilio, Archivista nel R, Archivio di Stato, Bo- 

logna 1906 - 28 giugno ^"^ 

19. Sorbèlli dott. cav. Albano, Socio corr. della R. Deputazione di 

Storia Patria delle Prov. modenesi, e della R. Accademia di 
Scienze, Lett. ed Arti di Lucca, Libero doc. di Storia mo- 
derna nell'Università di Bologna, Bibliotecario della Comu- 
nale, Bologna . 1906-28 giugno *^ 



* Socio corriap. 7 maggio 1893. 

» » 15 febbraio 1894. 

» > 11 agosto 1886. 

> » 20 marzo 1898. 

» » 22 febbraio 1894. 

» » 2 febbraio 1896. 



' Socio corrisp. 3! maggio 1900. 

> » 28 giugno 1884. 

> > 22 gennaio 1899. 

> » 28 maggio 1896. 
» » 10 febbraio 1901. 



8 

9 

10 

11 



ELENCO DEI SOCI. 



IX 



20. Bacchi Della Lega dott. cav. Alberto, Sotto bibliotecario delia 

Universitaria, Segretario della R. Commissione dei Testi di 
lingua, Bologna 1908 - 2 febbraio ^ 

21. Brini dott. cav. Giuseppe, professore di Diritto romano nella 

R. Università di Bologna, Accademico effettivo e Vice-Presi- 
dente della R. Accademia delle Scienze di Bologna (Presidente 
della Classe di Scienze Morali), Socio Corrisp. della R. Accad. 
delle Scienze di Torino, Bologna, . . 1908 - 2 febbraio * 

22. Dallolio dott. comm. Alberto, Senatore del Regno, Bologna^ 

UK)8-2 febbraio » 

23. Trovanelli avv. cav. Nazareno, R. Ispettore degli scavi e mo- 

numenti, sopraintendente della Biblioteca Malatestiana e del- 
l' Arch. storico comunale. Cesena, . . 1908 - 2 febbraio * 

24. Ghirardini dott. cav. Gherardo, socio corr. dell' Acc. dei Lincei, 

Accademico della R. Accademia dell' Istituto, Direttore del 
Museo Civico, Professore di Archeologia nella R. Università, 
Bologna 1908 - 5 marzo ^ 



SOCI CORRISPONDENTI 

AccABiE prof. avv. comm. Paolo, Deputato effettivo della R. De- 
putazione di Storia Patria per le antiche Provincie e Lom- 
bardia, Membro effettivo della Società Ligure di Storia 
Patria, Membro aggregato « honoris causa » della Soc. Gen. 
di stat. ed Arch. di Marsiglia, Pietra Ligure 11 giugno 1896 

Aldrovandi conte dott. cav. Luigi, console a Nuova-York 

28 maggio 1896 

Ambrosini avv. Raimondo, Bologna .... 23 febbraio 1905 

Antaldi march, aw. cav. Ciro, Socio on. della R. Dep, di St. Patr. 
delle Marche, Membro della R. Comm. Araldica delle Marche, 
Bibliotecario della Oliveriana, Pesaro . 21 febbraio 1875 

Baldacci prof. comm. Antonio, Libero docente di botanica nell' univ. 
di Bologna, Vice-direttore dell' orto botanico di Palermo, 

22 giugno 1905 

Ballardini Rag. Gaetano, Archi v. Com., R. Ispettore degli Scavi e Mon. 
del Circondario di Faenza 8 febbraio 190<> 



* Socio corrisp. 16 gennaio 1887. 
» 27 febbraio 1890. 
> 3 maggio 1903. 



% 

3 



» 

» 



^ Socio corrisp. 22 gennaio 1899. 
s » » U febbraio 1883, 



X R. DEPUTAZiONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Barnabei prof. comm. Felice, Deputato al Parlamento, Cousigliere 
di St., Socio nazionale dell' Acc. dei Lincei, Socio ord. dell' Imp. 
Inst. archeologico Germanico, Roma . . 31 ottobre 1882 

Battistella prof. cav. Antonio, R. Provveditore agli Studi, Udine, 

16 giugno 1898 

Bellucci dott. comm. Giuseppe, prof, di Chimica nell'Università, 
Perugia 11 febbraio 1883 

Beltrami comm. Luca, Senatore del Regno, Architetto del Duomo di 
Milano, Membro del R. Istituto Lombardo di Scienze e Let- 
tere, Membro effettivo della R. Dep. di St. Patr. di Piem. e 
Lomb., Membro dell' Istituto di Francia e del Reale Istituto 
britannico, Milano 2 giugno 1889 

Beltrani dott. Pietro, prof nel R. Liceo di Faenza, 2 febbraio 1908 

Bernicoli Silvio, Arch. Comunale di Ravenna, 8 aprile 1900 

Bertoni prof. cav. Giulio, Modena .... 23 febbraio 1905 

Bormann prof. Eugenio, Direttore del Seminario archeologi co-epigra- 
fico neir Università di Vienna, Consigliere aulico, Socio corr. 
delle Accademie di Berlino, Vienna, Modena, Spoleto e della 
pontificia di archeologia in Roma, membro onorario dell' Ac- 
cademia di Bucarest, Vienna .... 27 giugno 1901 

BosDARi conte dott. Filippo, Assessore all'Istruzione nel comune di 
Bologna 3 febbraio 1897 

Brandi avv. prof. cav. Brando, Bibliotecario del Ministero dell' In- 
terno, Roma 19 luglio 1888 

Brandileone dott. cav. Francesco, professore di Diritto Canonico, 
Bologna 2 febbraio 1908 

Calzini prof. cav. Egidio, Direttore della Scuola Tecnica e Preside 
dell' Istituto Tecnico in Ascoli-Piceno, Socio ord. della R. Dep. 
di St. Patr. per le Marche, Ascoli-Piceno. 22 maggio 1894 

Cantalamessa prof. cav. Giulio, Socio della R. Dep. di St. Patr. delle 
Marche, Dir. della Galleria Borghese, Roma, 13 agosto 1889 

Capellini comm. Giovanni, Senatore del Regno, Dott. honoris causa 
dell' Università di Edimburgo, Socio nazionale della R. Acc. dei 
Lincei, Pres. della I. R. Accademia Valdarnese del Poggio, 
professore di geologia e Direttore del Museo geologico della 
R. Università, Bologna 31 ottobre 1882 

Carutti barone comm. Domenico, Senatore del Regno, Bibliotecario 
di Sua Maestà, Socio nazionale della R. Acc. dei Lincei, 
Socio onor. della R. Dep. veneta di St. Patr., corr. della toscana, 
Pres. della R. Dep. di St. patr. pel Piemonte e Lombardia, 
Torino 11 febbraio 1883 



ELENCO DEI SOCI. XI 

(Jasagrandi prof. cav. Vincenzo, Ordinario di Storia antica e Pre- 
side della Facoltà di I^ettere e Filosofia nella R. Università 
di Catania, Vice-Presidente della Società di Storia Patria per 
la Sicilia Orientale, Membro della Società Ligure di st. patr., 
Onorario della società di storia patria di Messina, Vice-Pre- 
sidente del Consiglio Direttivo dell'Istituto di storia del Dir. 
romano nella R. Università di Catania, Vice Presidente della 
Commissione conservatrice dei monumenti nella provincia di 
Catania, . . . , 31 ottobre 1882 

Casini dott. Luigi, professore nella R. Scuola Tecnica, Modena 

5 agosto 1905 

Casini prof. cav. uflT. Tommaso, Membro attivo della R. Deputazione 
di St. Patr. per le Prov. modenesi. Direttore della sez. di Let- 
tere deir Acc. di Se. Lett. ed Arti di Modena, R. Provveditore 
agli Studi, Modena 30 aprile 1896 

Castelfranco prof. cav. ufi*. Pompeo, Socio corr. della R. Acc. dei 
Lincei, Socio onorario delle società antropologiche di Berlino 
e di Parigi, della scuola di Antropologia, della R. Accademia 
svedese di antichità, del Museo cittadino di Rovereto, del- 
l'Ateneo di se. lett. ed arti di Bergamo, dell'Ateneo di se. 
lett. ed arti di Brescia, Presidente onorario della soc. archeo- 
logica comense, Milano 15 aprile 1883 

Cesari ing. Carlo, Genova 3 febbraio 11K)7 

Corradi dott. prof, cav Augusto, Preside del R. Liceo e Rettore del 
R. Convitto Nazionale, Novara ... 8 giugno 1884 

Costa Torquato, Ansola (Bologna) 31 ottobre 1882 

Dall'Osso dott. cav. Innocenzo, Ispettore del Museo nazionale, Napoli, 

11 febbraio 1883 

Da Ponte dott. cav. Nobile Pietro, R. Ispettore degli scavi e mon.. 
Socio dell'Ateneo di Brescia, Membro eff'ettivo della R. Dep. 
di St. Patria di Torino e Socio corr. della R. Dei), parmense, 
Conservatore del Museo patrio, Brescia. 3 maggio 1900 

Del Lungo prof. comm. Isidoro, Senatore del Re^^no, Socio nazionale 
della R. Accad. dei Lincei, Vice-presidente della R. Dep. tose, 
di Storia Patria, Socio corr. della R. Dep. veneta, Vice-pres. 
della società dantesca italiana e socio onorario della « Dante 
Society » d'America, Socio corr. della R. Accademia delle 
scienze di Torino, del R. Istituto Lombardo, Socio della R. 
commissione pei testi di lingua. Socio ord. dei Georgorili ecc., 
Accad. residente della Crusca, Firenze. 15 marzo 18()3 



XII R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

De Montet cav. Alberto, socio corr. della R. Dep. di St. Patr. di 
Piemonte e Lombardia, Segretario della Società storica della 
Svizzera romanza, Vevet/ (Svizzera). . 18 febbraio 1886 

De Paoli avv. comm. Enrico, Soprintendente-Direttore dell'Archivio 
di Stato, Cancelliere Onorario della R. Consulta Araldica, 
Roma 19 giugno 1890 

Ducati dott. Pericle, Bologna 4 aprile 1907 

DuHN (von) dott. Federico, professore di Archeologia classica nel- 
r Università, Heidelberg (Baden) . . . 24 febbraio 1884 

Ellero comm. Pietro, Senatore del Regno, Consigliere di Stato, Socio 
corr. della R. acc. dei Lincei, Prof. emer. della R. Univ. di 
Bologna, Roma 17 aprile 1865 

Federzoni dott. cav. Giovanni, professore nel R. Liceo M. Minghetti 
e Libero Docente di letteratura italiana nella R. Università di 
Bologna ... 27 aprile 1905. 

Finali S. E. avv. comm. Gaspare, Senatore del Regno, cav. del- 
l' Ord. supremo della SS. Annunziata, cav. del Merito Civile 
di Savoia, Socio della R. Accademia dei Lincei, decorato della 
medaglia dei benemeriti della Pubblica Istruz. etc., già Pres. 
della R. Corte dei Conti, Roma ... 6 gennaio 1866 * 

Fornelli dott. comm. Nicola, prof, di Pedagogia nella R. Univ., 
Napoli 29 gennaio 1891 

Franciosi prof. dott. Pietro, Membro del Congresso Superiore della 
P. Istruzione in S. Marino e della Commissione di vigilanza 
della Biblioteca Govern , sopraintendente scolastico nel comune 
di Verucchio (Regno d' Italia), socio corr. della Soc. geogr. 
italiana, della R. Accademia Valdarnese del Poggio (Monte- 
varchi), della Rubiconia Accademia dei Filo{)atridi di Savi- 
gnano e della R. Accademia Raffaello (Urbino), Accad. del- 
l' Accademia Nazionale di scienze, lettere, arti ecc., RepuO- 
hlica di S. Mainino 2 febbraio nK)8 

Gabotto dott. cav. Ferdinando, presidente della Società Storica Subal- 
pina, Prof, di Storia moderna nella R. Università, Genova 

8 febbraio 1906 

Gamurrini comm. Gian Francesco, Socio nazionale della R. Acc. dei 
Lincei, e della R. Dep. tose, di St. Patr., Presidente dell' Acca- 
demia di Scienze, lettere ed arti d' Arezzo, Monte S. Sarino. 

31 ottobre 1882 



* Già Membro Attivo per decreto 26 marzo 1860; poi, per sua do- 
manda, Scoio Corrispondente. 



BLBMCO DBI 80CI. Xlll 

Gasperoni prof. Gaetano, Pres. del Liceo di Jesi. 11 giugno 1903 

Gatti prof. Angelo, Titolare di Storia dell' Arte nel R. Isti- 
tuto delle Belle Arti, Socio corrispondente dell' Associazione 
archeologica romana, Bologna .... 2 giugno 1889 

Giorgi cav. Francesco, ufficiale nel R. Archivio di Stato, Bologna^ 

6 agosto 1890 

GoiDANiCH dott. Pietro Gabriele, professore di storia comparata delle 
Lingue classiche e neo-latine, Bologna, 2 febbraio 1908 

GoLDMANN dott. Arturo, Archivista dell' I. e R. Archivio di Stato e 
dirett. dell'Archivio delFUniv. di Vienna, 2 giugno 1889 

GoRRiNi dott. comm. Giacomo, Direttore degli Archivi al Ministero 
degli Esteri, e Membro del Consiglio degli Archivi, Roma, 

28 gennaio 1900. 
GoTTiJEB dott. Teodoro, Vice Bibliotecario dell'Imperiale di Vienna. 

29 giugno 1902 
GuARiNi conte Filippo, Barone di Castel Falcino, già Bibliotecario 

onorario della Comunale di Forlì, Membro della R. Commis- 
sione Araldica per le provincie di Romagna e del Consiglio 

araldico di Francia, Forlì 24 aprile 1873 

GuERRiNi dott. cav. Olindo, Presidente della Commissione dei testi 

di lingua, Bibl. della Univ., Bologna 3 giugno 1880 

GuiDOTTi avv. cav. Achille, Bologna .... 31 ottobre 1882 
Hercolani principe Alfonso, cav. dell' Ordine di Malta, Bologna, 

31 ottobre 1882 

Hbssel Dott. Alfredo, Strassburg 8 febbraio 1900 

HoDGKiN prof. Tommaso, Neiccastle on-Tyne (Inghilterra). 

11 febbraio 1883 
HoFFMANN dott. W. J., Segretario Gen. della Società antropologica. 

Whasington 21 maggio 1885 

JoNESCO dott. Nicola, Socio ord. dell' Accad. rumena, e professore 

neir Università, Jassy (Rumenia) ... 17 gennaio 1889 
Kantorowicz dott. Ermanno, Roma .... 8 febbraio 1906 
Lanzoni can. prof. Frane, Rett. del Sem. di Faenza. 2 febbraio 1008 
Leicht prof. Pietro Silverio, Ispettore degli Scavi e Monumenti, 

Udine 8 febbraio 1906 

Longhi dott. Sac. Michele, Lugo 5 agosto 1905 

LovARiNi dott. Emilio, professore di letteratura italiana nel Liceo 

< Galvani >, Bologna 23 febbraio 1902 

LovATELLi contessa Ersilia, nata Caetani dei principi di Sermo- 
neta, Socia nazionale della R. Accademia dei Lincei, Roma. 

31 ottobre 1882 



XIV R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

LuMBRoso prof. cav. Giacomo, Socio nazionale della R. Accad. dei 
Lincei, Viareggio 11 febbraio 1883 

LuscHiN von Ebengreuth dott. comui. Arnoldo, Membro effettivo 
della Camera dei Signori dell* Impero Austriaco, Membro eff. 
dell'Accademia delle Scienze di Vienna, membro estero delle 
Accademie delle Scienze dì Berlino e Monaco, e del R. Isti- 
tuto Veneto di scienze ed arti. Membro della Direzione degli 
Monumenta Germaniae histonca (Berlino) e della I. R. Com- 
missione Centrale per i Monumenti di storia ed arte (Vienna), 
professore di storia del diritto nella I. R. Università, Gratz. 

31 ottobre 1882 

Maiocchi dott. comm. Domenico, professore di dermopatologia, accad. 
eff. deir Accad. dell' Istituto, Bologna . 2 febbraio 1008 

Malaguzzi- Valeri conte dott. Francesco, Socio eff. della R. Dep. di St. 
Patr. per le Prov. modenesi, Socio della Società stor. Lombarda 
e dell' Accademia di Belle Arti di Milano, Ispettore della R. 
Pinacoteca di Brera a Milano, ... 5 febbraio 1893 

Marcello X. U. conte cav. uff. Andrea, Socio effettivo della R. Dep. 
veneta di Storia patria. Segretario della R. Commissione 
Araldica veneta. Socio residente dell'Ateneo Veneto, Venezia, 

16 gennaio 1887 

Marinelli cav. Ludovico, Tenente Colonnello del Genio, professore 
alla Scuola Militare, Modena. ... 16 marzo 1905 

Martinozzi dott. cav. Giuseppe, prof, nel R. Liceo Minghetti, Bo- 
logna 17 aprile 1898 

Martucci Dott. Giovanni, Roma 11 gennaio 19(X) 

Massaroli Ignazio, Bagnacavallo 27 marzo 1904 

Medri Antonio, Faenza 17 giugno 1906 

Messeri dott. Antonio, professore ordinario di Storia nel R. Liceo, 
di Faenza, socio corrispondente della Colombaria di Firenze, 
Faenza 16 marzo 1905 

Milani prof. cav. Adriano, Direttore nel R. Museo Archeologico, 
Prof, di Archeologia nell' Istituto di Studi superiori. Socio 
corr. della R. Acc. dei Lincei, Membro della Comm. centr. 
dei mon., Firenze 11 febbraio 1883 

MoNTELius prof. comm. Oscar, Direttore del R. Museo di antichità 
e medaglie, e Segret. della R. Accademia svedese di antichità, 
Stoccolma 11 febbmio 1883 

MoNTicoLO cav. Giovanni, prof, di Storia moderna nella Università, 
socio onorario della R. Deputazione di Storia patria per la 



ELENCO DEI SOCI. XV 

Venezia, socio residente della R. Società romana di storia 
patria, membro della Commissione per la pubblicazione dei 
documenti finanziari della Repubblica di Venezia, socio corri- 
spondente del R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, 
della Società Ligure di storia patria, della società pistoiese di 
storia patria e della Commissione senese di storia patria, 
Roma 8 giugno 1902 

MoRPURGo dott. cav. Salomone, Libero docente di letteratura ital. 
nella R. Università di Bologna, Bibliotecario della Naz. Centr. 
Firenze 11 febbraio 1883 

Motta Giaccio dottoressa Lisetta, prof, nelle R. Scuole Tecniche, 
Torino 11 giugno 1903 

MrsATTi prof. cav. uff. Eugenio, Socio straordinario della R. Acca- 
demia di scienze, lettere ed arti di Padova, socio corrispon- 
dente deir Ateneo veneto della R. Deputazione veneta di Storia 
Patria, Libero docente di Stor. moderna nella R. Università. 
Padova 2 giugno 1889 

Nardi dott. Luigi, conservatore delP Archivio Notarile di Bologna. 

4 aprile 1907 

Negrioli dott. Augusto, Ispettore del R. Museo Archeologico, Conser- 
vatore della R. Acc Filar, di Bologna. 27 giugno 1901 

Orsini Antonio, Archivista comunale. Cento . 24 febbraio 1884 

Pais dott. conim. Ettore, prof, di epigrafia giuridica nella R. Univ. 
di Roma, Socio straniero della R. Accademia delle scienze di 
Monaco di Baviera, socio corrispondente della R. Accademia 
dei Lincei, socio ordinario dell' I. R. Istituto Archeologico 
deir Impero tedesco, socio ordinario dell' Istituto Reale di Na- 
poli e dell' Accad. di Archeologia Lettore e Belle Arti, Corr. 
deir Accademia Pontaniana e della R. Deputazione di storia 
patria per le antiche provincie e la Lombardia, socio onorario 
della R. Deputazione di storia patria delle Marche, della So- 
Cìi'tè d* Histoire diplomatique di Parigi, Corr. della R. Ac- 
cademia di Messina e di Acireale, socio onorario della società 
storica delle Puglie, della Sardegna e dell'Accademia Proper- 
ziana del Subasio, Roma 31 maggio 1900 

Palmieri avv. Giambattista, Bologna. ... 5 febbraio 1893 

Papa dott. cav. Pasquale, R. Provveditore agli studi per la provincia 
di Lecce 1 giugno 1897 

Pascoli dott. cav. Giovanni, Accad. efF. dell'Acc. delle Se. dell'Istituto, 
prof, di Lett. italiana nellaR. Univ., Bologna. 19 aprile 19(K) 



XVI n. DICPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Pazzi prof. cav. uff. Muzio, professore pareggiato di ostetricia e gine- 
cologia nella R Università di Genova, ostetrico primario degli 
ospedali di Bologna, Bibliotecario della società medico-chirur- 
gica di Bologna, Medico Capo della Croce Rossa Italiana, Dir. 
della scuota Samaritana boi., Bologna . 27 aprile 1905 

Pellegrini dott. Amedeo, prof, di storia e geografìa nel R. Istituto 
Tecnico di Arezzo, Arezzo 23 febbraio 1902 

Pellegrini dott. Flaminio, professore di Lettere italiane nel R. Liceo 
A. Doria, Genova 6 agosto 1890 

Pellegrini dott. Giuseppe, professore di Archeologia nella R. Uni- 
versità, R. Soprai ntendente ai Musei e Scavi del Veneto, 
Padova 5 luglio 1900 

Pesci maggiore cav. Ugo, Bologna 4 aprile 1907 

Podestà comm. Bartolomeo, Socio corrispondente della Deputazione di 
Storia Patria per la Toscana, Umbria e le Marche, della società 
ligure di storia patria e della società Romana di storia patria. 
Accademico della Rubiconia Simpemenia dei Filopatridi di 
Savignano, degli Antiquari del Nord di Copenaghen, dell'Ar- 
tistica Raffaello d' Urbino, socio urbano della Colombaria di 
Firenze, Accademico onorario del R. Istituto musicale di Fi- 
renze, Bibliotecario a riposo, Firenze . 10 gennaio 1864 

Poggi tenente col. dott. comm. Vittorio, Prefetto della Biblioteca e 
dell'Archivio Civico di Savona, già R. Commissario per le 
antichità e Belle Arti della Liguria, Membro della R. Depu- 
tazione di Storia Patria per le antiche provincie e laLomb., 
corris|Jondente della R. Accademia delle scienze di Torino, 
socio emerito della R. Deputazione di storia patria di Parma, 
Vice Presidente della società storica savonese. Membro della 
R. Commissione conservatrice dei monumenti per la provincia 
di Genova, Membro dell' I. Istituto archeologico germanico, 
Accademico di merito dell'accademia Ligustica di belle arti, 
Membro della commissione araldica Ligure, Membro della 
società Ligure di storia patria, Membro della commissione 
direttiva del Museo Civico d' arte e storia nel Palazzo Bianco 
di Genova, Socio corrispondente della societìi Piemontese di 
Archeologia e Belle Arti, Membro della commissione per la 
Pinacoteca civica di Savona, R. Ispettore pei Monumenti e 
scavi per il circondario di Savona . . 11 febbraio 1883 

PuLLÈ conte comm. Francesco Lorenzo, pi'ofessore nella R. Università, 
Bologna . . 10 febbraio 1(K)1 



BLUNCO OBI SOCI. XVII 

Puntoni Grande Uff. prof. comm. Vittorio, Accademico effettivo 
della classe di scienze morali della R. Accademia delle Scienze 
deli' Istituto di Bologna, prof, di letteratura greca, Rettore della 
R. Università, Bologna 1 giugno 1897 

Randi Tommaso, agricoltore, Membro delT Accademia dei Liberi di 
Città di Castello, Cotignola 6 agosto 1890 

Rava prof. comm. Luigi, Deputato al Parlamento, Prof, nella R. Uni- 
versità di Bologna, Ministro della Pubblica Istruzione, Roma. 

17 gennaio 1889 

Ricci-BiTTi avv. Ermenegildo, Faenza ... 23 febbraio 1902 

Ri v ALTA avv. cav. Valentino, Ravenna ... 20 marzo 1898 

Rocchi prof. cav. Gino, prof, nel R. Istituto Tecnico, Bologna 

3 gennaio 1875 

RoDOLico dott. Nicolò, professore di Storia nel Liceo Galilei, 
Firenze 20 marzo 1898 

Rossi prof. comm. Girolamo, Ispettore degli scavi e monumenti nella 
provincia di Porto Maurizio, Membro effettivo della R. Dep. 
di St. Patr. per le antiche provincie e la Lombardia, corrisp. 
della R. Dep. toscana di st. patr., dell'Imperiale istituto ar- 
cheologico della Germania, della società di storia della Sviz- 
zera, dell'accademia Dafnica di Acireale, degli incolti di Cin- 
goli, della società georgica di Treja, dell'economica di Chia- 
vari, della società di scienze naturali estoiiche di Nizza, della 
società degli architetti delle Alpi marittime, dell'istituto di 
numismatica e di antichità di Buenos Ayres, della R. consulta 
araldica del Regno, Membro titolare (straniero) dell' istituto 
delle Provincie di Francia, Socio onorario dell'accademia ven- 
tim. di S. Tommaso d'Aquino, Ventimiglia. 2 maggio 1869 

Rossi comm. Luigi, prof, di Diritto costituzionale nella R. Università, 
Deputato al Parlamento, Bologna ... 29 gennaio 1891 

Ruga dott. Cesare, Ispettore nel Museo archeologico nel palazzo 
ducale di Venezia 16 gennaio 1887 

Saunas prof. comm. Antonino, Socio Corr. della R. Acc. dei Lincei, 
dell' Istituto di Francia, Membro della R. Consulta Araldica 
e R. sopraintendente dei Musei e degli scavi, professore di 
archeologia nella R. Università, Palermo. 31 ottobre 1882 

Santarelli avv. comm. Antonino, Direttore del Museo Civico, R. Ispet. 
dei mon. e degli scavi, Socio corrispondente dell' imp. istituto 
arch. germanico, della Dep. di st. patr. di Ferrara e di altre 
accademie, Forlì 31 ottobre 1882 



XVIII R. DBPUTAZIONM5 DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Santini dott. Umberto, professore nella R. Scuola Tecnica di Spezia, 

28 giugno 190;^ 

Sanvitale conte cav. Stefano, Parma ... 31 ottobre 1882 

ScHXJPFER avv. comui. Francesco, Membro del Cons. Sup. della Pubbl. 
Istr., Socio nazionale delPAcc. dei Lincei, Soc. on. della R. Dep. 
veneta di St. Patr., professore di storia del Diritto italiano 
nella R. Università, Roma 28 gennaio 1872 

Sergi dott. Giuseppe, prof, di antropologia e Direttore dei Gabinetto 
antropol. nella R. Univ., Membro ordinario della R. accademia 
medica di Roma, socio e presidente della società romana di 
antropologia di Roma, socio della società italiana di antroiK)- 
logia di Firenze, socio onorario del R. istituto antropologico 
della Gran Brettagna e Irlanda, Membro titolare della società 
imperiale degli amici delle scienze naturali di Mosca, socio 
corr. della società veneto-ti iestina-istriana di scienze naturali 
di Padova, della società adriatica di scienze naturali di Trieste, 
dell' Ateneo di Brescia, membro della società antropologica di 
Parigi, di Lione, di Bruxelles, di Berlino, di Washington, 
socio della R. accademia peloritana di Messina, del circolo 
partenopeo G. Vico di Napoli, della società geografica di Roma, 
accademico libero nazionale della R. accademia romana di 
belle arti di S. Luca, socio dell' American Philosophi- 
cal society di Filadelfia, e dell' American numismatic and 
antiquarian society di Filadelfia, socio della società di socio- 
logia dell'Università di Mosca, membro dell' istituto internaz. 
di sociologia di Parigi, Roma. ... 11 febbraio 1883 

Setti prof. cav. Giovanni, Socio corr. della R. Dep. di St. Patr. {ìer 
le Prov. modenesi. Prof, di lettere greche nella R. Università, 
Padova 15 aprile 1883 

SiGHiNOLFi dott. Lino, aggiunto nella Biblioteca Comunale dell' Ar- 
chiginnasio, Bologna 27 marzo 1904 

Silverj-Gentiloni conte comm. Aristide, R. Ispettore dei monumenti 
e degli scavi. Macerata 11 febbraio 1883 

Spinelli cav. Alessandro, Membro attivo della R. Dep. di St. Patr. 
per le Prov. modenesi, socio corr. della R, Dep. parmense, 
della R. accad. di S. L. ed A. di Modena e dell' Imp. istituto 
archeologico germanico, Modena ... 2 giugno 1889 

Supino cav. Igino Benvenuto, professore di storia dell' arte, Bologna, 

2 febbraio 1^H)8 

Testoni cav. Alfredo, Bologna 17 giugno 1906 



ELENCO DEI SOCI. XIX 

ToRRACA prof. comm. Francesco, utF. dei SS. Maurizio e Lazzaro, 
decorato della medaglia d' oro ai benemeriti della P. Istruz., 
socio della società romana di storia patria, delT accademia 
pontaniana e della R. commissione dei testi di lingua, socio 
corr. della R. Dep. di storia patria per l' Umbria, professore 
ordinario di letteratura italiana, incaricato della letteratura 
comparata nella Università di Napoli, membro della giunta del 
consiglio sup. per V istruz. media, Roma, 28 gennaio llXK) 

Toschi dott. Giambattista, Socio corr. della R. Dep. di St. Patr. per 
le prov. modenesi, R. Isi)ett. dei monumenti e degli scavi, 
Boiso (Reggio Emilia) 8 giugno 1884 

Trauzzi dott. Alberto, professore nell'Istituto Tecnico, Forlì, 

5 marzo 1899 

Trombetti dott. cav. Alfredo, segretario della R. accademia delle 
Se. dell'istituto, prof, di filologia semitica nella R. Università, 
Bologna 8 gennaio 1905 

Unoarelli (raspare, aggiunto principale della Biblioteca Comunale, 
Bologna 29 gennaio 1891 

Urbani De Gheltof cav. Giuseppe Marino, Venezia, Sì ottobre 1882 

Vancini dott. Oreste, prof, nel Ginnasio di Cesena. 23 febbraio 1905 

Venturi prof. comm. Adolfo, membro dell' Institut de Franco, socio 
dell'ateneo bresciano, accademico d'onore della R. accademia 
di belle arti di Bologna, socio onor. dell'accademia Albertina 
delle belle arti di Torino e della R. accademia di belle arti 
di Milano, Socio corr. della R. accademia di scienze, lettere 
ed arti di Modena, socio corr. della R. Dep. di Storia Patr. 
per le Prov. modenesi, per le Romagne, per 1' Umbria, socio 
corr. della commissione senese di storia patria, socio del 
<I>tXoXoYixò* SOXXoyj? Ilapvaaaò* di Atene, accademico della 
R. accademia romana di belle arti di S. Luca, membro ono- 
rario del Burlington Fine-Aris Club di Londra, accademico 
d'onore dell'Accademia di belle arti di Ravenna, socio bene- 
merito dell' accademia artistica Raffaello Sanzio di Urbino, 
socio onorario dell'accademia di belle arti modenese, socio 
d'onore della congregazione dei Virtuosi del Pantheon, membro 
onorario della R. accademia dì belle arti di Anversa, accade- 
mico onorario dell'accademia di Perugia, per la storia del- 
l' arte medioevale e moderna, Roma , 29 marzo 1885 

Vernarecci canonico prof. cav. Augusto, Socio della R. Deputazione 
di Storia Patria delle Marche, Bibliotecario comunale, R. Ispett. 
dei monumenti e degli scavi, Fossomhrone. 20 marzo 1882 



ZZ R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Vicini dott. Emilio Paolo, conservatore dell' archivio notarile provin- 
ciale, Modena 23 febbraio 1905 

Zanardelli Tito, prof, nel R. Ginnasio Minghetti, Bologna. 

7 marzo 1901 

Zenatti prof. cav. Albino, Socio corr. della R. Dep. tose, di Storia 
Patr., socio della R. commissione per i testi di lingua, del- 
l' accademia veneto-trentino-istriana ecc., Lib. doc. di lett. 
ital. nella R. Università di Roma, Provveditore agli Studi, 
Roma 11 febbraio 1883 

ZoLi dott. Andrea, Bibliotecario della Comunale, Ravenna, 

3 maggio 1900 

ZoRLi conte dott. Alberto, professore di Scienza delle finanze nella 
R. Università, Macerata 15 aprile 1883 



DUI CONFINI Nm'RALI E POLITICI DELLA ROMAGNA 



Se le Provincie di Bologna e di Ferrara debbano dirsi 
comprese nella Romagna, è una vecchia questione, non del 
tutto ancor risoluta, perchè non mai, eh' io sappia, troppo 
seriamente studiata. 

Tal dubbio non è però nel popolo. Egli ben sa che dalla 
parte di Castel S. Pietro, i romagnoli stanno oltre il Sillaro: 
che essi tengono Conselice, Lavezzòla, ma non Argenta dalla 
parte dell'Adriatico Si ha un bel dire che Imola appartiene 
alla provincia di Bologna, che Lugo appartenne per secoli a 
quella di Ferrara, che Argenta e perfino Marmoria furono 
e sono della diocesi di Ravenna, che Massi Lombarda sem- 
brerebbe, pel suo sto'^so nome, esclusi dalla Romagna; ma 
il volgo seguitò sempre a credere che gli argentani siano 
ferraresi e non romagnoli . che i bolognesi abitino Castel 
S. Pietro ; come i romagnoli Imola e Massa ecc. 

La facilità e sicurezza di queste distinzioni nella voce del 
popolo, è certamente dovuta alle diversità etnologiche delle 
popolazioni 

Ma ciò non toglie che il nome di Romagna possa aver 
valicato e valichi quei confini. Mi basti ricordare eh* io parlo 
oggi alla R. Deputazione di Storia patria per le provincie di 
Romagna con sede in Bologna. 

Fra le diversità etnologiche, la prima e più considerevole 
è quella dei dialetti, ed io comincierò dal far osservare che 



2 K. DBPUTAZIONK 1>I 8TOKIA PATRIA 1*EK LA ROMAGNA. 

uniformità di razza non potrebbe dirsi fra bolognesi e roma- 
gnoli per la somiglianza decloro dialetti. 

Chi partendo da Modena e percorrendo la via Emilia, va 
verso r Inoiolese, ode tre lingue vernacole succedersi nella 
bocca del popolo modenese, bolognese, e poi romagnolo, ma 
non potrà dire che il primo differisca dal secondo, più che 
il secondo dall* ultimo Anzi, osserva un illustre glottòlogo, 
« il m idenese è più d* o.:ni altro affine al bolognese, di modo 
» che si può riguardare come un suo prossimo suddialetto. 
» Esso partecipa di presso che tutte le proprietà del holo- 
» gnese, e la principale sua dissonanza consiste nella prò- 
» nuncia, della quale torna assai malagevole il descrivere la 

> varia gradazion»*, cui solo può distintamente discernere un 

> orecchio abituato ai suoni «ielTuno e delTaltro dialetto » ('). 

Tanta affinità non appare fra il dialetto bolognese e quelli 
delle diverse città della Romagna propriamente detta, di cui 
il faentino, è considerato dai glottologi come il tipo più 
schietto. 

E il dott. Adolfo Mussafia (*;, un erudito straniero, che 
presentò nel 1871 alla Imperiale Accademia delle Scienze di 
Vienna uno studio sul dialetto romagnolo, non mostra di 
comprendere in esso il parlare dei bolognesi, ma cita solo il 
grande Vocabolario faentino del Morri, lodandone la ricchezza 
e la precisione. 

Per simile maniera anche Dante nel suo De vulgari elo- 
quio (^) tratta al capitolo XIV del dialetto dei romagnoli (De 

(}) BioNDELLi B. : Saggio di dialetti gallo -italici. - Milano, 1853, 
(p. 202). 

(*) Mussafia Dott. Adolfo : Darstellung der romagnolischen Mund- 
art (Memoria pubblicata nei « Sitzungbericlite der pbilosophisch-historìschen 
Classe der Kaiserlicheo Akademie der Wisseoschaften », Band LXVII, ~ 
Jahrgan^ 1871, Heft I-III, Wibn 1871). 

Il dalmata Mussafia era nato a Spalato nel 1835. Insegnò filologia ro- 
manza prima a Vienna, ove fu anche Consigliere di Corte e Senatore dell* im- 
pero austriaco: poi a Firenze, ove morì li 7 giugno 1905. 

(*) Vedi: Le opere latine di Dante Allighieri reintegrate nel testo 
con nuovi documenti da G. B. Giuliani (Firenze, Le Monnier, 1878, 
Voi. I). 



DBI CONFINI NATURALI E POLITICI DELLA ROMAGNA. 3 

Idiomaie Romandiolorum) ^ ma certo i bolognesi non sono fra 
questi, mentre egli poi dedica V intero capitolo susseguente 
al loro singolarissimo linguaggio (Facii magnam discussio- 
nem de idiomate bononiensi). 

Del resto anche noi bolognesi ereditammo un dialetto 
gallo-italico, ed è evidente che la vicinanza ai confini non 
può non formare, tanto nei vocaboli, quanto nella struttura 
grammaticale, qualche comunanza o somiglianza nel modo di 
parlare delle due popolazioni. 

Ciò non di meno sarà sempre originalissimo nel bolognese, 
oltre alla totale esclusione di quei monotonghi francesi (eu^ 
(mi, u) si comuni presso i lombardi ed i parmigiani, l'uso 
dei dittonghi teutonici (ai^ ei, au) che pochissimo altrove 
risuonano 

Di£ferenze anche maggiori corrono fra il ferrarese ed il 
romagnolo, cosicché il citato Biondelli, avendo distinti i dia- 
letti gallo-italici in tre grandi classi, cioè lombardi, emiliani 
e pedemontani, dovette staccare il ferrarese dal gruppo degli 
emiliani e ascriverlo fra i lombardi. 

Ma torniamo al confine etnografico segnato o non segnato 
dal Sii laro. 

Se qualche luce alla nostra questione è data dagli studi 
glottologici, qualche altra ne dovranno portare gli antropo- 
logici. 

Ma qui, per la manifesta difficoltà di tali osservazioni, che 
dovrebbero farsi in gran numero ed accuratissime: per la 
poca fede che confesso di aver sempre avuto nelle stati- 
stiche, non avrei certo osato di fermarmi in siffatto argo- 
mento, se non avessi avvertito, che una propizia occasione 
per raccogliere numerosissimi e certi dati antropologici e per 
farne esatto confronto, offrono le coscrizioni militari, colla 
facilità di avere ne' soldati un numero grandissimo di soggetti 
e tutti presso a poco della stessa età. 

È noto che fra le indicazioni personali della prima visita 
ai coscritti non si ommette di registrare per ciascuno di essi, 
oltre alla statura ed al colore dei capelli e degli occhi, la 
misura dei diametri del capo. À cominciare però dalla classe 



4 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

del 1879, essendosi avuto lo speciale proposito di servire 
alla antropologia del Regno, si raccolse nel periodo di un 
quinquennio un 300 mila documenti da depositare negli 
archivi delTIspettoi^ato di sanità militare. 

Ma in quella immensa congerie di dati e di numeri occor- 
reva che una mente ordinatrice sapesse addentrarsi, racco- 
gliere, disporre con sano criterio e trarne ragionevoli con- 
seguenze Tanto fu reso possibile) per le infaticabili cure del 
benemerito dott. Ridolfo Livi tenente colonnello medico cui dal 
Ministero della Guerra affidavasi il lavoro detto di spoglio. Egli 
ne rese poi conto con un libro veramente scientifico (*), cor- 
redato di bellissime tavole dimostrative per la distribuzione 
geografica dei diversi tipi antropologici nelle diverse regioni. 
Una di queste tavole ha fermato più delle altre la mia 
attenzione, ed è quella dell'indica c^/a/tVo misurato in 294271 
coscritti. 

Questo indice c^/a/ico, considerato dagli antropologi come 
uno de* più importanti indizi di diversità nelle razze, consiste 
nel rapporto geometrico Ira lunghezza e larghezza del cranio 
e sta ad indicare a quante centesime parti del diametro di 
lunghezza corrisponda il diametro di larghezza, cosicché, 
quanto più il cranio umano si avvicina alla forma sferica, 
tanto più Vindice cefalico sì avvicina a 100, e tanto appare 
stretto ed attenuato quanto l'indice diminuisce. L'uomo nel 
primo caso dicesi brachicefalo, nel secondo dolicocefalo. 

Or bene: che nelle provincie settentrionali prevalgano le 
teste brachicefalo, nelle meridionali le dolicocefale è provato 
da queste statistiche militari. Ma il sullodato capitano Livi 
colla tavola III del suo Atlante (*), fa vedere per ogni regione 

{}) Livi cap. Ridolfo: Antropometria militare. - Risultati ottenuti 
dallo spoglio dei fogli sanitari dei militari delle Classi 1859-63 eseguito 
dall' Ispettorato di sanità militare per ordine del Ministero della Guerra* 
Incaricato della direzione dei lavori Dott. Ridolfo Livi, capitano medico. - 
Parte 1: Dati antropologici ed etnologici, Roma 1896. Presso il « Giornale 
medico del R. Esercito ». 

{*) Atlante della Geografia antropologica d'Italia (annesso all'opera 
succitata). Appartiene alla Tav. Ili* di questo atlante l'estratto zinco-tipico 
che per gentile consenso del Livi si è potuto qui riprodurre. 



DEI CONFIM NATLRA1.I B POLITICI DELLA KOMAGKA. f> 

il variare e le frequenti irregolarità di tale geografica distribu- 
ziooe di teste, dividendo perciò l'Italia in 16 compartimenti, 
fra i quali è assegnato all'Emilia un indice cefalico di 85 2. 










B da una semplice ispezione di questa tavola corre subito 
all'occhio, appunto nella regione vmìlìana, la improvvisa 
vaiiazione che segna come il confine naturale fra la Romagna 
propriamente detta ed il Bolognese lungo la linea del Sil- 
laro, trovandusi nei romagnoli un indice ben più brachicefalo, 
cosicché dai bolognesi, Jl cui indice cefalico supera di poco 



6 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA 

1*85, si passa agli iroolesi ed ai faentini, il cui indice medio 
non è minore di 86. Meglio può ciò vedersi dal parziale 
estratto di detta tavola che abbiamo qui presentato. 

Non voglio dire con questo (si noti) che la Romagna si 
distingua per una popolazione di brachicefali, ma solo che il 
Sillaro. per quanto vogliasi di dubbia importanza come con- 
fine politico, ci segna un improvviso passaggio da razza a razza 
come confine etnologico. 

Quale sia poi stata la lontana origine di si manifesta 
diversità di razza in luoghi cosi vicini, non può comprendersi 
se non ricorrendo alla storia delle immigrazioni ed invasioni 
de' popoli primitivi, e questa, per quanto deficiente e confusa, 
permette diverse ipotesi, che gli scienziati, e lo stesso Livi, 
esaminano, tentando di applicarle alla spiegazione dei fenomeni 
antropologici. 

Non entreremo noi ora in queste erudite disquisizioni, 
bastandoci di aver fatto osservare, che pei moderni studi 
antropologici, 1.^ non può congetturarsi dalla somiglianza dei 
dialetti una uniformità di razza dei bolognesi e tanto meno 
dei ferraresi coi romagnoli ; 2.** un vero confine etnografico 
e naturale lungo la linea del Sillaro è segnato dall'indice 
cefalico degli abitanti: confine che fu sempre popolarmente 
accertato. 



II. 



Passiamo a vedere se e come alla diversità delle razze, 
corrisponda la diversità dei nomi nelle popolazioni e nei 
luoghi, e cerchiamo innanzi tutto le origini del nome Romania 
o Romandiola, attribuito nel IX secolo a questa regione. Sarà 
una mossa iniziale troppo necessaria al nostro argomento. 

Foco prima di quell'epoca l'Italia era stata per ben due 
secoli contrastata e divisa fra due p«)poli di razze diversis- 
sime Da (ina parte, i sudditi del romano itnpero, governati 
da un esarca in Ravenna, dall'altra i Longobardi, geme ger- 
manica, già venuta col re Alboino, che conquistando molte 
città avcan posto sede in Pavia Gli abitatori delle città e 



DBl CONFINI NATURALI B POLITICI DELLA ROMAGNA. 7 

delle terre non conquistate erano sempre detti romani, non 
solo dagli imperatori e dai papi, ma anche dai Longobardi, e 
cosi li chiama lo stesso Paolo Diacono: « Erat autem his 
diebus adbuc discordia Longobardis cum Romanis » (IV. 23). 

Portiamoci ora all'anno 750 dell'era volgare. Il nuovo 
re de' Longobardi Astolfo sta per muovere alla conquista 
delle sempre agognate provincie dell'esarcato, e pubblica il 
prologo delle sue leggi, dichiarando che per divina disposi- 
zione il popolo romano è cosa sua: < traditum nobisa Domino 
populum romanorum » ('). 

Egli partiva per la sua impresa guerresca da Bologna già 
conquistata 23 anni prima dal re L^utprando e quindi città 
longobarda a quei tempi, come prova la celebre iscrizione 
del catino detto di Pilato, nell'atrio della basilica di Santo 
Stefano (*). 

L* illustre storico Carlo Trova, che inserì questa iscrizione 
nel suo prezioso Codice diplomatico longobardo, va osser- 
vando, e più volte il ripete ('), che «^ i romani conquistati da 
* precedenti re longobardi a\ean perduto il nome di romani, 

> cosi nelle leggi, comu» nella storia, e che quei \inti si 
» chiamavano ed erano divenuti longobardi soggetti al rex 
» gentis longobardorum al pari de' \incitori sarmati, bul- 
» gari, goti, e d'ogni simile razza venuta con Alboino re o 

> sopraggiunta dopo di esso in Italia », mentre i ravennati 
avevano sempre ben mantenuta la loro scliietta romanità, non 
interrotta che fugacemente dalle conquisto di Liutprando e 
di Astolfo. 

Quella di Astolfo era riuscita bensì definitiva, per avere 
colla cacciata dell'ultimo esarca dato fine alla potenza del- 

(>) Trova: Storia d'Italia, Voi. IV, parte IV. Codice diplomatico lon- 
gobardo, T. IV, p. 357. ' ' 

(*) Intorno a questo vaso ed alla sua famosa iscrixione non ho che a 
rimandare il lettore alla dotta memoria che il prof. Alberto Trau7.zi, socio 
di questa Deputazione, inserì nel Voi. XVIII degli Atti e Memorie (p. 229), 
trovandovisi una estesa ed esatta nota bibliograflca (p. 230) di quanti ar- 
cheologi, storiografi ed eruditi ne scrissero e la illustrarono. 

(') Trova: ibid, « Qui torna T osservazione fatta da me tante volte ecc. ». 



8 R. DEPUTAZIONE Di STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

l'impero in latta 1* Italia settentrionale, ma ne fu interrotto 
il trionfo per la calata di re Pipino, e più tardi di Carlo 
Magno che affatto distrusse il regno de' Longobardi. 

Cosi la separazione de' due dominii scomparve, ma non 
potei ono esser tolti i nomi delle due regioni che continua- 
rono a chiamarsi l'una de' longobardi, l'altra de' romani. 

Di qui il passo era breve, perchè la prima prendesse il 
nome di Longobardia, la seconda di Romania o di Ro- 
mandiola 

Il Muratori ha pubblicato un importantissimo documento, 
certo de' più antichi fra quelli che dopo la scomparsa degli 
esarchi da Ravenna e de' re longobardi da Pavia portano 
ben distinti i nomi di Roìnandiola e di Longobardia. È l'atto 
di un privilegio che lo stesso Carlo Magno nel terzo anno 
del suo impero concedi* al veneto patriarca Fortunato, acco- 
gliendo sotto la sua sovrana protezione lui e tutti i servi e 
coloni delle sue terre in Istria, Romagna e Lombardia ('). 

€ Ecco », aggiunge l'illustre storiografo all'anno 803 dei 
suoi Annali d* Italia. « ecco come quella parte dell'Emilia e 
» Flaminia, che formava l'Esarcato di Ravenna, cominciò ad 
» appellarsi Romandiola ». 

Cosi i nomi di Lombardia e Romagna ebbero una simul- 
tanea origine nelle terre e città conquistate o non conqui- 
state dai longobardi, e ciò sembrami indubitato, ma non tanto 
chiaro a tracciarsi dovette essere il preciso confine fra le 
due regioni. 

I bolognesi, p es , già fatti longobardi da Liutprando, non 
erano di quel popolo romano^ che Astolfo nel 750 dichia- 
rava, come ho detto, appartenergli per divina disposizione, 
quando, movendo da Bologna, apparecchiavasi a conquistarlo: 
essi ne aveano già perduto il nome, sebbene per tanto tempo 
fossero stati soggetti all'esarcato. Quindi all'epoca degli ultimi 
rivolgimenti può dubitarsi se questa città rimanesse compresa 
dentro i confini di quella nuova regione, cui appi icossi a poco 



(*) .Rerum Itaiicarum Scriptores, T. XII. - Andrea. Danduu, vene- 
torum aucis Chronicoìì, 154 A. 



DEI CONFINI NATURALI E POLITICI DELLA ROMAGNA. 9 

a poco il titolo di Roìnandiola o Romagna, E crescerà il 
dubbio se si consideri che gii ultimi re longobardi sembra- 
rono ostinarsi ad averla come una loro città, perchè essa, 
conquistata, il ripeto, da Liutprando e non da Astolfo, non 
era punto compresa nella prima donazione di Pipino al pon- 
tefice : solo più tardi, quando re Desiderio fu costretto a una 
più completa restituzione, giurò di consognare Faenza, Imola, 
Ferrara, Ancona ed Urbino, e finalmente dovette promettere 
di dare anche Bologna (*). 

Ultima consegna, che manifestamente fu fatta di malissima 
voglia. Bologna era troppo sui confini fra l'esarcato ed il 
regno. 

Si noti però, che rimaneva affatto escluso da quella dona- 
zione il ducato di Persiceto (*), né mai fu ripreso dai bizan- 
tini o ridonato ai pontefici Or bene, sui confini di questo 
ducato, indubbiamente longobardo, regna è vero anche oggi 
una grande oscurità, mi si sa con certezza che esso forma- 
vasi di terre per la maggior parte bolognesi e comprendendo 
pianure di qua dal Panaro, arrivava sin quasi alle mura della 

{}) Quando Desiderio fti ordinato re de* Longobardi « sub iurejurando 
> poUicitus est restituendi boato Petro cìvitates reliquaH: Faventia, Imulas et 
» Ferrarla cuin eorum flnibus; siinul etiam et saliora et omnia territoria 
» nec non et Auxinum, Ancona et Bumana civitates cum eorum territoriis 
» et postmodum per Qarimundum ducem et Orimaldum nobis reddendum 
» spopondit civitatem Bononiam cum flnibus suis ». Così il Codice Caro- 
lino, ep. II, p. 506 in Monument. Germ. 

Vedi Gaudbnzi: Il Monastero di Nonnntola^ ecc , nel e Bullettino del- 
ristituto storico italiano », N. 22, p. 119. 

(') Dagli importanUssimi documenti che raccolse il nostro benemerito 
annalista Sa violi in appendice al suo primo libro (Voi. I, parte II) appare la 
non dubbia esistenza del Ducato di Persiceta, chiarito oggi per nuove inda- 
gini dal dotto prof. Qaudenzi (Vedi la sua già citata memoria sul Mona^ 
stero di Nonaniola^ ecc.). Quel ducato era diviso (forse dalla via Emilia) nel 
pago di Persiceta propriamente detto cui apparteneva Nonantola, e del pago 
di Montèveglio: ricordati il primo nei documenti VI e XXIV, il secondo nel 
documento VI del Savioi.i. Col documento IX Orso Duca di Persiceta figlio 
del Duca Giovanni conferma per testamento una dona/Jone al Monastero No- 
Rantolano (30 settembre del 789). Di S. Giovanni in Persiceto è fatta men- 
zione solo qualche secolo più tardi col doc. CXI (pag. 175). 




10 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAONA. 

nostra città, la quale, anzi, potea dirsene come circondata, 
perchè non solo Monteveglio, ma Argelato, Medicina, Rof- 
feno, Labante erano (benché sparse) di qael ducato e perciò 
longobarde ('). 

Tutto ciò ben dimostra come nella prima circoscrizione 
della Romagna mal potesse comprendersi la città di Bologna, 
che d'altra parte non avrebbe potuto dirsi schiettamente 
lombarda. 

La Romandiola di cui è fatta menzione nel dianzi citato 
Privilegio di Carlo Magno, dovette corrispondere presso a 
poco, come il Muratori ritenne, alla odierna Romagna, e ciò 
sembrami abbastanza chiaramente indicato dal contesto del 
documento. 

È però da notarsi che la parola Romania non era nuova 
a quei tempi, e dal secolo V almeno trovasi dato questo 
nome a tutto l'impero romano (*). Poi chiamossi Romania 
anche il solo ducato romano colle sue appendici. Ciò mostrano 
la legge di Pipino del 781 ed altri testi di quel secolo. 

Ma colla parola Romaniola, o Romandiola, si volle forse 
significare una specie di piccola Romagna (come con Ferra- 
riola la piccola Ferrara), mentre il ducato romano chiamavasi 
la grande Romania (^). In fine il significato della parola asso- 
lutamente presa non andò pù oltre della provincia imme- 
diatamente soggetta all'esarcato e confinante colla Lombardia. 



(^) « È certo che vi fu compreso da principio tatto il Frignano e nna 
» gran parte della pianura tra Bologna e Modena, e precisamente quella che 
» è limitata a settentrione dal Panaro, ad oriente dal Po, a mezzodì prima 
» dal Reno, e poi non sappiamo da qual altro confine naturale per cui esso 
» arrivava quasi alle porte di Bologna ». 

Gaudenzi: /6irf., p. 112. 

(*) Suol citarsi a questo proposito un passo dello storico Paolo Orosio 
vissuto in quel secolo {Historiarum, VII, 43) « ut obliterato romano nomine, 
romanum omne solum Qothorum imperium faceret et vocaret, essetque ut 
vulgariter loquar Gothia, quod Romania fuisset ». 

(*) A. Gaude.nzi : Lo Studio di Bologna ne^pHmi due secoli - Discorso 
inaugurale dell'anno accademico 1900-1901. Vedi nella Appendice o Nota I.*, 
alle pag. 48 e 49. 



I 



DEI CONFINI NATURALI B POLITICI DELLA ROMAGNA. 11 

Questa provincia fu per più secoli signoreggiata dagli arci- 
vescovi di Ravenna, sempre in lotta politica e scismatica coi 
romani pontefici, e Bologna non sembra essersi potuta sot- 
trarre al loro dominio, se non in occasione della trionfale 
calata di Ottone I in Italia, ove fu coronato imperatore 
l'anno 962, perchè allora fu ascritta fra le città dell'Emilia, 
già indipendenti da quel ristretto esarcato, al quale sempre 
più confermava*! il titolo di /?omaf/na propriamente detta ('). 

Bologna emiliana e non romagnola dichiarò solennemente 
il Concilio di Guastalla nel 1106, dove fu stabilito che mai 
più la intera Emilia colle città di Piacenza, Pai-ma, Reggio, 
Modena, Bologna avrebbero obbedito alla metropoli ravennate 
da tanto tempo civilmente e spiritualmente ribelle alla sede 
apostolica ('). 

Ho detto più sopra che Bologna (città di confine) non 
avrebbe potuto dirsi schiettamente lombarda: eppure qualche 
volta fu cosi chiamata e i bolognesi vennero considerati 
lombardi. 

Citerò fin d'ora un codice cassinese ('), che notando 
all'anno 1144 l'assunzione al pontificato di Lucio II, lo dice 
di patria lombardo, perchè nato a Bologna. 

Ma pochi anni più tardi corse un'epoca memoranda e 
gloriosa, in cui veramente a Bologna, non meno che a Fer- 
rara, sembrò convenire il titolo di città lombarda, quando, 
nella lunga lotta dei Comuni italiani col prepotente impero 



(') A. Oauobnzi: Ibidem. 

(') ... € In hoc concilio statutuni est ut Aemilia tota cuin suis urbibus 
id est Placentia, Parma, Regio, Mu tinti, Bononia, numquam alteri us Raven- 
natensi metropoli subjaceret. Haec eniin metropolis per annos jam pene cen- 
tum adversus sedem apostolicam erexerat se, nec solum ejus praedia usur- 
pavit sed ìpsam aliquando Romanam invasi t Ecclesiam Ouibertus ejusdem 
oietropolis incubator » (Mansi: Acta conciliorum, XX, 1209). 

A. Gaudbnzi: Ibidem^ p. 46, 47. 

(') Abbazia di Montecassino, - Ms. 358, fol. 21 verso. E una cronaca 
dei pontefici romani dal principio dei XII secolo scritta da Pietro Diacono. 
Debbo anche la notizia di questa cronaca al suUodato prof. Gaudenzi che la 
vide nella celebre Abbazia. 



12 K. DBFUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

t 

del Barbarossa, furono eDtrambe sollecite ad ascriversi alla 
Lega lombarda. 

E qui osserviamo, anzitutto, che i bolognesi dell' essere 
stati allora più che mai in fratellevole unione colle città 
lombarde serbano oggi ancora un prezioso ricordo nello sto- 
rico avanzo non del tutto scomparso di una di quelle antiche 
so ietà d'armi, che Horirono a quei tempi in Bologna. È la 
celebre Lombardorum societas già fondata, come si crede, 
dalle profughe famìglie lombarde, che scampate alle perse 
cuzioni e stragi dell'esercito imperiale avean trovato nel 1174 
in quel torno un fido asilo fra noi, due soli anni prima 
della vittoria di Legnano (^). 

E quando in processo di tempo crebbe soverchiamente il 
numero di questi fuggitivi, Bologna fu costretta a chiedere 
per sessanta famiglie un asilo anche ai vicini imolesi, che 
loro concessero l'incolto villaggio della Massa di San Paolo, 
poi detto per questo Massa Lombarda {*). 

Torniamo alla celebre Lega. È noto che questa aveva 
avuta la sua prima origine nel febbraio del 1167 dai consoli 

(*) Malvezzi Nerio: Memorie della Compagnia de* Lombardi della 
città di Bologna, (Tipi Fava e Oaragnani, 1880), un voi. in-8 di p. IX, 131. 

Non a torto T illustre autore vi lamentiiva l'indecoroso obblio in cui si 
lascia questo vivente ricordo di una delle più gloriose epoche della Storia 
bolognese. Piaceini riportare le sue parole (p. 11). 

€ Quando nel 1876 si comuiemorò in Bologna con lodevole pensiero un 
» avvenimento tanto memorabile (la vittoria di Legnano) la vecchia Compa- 
» gnia de* Lombardi fu dimenticata e non si ud\ nei facondissimi discorsi 
» allora tenuti il più lieve ricordo di una istituzione che pure è coeva alla 
» battaglia commemorata, che pure è un segno^ per cosi dire, vivo deWan- 
» tica unione delle città lombarde. Si preferì mettere innanzi una lettera 
» apocrifa dei milanesi ai bolognesi, si parlò di quattro giuristi chiamati alla 
» dieta di Roncaglia, delle relazioni tra la Chiesa e V Impero, della prepo- 
» tenza dei grandi e della oppressione della plebe: si dissero cose altamente 
» patriottiche, ma della Società dei Lonibardi non una sola parola. vec- 
» cbia sociotà, perchè tu da sette secoli ti riunisci ad ascoltare una messa 
» ed a pregare pe' tuoi morti ti confusero con una qualunque confraternita 
» e nella precipitosa corsa dietro il genio del progresso non ebbero tempo di 
» guardarU, di riconoscerti, e passarono oltre! » 

(*) Vedi BoNOLi F. Girolamo : Storia di Lupo ed annessi^ L. HI. C. XV, 
p. 439 e seg. 



DEI CONFINI NATURALI B POLITICI DBLLA ROMAGNA. 13 

di quattro città transpadane Bergamo, Brescia, Cremona e 
Mantova: si aggiunsero Milano, Verona. Ferrara e fu giurato 
l'accordo nel chiostro di San Giovanni a Pontida: poi quando 
nello stesso anno stipulavasi quell'accordo (1 Dicembre) erano 
già sedici le città alleate; fra le quali anche Modena, colla 
meno lombarda di tutte le altre: Bologna. 

Ma nessuna delle città della vicina Romagna trovossi com- 
presa in quel numero; i romagnoli erano continuamente tra- 
vagliati da discordie e lotte intestine. I faentini nel susse- 
guente 1168 per debellare i superbi imolesi erano ricorsi a 
Bologna, che essendovisi prestata, trionfalmente impose agli 
uni ed agli altri alcuni patti di comune alleanza, come di 
dover militare sino al Panaro, e talora, se richiesti, cavalieri 
ed arceri sino a Modena : né di far nuove leghe con altri 
da Faenza a Parma. 

Cosi (osserva il Vignati) le città della Lega « s' adopern- 
» vano ciascuna per sé di assicurarsi intorno un buon vici- 
» nato e di guadagnare degli alleati alla Lega. Bologna aveasi 
» amicato Faenza, Imola, S. Casciano, e se le stringeva con 
» trattati di reciproca difesa » ('). 

Ed é a credersi che allora, e non prima, fosse detto non 
solo le città lombarde della marca (di Verona), e del Veneto, 
ma anche della Romagna, appartenere alla Lega. 

Appare infatti fra i diplomi che il Vignati ha raccolto 
nella sua Storia Diplomatica della Lega lombarda, per la prima 
volta questo nome < Romania » in un giuramento delli 24 
ottobre 1169 « lusjurandum civitatura scilicet lombardie et 
» marchio et venetie, atque romanie » (*) 

Ma la Romagna, sempre incostante nella sua fede politica, 
fini per darsi nuovamente al potentissimo imperatore. Ed 
allorché Cristiano, il belligero arcivescovo magontino (*), fla- 



(*) Vignati: Storia diplomatica della Lega Lombarda (Milano, 1866), 
p. 186 e E6g, 

(«) Ibidem^ p. 188. 

(') Cristiantis Dei gratin maguntine sedis Archiepiscopus, Germanie 
Arehi-cancellariuSn et sacri Tmperii in Italia Legatus. 



14 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PUR LA ROMAGNA. 

gello dei bolognesi, volle alcuni anni dopo (1175) espugnare 
la rocca di S. Casciano, i suoi teutonici assalitori erano rin- 
forzati da faentini, imolesi, forlivesi, cesenati ed altri roma- 
gnoli, mentre i cavalieri bolognesi, in numero di 300, la 
difendevano: arrivò poi da Bologna tutto T esercito, cosicché 
gli assediati poterono finalmente mettersi in salvo dopo avere 
incendiata la rocca ('). 

Bologna era dungue piucchè mai lombarda a quei tempi; 
ed il feroce Cristiano che ebbe a lodare i preziosi servigi a lui 
resi dalla fedelissima Imola quando era entrato (dice egli 
stesso) in Romagna C), non avrebbe pututo dir questo della 
nemica Bologna, nel cui territorio era entrato barbaricamente 
in gualdana. 

Che la Romagna cominciasse allora dal Sillaro, confine in 
quella parte della Lombardia, non mancano altre prove dirette, 
e piacemi di qui citare un documento, che mi fu graziosa- 
mente indicato a tal fine dal più volte citato prof. Augusto 
Gaudenzi. 

In una cronaca dell'antico cenobio di Evesham, già pub- 
blicata nei Rerum Anglicarum scinptoribus, è fatta memoria 
sotto l'anno 1205 di una grossa lite che dovè sostenersi 
davanti al pontefice, per la quale furono scelti quattro avvo- 
cati per parte, e il monaco priore (Tommaso di Marlborough) 
vi si vanta di aver prevenuto l'avversario in questa ricerca 
dei difensori, fermando da tutte le parti del mondo i migliori. 

Nomina fra questi un Bertrando di Pavia chiamato, il 
padrone delle leggi, assicurando che in tutta Lombardia non 
aveva chi il superasse, eccetto Azzone, il sommo giurecon- 
sulto dello Studio di Bologna ('). 

(*) Savioli: Annaii bolognesi, T. II, parte I, anno 1175, p. 46. 

(*) Savioli; Op cit.^ T. II, parte II, Doc. 219, pag. 49. 

(') Vedi i Monumenta Germaniae historica — Scriptorum, T. XXVII, p. 422 
Ex Reì'um anglicarum scriptoribus saecuU XII, et XIU, N. XXII. 

Il cenobio di Evesham era presso la città di Worcester. 

Quanto ad Azze o Azzone può ritenersi che oltre ad essere bolognese di 
patria, tenesse scuola e vivesse sempre in Bologna, come mostrano i docu- 
menti prodotti dal padre Sarti {De Claris ecc., pag. 91 e aeg.). 



DRI CONFINI NATURALI B POLITICI DELLA ROMAGNA. 15 

Per lui dunque erano, tanto Pavia quanto Bologna, com- 
prese nella Lombardia. 

Finalmente sul confine della Romagna, ma non in Roma- 
gna, trovasi collocata la nostra città da un documento apo- 
crifo, ma che si sa con certezza essere stato scritto nel XIII 
secolo: il falso privilegio teodosiano in faNore dello Studio 
di Bologna ('). 

In esso è detto che Bologna siede sul punto di interse- 
cazione delle linee di confine di quattro provinole; Liguria, 
Marca di Verona, Toscana e Romagna (in quadrivio quaiuor 
provinciarum, scilicet Ligurie, Marchie veronensis, Roma- 
niole, ThuscieJ, 

III. 

A torto certi scrittori ritennero derivato il nome di Ro- 
magna air Italia superiore dalla donazione che i re Franchi 
fecero di quei luoghi ai romani pontefici, piuttostochè dal- 
l'antica dominazione in quel luoghi del romano impero, come 
abbiam veduto assai verosimile. Sembrava non di meno un po' 
convalidata la loro opinione dal fatto che anche i contorni di 
Roma furono chiamati, /Romania trovandosi fin dalI'VIII secolo, 
come abbiam detto, dato quel nome al ducato romano. 

Accusano anzi il Muratori dell' equivoco di aver talora 
scambiato l' una coli' altra Romagna (') Egli stesso però 
riferisce ne' suoi Annali di un congresso tenutosi l'anno 1172 
dall'arcivescovo Cristiano surricordato coi marchesi, conti, 
c.»pitani, consoli di diverse parti, e della Romagna superiore 
e inferiore ('). 

Ciò premesso, è spontaneo il credere che non dovette pia- 
cere ai pontefici di veder escluse da quella regione le due 
città di Bologna e Ferrara, sulle quali fin dall' Vili secolo 

0) U documento trovasi riportato anche dal Saviom: Ann. boi., T. IH, 
parte II, p. 489, N. 2 delle carte commentizie. 

(*) Oarampi: Memorie della B. Chiara di Rimini - Vedi Indice, 
p. 149 e 150. 

(3) Annali Ital.^ Anno 1172. 



16 K. DEPUTAZIONE DI STORIA PATKIA PER LA ROMAGNA. 

dovette estendersi la loro giurisdizione, e poiché il nome di 
Romai^'na sembrò significare i possedimenti di Roma. 

Ma per avere la stessa sovranità non è necessario' ebe i 
paesi abbiano un nome comune : cosa che i pontefici stessi 
mostrarono di ben comprendere. 

E qui trova luogo un documento di sonima importanza per 
la nostra questione. Trattasi di un papa del XIII secolo che 
chiama lombarda la città di Bologna. Ecco come. Nel territorio 
bolognese i castelli di Argellato e di Medicina, che già vedemmo 
appartenenti al ducato di Persiceto, erano poi passati con 
questo nel patrimonio matildico, e finalmente per la donazione 
della Conti>ssa, alla sovranità pontificia 

Ora accadde che i bolognesi occuparono quei castelli, e 
già li tenevano da dieci anni nel 1262 sei za avete mai pre- 
sentato neppure un cànone di riconoscimento alla Chiesa. Fu 
dunque spedita una bolla di papa Urbano IV per richiamarli 
al dovere sotto la data delli 12 luglio; è que.vta diretta al 
podestà, al capitano, al consiglio del popolo bolognese: con- 
tiene ammunizio: i paterne e dolci rimproveri: esordisce con 
queste parole: « Bologni fra le altre città di Lombaidia fu 
> ab antiquo^ e con certezza il sappiamo, sempre devota al 
» romano pontefice ecc. ». (*) 

Sedei anni più tardi l'intero Comune di Bologna essendosi 
rivolto a Nicolò III per invocarne il piotettorato, e dopo 
concluso a Viterbo il noto accordo delli 23 Luglio 1278 fu 
qui mandato un nipote di quel papa: il nobile cittadino romano 
Bertoldo Orsini (de fìliis UrsiJ con titolo di Rettore anche 
della Romagna. 

Aprivasi in lui una nuova serie di magistrati o messi 
pontificii, pei quali il semplice titolo di Rettori della Romagna 
non sembrò suflScienti'; si sarebbe potuto credere che Bologna 
e Bertinoro non fossero soggette a quel rettorato. Non entrerò 
ora nelle ragioni storiche della antichissima contea di Berti- 

m Inter civitates alias Lombardie bononiensis civitas ab antiquis 
fuit temporibus^ prò certo didicimus^ Ecclesie Romane devota, 

Theiner: Codex diplomaticus^ T. I, p. 143, Docuro. CCLXVIII delli 9 
uglio 12612. 



DBl CONFINI NATURALI B POLITICI DBLLA ROMAGNA. 17 

Doro, ma quanto a Bologna dubitavano certamente i pouiefìci 
che alla Komagna avesse appartenuto giammai. 

E di ciò fanno fede i numerosi editi pontifici concernenti 
le cose delia nostra città (pubblicati dal Tbeiner nel suo 
ricchissimo Codice diplomatico (^)) diretti al Rettore non della 
sola Romagna, ma al totius provincie Romaniole, civitatis 
Bononie, comitatus BreUinori, et pertineniiarum eorumdem 
Rectori ('). 

Rimase questa iìn verso il 1300 la formola titolare che 
attribuivasi al rettorato o vicariato della Romagna. 

Ma siamo ai tempi dell' Àllighieri e tutti ricordano come 
nel secondo girone del suo purgatorio il conte Guido del 
Duca, lamentando i costumi della degenerata Romagna, espres- 
samente vi comprendesse Bologna ('^). 

Questo passo del divino poema è stato sempre l'Achille 
deirli argomenti di quanti armeggiarono per mettere i bolo- 
gnesi in Romagna (*). E veramente quei versi danteschi fanno 
ariivare alla nostra città il paese ripieno di venenosi sterpi 

Fra il Po, e il monte, e la marina e il Reno. 

<*) Codex Diplomaticus domimi temporalis S. Sedis. - Recueil de Docu- 
meiìts pour servir a Vhistoirti des ètats du Saint Siège extrails des archives 
du Vatiean par Augustin Thbinbr prétre de V oratoire^ prefet des archives 
secrètes du Vatiean etc. eie. - Rome, Irapriinerie du Vatiean, 1861. 

(*) Vedi nel Thbinbr i brevi pontiAci di quel tempo principalmente dal- 
ranno 1279 al 1290. 

(*) La Commedia di Dante àllighibri, Purgatorio XIV. 

{*) Il più agguerrito fra tutti costoro fu il cesenate Antonio Vbsi. Egli 
chiudeva con quel passo di Dante un suo lungo Ragionamento intorno ai 
veri confini della Romagna (Faenza, Montanari e Marabini 1841), citandolo 
come la sicura opinione del più alto spirito delle passate e delle presenti 
età^ e formandone una specie di perora/Jone. Ma lo stile rettorico e senten- 
zioso, la forma dommatica del suo dire, e |a millantata sovrabbondanza di 
prove irrefragabili mal dispongono a credergli T animo del discreto lettore. 
Qualche anno più tardi fu tentata dallo stesso autore una Storia di Roma- 
gna (Bologna, Tip. delle Muse, 1845), ma ne rimase incompleta la pubblica- 
zione. In principio di essa ha una lunga nota sui confini della Romagna e 
vi cita il suo Ragionamento che avrebbe, a quanto dice, convinti amplissimi 
personaggi e fra questi anche il sommo archeologo Bartolomeo Borghese. Mi 
sia lecito dubitarne. 

2 



18 K. DEPCTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LJk ROMAGNA. 

Che questi quattro confini compreudano esattamente l'in- 
tera Romagna, e noll'aitro che la Romagna, non saprei cre- 
derlo. Limitandola, p. e., strettamente dal monte al mare, 
potrebbe escludersene tutti la parte montuosa da Montefeltro 
a Castel del Rio: limitandola al Po (cioè alPantico Po di 
Primaro) lasciavasi fuori (e giustamente) Ferrara col ferrarese : 
limitandola al Reno cbiudevasi nella Romagna una metà del 
terntorio bolognese. 

Tuttavia ciò che segue nel testo non può lasciar dubbio. 
Pel conte Guido i bolognesi non erano se non romagnoli. 

Ma i sostenitori di questa opinione dantesca, fermandosi a 
ponderare le parole di Guido del Duca sogliono poi dimenticare 
ciò che Dante stesso ha detto nel XXVI canto dell' Inferno 
per rispondere a chi gli chiedeva se i romagnoli avessero 
pace guerra in quegli anni : 

Ed io che avea già pronta la risposta 
Senza indagio a parlare incominciai. 

Noi fa dire a chicchessia : ma comincia egli stesso quella 
si nota e pur sempre magnifica rassegna delle città romagnole, 
esponendone con poetica precisione la condizione politica. 

Ravenna sta com* è stata molt' anni 

e succedono Cervia. Forlì, Rimini, Faenza, Imola, Cesena: 
tutte insomma le principali città di Romagna. E se avesse 
creduto appartenervi Bologna perchè ne avi ebbe taciuto? 

Né si dica col Pasolini (') che Ih Romagna di cui Dante 
qui restringe i confini è la Romagna dei tiranni. Eragli 
stata chiesta notizia lii tutti i Romagnoli : « Dimmi se i Roma- 
gnoli han pace o guerra » e non v' era ragione di rispondere 
solo in parte. Parlò qui dunque colla esattezza propria del 
suo nobilissimo ingegno, mentre più avanti lasciò parlare 
Guido del Duca con quel po' di confusione che ho detto aver 



(^ V. Pasolini Pier Desiderio: / tiranni di Romagna e % Papi nel 
medio evo (Imola, Oaleatì, 1888, pag. 3). 



DBI CONFINI NATURALI B POLITICI DELLA ROMAGNA. 19 

sempre regnato in sififatta questione, la quale non fu risolta 
allora né doveva ben esserlo poi. 

E se nel libro De vulgari eloquio lo stesso Allighieri, 
mentre colloca in Lombardia i ferraresi come i piacentini ('), 
non mostra con altrettanta chiarezza a quale appartenga Bo- 
logna delle 14 regioni in cui divide l'Italia metà a destra, 
metà a sinistra deirappennino, certo è però che egli ben 
distingue il dialetto romagnolo, come ho già accennato di 
sopra (^), dal bolognese, pel quale ha riservato una gran 
discussione nel XV capitolo (^), e siccome va facendo una 
ordinata rassegna delle quattordici regioni, dopo aver parlato 
della Romagna, passa alla nostra Bologna, e comincia dal dire: 
< Ora ci sforzeremo di cercare quello che della italica selva 
> ci resta > mentre avrebbe potuto dire quello che della Ro- 
magna ci resta. 

Come potrà dunque credersi che Dante confondesse i bolo- 
gnesi coi romagnoli? 

Qual fosse la dominante opinione in quei tempi sui confini 
della Romagna è anche ben confermato da un documento di 
raro pregio, della cui esistenza nel nostro Archivio di Stato 
fai avvertito dal cortesissimo presidente di questa Deputazione, 
prof. Falletti ('). 

Fioriva nello studio di Bologna un maestro Bartolomeo da 
Varignana (^), illustre medico ed anatomico, che ebbe però 



(*) Id Tuscia Senenses et Aretini; in Lombardia Ferrarienses et Pia- 
centini, - De Vulgari eloquentia^ Ub. I, Gap. X, (Vedi Le opere latine di 
Danti Allighibri integrate nel testo con nuovi commenti da O. B. Giu- 
liani (Firenze, Le Monaier, 1878, Voi. I). 

(*) Opera cit,^ Gap. XIV, De Idiomate Romandiolorum^ ecc. 

(*) Ibid,^ Gap. XV, Facit magnam discussionem de idiomate bononiensi. 
Illudautem quod de Italica sylva remanet percunctari conemur expedientes. 

{*) Vedi allegato alla presente memoria il Documento che pubblichiamo 
nella ina integrità, benché vi si trovi grande abbondanza di ripetizioni e 
conferme della stessa cosa. Giò suol sempre avvenire nelle istruttorie giudi- 
ziali che richiedono moltiplicitd di testimonianze. 

(^ Il Da Varignana figlio e padre di medici segnalati in Bologna, fu 
senza dubbio fra i più celebri del suo tempo neir esercizio della medicina. 
Non altrettanto doveva essergli propizia la vita politica, quando fu eletto an- 



/ 



20 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PRR LA ROMAGNA. 

una vita alquanto agitata e raminga dopo che del 1306 eragli 
stato intimato io sfratto dalla città, o più precisamente ciò 
che esprime il latinismo oggi in uso di domicilio coatto, per- 
chè io avevano confinato a cento miglia da Bologna verso 
la Romagna. • 

Egli su ne andò a Venezia. 

Aveva con ciò soddisfatto alla intimazione avuta? Pare lo 
pretendesse, perchè fu tosto inquisito con processo criminale, 
di cui non si è trovato che l'interrogatorio di 28 testimoni 
prodotti, per sapere se Venezia era verso la Romagna : versus 
partes Romandiole. 

La mancanza di carte geografiche rendeva la quistione un 
po' oscura a quei tempi, e i testimoni non furono concordi 
nelle loro depos'zioni, prendendo talor;i abbaglio nel ritenere 
che t.intj la strada di Venezia quanto quella di Ra\enna fosse 
verso levante, senza abbastanza distinguere la direzione est 
delia seconda dalla nord est della prima. 

In molle di queste testimonianze, e principalmente in quelle 
del primo giorno (Vedi la 1*. 7.^ 8.*, 9% 10.% spiegandosi 
che cosa significhi andare verso la Romagna, è detto che 
comunemente si intende uscir dai confini del nostro contado 
ed entrare in quella provincia. Ciò ripeterono presso a poco 
i ttsti delli 23 e 24 Maggio. 



ziano, perchè avendo la parte guelfa nel 1306 acquistato il predominio sulla 
città, pensò a vendicarsi de* suoi rivali con numerose proscrizioni, e vuoisi per 
istigazione di Romeo Pepoli che già ambiva di grandeggiare. Come pochi anni 
prima Dante da Firenze, il Varignana fu cacciato da Bologna, accusati en- 
trambi di parteggiare per una fazione, che a Firenze chiamavasi de* Bianchì^ 
e qui de* Lambertazzi. 

Anche 1* illustre profugo bolognese non doveva più ripatriare, e quando 
nel 1311 si seppe che egli ed il chiaro giurista Bonincontro delPOspitale eransi 
accostati all'Imperatore Enrico VII, furono dichiarati avversi alla parte de*Ge- 
remei, e come ribelli e traditori furono condannati alla confisca delle loro 
sostanze (Ex libr. Reform., 15 ottobre 1311). 

Bartolommeo, che dopo la morte dall* imperatore passò a Genova, sembra 
esservi morto nel 1318, tre anni prima di Dante. 



DBI CONFINI NATURALI E POLITICI DBLLA ROMAGNA. 21 

Quelli de* giorni successivi furono, come senabra, prodotti 
a difesa dell* inquisito, perchè la maggior parte attestarono 
che Venezia è verso la Romagna. 

A cinque di essi fu fatta una domanda per noi importan- 
tissima: dove cioè comincia la provincia romagnola: ubi est 
initium Provincie Romandiole? 

Uno disse di non saperlo (Stefano di Giacomo). Un altro 
rispose : secondo alcuni la Romagna comincia dal mezzo della 
città di Bologna ('), secondo altri dal fine del suo contado: fu 
questi un maestro Bertoluzzo dottore di grammatica. Altro 
testimonio (Pietro di Lambertino) : credo, disse, che il prin- 
cipio sia Imola. Arduino di Dugliolo attestò con maggior pre- 
cisione che la Romagna comincia dal comune di Bologna, cioè 
verso Imola. 

Solo un teste ravennate (Ugo di Mombello, vicario dei 
Polenta) dichiarò credersi comunemente che cominciasse dal 
fiume Reno (come era T opinione di Guido del Duca). 

Intanto i papi, trasferito che ebbero in Avignone il seggio 
apostolico, e tenendo di là corrispondenza col loro vicario in 
queste provincie, ne abbreviarono il titolo: il dissero Rettore 
d'ella provincia di Romagna e della contea di Bertinoro, e 
più tildi della sola Romagna C) Cosi Giovanni XXII chia- 
mava il prelato Amerigo di Castel Leucio, prima di dare a 
Bologna un legato nella persona del suo famigliarissimo Ber- 

(') Anche T opinione che la Romagna cominciasse da Porta Ravignana 
ebbe corso. Vedesi oggi ancora in principio di via Ma/jsini di faccia alla torre 
degli Asinelli infissa una mano di ferro che coli* indice tocca o mostra un 
cartello (sul pilastro d* angolo della casa ov* é V antica farmacia) e vuoisi che 
In quel cartello si leggesse: Qui comincia la Romagna, benché il Ouidicini 
assicuri {Cose notabili. Voi. Ili, p. 66) che la scritta era: Qui comincia la 
Via Emilia, 

Il Pasolini ha forse voluto alludere a quesU ricordi {Opera citata, p. 3) 
quando ha detto: € Secondo tradizioni bolognesi e romagnole, la Romagna 
» finiva alla torre degli Asinelli, là dove era la porta ravegnana e la città 
> di Bologna rimaneva in Lombardia ». 

(*) Vedi nel Thbinir, T. I, il documento N. 655, e poi i N.i 660, 670, 
671, 672, 673, 674, ecc., nò può dubitarsi che air Arcidiacono Amerigo non 
fosse affidato anche il governo di Bologna, come accerta il N. 682. 



22 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

trando del Poggetto (^), e quando gli ambasciatori dei bolo- 
gnesi erano mandati al pontefice in Avignone per ottenere 
qualche grazia o trattarvi qualche negozio, egli soleva rispon- 
dere che avrebbe daù ordini favorevoli al Rettore della pro- 
vincia romagnola (*) : ogni altra suddivisione di quel rettorato 
consideravasi inutile, Bologna doveva esservi compresa. 

Ciò mostrano i brevi pontifici che di quegli anni ci furono 
conservati, perchè i segretarii del vecchio e lontano ponte- 
fice avignonese avran creduto che il confine del Sillaro potesse 
ornai come cosa vieta essere trascurato. 

Mal s'opponevano, e il vedremo di corto. 

Se non che essendosi con Bertrando del Poggetto iniziata 
quella serie dei Legati in Bologna che, salvo brevi interru- 
zioni, dovea continuarsi sino al card. Milesi nel 1859, ed alla 
quale fecero riscontro altri speciali Legati a Ravenna, più 
non apparve, o ben di rado, nei diplomi pontifici la parola 
Romandiola nel senso della complessiva regione, e si fini per 
introdurre il nome speciale delle legazioni. 

Non per questo fu mai convenuto che Romagna dovesse 
essere un titolo comune ad entrambi da comprendere sotto 
di esso anche il bolognese. 

E appunto un Legato di Bologna ce ne offre in quello 
stesso XIV secolo bellissima prova con un documento in cui 
trovasi la separazione delle due contrade meglio che mai 
definita; documento importantissimo per la topografia storica 
del nostro paese. 

E questa la relazione descrittiva che nel 1371 ne compi- 
lava il cardinale Legato monsignor Angelico Grimoard, fratello 
di papa Urbano V, detto volgarmente il cardinale Anglico, 
mentre era ad un tempo vicario generale della S. Sede in Italia. 

Egli divide in due parti ben distinte il suo riferimento: 
1.** la descrizione della Romagna (Descriptio provinciae Ro- 



(') Vedi intorno al card. Bertrando il bel lavoro della dottoressa Elisa 
Giaccio, socia corrispondente della nostra Deputazione. - Atti e Memorie, Se- 
rie III, Voi. XXIII. p. 85 e 456. 

(*) Vedi fra gli altri il Documento N. 682, Thbiner, I, p. 511. 



DBI CONFINI NATURALI K POLITICI DELLA ROMAGNA 23 

tnandiolae); 2."* la descrizione di Bologna e del suo territorio 
{Descriptio civiiatis bononiensis ejusque comitatus). 

Cosi, a modo d'esempio, Budrio e Castel S. Pietro sono 
per lui castelli del contado bolognese posti in piano verso la 
Romagna (in plano versus Romandiolam) (^). 

La distinzione dei due territorii non poteva esservi più 
chiara e precisa. 

Nel susseguente XV secolo un nuovo argomento per la 
mia tesi trovo in una cronaca manoscritta indicatami dal 
suUodato Gaudenzi, e da lui citata (*) per mostrare la con- 
fusione che talora si fece dell* Esarcato colla Pentapoli. Vi è 
incorporato una specie di catalogo di antiche provinole, e 
dopo aver detto che la Flaminia fu chiamata Pentapoli perchè 
conteneva cinque città: Ravenna, Forlì, Forlirapopoli, Cesena, 
Rimini, oche di tutte queste era capitale Ravenna, conclude: 
la Flaminia è oggi chiamata Romagna C), 

IV. 

Una conferma del sin qui detto potrebbe cercarsi nelle 
più antiche carte geografiche di questo paese. 

{}) Questo ornai notissimo documento prezioso per la storia della topo- 
grafia bolognese e romagnola è qui riportato per intero dal Theiner : Opera 
citata, T. II, Docum. N. 525, 526 (p. 490, 516). Il Vesi, che forse mai non lo 
lesse né vide, credeva di trovarvi una prova in favore della tesi da lui so> 
stenuta intorno ai veri confini della Romagna, e come tale osava citarlo 
( P- 24 ). 

(') Oaudknzi prof. Augusto: Lo Studio di Bologna nei primi due ss- 
coli della sua esistenza. - Discorso inaugurale delPanno accademico 1900-901 
(R. Università di Bologna). 

V^edi p. 47 in nota. - Trovasi questa cronaca inedita nella Biblioteca 
Riccardiana di Firenze (Mss. Rice, N. 1396, carte 24 e 25). 

(') La via Flaminia andava da B'ano a Rimini e la via Bmilia prose- 
guiva da Rimini a Piacenza donde i nomi delle due regioni fra le undici in 
cui Augusto divise V Italia. Se non che ai tempi di .Adriano fu distaccata dalla 
Emilia tutta la parte a mezzodì delKIdice ed incorporata nella Flaminia, ed 
ecco perchè il territorio poi detto dai bizantini Esarcato e Pentapoli, e in 
fine Romagna avea fatto parte prima dell' Emilia e poi della Flaminia {olim 
Flaminia), 



24 R. DIfiPCJTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Ma non si hanno, come è ben noto, prima del cinquecento 
che poche e rozze tavole di continenti e di mari assai gene- 
rali ed incomplete. Successero più tardi descrizioni cosmo- 
grafiche e geografiche, ma sempre in forma di commenti alle 
opere di Tolomeo. Cosi i trattati di botanica non potevano 
essere che commenti sopra Dioscoride e i trattati di filosofia 
commenti sopra Aristotile. 

Bisogna insomma aspettare dalla seconda metà di quel XVI 
secolo le vere mappe geografiche e principalmente le coro- 
grafiche delineate su esatte traccio astronomiche e geodetiche. 

Un primo Atlante col titolo: Theatrum orbis terrarum C) 
era stato pubblicato nel 1570 in Anversa dall'astronomo fiam- 
mingo Abramo Ortelius ( '527- 1598), ma non tardò guari V Italia 
a possedere un geografo di pari valore nel padovano Antonio 
Magini, cui il Senato di Bologna concesse nel 1588 una cat- 
tedra di astronomia e matematiche in questo studio, prefe- 
rendolo ad altri concorrenti, del numero dei quali era il 
giovane Galilei (^). 

Fra i meriti insigni del Magini professore a Bologna che 
gli procacciarono la stima e la famigliarità dei più grandi 
astronomi di tutta Europa a quei tempi, singolarissimo è il 
contributo da lui recato al progresso degli studi geografici, 
non solo colla illustrazione della geografia di Tolomeo, e col 
lavoro che ad esso fa seguito ('), ma coll'Atlante //' //a/ia (*) 

(1) Del 1595 il titolo deU' Atlante fu così modificato: € Theatri orbis 
terrarum Parergon site Veteris Geographiae Tabulae. 

Qui apparvero anche le carte della Italia cisalpina, della Toscana^ della 
Magna Grecia ecc. 

(*) Vedi Favaro Antonio: Carteggio inedito di Ticone Brahe^ Oiov. 
Keplero ecc. con Giov. Antonio Magini (Bologna, 1886). 

(') Geographiae universae tum veteris tum nowu absolutissimum opus, 
CI. Ptolomaei Pelusiensis, Libri octo. - Fa seguito: Geographia Ci, Ptolch- 
maei^ continens.., recentiores etiam Tabulas quae universae terrae fadetn 
nostro aevo cognitam exhibent, - Auctore Jo. Antonio Maoini. 

Venetiis MDXCVI. (Vedi il dottissimo lavoro del Prof. Favaro: Carteggio 
inedito di celebri astronomi e matematici con Oio. Antonio Maoini^ Bolo- 
gna Tip. Zanichelli, 1S86). 

(<) Italia di Oio. Antonio Magini data in luce da Fabio suo figliuolo 
(Bononiae, impensis ipsius auctoris anno 1620 in fol.). 



UBI CONFINI NATURALI B POLITICI DBLLA ROMAGNA. 25 

« opera di gran mole (osserva il Favaro) ideata sopra un 
» vastissimo concetto ed affatto originale, che costituì la prin- 
» cipale occupazione di tutta la sua vita, nella quale egli 
» trovava riposo e sollievo alle ingenti fatiche astronomiche 
» ed alla quale rivolse tutti i suoi pensieri sino all'ultimo 
» momento della sua vita » ('). 

La tavola XXXVI di (juesta opera è dedicata al cardi- 
nale Sforza colle iniziali dell* autore G. M., porta la data del 
dicembre 1598 e presenta una mappa corografica della Ro- 
magna (olim Flaminia), il suo confine occidentale non va 
oltre Castel S. Pietro, chiaramente mostrando che Bologna 
non le appartiene. 

Queste corogi*afie dell* illustre geografo^ come non erano 
state, cred' io, precedute da altre di tal sorta, e venivano 
quindi desideratissime, servirono per molto tempo a imitazioni 
e riproduzioni e in Italia e fuori. 

Il surricordato autore del primo Atlante geografico mon- 
diale Àbramo Ortelio avea scritto al Magini nel novembre 
del 1597: « Sento che vuoi dare alla luce tutte le regioni 

> deir Italia già tracciate separatamente, Oh, ciò fosse pur 
» presto ! Io già me ne congratulo teco e colla letteraria 

> repubblica » (*). 

Dopo il Theatrum orbis terrarum dell'illustre geografo 
fiammingo, vide la luce nella prima metà del seguente secolo 
il Theatrum mundi, ricchissima opera geografica edita a 
Amsterdam da un celebre tipografo, Guglielmo Blaeu, e con- 
tinuata dopo la sua morte dal figlio Giovanni (^). In essa il 
XVI libro dell'Europa contiene l'Italia con una tavola spe- 



(*) Favaro: Opera citata: p. 150. 

(*) Intelligo te omnes Italiae regiones seorsim delineatas in lucem 
dtiturum: utinam quam primum id facias : congratulor et tibi et reipu^ 
blicae Utterariae de tali labore,.. » XXV Kalen. Decem. 1597. 

(') In questa grande e direi quasi monumentale opera del Theatrum 
mundi il volume Vili porta il titolo speciale di Geographiae Blauianae vo- 
lumen octavum quo Italia^ qucLe est Buropae liber decimus sextus conti^ 
netur. (Amsteledami, Labore et sumptibus Jo: Blaeu, MDCLXin. 



26 K. DEPUTAZiONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

ciale per la Romagna (Romaniola olim Flaminia) tolta di 
peso, come gli autori stessi confessano, dai Magini. 

Una dichiarazione annessa alla tavola fa menzione dei 
dispareri che si ebbero intorno al limite occidentale di quella 
regione, perchè mentre alcuni non vollero passare il Santerno 
altri andavano oltre il Franare, ed altri (come Leandro Alberti) 
si fermavano al corso di questo fiume. Qui invece, seguendosi 
come in altre cose le tracce del Magini, la Romagna è cosi 
circoscritta: dal torrente Tavullo e dal ducato d'Urbino nella 
parte orientale, dail'appennino nella meridionale, dil ducato 
di Ferrara a settentrone, e dallo Stato di Bologna a po- 
nente (*). 

Mercè la diffusioni^ per tutta Europa di questi rinomatis- 
simi Atlanti olandesi, i confini della Romagna restavano geo- 
graficamente assodati nel modo predetto (*), del resto in pieno 
accordo (almeno nella pane verso Bologna) coi confini etno- 
grafici , e popolarmente sempre riconosciuti, come ho detto 
in principio. Né questa limitazione del territorio romagnolo 
era contraddetta dal linguaggio politico ed amministrativo, 
perchè le tre provinole di Bologna, Ferrara e Ravenna essendo 
governate da altrettanti Cardinali Legati a latcrc erano chia- 
mate col titolo complessivo di paese delle Ire Legazioni, che 



^^) Sed nos, uti etiam in caeteris Moginum sequuiuri^ constituimus 
fìnesRomanulae ab oriente Tavolum flutium et Urbini ducatum, a meri' 
die Apenninum, ab occidente Bononiensem statum^ a septentrione Ferra" 
riensem ducatum, adeo ut quae nunc Romaniola incidat in nonnuUam 
Flaminae in maximam vero Aemiline partem, 

(Volume or citato, p. 109). 

(*) Fra le ultime carte topografiche della Romagna, piacemi di citare 
quella nitidissima dell* Iiig. Emilio Rosbtti, su scala dell* 1 : 500000 (G. B. 
Paravia e Comp. Torino), tratta dalle Mappe dell' Istituto geografico italiano. 
Va unita alla copiosa opera La Romagna geografica e storica che il pre- 
detto Ingegnere pubblicava in un voi. coi Tipi Hoepli, Milano 1904. In essa i 
ben distinti confini danno alla regione la forma di un rozzo quadrilatero di cui 
il lato superiore o occidentale scendendo da Monte Freddi segue la linea del 
Sillaro sino alla confluenza nel Reno alla Bastia, e poi quella del Reno Fri- 
maro, sino al suo sbocco nel!* Adriatico. Di tale limitazione è più volte fatta 
parola nel libro, e principalmente a p. 161 (Art. Romagna), 



DBl CONFINI NATURALI E POLITICI DELLA ROMAGNA. 27 

poi formarono sotto il napoleonico Regno d' Italia i tre dipar- 
timenti dei Reno, del Basso Po e del Rubicone, senzB. che 
pure allora si sentisse il bisogno dì far rivivere il non ben 
chiaro titolo di Romagna. 

E quando nel 1816 fu pubblicato dal pontefice Pio VII 
(6 luglio) il motuproprio per V ordinamento delle ricuperate 
Provincie, esordiva in esso dal farne una breve enumerazione : 
Bologna, Ferrara, la Romagna, le Marche, ecc. ben consape- 
vole (si noti) che col solo nome di Romagna le due prime 
Provincie non sarebbero state comprese. 

Quel celebre motuproprio portò una novità amministrativa 
piuttosto che politica, col dividere in due legazioni la vecchia 
provincia ravennate, cioè la Romagna, essendosi fatta una 
nuova sede legatizia in Forlì. 

Del resto anche nella tabella ivi annessa, la )>rovincia di 
Bologna trovasi manifestamente esclusa dalla Romagna. 

Molti anni dopo, per un nuovo ordinamento amministrativo 
contenuto in un editto del Cardinale Segretario Antonelli 
tutto lo Stato ecclesiastico dividevasi in quattro sole Lega- 
zioni suddivise in provinole o delegazioni C), 

La prima Legazione comprendeva le provinole di Bologna, 
Ferrara, Ravenna e Forlì, t» siccome le tre altre erano chia- 
mate: delle Marche Ia2 "Legazione: dell* Umbria la 3.*: della 
Marittima e Campagna la 4.*. cosi era facile a prevedersi il 
titolo abusivo che si sarebbe dato alla l.^ chiamandola ine- 
sattamente Legazione di Romagna. 

Né si tardò a leggerlo, perchè, come ho detto dei Segre- 
tari pontificii in Avignone, questa moltiplicità di appellativi 
locali, era sembrata soverchia. Cosi, per es., il Notiziario 
di Roma edito annualmente dalla Tipografia della Camera 
apostolica (') si permise di intitolare semplicemente Lega- 
zione di Romagna quella prima, dov' erano compresi il bolo- 
gnese ed il ferrarese. Si noti però che per 1* anno 1858 quel 



(<) Eklitto della Segreteria di Stato, 22 novena. 1850. 
(«) Vedi Notizie per Vanno 1853, Roma, Tip. Salvucci (p. 410) e No- 
tizie per ranno 1858, Roma, Tip. della R. Camera apostolica (p. 490). 



28 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

titolo vi fu leggermente variato e si lesse Legazione non più 
di Romagna ma delle Romagne^ mentre un annuario speciale 
per quella stessa Legazione, che vide la luce in Bologna, 
avea preso il titolo di Almanacco deir^mtVta Pontificia Ci- 

Siamo al 1859, Bologna ha espulso da' suoi confini l'ultimo 
pro-legato pontificio. Ravenna e Forlì ne hanno imitato 
l'esempio. Il di 11 luglio i rappresentanti di queste tre Pro- 
vincie convenuti nella nostra città accolgono in festa un com- 
missario supremo mandato qui dal Piemonte, il march. d'Azeglio, 
e rassegnano nelle sue mani la somma dei poteri politici, 
dichiarandosi cittadini di Bologna e delle provincie unite. Ma 
già il titolo plurale di Romagne era in corso, e lo stesso 
march, d' Azeglio nel presentare il proprio mandato aveva 
esordito con queste parole: 

« Pt)poli delle Romagne. La vittoria ecc. * ('). 

E venne cosi a formarsi un governo provvisorio detto 
delle Romagne, ed era, essendosi aggiunta anche Ferrara, 
l'intero dominio delle quattro Legazioni soppresse. 

Osserva il Pasolini (^) che questo governo delle Romagne 
€ riproduceva la definizione che Dante avea dato di questa 
» provincia dicendola compresa: 

» Fra il Po, il monte, e la marina e il Reno >. 

Sul valore di questa definizione dantesca ho esposto più 
sopra il mio avviso, ma anche il nome regionale di Romagne 
fu di corta durata, essendosi preferito di dare a queste Pro- 
vincie, riunite a Modena e Parma, il classico appellativo di 
Emilia. 



(^) Almanacco statistico dell'Emilia Pontificia (Bologna 1854, Tip. 
pont). Intendevasi della Prima Legazione, di cai era pro-legato Monsignor 
Gaspare Grassellini, oltre essere Commissario straordinario per le Quattro 
Legazioni. 

(*) Bando del dì 12 luglio 1859 col quale il Marchese d* Azeglio pre- 
sentava il suo mandato alla Giunta provvisoria di governo. 

(') Pasolini Pibr Desiderio: / tiranni di Romagna e t Papi nel 
medio evo (Imola, 1888), p. 2-3. 



DBl CONFINI NATURALI B POLITICI DBLLA ROMAGNA. 29 

Se non che vediamo anche una volta nel seguente anno 1860 
questa parola Romagna nel senso più inesatto far capolino e 
dove meno avrebbe dovuto credersi. 

Un decreto di Luigi Carlo Farini, governatore dell' Emilia, 
dato in Modena li 10 febbraio 1860 (') instituiva, a imita- 
zione della torinese Deputazione di Storia Patria, tre consi- 
mili società a Parma, a Modena ed a Bologna, affidandone 
la presidenza al comm. Angelo Pezzaua della prima , a 
monsignor Celestino Cavedoni della seconda, al conte Gio- 
vanni Gozzadini dell'ultima. 

Attorno alle tre città era stata divisa in tre parti l'intera 
Emilia, cui dovevano corrispondere le tre Deputazioni di- 
stinte nello stesso decreto coi nomi di Deputazione delle 
Provincie parmensi: Deputazione delle provinole modenesi: 
Deputazione delle provincie delle Romagne. 

Ed ecco Bologna anche una volta e più solennemente rien- 
trata in Romagna. 

Che ciò debba ritenersi almeno inesatto, io mi confido di 
avere fin qui abbastanza provato, e parmi che dal titolo di 
una Accademia di studi storici una tale inesattezza dovrebbe 
oggimai esser tolta perchè disdicevole. 

Oso anzi esprimerne il voto. 

G. B. COMELLI 



(}) Vedi Raccolta ufj^iale delle Leggi e Decreti pubblicati dal Go^ 
vernatore delle Regie Provincie del V Emilia dalV 1 Gennaio al i6 Marzo 
1860, - Modena, R. Tipografia governativa, 1860. Serie N. 50. 



30 R. DBPOTAZIONB DI ISTORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



DOCUMENTO 



Esame di testimoni 
prodotti contro Bartolomeo da Tarignana 



Archivio di Stato ' Sezione del Comune 
Atti giudiziali del Podeetà • Faee, ann, 180€. 



Testes produca cantra magistrum Bartholomeum de Varignana, - 
(Consignatus tempore domini Pini de Rubeis. In primo registro 
deficit II carte). 

Die vigesima quarta mensìs madìj. 

Dominus Petrus domini Alberti unus ex antianis comunis et 
populi bononiensis testis juratus et examinatus super inquisitione 
formata contra magistrum Bartoiomeum de Varignana. Interrogatus 
per prefatum vicarium dixit et testificatus fuit suo juramento quod 
civitas venetiarum non est versus partes Romandiole secundum 
verba provìssionis loquentis de confìnibus. Immo est mare medium 
inter provinciam Romandiole et civitatem Venetiarum. Interrogatus 
si comunis usus loquendi et comune vulgare et comunis loquela et 
comunis intellectus hominum de bononia habet et intelligtt quod 
civitas venetiarum sit versus partes Romandiole. Respondit quod 
non, set comun iter loquendo intellìgit comunis usus et comunis opinio 
in dieta civitate quod istud vulgare versus partes romandiole intel- 
ligatur incipiendo a fìnibus comitatus diete civitatis bononie et 
directo protendendo et eundo prout protrahitur per longum provincie 
Romandiole ab introitu ipsius provincie versus et usque ad exitum, 
prout ipsa provinvia continuatur per terram non divertendo ultra 
ipsius Provincie versus civitatem venetiarum quia ibi est mare 
medium. 



DBl CONFINI NATURALI E POLITICI DELLA ROMAGNA. 31 

Dieta die 

Dominus Albertus Ambrosini antianus eomunis et populi bono- 
niensis testis juratus et examinatus super ìnquìsitione predieta dixìt 
et testìficatus fuit quod verba illa in provissione contenta quìbus 
cavetur quod confinati debeant sibi eligere locum remotum a comi- 
tatù bononie per centum miliaria versus partes Romandiole secun- 
dum comunem intellectum et comune vulgare, comunem usum 
loquendi, comune usum, intelliguntur de locis remotis versus partes 
Provincie Romandiole prò ut ìpsa provenit, protenditur per longitu- 
dinem ipsius et postea prout progreditur ulterius contestus et ordo 
terrarum que secuuntur immediate post exitum ipsius provincie 
versus marchiam ancbonitanam. Interrogatus si sub illis verbis 
potest comprehendi civitas venetiarum respondit quod non, cum ipsa 
civitas venetiarum sit ex transverso sive ex parte colaterali ad par- 
tem Romandiole et sit mare intermedi um inter ipsam cìvitatem vene- 
tiarum et ipsam provinciam Romandiole. 

Dieta die 

Ciaudus Facij Falchonus angianus eomunis et populi bononie 
testis juratus et examinatus super inquisitione predicta dixit quod 
civitas venetiarum respici t provincie Romandiole a latore, et mare 
est intermedium, unde non potest dici contineri sub illis verbis que 
continentur in provisionibus quibus cavetur quod debeant confinati 
sibi locum eligere remotum ab ipsis civitate comitatu per centum 
miliaria versus partes Romandiole cum ipsius provincie partes sint 
incipiendo ab introitu ipsius provincie quando aliquis venit recto 
itinere a civitate bononie versus ipsam provinciam et ipsam provin- 
ciam ingreditur et recto itinere egreditur, et ingreditur alias terras 
et loca usque ad dictum terminum et sic se habet eomunis usus 
loquendi et eomunis opinio bononiensum. 

Dieta die 

Dominus Pasqualinus Johannis de Orellis antianus eomunis et 
populi bononie testis juratus et examinatus super predicta inquisi- 
tione dixit et testìficatus fuit per dictum iudicem interrogatus quod 
partes provincie Romandiole eundo versus ipsas a civitate bononie 
intelliguntur contineri, secundum comune vulgare et comunem opi- 
nionem et loquendi usum inter bononìenses, incipiendo a comitatu 



32 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

bononie, prò ut continent, iter rectum veniens ab ipsa civitate versus 
ipsam provinciam et prout postea ppoceditur ipsam provinciam per 
longum et rectum iter versus terras et loca que immediate secuuntur 
ipsam provinciam, unde cìvitas venetiarum non conti netur sub appel- 
latione ipsius clausule cum respiciat ipsam provinciam a latere et 
mare sit intermedium, et ita pubblicum et notorium est in civitate 
bononie. 

Dieta die, 

Dominus Albertinus Bulgarini an^ianus comunis et populi bononie 
testis juratus et examinatus super inquisitione predicta suo juramento 
testifìcatus fuit et dixit quod publicum et notorium et manifestum 
est in civitate bononie quod Civitas Venetiarum non est versus partes 
Romandiole et consuetudo, comunis opinio. et comunis loquendi usus 
in civitate bononie intelligit quod illa verba provissionis versus 
partes Romandiole non comprehendant civitatem venetiarum quia 
ipsa civitas respicit ipsam provinciam ex latere, sed intelligit et 
sentit ìpse comune usus loquendi et opinio quod intelligantur illa 
verba incipiendo a comitatu bononie recto itinere versus ipsam 
provinciam et procedendo per rectum iter prò ut ipsa provincia 
Romandiole protenditur per terram versus provinciam et terras 
comunitas ipse provincie, mare non mediante. 

Dieta die. 

Dominus Jacobus Ugolini specialis antianus comunis et populi 
bononiensis testis juratus et examinatus super inquisitione predicta 
testifìcatus fuit quod civitas venetiarum non comprehenditur sub 
verbis in provissione contentis et hoc publicum et notorium et mani- 
festum est in civitate bononie sed illa verba trahuntur ad terras que 
sequuntur post ipsam provinciam Romandiole directo incipiendo ab 
introitu ipsius provincie et prosequendo per rectum iter usque ad 
ejus exitum quod ve ipsa provincia per longum protenditur versus 
terram. Civitas vero Venetiarum respicit ipsam provinciam a latere, 
mare intermedio. Et sic se habet comunis opinio et consuetudo 
loquendi in civitate predicta. 

Die vige sima quarto Madij, 

Dominus Arardus domini Ugolini de Boyttis antianus comunis et 
populi bononie testis juratus et examinatus super inquisitione pre- 



DEI CONFISI NATURALI E POLITICI DELLA ROMAGNA. 33 

dieta sao sacramento dixit qaod ìlla rerba provissionis de quibos in 
inqaìsitìone foit mentio non comprehendunt cìvitatem venetiarum sed 
eitendant effectum saum ad partes ad quos itnr, incipìendo a comi- 
tato bononie, quod seqaitur incipìendo ab ipsa ci vitate recto tramite 
et iotrando provinciam Romandiole et eando usque ad finem ipsius 
Provincie directo per longitudinem ipsius et postea tantum ultra 
qaod compleatur numerus miliarìonim et hoc ideo quia civitas vene- 
tiaram respicit ipsam provinciam ab uno latere non directo per 
loDgitudinem et rectitudinem et ita comunis usus loquendi et co- 
munis opinio vulgare civitatis bononie se babet, et intelligit, et 
ita publicum et notorium est in ipsa citate. 

Dieta die. 

Dominus Johannes Jacobini an^ianus comunis et populi bononie 
testis juratus et examinatus super inquisitione predicta dixit quod 
comunis usus loquendi et comunis opinio currens intelli^t quod illa 
verba in inquisitione contenta intelligantur directo incipiendo iter a 
ci vitate bononie et eundo per rectam stratam usque ad initium Pro- 
vincie Romandiole continuum comitatui ipsius civitatis et postea con- 
tinuando usque ad finem ipsius et ultra ad alias terras extra provin- 
ciam directo per terram usque ad completum numerum miliariorum. 
Civitas autem venetiarum non continetur in dicto ordine et per 
dictom iter qui respicit ipsam provinciam ex transverso mare medio 
et ita publicum et notorium. 

Dieta die. 

Johannes Martini angianus comunis et populi bononie testis jura- 
tus et examinatus super inquisitione predicta dixit quod civitas 
venetiarum respicit provincie Romandiole a latere et mare est medium 
unde non potest dici contineri sub illis verbis que continentur in 
provissione qui bus cavetur quod debeant confinati sibi locum eligere 
remotum ab ipsius civitatis comitatu per centum mi Maria versus 
partes Romandiole, cum ipsius provincie partes sint incipiendo ab 
introitu ipsius provincie quando aliquis venit recto itinere a civitate 
bononie versus ipsam provinciam et ipsam provinciam ingreditur et 
recto itinere egreditur et ingreditur alias terras et locum usque ad 
dictum terminum et sic se habet comunis usus loquendi et comunis 
opinio bononiensìum. 

9 



34 ' R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA 

Dieta die. 

Dominus Phìlippus Rodulphi an^ianus comunis et populi bono* 
niensis testis juratus et examinatus super inquìsitione predicta dixit 
quod civitas venetiarum respicit provincie Romandiole a latere et 
est medium mare, quare secuudum comunem intellectum et comu- 
nem usum loquendi in ci vi tate bononie verba illa que conti nentur in 
provissione et de quibus fìt meatio in inquìsitione intelliguntur versus 
alias partes scilicet versus Romandiolam direeto incipiendo a comitatn 
bononie prò ut directo itur per ipsam stratam versus ipsam pro- 
vinciam et per ipsam provinciam directo usque ad ejus finem et 
ulterius versus terram usque ad locum, et milliaria completa, et ita 
publicum et notorium est in ipsa civitate. 

Dieta die, 

D. Albertus magistri Thomacis testis juratus et examinatus super 
dieta inquìsitione testificando dixit verbn illa in inquisitione contenta 
et de quibus in ea fit mentio de termino et longitudine centum 
miliariorum intelliguntur protendi et trahj versus terram ulterius 
directo incipiendo a comitatu bononie versus initium provincie Roman- 
diole, et civitas venetiarum non comprehendìtur sub ipsa provissione 
quia mare medium est et quia respicit a latere ipsam provinciam et 
ita comunis est intentio et comunis loquendi usus in civitate bononie 
et ita publicum notorium et manifestum est in civitate bononie. 

Dieta die, 

Dominus Nicholaus Boni cui dicitur Mecalonlugna testis juratus 
et examinatus super dieta inquisitione dixit quod civitas venetiarum 
non intelligitur esse secundum comunem usum loquendi et secundum 
comune vulgare versus partes Romandiole longe a comitatu bononie 
per centum milliaria et quod mare medium est, et quod est ex latere 
ipsius Provincie et non versus ipsius provincie partes. Ita publicum 
et notorium est in ipsa civitate. 

Dieta die, 

Dominus Dionisius Guillelmi boccadiferro angianus comunis et 
popoli bononiensis testis juratus et examinatus super dieta inquisitione 
testificando dixit quod civitas venetiarum non est versus partes Roman 
diole longe a comitatu bononie per centum miliaria, sed est a 



DEI CONFINI NATURALI B POLITICI DBLLA ROMAGNA 35 

latere et mare medium, et ita se habet in civitate bononie comunis 
usas loquendi et ita in ea publicum et notorium est. 

Dieta die, 

Dominus Guillelmus Johannis angianus comunis et populi bononie 
juratus et examinatus super predicta inquisitione dixit quod civitas 
venetiarum non intelligitur esse incipiendo a comitatu bononie versus 
partes Romandiole per centum miliaria et ita non comprehenditur 
in verbis provissionis et ita comunis est usus loquendi et notorium 
et manifestum in dieta civitate bononie. 

Dieta die, 

Dominus Johannes Cambij angianus comunis et populi bononien- 
sis testis juratus et examinatus super dieta inquisitione dìxit quod 
civitas venetiarum non est et non intelligitur esse vel comprehendi 
sub verbis provissionis longe a comitatu Bononie per centum miliaria 
versus partes Romandiole quia illa extensio intelligitur esse per di- 
rectum ipsius provincie versus terram et ita se habet consuetudo 
loquendi et ita publicum et notorium est in ipsa civitate bononie, et 
quod civitas venetiarum est a latere versus Romandiolam, mare me- 
dio constìtuto. 

Dieta die, 

Dominus Matheus de Guercino angianus comunis et populi bo- 
noniensis testis juratus et examinatus super dieta inquisitione dixit 
quod incipiendo a comitatu bononie versus partes romandiole per 
centum miliaria non continetur civitas venetiarum quia illa verba 
intelliguntur per rectum terminum provincie per terram sed civitas 
venetiarum est a latere, mare intermedium, et ita se habet comunis 
usus et consuetudo loquendi et ita publicum et notorium est in ci- 
vitate bononie. 

Die XXIIIJ Madij 

Guarinus Azzi mariscalchus angianus comunis et populi bononie 
testis juratus et examinatus super dieta inquisitione dixit quod civi- 
tas venetiarum respicit provincie Romandiole a latere et mare est 
intermedium unde non potest dici contineri sub illis verbis que con- 
tinentur in provissione quibus cavetur quod debeant confinati sìbi 
locum elligere remotum ab ipsius civitatis comitatu per centum mi- 



36 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAQMA. 

liaria versus partes Romandiole cum ipsius provìncie partes sint 
incipiendo ab introitu ipsius Provincie quando aliquis venit recto 
itinere a civitate bononie versus ipsam provinciam, ipsam provin- 
ciam ingreditur, et recto itinere egreditur et ingreditur alias terras 
et loca usque ad dictum terminum et sic se habet comunis usus 
loquendi et comunis opìnio bononiensium. 

Dieta die 

Albertus Bonanientis de Circhis angianus comunis et populi bo- 
noniensis testis juratus et examinatus super dieta inquisitione dixit 
illa verba in inquisitione contenta et de quibus in ea fit mentio de 
termino et longitudine centum miliarorum ìntelliguntur protendi et 
trahj versus terram ulterius directo incipiendo a comitatu bononie 
versus initium provi ncie Romandiole, quod civitas venetiarum non 
comprehenditur sub ipsa provissione quia mare medium est et quia 
respicit a latere ipsam provinciam et ita comunis est intentio et 
comunis loquendi usus in civitate bononie et ita publicum notorium 
et manifestum est in civitate bononie. 

Dieta die 

Dominus Petrus Gberardus dictus budrio angianus comunis et 
populi bononiensis testis juratus et examinatus super dieta inquisi- 
tione dixit quod comunis usus loquendi et comunis opinio bono- 
niensium intelligit quod illa verba in inquisitione contenta intelli- 
gantur directo incipiendo iter a civitate bononie eundo per rectam 
stratam usque ad initium provincie Romandiole continuum comitatui 
ipsius civitatis et postea continuando usque ad fines ipsius et ultra 
ad alias terras extra provinciam di recto per terram usque ad com- 
pletum numerum centum miliariorum. Civitas autem venetiarum 
non continetur in dicto ordine et per dictum iter quia respicit ipsam 
provinciam ex tramsverso, mare medio, et ita publicum et notorium. 

Dieta die 

Dominus Brandolisius petri de Garisendis angianus comunis et 
populi bononiensis testis juratus et examinatus super dieta inquisi- 
tione testificando dixit quod civitas Venetiarum non est versus partes 
Romandiole longe a comitatu Bononie per centum miliaria sed est 
a latere et mare medium et ita se habet in civitate bononie comu- 
nis usus loquendi et ita in ea publicum et notorium est. 



DBI CONFINI NATURALI B POLITICI DELLA ROMAGNA. 37 

Die vigesimo quarto Madij 

Dominus Pelegrinus quondam domini Merchadantis anyianus co- 
munìs etpopulì bononiensis testis juratus et examìnatus super dieta 
ìnquisìtìoue dixìt quod civitas Venetiarum respieìt provinciam Ro- 
mandiole a latere et mare est intermedium unde non potest dici 
conti neri sub illìs verbis que continentur in provissione, quibus cave- 
tur quod debeant confinati sibi locum elligere remotum ab ipsius 
cìvitatis comi tatù per centum miliarìa versus partes Romandiole cum 
ipsius Provincie partes sint incipiendo ab introitu ipsius provincie 
quando aliquis venit recto itinere a civitate bononie versus ipsam 
provinciam et ipsam provinciam ingreditur et recto itinere egreditur 
et ingreditur alias terras et loca usque ad dictum terminum et sic 
se babet comunis usus loquendi et comunis opinio bononiensium. 

Die penultima Madij 

Infrascripti sunt testea recepti super inquisitione que fit centra 
magistrum Bartholomeum de Varignana et jurati coram dicto do- 
mino vicario et coram.... 

Die prima mensis Junij 

D. Magister Bertholutius quondam Bendi doctor gramatice testis 
juratus et exaininatus super intentione porrecta per dominum Guil- 
lelmum filium magistri Bartholomej de Varignana deffensor ipsius 
patris sui, interrogatus super primo capitulo diete intentionis dixit 
quod Romandiola est versus partes horientales per respectum eundo 
bononia ad Romandiolam quia eundo bononia Romandiolam homo 
vadit, si vadit mane, contra solem horientem. Interrogatus quomodo 
8it respondit quod provavit. Interrogatus quam probationem fecit, 
respondit quia eundo quodam mane versus Romandiolam et per 
Romandiolam de terra ad terram, separando se a Bononia et sotiando 
magistrum Bartholomeum de Varignana predictum euntem ad con- 
finia, ocuUi et facies sua perchussi fuerunt radio solis horientis et 
assendentis. Interrogatus qualiter comunis loquela et intellectus ho- 
mi num de bononia intelligit illa verba versus partes Romandiole 
dixit quod intelligit et comuniter se habet intellectus quod qui vadit 
Venetias vadit versus partes Romandiole. Interrogatus uhi est ini- 
tiutn Provincie Romandiole dixit quod, secundum quod audivit 
dici a quisbusdam, est in medio bononie et a quibusdam audivit 
quod est in fine comitatus bononie, Interrogatus ubi est finis respon- 



38 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

dit quod nescit. Interrogatus que est retìtudo ìpsius provincie incì- 
piendo a capite et eundo usque ad finem dixit quod incipiendo a 
bononia et aspiciendo Romandiolam est, sicut vìdere solem ab oci- 
dente in oriens et ab oriente in oeidens. 

Interrogatus quod est rectum iter et rectus ineatus eundi ad 
tìnes Provincie et partium Romandiole respondit quod eundo a Bo- 
nonia in Romandiolam quamvis possit in multis viis, tamen rectum 
iter secundum sui credulitatem est per stratam francischam eundo 
per bononiam per burgum strato majoris ad pontem majorem et a 
ponte majori ad pontem idisi et a ponte idisi ad castrum sancti 
petri et a dicto castro ingrediendo comitatum Imole. Interrogatus si 
civitas venetiarum réspicit provinciam Romandiole directo vel ex 
trans verso respondit quod civitas venetiarum réspicit provinciam Ro- 
mandiole sicut unum contiguum réspicit alium. Interrogatus quo- 
modo sit, respondit quia eundo a Ravenna que est in provincia Ro- 
mandiole homo vadit per comitatum ravenne donec invenit comita- 
tum venetiarum sibi contiguum semper inspiciendo solem orientem 
sicuti faciebat a bononia Romandiolam, appellendo portus venetorum 
sicuti inveniendo castrum primari in quo ex una parte fluminis di- 
citur esse comitatus Ravenne et ex alia parte dicitur esse domìcil- 
lìum venetorum : ulterius eundo magis ultra apellit alios portus 
successive sicuti Codigoro Avolana, Loreta et alios portus quorum 
nomina non recordatur semper eundo versus oriens et aspiciendo a 
Ravenna venetias sicuti versus oriens vel abocidente schiventim (sic) 

Interrogatus quomodo sit respondit quia eundo a ravenna vene- 
tias ipse testis vidit et palpavit. Interrogatus si mare medium est 
inter provinciam Romandiole et civitatem venetiarum respondit quod 
posse dici mare medium, eo quod non potest iri ad civitatatem ve- 
netiarum nisi per aquani, prout credit, movendo se a provincia 
Romandiole nec ab aliqua alia provincia, tamen inter comitatum 
venetiarum et districtum ravenne terrestre non est mare medium, 
immo sunt illi districtus scilicet Ravenne et venetiarum litus mari- 
num contiguus, quam vis non sit continuus quibusdam fluminibus 
eum secantibus sieud est Po, et quedam alia flumina. Interrogatus 
quomodo sit respondit quod, cum iret a Ravenna Venetias, vidit. 
Interrogatus quando ivit, respondit de mense madij proximi prete- 
riti circa principium. Interrogatus cum quibus ivit, respondit quod 
cum magistro Bartolommeo predicto et quibusdam alios predictum 
magistrum Bartholomeum asociantibus. Interrogatus per quot mi- 
Ilaria civitas venetiarum distat a comitatu bononìe respondit per 



DBl COKFIMI NATURALI E POLITICI DELLA ROMAGNA. 39 

centum miliaria et plura. Interrogatus quomodo sìt respondit quod 
eando a bononìa venetias àpulit ravennam aqna bononìa, ad quam 
ravennani ìntersaiit, secandum quod dicìtur, quadraginta miliaria, 
sed eundo Ravenna venetias intersunt ad minus octuaginta miliaria 
secundum quod dicitur per nautas faciendo rationem de portu ad 
portam. Interrogatus si attinet dicto magistro bartbolomeo et si fuit 
doctus vel rogatus dicere dictum testimonium et si precio vel pre- 
cibus, respondit non. 

Die nono Junii 

Magister Bertholutius supradictus testis ex officio dicti vicarìi 
reperitus ad declarationem sue atestationis interrogatus super eo quod 
superius ad interrogatìonem sibi factam utrum civitas venetiarum re- 
spicit provinciam Romandiole directo vel extransverso super eo quod 
ad ipsam interrogatìonem testificando respondit quod respicit sicut 
unum contiguum respicit aliud, ex qua parte est illud contiguum 
inter civitatem venetiarum et provinciam _ Romandiole, an ex parte 
transversa an directa, respondit quod non intelligit interrogatìonem 
sibi factam, qui statim super predictis per dictum Judicem super in- 
terrogatìonem certificatus respondit quod respicit ex parte choleter- 
rali. Interrogatus super eo quod respondit quod civitas venetiarum 
est contigua provincie Romandiole, utrum termini et limites aliqui 
sunt in terra qui ipsam civitatem ab ipsam (sic) provinciam divi- 
dant et ubi sit contiguitas termino intermedio. Respondit quod con- 
tiguitas est in territorio diete civitatis diete provincie prout audivit 
dici ab habitantibus, flumine intermedio, silicet pado. Interrogatus 
quam partem civitas bononie per directum respicit civitatem vene- 
tiarum respondit sicut homo qui ivit ad dictam civitatem arbitratur 
et credit quod respiciat directe burgum sancti petri. 

Die nono Juntj. 

Dominus Jacobutius Grimaldi specialis testis juratus, examinatus 
super intentione predìcta dixit quod provincia Romandiole est a 
latere mane versus partes orientales. Interogatus quomodo civitas 
venetiarum respicit provincie Romandiole et utrum a parte cholaterali 
ipsi Provincie an a parte directa ipse provincie prò ut ipsa provincia 
protenditur per directum, respondit per partem cholateralem. Inter- 
rogatus si mare est intermedium inter provinciam Romandiole et 
civitatem venetiarum respondit quod sic. Interrogatus si civitas vene- 



40 R. DEPUTAZIONE Di STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

tiarum incipiendo a comitatu bononie et eundo versus orientales 
partes est ipsi comitatui versus orientem respondit quod nescit inci- 
piendo a comitatu bononie. Interrogatus si ipse scrutatus est unquam 
omnes partes Romandiole respondit quod non, quia numquam fuit 
ultra Forlivium. Interrogatus qui est finis provincie Romandiole 
incipiendo ab incomìtatu bononie respondit quod ipse numquam fuit 
ultra Forlivium et ex alia parte fuit usque Ravenam et Cerviam. 
Interrogatus si incipiendo a comitatu bononie et eundo versus Ro- 
mandiolam directo, prò ut ipsa civitas protenditur, aliquis continuando 
ipsum iter attingeret ad civitatem venetiarum respondit quod non, 
dixit quod si diverteret versus Ravennam et Cerviam secus esset. 
Interrogatus super tertio capitulo dixit quod districtus civitatis vene- 
tiarum est continuus districtibus Ravenne et Cervie : dixit quod sic. 
Interrogatus quomodo scit, respondit quia fuit ibi et audivit dici. 
Interrogatus si atti net producenti et si fuit doctus vel rogatus ferro 
hoc testimoni um 

Die undecìmo Jimij. 

Domino Ugo de Bonbello judex et vicarius nobilis militis domini 
Bernardini de Polenta testis juratus et examinatus super inquisitione 
testificando dixit quod civitas venetiarum distat a comitatu bononie 
per centum miliaria et ultra versus partes Romandiole, nam civitas 
venetiarum est directo per rectum versus Primarum, qui est portus 
civitatis ravenne et a Primaro directo itur venetias et est recta et 
rectissima dieta via, et per eam viam multis vicibus ivit et rediit in 
eundo venetias et redeundo Ravenam, dicit etiam quod a portu Pri- 
mari usque ad civitatem venetiarum sunt centum miliaria et ultra, 
ut naute dicunt, et illa est recta via eundo Venetias, licet per alias 
vias possit a civitate bononie iri ad dictam civitatem venetiarum 
tamen non ita per rectam viam. Super primo capitulo interrogatus dicit 
quod habito respectu a civitate bononie provincia Romandiole est 
versus partes orientales et hoc satis visu aperte patet ipsi testi qui 
est de provincia Romandiole. Super capitulo in quo continetur quod 
districtus venetiarum est contiguus districtus civitatis ravenne 
dicit vera esse que in ipso conti nentur et hoc sit visu qui veneti 
tenent prò suo districtu mare quod venit versus Ravennam quod 
mare est prope Ravennam per duo parva miliaria. Interrogatus 
qualis comunis loquela et comunis intellectus hominum de bononia 
intelligit illa verba versus partes Romandiole dixit se nihil scire, 
Interrogatus ubi est initium provincie Romandiole et ubi finiSy re- 



DEI CONFINI NATURALI B POLITICI DELLA ROMAGNA. 41 

sponda quod fama est etpublice dicitur quod incipit a flumine Reni 
etfinituradflumen FoliedistrictusPesauri. Interrogatusque est rectitudo 
ipsius Provincie incìpiendo a capite et eundo usque ad finem respondit 
quod a Reno usque ad Foliam. Interrogatus quod est rectum iter et 
rectus meatus eundi ad fìnes provincie et parteni Romandiole re- 
spondit ìncipìendo a Reno et veniendo per Bononiam per Imolam, 
Forlivium, Cesenam, Ariminnm, Catholicam et postea ad Foliam et 
ita pluribus vicibus equitavìt et sic comuniter vadunt omnes volentes 
recte ire. Interrogatus si civitas venetiarum respicit provincie Roman- 
diole directo aut ex transverso respondit quod est ex transverso directo 
per medium portum primarij ut super dixit. Interrogatus si mare 
medium est inter provi nciam Romandiole et civitatem venetiarum 
respondit sic. Interrogatus quot miliaria distat civitas venetiarum 
a comitatu bononie respondit centum et ultra. 

Die decimo sexto Junij. 

Dominus Petrus quondam D Lambertini cappelle sancte Crucis 
testis juratus et examinatus super intentione predicta interrogatus 
super primo capitulo diete intentionis respondit quod ipse testis 
jam sunt xij anni quod ipse fuit et stetit in civitate venetiarum et ibi 
audivit dici quod civitas venetiarum babet confines cum civitate 
Ravene Cervie et Àrem ini et dixit quod dieta civitas est a latere 
mane civitatis Bononie versus partes orientales. Interrogatus quo 
modo sit respondit quod audivit dici ab illis qui iverunt versus lUas 
partes et ita credit quod sit veruni Interrogatus super secundo capi- 
tulo diete intentionis respondit quod civitas venetiarum est versus 
partes orientales et versus partes Romandiole, et paries Romandiole 
versus partes venetiarum. Interrogatus quomodo sit respondit quia 
audivit dici a bonis merchatoribus qui utuntur in illis partibus et 
sic credit quod sit verum. Interrogatus super tertio capitulo diete 
intentionis dixit quod civitas venetiarum bene habet contiguitatem 
districti seu districtibus civitatis Ravenne et Cervie. Interrogatus 
quomodo sit respondit quia audivit dici a merchatoribus et ab aliis 
qui utuntur ibidem seu partes illas, et dixit quod bene est publica 
vox et fama quod predicta civitas venetiarum habet contiguitatem 
cum illis civitatibus de quibus fit mentio. Interrogatus quomodo 
sit, respondit quia audivit, ut supra dixit, sic credit quod est veritas. 
Interrogatus qualiter comunis loquela et comunis intellectus homi- 
num de bononia inteiligit illa verba versus partes Romandiole 
respondit quod nescit. Interrogatvs uhi est initium provincie Ro^ 



42 R. DBPUTAZIONB DI 8TOR1A PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

mandtole et ubi finiSy respondit quod credit quod initium sit Imole 
et Aremini sit finis eundo per viam rectam. Interrogatus que est 
rectitudo ìpsius provìncie Romandiole incipiendo a capite et eundo 
usque ad finem respondit incipiendo Imole et eundo Faventiam et 
sic usque ad civitatem Aremini. Interrogatus quod est rectum iter 
et rectus 'meatus eundi ad fines provincie Romandiole respondit inci- 
piendo Bononie ad fossam Cbavalinam eundo Imolam, Faventiam, 
Forum Livium, Cesenam et usque ad civitatem Aremini. Interrogatus 
si civitas Venetiarum respicit provincie Romandiole directo vel 
extrasverso respondit quod respicit a latore de suptus eundo versus 
per provinciam Romandiole a latore sinistro. Interrogatus si mare est 
medium Inter provinciam Romandiole et civitatem venetiarum respondit 
sic. Interrogatus quomodo sit, respondit quia vidit et ivit per ipsum 
mare a civitate Arimiui usque civitatem venetiarum. Interrogatus per 
quot mìliaria distet civitas venetiarum a comitatu bononie respondit 
per centum et ultra. Interrogatus quomodo sit respondit quia pluries 
ivit ad dictam civitatem venetiarum et sic audiebat dici a nautis. 
Interrogatus si attinet producendi respondit non. Interrogatus si fuit 
doctus vel rogatus forre hoc testimoni um respondit non. 

Die secunda Julij, 

Dominus Ardujnus de Duglolo testis juratus et examinatus super 
dieta intentione. Interrogatus super primo capitulo diete intentionis 
dixit quod civitas venetiarum habet contiguum cum provincia Ro- 
mandiole scilicet cum civitate Ravenne, Cervie et Aremini et quod 
Romandioli denominantur terram in illis partibus et veneti aquam. 
Super secundo capitulo dixit quod credit civitas venetiarum esse 
versus partes orientales et versus partes Romandiole, prout dicitur. 
Interrogatus qualiter comunis loquela et comunis intellectus hominum 
de bononia intelligit illa verba versus partes Romandiole respondit 
quod credit quod intelligantur incipiendo a comitatu bononie eundo 
versus partes Romandiole. Interrogatus si civitas Venetiarum est 
versus illas partes respondit sic, prò ut credit. Interrogatus ubi est 
initium Provincie Romandiole et ubi finis respondit incipiendo a 
comitatu bononie scilicet versus Imolam et eundo versus illas 
partes usque areminum seu ad comitatu m ipsius. Interrogatus ubi 
est rectitudo ipsius provincie incipiendo a capite et eundo usque ad 
finem respondit incipiendo Imole et eundo prò consequentes usque 
Areminum per rectam stratam, et quod rectus iter et rectus meatus 
eundi ad partes Romandiole est eundo per rectam stratam incipiendo 



DBl OOMFINI NATUBALl B POLITICI DELLA ROMAGNA. 43 

BoDonìa eundo per rectam stratam. Interrogatus si civitas Venetianim 
respicit Provincie Romandiole directo vel ex transverso respondit ex 
transverso. Interrogatus si mare est medium inter provinciam Ro- 
mandiole et civitatem venetiarum respondit sic. Interrogatus quot 
miliaria sunt a civitate bononie ad civitatem venetiarum respondit 
centum et ultra. Interrogatus quomodo sit respondit quia raultoties 
fuit in illis partibus et audivit dici nautibus. Interrogatus si fuit 
doctus vel rogatus ferre hoc testimonium respondit non. Interrogatus 
si atti net producendi respondit non. Interrogatus si sperat exinde 
lucrum vel dapnum respondit non. 

Die secunda Julij, 

Dominus Stephanus Jacobi capello sancti Benedicti Burgi Oalerie 
testis juratus et examinatus super dieta intentione suo juramento 
deo dixit quod provincia Romandiole est a latore mane civitatis 
bononie versus partes orientales. Interrogatus quomodo sit respondit 
quia ibi fuit centum vicibus et ultra. Interrogatus super secundo 
capitulo diete ìntentionis dixit quod civitas venetiarum bene est versus 
partes Romandiole et partes Romandiole versus partes venetiarum. 
Interrogatus quomodo sit respondit quia jam pluribus vicibus ivit a 
civitate Ravenne ad civitatem venetiarum. Interrogatus super tertio 
capitulo diete intentionis dixit quod civitas venetiarum bene habet 
contiguum cum civitate Ravenne et Cervie. Interrogatus quomodo 
sit respondit quia ibi fuit et audivit dici quod ita erat. Interrogatus 
qualiter comunis loquela et comunis intellectus hominum de Bononia 
inteiligit illa verba versus partes Romandiole respondit quod credit 
quod bene intelligitur civitas venetiarum sit versus partes Roman- 
diole. Interrogatus ubi est initium Provincie Romandiole et ubi 
(finis) respondit quod nescit Interrogatus ubi est rectitudo ipjaius 
Provincie incipiendo a capite et eundo usque ad iìnem respondit 
quod est incipiendo Bononia et eundo usque Areminum per rectam 
viàm. Interrogatus* si civitas Venetiarum respicit provinciam Roman- 
diole directo vel ex transverso respondit ad schisam prout sibi 
videtur. Interrogatus si mare est medium inter provinciam Roman- 
diole et civitatem Venetiarum respondit sic. Interrogatus quot miliaria 
sunt a comitatu bononie usque ad civitatem venetiarum respondit 
centum et ultra. Interrogatus quomodo sit respondit quia ibi fuit et 
audivit dici. Interrogatus si attinet producendi vel si sit doctus vel 
rogatus ferre hoc testimonium vel si sperat lucrum vel damnum 
respondit non. 



44 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Die quarta Julij, 

Dominus Matheus domini Mathej domini Bernardini merzarii 
testis juratus et examinatus super dieta inquisitione sibl vulgariter 
lecta dixit suo sacramento quod civitas Venetiarum non est versus 
partes Romandiole, set est versus partes Marehie Triguisane et de illis 
partibus appellatur. Interrogatus quomodo sit respondit quia audit 
vulgarizari ab omnibus et hoc ciedit fìrmiter fore verum. Interrogatus 
cum loquitur quod confinati vadant ad confines longe a comitatu 
bononie per centum mìliaria versus partes Romandiole quomodo 
intelliguntur illa verba, respondit quod intelliguntur eundo recte per 
provinciam Romandiole recte transeundo per dictam provinciam et 
non ex transverso et aliud nescit. 

Dominus Victorinus de Floranis capello sancti Antholini testis 
juratus et examinatus super dieta inquisitione sibi prius vulgariter 
lecta de verbo ad verbum dixit suo sacramento quod civitiis Vene- 
tiarum non est versus partes Romandiole set firmiter ekt de marcha 
triguisana et quod provincia Romandiole est de super et civitas 
venetiarum de subtus. Interrogatus quomodo sit respondit quia ipse 
pluries fuit in ci vitate Venetiarum et ibi audivit dici predicta, et 
alubi eundo versus illas partes, et etiam bononie dicitur, et dixit 
quod vulgarìs bominum de bononia est et fuit quod quando dictum 
fuit quod deberent ire longe a comitatu bononie per centum mi Ilaria 
fuit quod deberent ire dicti confinati recto tramite per provinciam 
Romandiole et non ex transverso et aliud dixit se nescire. 

(Deficiunt due carte). 



MARCO ANTONIO FRANCESCHINI NELLA GALLERIA DAVIA-BARGELLIN 



Iq cinque vaste stanze del monunoentale palazzo dei Giganti, 
ben ordinate, ben arredate, ricche d* aria e di luce che pio- 
vono da finestre e da lucernari, si distendeva, son pochi mesi 
passati, questa Galleria, rimasta ignota in patria alla maggior 
parte dei cittadini ; e dei quadri, miniature e disegni conte- 
nutivi, si può, come di tante altre cose del mondo, e variando 
benignamente il noto verso di Marziale, ripetere : sunt bona, 
sunt inala quaedam, sunt mediocria plura. Certo, in riguardo 
delle cose buone e della intenzione migliore, non vi saranno 
mai lodi sufficienti per 1* ultimo marchese Davia, il quale, 
artista egli stesso, raccolse le reliquie artistiche di due illustri 
casate, vi unf le tele che nella bufera finale del secolo xviii 
gli fu facile di acquistare a poco prezzo da fabbricerie, chiese 
e conventi soppressi, conservò gelosamente eredità ed acquisti 
per tutto il corso della sua vita, e li assicurò dalla disper- 
sione dopo morte con saldi vincoli testamentari. 

Ho detto, si distendeva son pochi mesi passati. Oggi 
non più. I benemeriti amministratori dell* Opera Pia Davia- 
Bargellini, per necessità di nuove stanze da abitare, traspor- 
tarono provvisoriamente in un vasto luogo a pianterreno tutta 
la quadreria: e ve la lasceranno fino ad un assettamento defi- 
nitivo, che la loro sollecitudine mi fa sperare vicino. 

Marco Antonio Franceschini è qui rappresentato da dicias- 
sette dipinti fra grandi e piccoli, mitologici ed allegorici gli 



46 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

uni, cristiani e devoti gli altri. I primi compariscono migliori, 
anche per la novità e singolarità del soggetto: cosf, avanti 
tutti, Bacco e Arianna ; poi Venere e Amore , Adone col 
cane, in due tele ovali, mezze figure grandi al naturale, incor- 
niciate con lusso, eguali di dimensioni e di decorazròni ; due 
allegorie della Carità; Bacco in riposo. Amore in riposo, 
due fanciulli meravigliosi, anch'essi accoppiati; una mezza 
figura muliebre, che il catalogo chiama Venere, e che tanto 
può esser Venere, quanto qualunque altra dea o giovane donna, 
bella e poco vestita. 

Meno importanti, diciam pure meno belli, fuor d'uno, 
sono i quadri di soggetto cristiano e devoto: perciò non oltre- 
passano la levatura ordinaria il bozzetto del Transito di 
san Giuseppe, il primo esperimento, la piccola favilla del 
gran fuoco nel tempio della Santa ; San Giuseppe col bam- 
bino Gesù, in due maniere diverse; Santa Caterina da 
Bologna portata in cielo dagli angioli ; San Giovanni Bat- 
tista fanciidlo nel deserto ; una mezza figura muliebre, detta 
V Immacolata Concezione; Sant'Antonio da Padova col 
bambino Gesù; V Adorazione dei Pastori, su rame. Quadri 
e quadretti da oratorii , da cappelline private, da colle di 
frati e di siioic, sfoghi e prodotti di particolar devozione 
di piccola borsa, si può far presto a passarli per giungere 
ad uno dei più bei dipinti della Galleria, ad uno dei capola- 
vori del pittore : alla Visione di Santa Caterina da Bologna, 

Descriverò dunque di tanti i migliori : Bacco e Arianna 
per la mitologia, le due Carità per l'allegoria, la Visione di 
Santa Caterina da Bologna per la religione. 

I. Un quadro bislungo, colle figure di grandezza poco minor 
della naturale, e con tre sole figure, ci rappresenta uniti 
Arianna, Bacco ed Amore. A destra del riguardante, cielo e 
mare : il cielo azzurro in alto, color di fuoco in oriente, dove 
dietro l'aurora si fa grande il giorno ; il mare azzurro anch'esso, 
vasto, tranquillo ; e nella punta estrema della tela la poppa 
di una nave fuggente, la nave dell'infedele Teseo. A sinistra 
del riguardante la terra ferma : un padiglione rosso teso al 
rezzo di un albero : e sotto il padiglione, aperto davanti, la 



M. A.FRANCIfi8CHlNI NBLLA GALLERIA DAVlA-BARGieLLINI. 47 

povera Arianna, sdraiata sur un materasso bianco con un ori- 
gliere bianco da capo e una grande anfora di bronzo dentro 
un bacile di bronzo, posati in terra per tutto mobilio; la 
povera Arianna, che nel primo disordine del risvegliarsi e del 
risvegliarsi sola, si solleva con mezza la persona sul gomito 
destro, contro cui stringe anche nervosamente la mano sini- 
stra, quasi per contenere col braccio attraversato il colmo e 
rigoglioso petto. Ella si è accorta testé dell' abbandono. 
Ha gli occhi gonfi di lagrime, le guance arrossate ; le folte 
trecce di color castagno scuro le cadono disciolte per le 
spalle e per il seno, e mentre cerca di raccoglierle con la 
mano diritta a impedire che le inondino il viso, pur delicato, 
pur delizioso nelle lagrime, poco si cura della sua nudità. 
L'occhio nostro erra rapito su quelle forme perfette, su quella 
carnagione bianci e rosea, su quelle spalle, quelle braccia, quel 
petto e quel torso che sembrano fatti al tornio, e tenta di 
penetrare anche più abbasso, dove un largo panno turchino, 
che risalta sul g aciglio bianco, nasconde geloso nuovi tesori ; 
ma non cosf che non ne sfugga fuori un ginocchio, il destro, 
bianco e polito, e due piedi nivei e piccini dalle dita fine e 
sottili; carne vera e palpitante, non pittura. Arianna dolente, 
ma non tanto da trascurare i casi suoi, ascolta ciò che le 
suggerisce Amore, biondo e bel fanciullo venuto a volarle 
vicino, il quale, postale la manina destra sulla spalla^ manca, 
coir altra le addita Bacco ritto davanti all'ingresso del padi- 
glione ; ed essa, l' astuta donna, mentre ascolta Amore, con 
un principio di conforto fissa nel dio gli occhi intensamente 
scrutatori, quasi per penetrargli nell'animo a leggervi se può 
fidarsene. Il dio , coronato d' oliera e di pampini le chiome 
presso che bionde, rosso e ridente in viso, forte e ben fatto 
della persona, avvolto in un mantello di scarlatto affibbiato 
sulla spalla destra, nude le braccia, le gambe ed i piedi, sì 
curva leggermente innanzi alla nuova bellezza, tanto diversa 
dalle sue baccanti ebbre, scomposte ed urlanti, che improv- 
visa gli appare su quest'isola deserta; porta la mano diritta 
al cuore, si appoggia da sinistra sul tirso ; resta in parte nel- 
r ombra proiettata dal padiglione, mentre la maggior luce 



48 R. OBPCTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

investe e circonda Arianna. .Tale si presenta Bacco, nume 
caro a pittori e poeti : e come lo dipinse quf il pittor bolo- 
gnese, oosf pochi anni prima 1* avea cantato, ospite bolognese 
di lunga stagione, l'abate Carlo Innocenzo Frugoni, nel meglio 
della sua vena e de* suoi versi ; e mai lira e tavolozza si tro- 
varono in pili stretto accordo. 

Arde vermiglia la pienotta guancia 
e vivida al baon Dio tutta si veste 
d' eterna gioventù : vivo dagli occhi 
sorridenti traspar soave foco: 
tondeggian fresche d*iininortal vigore 
le ben nndrite membra: edere molli 
fanno al orine ritorto in bionde aneli a 
verde corona : de' notturni balli 
il tirso agitator la destra strìnge: 
argentea pelle di maeehiata lince 
al roseo petto e al rilevato dorso 
annodata si avvolge .... 

Ecco sviluppato in una tela maravigliosa, forse quella 
ìstessa dipinta dal Maestro nella sua forte vecchiezza al car- 
dinal Cusani, e qui finita in pace per ignote vicende fami- 
gliari, ecco sviluppato il giocondo concetto che ila giovane 
avea sorrìso al pittore in uno dei medaglioni a chiaroscuro del 
nostiH> palazzo dì giustizia. Ma quanta sapienza nello sviluppo 
della favola, quanta finezza nella satira, quanta moralità nel- 
r apparante licenza! Arianna è la donna venale e calcolatrice 
che piange ramante fuggito, ma si studia nel tempo istesso 
Jì accalappiarne un alti\> che la rìsaivisca dell'abbandono e 
del danno: perciò mette in mostra Oirnì suo vezzo, perciò si 
consiiTlìa con .\raore, perciv> Amotv !e suggerisce nuovi par- 
::;i, peiviò essa gr.aria il nume eoa occh: ohe sono impa- 
CAbili vi: soal!rx?.-.-A e dì civetteria ; pero:^ :1 re:;o le si pi*o- 
ten/.e co :u » e: ìaiiM::e:.Te, il arinocch v^ le s: sCv^i re, i pie^iìni 

O»* 4 'V • ^ * ' A ■*■* " •*»» »k <'• ) '.". ^ -» * -i" »-».-. — ,-» ^.■. •»» >.««*«, ^V W«fc2 

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M. A. PRANCE8CHIN1 NELLA GALLERIA DAVIA-BAROELLINI. 49 

vivacità di colori, nulla vi manca. E mentre dal viso di 
Arianna svaniscono all'arrivo del nume, del nuovo padrone, 
le tracce voluttuose che vi lasciò V ultimo bacio del fuggiasco, 
le tracce dolorose del pianto e dell'abbandono, in volto a 
Bacco i colori dell'ultimo vino bevuto si dileguano davanti 
alle rose più durevoli che su vi sparge Auiore con prodiga 
mano. Amore risana, avvicina, infiamma, trionfa. 

II. Le due Carità : una di paternità dubbia secondo il 
catalogo, ma di paternità sincera secondo me, ma sincera 
almeno di intento e di espressione; l'altra figliuola legittima, 
ma falsa di nome e di fatti. Pitture finissime entrambe, accop- 
piate insieme come una pariglia di bei cavalli, decorate di 
due belle cornici eguali, custodite gelosamente so' to cristalli : 
segno che entrambe, dubbia e legittima, nell' animo del primo 
e fortunato loro padrone avevano lo stesso valore ; e prova 
ancora, se vuoisi, dell'autenticità comune. 

Cominciamo dalla figliuola dubbia. 

Una bella e pietosa donna , seduta anzi quasi jiccocco- 
lata in terra, colle gambe ripiegate alla meglio sotto la per- 
sona, bada con angelica pazienza a tre fanciulli in un tempo. 
Essa è in capelli, ne' suoi capelli neri semplicemente raccolti 
sul capo ; la bianca camicia discinta e caduta dalla spalla 
sinistra le lascia scoperta una mammella candida e ricolma, 
dal cui roseo capezzolo si è staccato pur ora un bambinello 
biondo chele dorme placidamente in braccio: una non so se 
sottana o coltre rossa la copre dal mezzo in giù, ma i piedi 
scappan fuori dall'estremità, nudi e ben fatti. Ess i, la madre 
pietosi, si tien stretto al seno con la mano manca il piccolo 
dormiente, dì cui un braccino tondo e roseo cade inerte lungo 
la coltre rossa; e con la mano destra levata in alto mostra 
una ciocca di ciliege a due bambini biondi e pafi'uti come 
quello che dorme, ma più grandicelli ; dei quali uno, coperto 
cosf alla buona di un panno turchino, si allunga a prendersi 
tutto sveltamente; e l'altro che in un impeto di tenerezza 
infantile si è aggrappato addosso alla mamma, e con una 
manina le accarezza la faccia, e accosta la sua bocca alla 
bocca di lei per baciarla, non perde d'occhio il fratellino e 



50 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROBCAONA. 

le ciliege, e sogguarda per arrivare in tempo di conquistar 
la sua parte. 

Tutto va bene, anzi non può andar meglio; eppure, come 
ho già detto, questa Carità cos( buona, cosf materna, non 
può mostrare una fede di nascita cosf certa, come la sua con- 
sorella; e nel catalogo della galleria apparisce senza nome 
di autore. Ma se l' identità del soggetto, se la proporzione e 
disposizione delle figure, se la vita in comune, se la forma 
istessa, ristessa cornice, le cure istesse del proprietario non 
valsero a confondere insieme Topera dubbia e la legittima in 
una sola genuinità, riman la bellezza dell' esecuzione e per essa 
la pittura di cui finora ho parlato, se non è del Maestro, è 
degna di appartenergli, è virtualmente sua. 

Ed ora vengo alla figliuola legittima. 

Io la chiamerei la Tentazione, la Seduzione, ma la Carità 
no. Una Carila che distribuisce gemme e perle ai ragazzi, i 
quali finiscono a pugni e scapaccioni fra i suoi piedi, mi 
pare che non intenda bene il suo dovere. Ad ogni modo, tanto 
la pittura è incantevole nella sua poca moralità, quanto in 
relazione intima colla precedente. 

Una bella donna in capelli , ne' suoi capelli naturali di 
color castagno chiaro, pettinati colla massima semplicità e 
trattenuti da una treccia aggirata intorno al capo, Testita di 
una camicia bianca aperta alquanto da collo e con le maniche 
t'imboccate, e di una sottana turchina dalla cui estremità 
spunta nudo e tot*nito il piede destro ; una bella donna cosf 
fatta siede di fronte a noi riguardanti. Tiene il braccio destro 
appoggiato sul tavolo vicino, e dalla mano destra aperta e sol- 
levata in aria lascia cadere in terra fili di perle e gemme 
spicciolate ; e non paga di tanto, alza ancor di piti la mano 
sinistra per far vedere un vezzo di perle piti grandi e più 
bianche. Intanto, per primo frutto della carità di questa curiosa 
Carila, due bei bambini nudi, bianchi e rossi e biondi, ruz- 
zolano in terra a raccogliere le goccio di quella pioggia pre- 
ziosa, e fra le gambe e sui piedi della donna si afferrano per 
la testa e per le spalle con intenzioni ostili ; un terzo bam- 
bino, simile a loro, ma più pacifico o più scaltro, corso 



M. A. FRANCB80H1N1 NBLLA GALLERIA DAVIA-BARGBLLINI. 51 

1D grembo a colei, la prega e la supplica insistentemente di 
donare anche a lai qualche cosa, con ambe le manine distese. 

Ma che Carità ^ ripeto io. Questa è Tentazione o Sedu- 
zionCy e mai più affascinante o più ammaliatrice scaturì dal 
cervello e dal pennello di artefice mortale. La Carità, emana- 
zione da Dio, la vediamo in uno dei grandi maravigliosi pen- 
nacchi della Santa^ col cuore infiammato in mano, colla me- 
lagrana simbolica spaccata ai piedi, coi bambini appesi alla 
inesauribile mammella, o stretti e cullati fra le braccia infini- 
tamente pietose ; la Carità vera ancora, in proporzioni minori 
di quella, la vediamo quf accanto ; guardiamola e poi guar- 
diamo questa, e distinguiamo la virtù dal vizio. Ma non senza 
un altissimo sentimento morale, l'artista, il Maestro, creò e 
die unite queste due composizioni allegoriche al mecenate 
che unite le mantenne in sua casa. L'idea complessa per cui 
una non può andar senza l'altra, a cagione dell'ammaestra- 
mento civile e filosofico che ne risulta, ecco un argomento di 
più in favore della legittimità di entrambe, se ancor ve n'era 
bisogno. 

III. La Visione di Saìita Caterina da Bologna accadde 
in Ferrara nel 1445, ed io la ripeto colle parole infocate della 
Santa nell'arma settima delle sue spirituali. Narra essa che 
< approssimandosi la festa della natività del Salvatore nostro 
» Cristo Gesù, cioè la vigilia di Natale venendo al df, domandò 

> licenza alla Madre Badessa di rimanere quella notte in 

> chiesa a vegghiare per sua devozione; e avuta la licenza, 
» entrò ttella predetta chiesa del presente loco, e posesi in 
» cuor- proponimento di dir mille volte l'Ave Maria inginoc- 

> chioni a riverenza della Madre di Cristo. Avendone dette 
» alquante, continuando infino circa la quarta ora della notte 
» (nella quale ora credo che nacque il Salvatore), subito 
» innanzi ad essa apparve la Vergine gloriosa col suo dilet- 

> tissimo Figliuolo in braccio, che era fasciato proprio in 
» quella forma c4ie fanno gli altri bambini quando nascono ; 

> e accostandosi a questa suora, cortesemente e con gran 
» benignità glie lo pose in braccio E conoscendo essa per 
♦ divina grazia che questo era il Figliuolo dell' Elterno Padre, 



52 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

> se lo strinse fra le braccia, mettendo la faccia sua sopra 
» quella del dolcissimo bambino Cristo Gesù con tanta soavità 
» e dolcezza, che tutta pareva si dileguasse come fa la cera 
» al fuoco. E tanto era soavissimo l'odore che usciva dalla 

* purissima carne di esso Gesù benedetto, che non è lingua 

* che lo potesse narrare, né mente sf gentile che lo potesse 
» immaginare; e della bellissima e delicata faccia di esso Figliuol 
» di Dio, quando ne avesse detto tutto quello che potessi dire, 

> niente sarfa.... ». 

Quale la visione, tale il quadro ; né la Santa poteva 
trovare interprete più fedele. Sono presenti la Beata Ver- 
gine, Gesù bambino e la Santa ; e il sacro luogo risplende 
di nuvole argentate, di luci paradisiache, di spiriti e cori 
angelici. A sinistra dei riguardanti, la Beata Vergine ritta 
in piedi sopra uno strato di nuvole, acconciata in capo 
de' soli suoi capelli castagni, vestita al solito di rosso e tur- 
chino, con due angiolini ai lati che le sorreggono il manto . 
ha già dato in braccio a Santa Caterina il bambino Gesù, 
biondo, bianco e rosso, e giunge le mani in atto di muta 
adorazione e contemplazione. La Santa^ nei panni della sua 
regola, tonaca grigia, velo nero in cupo, sottovelo e soggolo 
bianchi, inginocchiata ed estatica, si tiene stretto il bambino 
ai seno, accosta il suo viso ardente alla fresca gota di Ini, 
e il bambino con vezzo infantile e gesto precoce allunga una 
manina ad accarezzarla. Fra le due donne s' intromettono 
curiose alcune teste alate. Un poco indietro, due angeli dalle 
ali candide e biondi entrambi, seduti sulle nubi, uno in panni 
Hzzurri, r altro in bianchi e bruni, osservano commossi e stu- 
piti la divota scena. 

È una delle più soavi pitture del Maestro, in cui la bella 
ordinanza della composizione gareggia colla finitezza del pen- 
nello, la perfezione delle figure coli' espressione dei volti. 
Senza tener conto dei soliti angeli che si afibllano per antica 
tradizione in tutte le tele religiose a farvi la parte del pub- 
blico, e quf son belli a meraviglia, basta guardare in viso 
alle due sante donne protagoniste: alla Madonna, nella quale 
accanto alla divota contemplazione trasparisce la maternità 



M. A. FRANCBSCHIMI NELLA GALLERIA DAVIA-BARGELLIM. 53 

premurosa e soddisfatta; a santa Caterina, dove Testasi, la 
tenerezza, il fervore rischiarano ogni tratto, vi fanno affluire 
il ^angue più rapido e più colorito ; basta guardare, ripeto, 
per convincersi come due sole e tali figure possano rendere 
famoso un artefice e preziosa una tela. E continuando, non si 
può descrivere abbastanza con qual rapimento d'amore la 
Santa si tenga in braccio il bambino Gesiì e accosti il suo 
viso al viso di lui; l' imagine ch'essa usa narrando della 
cera al fuoco è la sola che possa ripetersi ed appropriarsi al 
momento colto dall'artista. 

Narra Giampietro Zanetti che il Maestro dipinse per il 
Senato di Bologna questa Visione nel 1710, e che il Senato 
di Bologna la donò a papa Clemente xi, il quale la gradf ed 
apprezzò come meritava. Bisogna dire che l'eccellenza della 
pittura, la fama e la riuscita di essa, forse le successive e 
frequenti richieste, persuadessero il Maestro di ripeterla, e 
prima per la famiglia Marescalchi; o che lo stesso quadro, 
donato da papa Clemente xi o da altro Albani ad un Mare- 
scalchi, rifacesse il viaggio da Roma a Bologna per fermarsi 
nella cappella di famiglia in San Francesco, venir poi messo 
fuori nel rinnovamento generale dell'antico tempio e rifugiarsi 
qaf in custodia e tranquillità di riposo : riposo che io gli 
auguro lungamente durevole. Perché, se avverrà mai che un 
giorno la Sania discenda dai posto di onore che ha occupato 
fino adesso e che occuperà di nuovo nel riordinamento immi- 
nente, e ripigli il cammino di casa Marescalchi, quel giorno 
sparirà l'elettissima delie gemme, la gioia più fulgente, dalla 
Galleria Davia-Bargellini. 



Alberto Bacchi drlla Lega 



OSSERVAZIONI ARCHEOLOGICHE 

sulla permanenza degli Etruschi in Felsina nel secolo IV. 



Al principio del secolo IV è posta (') la conquista del 
territorio etrusco di Felsina da parte dei Galli Boi, e da 
quel lempo fino al 191 in cui il console P. Cornelio Scipione 
Nasica, resosi padrone del suddetto territorio, dà inizio alla 
rapida romanizzazione di Bononia (•), si sarebbe estesa la 
signoria dei Galli, di quei rudi selvaggi 

correnti a lavarsi la strage 

nelle fredde acqne alpestri eh* ei salatayan Beno. 

Che cosa possiamo noi dedurre dai documenti monumen- 
tali a noi arrivati riguardo agli Etruschi rimasti nel territorio 
bolognese durante questo periodo di predominio gallico ? 

Il Brizio nella sua monografia inserta in questi Atti e 
Memorie or fa un ventennio (^), preponendo varie testimo- 



(M MoMMSBN, Roemische Geschichte, 1. II, e. IV, § 6. — Bertrand 
e Beinach S. , Les Celtes dans les vallées du Pò et du Danube, pag. 21 
e segaenti. 

(') MoMMSBN, op cit., 1. Ili, e. VII, § 2. — Livio, 1. XXXVI, 
38-40. 

(') Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per la Romagna 
S. Ili, V. V, 1887: Tombe e necropoli galliche della provincia di Bologna^ 
pp. 457-532. 



088BRVAZI0NI ARCBBOLOGICHB SULLA PERMANENZA ECC. 55 

niaDze letterarie, pubblicava e commentava il materiale uscito 
da uecropoli cosiddette galliche, sottoponendolo all'esame 
degli studiosi aflSnchò si determinassero i rapporti chf^ dovet 
tero esistere tra Etruschi e Galli nel territorio felsineo. 

Ma la pubblicazione veniva come corollario ad un dottis- 
simo e sagace scritto che pure in questi Atti e Memorie era 
stato pubblicato quattro anni prima dai Rubbiani : L' agro 
dei Galli Boi diviso ed assegnato ai Coloni Romani (*). In 
questo scritto cosi si espresse, e con giusta ragione, il Rub- 
biani sulla scorta di Polibio C) e del materiale bolognese : 
« e mentre i Boi sono nell'agro nostro, le necropoli di Fel- 
sina seguitano ad essere etrnsche, e Galli ed Etruschi vi si 
trovano persino giacenti gli uni presso gli altri ». E conclude 
il Rubbiani sagacemente asserendo che le dimore dei Galli 
dovevano essere poste durante la dominazione etrusca non 
solo, ma durante quella romana, nella Sylva Lytana stenden- 
tesi nelle bassure del bolognese. 

Già il Brunn (') con le sue deduzioni dal materiale cera- 
mico, dimostrate ora fallaci da nuove riceixhe e da nuovi 
studi, veniva ad abbassare di assai, anzi di ti*oppo, il mate- 
riale etrusco tipo-Certosa, giungendo cosi ad un risultato pie- 
namente negativo riguardo agli influssi gallici nel bolognese. 

Ad un consimile risultato riusciva pure il Martha (^) che 
datava le t^mbe più antiche della civiltà tipo-Certosa nella 
seconda metà del secolo V. 

Recentemente invece il De Sanctis nella sua Storia dei 
Romani sarebbe incline a riferire tutto il materiale etrusco 
felsineo al quinto secolo secondo le seguenti parole: «né 
d'altra parte convien riferire l'inizio di quella espansone 
(dei Galli) ad età molto anteriore alla metà del secolo V 



(») AUi e Memorie, S. Ili, v. I, 1883, pp. 65-120. 
(*) 1. II, e. XVII. 

(•) Ueber die Ausgraburnjen der Certosa von liologna^ nelle ^6^a»i- 
dlungen der bay, Ahademie, v. XVIII, Abt. I, 18^6-1888, pp. 145-203 
(*) Vari étrusque, p. 94. 



56 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

perchè non par dubbio che la civiltà etrasca continuasse a 
fiorire nell* Emilia per tutto o quasi quel secolo » (^). 

Più reciso poi è il Pellegrini che appunto nell' ultimo 
volume di questi Atti e Memorie (') si espresse in tal modo : 
' I Galli interruppero e soffocarono il libero svolgimento 
della civiltà etru^ca, spezzando il commercio greco, già gra- 
vemente colpito anche in altre parti d'Italia in seguito agli 
avvenimenti politici della fine del V e del principio del se- 
colo IV av. C. ». 

Ben con ragione il Pellegrini, seguendo la via degli insigni 
dotti da lui citati, ha propugnato nella sommaria memoria, di 
cui le precedenti parole fanno parte, il vantaggio che può 
offrire lo studio dei vasi greci dipinti per ciò che concerne 
la civiltà etrusca nel bolognese ; ma dal materiale ceramico 
da questo dotto esaminato non mi sembrano ben fondate le 
conseguenze che egli ne fa derivare e che sono appunto 
espresse dalle parole sopra riportate. 

Non interamente ai Galli spetta il triste compito di aver 
spezzato il diretto commercio tra Felsina ed Atene ('), ma 
questa sparizione di prodotti ceramici attici, più che alla vita 
di lenta decadenza che Tarte della ceramica ateniese con- 
dusse durante tutto il IV secolo, si deve alle cambiate vie 
percorse dai prodotti di questa arte indirizzati, non più 
all'Etruria, ma al Chersoneso Taurico, alla Cirenaica, e più 
tardi ad Alessandria. Tanto meno ai Galli dobbiamo un 
improvviso arresto nel rigoglioso sviluppo della civiltà etrusca 
ed una notte lunga di barbarie sino alla colonizzazione romana : 
questo è smentito dai rinvenimenti archeologici. 



(*» Storia dei Romani, v. II, p. 161. 

(*) Atti e Memoriti S. Ili, v. XXV, 1907, p. 221. 

\?) h" Hblbio (Rendiconti dei Lincei, 1889, p. 79 e 6egg,) ha esposto 
con acute ragioni la ipotesi che il commercio ceramico tra Atene e 
r Etruria centrale venibse fatto con la Sicilia come intermediaria. Tut- 
tavia, per quel che riguarda Felsina, mi pare probabile la ipotesi che 
i vasi greci giungessero a lei direttamente per lo scalo di Adria. Ad 
Adria appunto, come è noto, numerosi frammenti di vasi attici sono 
stati rinvenuti. 



OSSERVAZIONI ARCHEOLOGICHE SULLA PERMANENZA ECC. 57 

Dice il Pellegrini che pochissimi vasi provengono dalle 
necropoli felsinee veramente etrusche che, per seguire in 
ordine di tempo al noto e tanto discusso cratere di Teseo e 
di Eracle (*), ben dimostrano di essere stati fabbricati già nel 
secolo IV, poco prima della irrompente fìutnana celtica ; e di 
due di essi vasi il Pellegrini fa menzione abbastanza estesa. 

Io invece sarei incline a porre tutti i sedici vasi, che 
ritengo essere stati fabbricati nel Ceramico già nel IV secolo, 
non immeriiatamente dopo il cratere di Teseo e di Eracle, che in 
altro lavoro di accordo, ma indipendentemente dal Pellegrini, 
avevo già posto nello scorcio del secolo V Q. Un esame 
particolareggiato di ciascuno di essi vasi nel museo di Bologna 
mi ha convinto di ciò che segue. 

Dal Giardino Margherita : 

1). Kelebe. 

Attorno al collo è un ramo di alloro ; nel lato anteriore 
su due kUvai sono due personaggi, di cui uno con lira ; un 
giovine danza con timpano nella destra al suono che una 
donzella fa coi doppi flauti. 

La scena è una degenerazione di quelle scene ovvie a 
trovarsi su vasi di stile severo e di stile bello ; ma tutto è 
qui negligente e frettoloso, indicante la diretta derivazione 
(si vedano i cuscini col caratteristico ornato ad onda) dai 
>asi dello scorcio del secolo V, tipo cratere di Teseo e di 
Eracle. 

2). Cratere a campana - Notizie degli scavi, 1889 
(Bki/io) p. 208, sep. 13 ; Pklleokini, op. ciL, p. 220. 

Due coppie di banchettanti sono su due letti ; una flautista 
è accanto a loro. Il rovescio ofi're tre negligenti figure di 
giovani ammantati ; un ramo di alloro circonda il vaso sotto 
r orlo. 



(M Monumenti dell" InsUtuto, suppl.,, t. 21 e 22 ; per la bibliografia 
rimando alla mia nota 2.* a p. 127 delle Roemische Mitteilungen^ 1906. 
(*) Roemische Mitleilungen^ 1906. p. 127 e seg. 



58 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Già la forma stessa del cratere, allungato e sgonfio nel 
venire, è un indice della sua età seriore. Ma che questo cra- 
tere appartenga al IV secolo, e già di molto avanzato, ben 
appare dal disegno frettoloso e scorrettissimo delle figure. 
Questo vaso si schiera accanto a numerosi esemplari del 
tutto negligenti di cui è ricchissimo il museo di Atene, potendo 
tuttavia essere contemporaneo ai più begli esempi di cera- 
mica del gruppo di vasi detti di Kertscb e mostrando in tal 
modo come alla semplice routine di ceramisti senza scrupoli 
artistici si debba la maggior parte dei vasi fabbricati nel- 
l'Atene del secolo di Prassitele. 

L*uso del bianco per la donzella, gli orli dei vestiti con 
Tornato ad onda appartengono al patrimonio dell'arte cera- 
mica del IV secolo. E per lo stile e per la rappresentazione 
si confronti il cratere di Pietroburgo edito nel Compie Rendu 
del 1869, p. 219. 

Indizio poi di età relativamente recente è dato anche da 
questo. Il cratere stava al di sopra di circa 70 cm. alla 
tomba edita dal von Duhn (^), In quale, per contenere vasi 
prettamente arcaici, può essere ritenuta come una delle prime 
tombe etrusche-felsinee aperta ciixa la fine del secolo VI. 
Non si andrà lungi dal vero se tra essa tomba e la tomba 
posteriore, posta in un luogo ove non più si doveva credere 
che fosse avvenuto un seppellimento, si pone uno spazio 
anche superiore a quello di 150 anni veduto dal Brizio. 

3). Tazza, 7i. S8, 

L'interno ci mostra Afrodite o una ninfa seminuda, che 
la sola parte inferiore del corpo è avvolta nel mantello ; 
nella destra ha un timpano. Eros le è vicino e le pone una 
mano sulle ginocchia. Più rozzamente dipinte nei lati este- 
riori sono le figure efobiche, assai tozze, anzi deformi, e le 
figure ammantate. 

È questo un esempio di quella serie di taz/.e del decadi- 
mento ceramico di cui il più noto esemplare è la tazza di 



(*) Atti e Memorie^ 1890, p. 1 e seg., t I. 



OSSERVAZIONI ARCHKOI.OGICHB SULLA PERMANENZA ECC. 59 

Trittolemo del Museo Gregoriano (Gerhakd, Auserlesene 
Vasenbilder, I, t. 45) ; ma questa felsinea è assai più negli- 
gente di stile e palesa età ancor più tarda e pertanto non 
può essere lontana dalla metà del secolo IV. 

Rispetto alla grandezza della tazza il fondo interno è assai 
ampio, particolare questo comune alla suddetta serie di tazze, 
li gruppo poi della donna seminuda con Eros accanto si 
riproduce su altri vasi propri del secolo IV ; si veda per 
esempio il coperchio di tazza di Panticapeo (C, /?., Atlas^ 1881, 
t. Ili) di disegno sotto ogni rapporto più dilgente. Segni di 
seriorità sono pure il denudamento del torso della donna, il 
timpano nella sua destra. 

3). Piatto. 

Sull'orlo esso ha una zona formata da foglie, nel mezzo 
una testa di Etiope imberbe diretta verso sinistra. 

Le fattezze di questo Etiope fanno già presentire il rea- 
lismo nelle rappresentazioni di peritone di razze diverse o di 
varie età del periodo alessandrino. 

5-9). Cinque skyphoi. 

Sono senza decorazione, ma tutti verniciati in nero. Di 
essi uno è più piccolo degli altri. La forma di queliti ^kypboi 
li allontana da quelli propri del secolo V, non più essendo 
con le pareti tondeggianti, ma a pareti sgonfie ed allungate 

Dagli scavi Araoaldi : 

10. Cratere a calice - Notizie derjli $cavi, 1888 ilWzu>), 
p 43 ; Pk!.i K'.ui.H!, op. cit., p 210. 

La scena rappresentata sul iato nobile M va^o é un 
komos dionisiaco. « Nel mezzo il dio st^^^o. ^eroi-ebbro, è 
trascinato via da Arianna, cbe gli ha passato il braccio dentro 
intomo alla vita, mentre due Amorini volano ai lati d'ella 
coppia e tuli' intomo corrono e danzano, iiMa^i da furore 
orgiastico. Sileni e Menadi > Pellegrini). 

Rimando alle giuste osserTazioui d^.'l VtXWjLrìuì: tofa^ia 
debbo aggiungere che, più che col crat^^re ^i T<5**ro e di 
Eracle, questo cratere %i riar,Doda al CjC.o dei pi**or<> Mi^ia, 



60 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

Il volto del dio di quasi prospetto presenta innegabili somi- 
glianze con quello di Paone del noto cratere palermitano!') 
che, secondo il retto giudizio del Furtvaengler, può risalire 
al principio del secolo IV. Ma il vaso bolognese mostra che 
la sua esecuzione è ancora posteriore. Esso vaso è prezioso 
perchè bene si può avvicinare a quei vasi denotati dal Furt- 
waengler con la ristretta denominazione di vasi di Kertsch, 
la cui esecuzione non si può porre al di là dei decenni ante- 
riori alla metà del secolo IV. 

Ed il disegno in questo vaso è pieno di vivacità pur rima 
nendo abbastanza corretto ; v' è specialmente di bello un gruppo 
di due Sileni di cui uno cerca di prendere un corno potorio 
che gli vien presentato, mentre l' altro lo trascina. 

Le teste di questi Sileni sono finamente eseguite con 
ciocche di peli distinte e di color diluito. Una Menade dan- 
zante con timpano ha lo schema delle gambe incrociantesi 
nel movimento di danza, schema solito ad incontrarsi nei \asi 
cosiddetti di Kertsch ('). 

11). Cratere a calice - Notizie degli scavi, 1888 (dal 
Brizio lasciato inesplicato), p. 52, n."* 5. 

Sul lato anteriore due fiiovani con giubbe ad ornati e con 
doppio giavellotto stanno ciascuno da una parte di una figura 
femminile seduta, col torso nudo. Essi, a mio avviso, sono 
Paride ed Enea e la donna è Elena. Eros ha posto una 
corona sul capo di Paride ed un altro Eros è ai piedi di 
Enea. 

Compiscono la scena una figura di giovine seduto ed 
un'altra figura con grande xC^og sulle ginocchia. 

R. Genio alato adolescente tra due figure ammantate; 
stessa scena che è nel rovescio del n.^ 13. 

Pel disegno mi sembra questo vaso da porsi accanto ad 
altri vasi del IV secolo di derivazione dalle idrie con giu- 



(*) FuRTWAENOLBR Rbichhold, Griechische Vosenmaleret\ t 59, 
testo S. I., p. 2% e seg. 

(*) Si veda ciò che ne ho detto in Ausonia v. I, 1906, p. 49 e seg. 



OSSERVAZIONI ARCHROLOGICBE SULLA PBRMANBNZA ECC. 61 

dizio di Paride e poi dai crateri di Teseo di Bologna e di 
Camarina (*), vasi per cui rimando ad altro mio scritto ('). 
V è negligenza e frettolosità di esecuzione, vivacità nel- 
r assieme. E la pittura pel suo concepimento rammenta assai 
la nota idria di Pietroburgo che di recente è stata di nuovo 
edita dal Furtwaengler e da Reichhold (Griechische Vasen- 
malerei, t. 79) mostrante essa pure Paride ed Enea. 

Il cratere bolognese non può essere lontano pel tempo 
della sua esecuzione da questa idria che, pei suoi stretti 
legami coi vasi detti di Kertsch, non può risalire più in su 
del decennio 390 380 a. C. 

12). Cratere a calice. - yotizie degli scavi, 1888 (Bkizio), 
pag. 52. 

In esso cratere, assai corroso, sono rappresentate figure 
di Sileni, di Menadi, di Eroti 

È una delle solite derivazioni dal gruppo idrie di Paride 
e crateri di Teseo, con la solita rappresentazione dionisiaca 
tralignata dalla bella scena dell'anfora ruvestina (HkydkmXnn, 
Saiyr- und Hakchennamen, t. I). Di esse scene dionisiache 
perfettamente analoghe parecchi esempi sono in Atene e 
parecchi esempi provengono da S. Agata dei Goti che ne do- 
veva esser un centro di fabbricazione {^), 

13) Piccolo cratere a calice, - B.<i,.nn: Ueber die Ansgra- 
bungen der Certosa von Bologna, p. 25 dell'estratto. E edito 
negli Atti e Memorie della Dep, di S, R, S. Ili, v. II, 1884, 
t. IV V, n. 2, 18 (Bkizio). 

Su di un lato è una delle solite scene dionisiache col dìo 
seduto su di una roccia e circondato da Menadi, da Eroti, 
da Sileni Sul lato posteriore è la figura di un genio alato 
adolescente tra due figa i e ammantate. 

Riguardo al dis gno si veda il numero precedente. 



(*) Mfìnumenti dei Lincei^ v XIV, t. I. 

(*) Roem. Mitteilungen, 1906, p. 1(^>, n. ì - p. Ì2b ** »«^g. 

(») Roem, MitUilungen, 190^,, p. 140 e se^. 




62 U. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

14) Cratere a campana, - Annali dell' Instituto, 1880, 
p. 100 e segg. (Ghirakdinì), t. N. 

Apoteosi di Eracle su quadriga preceduta da Ermete ed 
innalzata sul mare rappresentato da delfini. 

Il disegno palesa pur esso un intirizzimento ed un con- 
venzionalismo assai spiccato anche di fronte ai crateri di 
Teseo. 

Il cratere ha una forma assai evasata. 

15) Cratere a campana, - Sotizie degli scavi, 1888 
(Brizio), p. 49, n. 6. 

Scena dionisiaca col dio seduto e vestito con ricco giub 
betto, con due Menadi, tre Sileni, un Eros. V* è una ^vfiéhj 
bassa ed ampia con Porlo superiore adorno della spirale 
ad onda. 

R Quattro giovani nudi, uno dei quali è sdraiato su kline. 
Solita derivazione come i numeri 12 e 13 e solita forma non 
panciuta, del vaso. 

16). Grande cratere 

Su di un lato un toro è condotto al sacrifizio da sei gio- 
vani in agitati ed arditi movimenti ; di essi giovani quattro 
hanno delle faci. 

Forse è un sacrifizio dopo una lampadodromia. Per la 
scena si confronti il cratere già Lamberg ora a Vienna 
(Laborde: Vases Lamberg, I, t. 78). 

Suir altro lato quattro giovani con fiaccole formano una 
scena di x^/tog. Per la scena si confronti per es., Tiscuuein : 
Collection of engr,, t. Ili, t. 17. 

È questo un vaso dipinto con frettolosità a grandi linee 
con non piccola disinvoltura. Manifesto è il collegamento di 
questo cratere col cratere a campana già del IV secolo, ma 
di disegno più accurato, che porta la firma del pittore Nicia 
e che ha una rappresentazione relativa ad una lampadodromia 
(Froehner, Collection Tyszkiewicz, t. XXXV). Il vaso bolo- 
gnese è di certo posteriore a quello firmato da Nicia. 

Dalla piecedente enumerazione di vasi si vede che per 
alcuni prodotti usciti da due necropoli bolognesi di pretto 



OSKERVAZIOM AR( HEOi.OOlCHB 8UI.LA PERMANENZA ECC. 63 

carattere etrusco, si passa e non di pochi anni, il 390 a. C. 
ben dimostrando che, se erano rallentate assai le relazioni 
comaierciali tra Atene e Felsina nel secolo IV, non del tutto 
all'improvviso si doveva essere esaurita la fonte d'onde 
Felsina aveva tratto cosi insigni monumenti ceramici nel 
secolo precedente. 

Ma di certo questi vasi non giungevano nel suolo felsineo 
per essere tolti quasi subito dagli occhi dei viventi con la 
loro deposizione nelle tombe Un certo spazio di tempo è 
necessario supporre tra l'arrivo dei vasi in Italia ed il mo- 
mento in cui erano messi sotto terra come corredo funebre; 
e cosi si deve ammettere che vasi, quale il cratere di Teseo 
e di Eracle, già più volte citato, che tocca lo scorcio del 
secolo V, furono deposti in tombe etrusche del pieno IV secolo, 
in anni anche posteriori al 390 a. C. Ed a maggior ragione 
i sedici vasi sopra enumerati debbono appartenere a tombe 
la cui apertura si deve ascrivere ad età posteriore anche 
al 390. 

Si aggiunga infine ai suddetti un vaso dipinto di pro- 
duzione etrusca di pretta imitazione. Il vaso, edito già da 
Zannoni C) e proveniente dalla Certosa, ha forma di stamno 
ed è adorno nel lato anteriore di un giovine con clamide e 
petaso (Hermes?) che si avventa con spada sguainata su Eracle 
riconoscibile alla clava che sta sollevando, mentre le figure 
di un nano e di una nana, ributtanti nella loro stranezza e 
e nella loro nudità, fuggono. Il lato posteriore porge tre 
figure ammantate conforme ai lati posteriori di tanti vasi 
attici della prima metà del secolo V. 

Le figure espresse con deformità si da apparire del tutto 
grottesche, se rammentano assai le figure di molti vasi beotici 
del Museo di Atene (*), già possono ascriversi a quel reper- 



ii Gii scavi della Certaa di Bologna, t. XXIV, 1, 2, H, p. 90. 
(^ Rimando per questa ceramica beotica a ciò che ho accennato 
in Boemisehe Mitteiìungen^ 1906, p. 138 e aeg. 



64 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

torio di figure deformi e caricate, adornanti un gruppo di 
vasi dell' Etruria centrale, gruppo che non si può far risalire 
più in su del secolo IV (^). 

I dati offertici dall'esame del materiale ceramico sono 
confermati pure da ciò che si può osservare su tutto il ma- 
teriale etrusco. È innegabile che già nel 390 la bella pianura 
renana era infestata e trascorsa da rozze orde galliche, ma 
che pur si mantenessero intatte la civiltà e la signoria etrusca 
in Felsina sarebbe comprovato non solo da ciò che sopra ho 
detto, ma da altri fatti. 

Le stele sepolcrali felsinee, che formano la parte più 
caratteristica del materiale etrusco-felsineo, palesano sotto 
ogni rapporto in maggioranza una età piuttosto tarda, la 
prima metà del secolo IV. Un indizio di tale seriorità vedrei 
in un ornamento così ovvio nelle stele bolognesi, ove esso 
per lo più fa l'ufficio di cornice, 1' ornato cioè che si designa 
con varie denominazioni (poste, cane ricorrente, corrimi dietro) 
e che io direi spirale ad onda (*). Ora questa spirale ad onda 



(*) Un bel r esemplare, un'anfora con scena di centauromachia, fu 
rinvenuto nella bella tomba Golini, ad Orvieto, adorna di molte pitture 
(CONBSTABiLB, Pitture murali a fresco e suppellettili^ t. IV-XI) del pieno 
quarto secolo. Si vede edita in detta opera a t. XVIII. 

(^) Denominerei cosi questo ornamento in base al fatto che esso 
serve appunto ad esprimere V onda del mare in parecchi monumenti. 
Cito per r arte greca la placca d' argento da Oalaxidi (al Louvre) con 
Afrodite sollevata da Eros dalle onde del mare {Gaeette archéologique^ 
1879 , t. 19 , 2) ed anche V assai anteriore tazza jonica di Fineo 
(Fdrtwabnglbr e ReiChhold, op. ctt, t. 41). Cito invece per T arte 
etrusca la tomba dei cacciatori a Comete (Martha, L* art etrusque^ 
t. XIV), una tomba di Bomarzo (Martha, op. eit.^ Bg, 273), la celebre 
lampada bronzea di Cortona (Martha, op. cit.^ fig. 368), nei quali ultimi 
due monumenti V origine primitiva di onda marina dell* ornamento è 
chiaramente indicata dalla presenza dei delfini posti al disopra. Nella 
stele gigante delle necropoli felsinee dai Giardini Margherita, nella 
parte posteriore, purtroppo ancora inedita, una nave solca il mare, le 
cui onde hanno appunto la forma di questo caratteristico ornamento 
delle stele bolognesi (Notizie degli scavi^ 1876, p. 68). 



OSSERVAZIONI ARCHBOLOGlCBB SULLA PERMANENZA ECC. 65 

è an metodo di ornamentazione che comincia ad apparire, 
si nel campo dell'arte etrusca che in quello dell' arte greca, 
alla fine del secolo V, ma che comincia ad essere special- 
mente e prevalentemente usato nell' arte etrusca solo nel 
secolo successivo. 

Le rappresentazioni stesse delle stele palesano in maggio- 
ranza età seriore, il secolo IV piuttosto che il precedente. 
La cosi frequente rappresentanza del cocchio del defunto, o 
biga, o triga, o quadriga ('), è senza dubbio alcuno di conio 
abbastanza tardo, e, per limitarmi ad un esempio, la stele 
gigante delle necropoli felsinee C) ci mostra nella quadriga 
preceduta da due personaggi, di cui uno suona il lungo lituo, 
un concetto di pompa del tutto analogo a quello che si osserva 
in consimili rappresentanze della tomba Golini di Orvieto i^) 
del IV secolo, di pietre sepolcrali ancora più tarde (*) 

Ma per di più alcune rappresentazioni delle stele chiara- 
mente hanno l'impronta della età piena di torbidi e di peri- 
coli pel barbaro sempre minacciante, trascorsa dai Felsinei 
nella prima metà del secolo IV^ Non rare sono le allusioni 
a scene di combattimenti su di esse stele, combattimenti cui 
avranno partecipato quegli Etruschi, i cui luoghi di sepoltura 
erano dalle stele stesse contraddistinti. 

In alcune stele di carattere tardo s' incontra la rappre- 
sentazione di un cavaliere combattente contro un pedone, 
rappresentazione che richiama, sia pure assai di lontano, la 
stele di Dexileos del Ceramico. Nel cavaliere si deve ricono- 



(M Quadrighe comparìscono solo su due stele: su di una della Cer- 
tosa (Zannoni, op. city t. XVI, 2 e 3, p. 68; Brizio, Atti e Memorie ecc., 
1885, p. 201), sulla stele gigante dei Giardini Margherita {Monumenti 
archeoìogiei in Ouida dell' Appennino bolognese^ t. Vili, a 9„ p. 225) già 
citau in nota precedente. 

O Si vedano le citasioni delle due note precedenti. 

(') CoNBSTABiLB, op. ctf., t. Vili; Dennis, The cities and cemeteries 
of Etruria^ v. II, p. 55. 

(*) Si veda V urna di Volterra edita in Martha, op. rt<., ^g. 145 
ed il sarcofago di Tosoanella {Museo Gregoriano, t. XCVII, 8 e 9). 



66 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

scere l' etrusco vincitore, nel pedone un Gallo, e ciò per due 
stele fu ammesso già dal Gozzadini ('). 

1. Slele Amoaldi di Vetus Catles. 

Gozzadini: Di due stele etnische (t. I), Revue archéolo- 
gique, 1886, t XVIII. 

Nella terza zona della parte anteriore il cavaliere vibra 
la lancia contro il pedone che ha tunica chiusa alle anche, 
viso rasato all'uso gallico, nota il Gozzadini (*). 

2. Piccola stele Amoaldi 

Nella zona principale mediana è un cavaliere contro un 
pedone fuggente 

3. Piccola stele Amoaldi. 

Notizie degli scavi, 1884, (Gozzadini), p 305, n 5. 

Nella zona principale mediana è un uomo a cavallo diretto 
verso destra ed a lui dinanzi è un guerriero vestito fino ai 
ginocchi che alza un grosso e lungo scudo. 



(^) Di due steU eiruache {Memorie dei Lincei, 1885, v. XII), p. 6; 
Revue archéologique, 1886, L, p. 135. 

(^) Strana è la spiegazione che di qaesta scena diede il Gamur- 
RiNi (Roemische Mitteiìungen. 1886, v. I, pp. 183-187). Questi, fondan- 
dosi sulla iscrizione incisa presso il cavaliere nella qaale egli lesse la 
parola Leinnit(a)s o Leninit(e)8, yide in esso cavaliere, in modo strano, 
una donna, ana abitatrice di Lemno combattente contro un rappresen- 
tante del sesso maschile di Lemno. Ma i racconti a noi pervenuti della 
carneficina perpetrata dalle Lemnie a danno dei loro mariti non ci 
autorizzano affatto a credere che tale carneficina fosse nn vero e proprio 
combattimento in campo aperto e che le donne assamessero abiti da 
gnerrierì. Si aggiunga che niun esempio nlteriore della rappresen- 
tazione di questo mito si potrebbe addurre e che non del tutto sicura 
è la lezione di Lemnit(a)8 o Lemnit(e)s che ha guidato il Oamurrini a 
questa esegesi del rilievo. 



OSaiCRVAZIONl ARCBKOLOOICHS SULLA PERMANENZA ECC. 67 

4. Siele Certosa ('). 

Zannoni; Oli scavi della Certosa, t. XLIV, 1. Rtvue 
archéologiqtie, 1886» t. XXI, p. 135 (Gozzadini) - Montelius: 
La civilisaiion prim. en Italie^ v. I, Alias, B. 101, 9. 

Nella zona terza inferiore del Iato principale v* è il gruppo 
analogo a quello del n. 1, il Gallo pedone è a capo nudo. 

Scene guerresche ancor più complesse erano in due stele 
del Giardino Margherita guaste e corrose. In una, nella zona 
principale sono la parte superiore di un uomo e la testa di 
an altro uomo, affrontati contro un cavaliere ed un pedone 
con scudo tondo e spada snudata. 

Nell'altra che reca la iscrizione (Notizie degli scavi, 1876, 
p. 68) di Velus Caicnas Amth, pure nella zona principale 
sono da sinistra verso destra un uomo con spada snudata ed 
an cavaliere caracollante, da destra verso sinistra l'avanzo 
di un secondo cavaliere avversario al primo (*). 

Resto di combattimento è pure in una stele frammentata 
proveniente dalla Certosa (Zan.nom : op. cit , t. XVIII, 9) in 
cui un combattente nudo con ampio e bislungo scudo (è il 
Gallo) alza la destra contro un altro armato di cui avanza 
traccia del petto e della destra. 

E, pel suo carattere seriore, porrei pure in questo elenco 
un'altra stele (Àrnoaldi) ove nella zona mediana è la figura 
del cavaliere nel solito schema con lancia in resta. 

E pertanto debbo in questo luogo menzionare un'altra 
stele del Giardino Margherita (Notizie degli Scavi, 1876, 
t. Ili, p. 68) in cui la medesima figura di cavaliere è posta 



(M ScarsiMÌmo è stato il materiale che si è potuto ricuperare dalla 
tomba già in antico frugata: due dadi con nove ciottoletti, tre di quei 
piccoli piatti di argilla rossiccia ovvi nelle tombe tipo Certosa, ed un 
yasettino di bronzo panciuto yerso V alto con ansa sormontante V orlo 
(Kyathos) di tipo tardo imitato in argilla nell'epoca gallica. 

(*) E forse gruppi simili erano su di una stele frammentata del 
Giardino Margherita, ove nella tersa sona inferiore è rimasta solo la 
figura del cavaliere, e su frammenti Àrnoaldi ove analogamente è ri- 
masto qualche avanzo del cavaliere. 



68 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER IJi ROMAONA. 

sul braccia di un gigantesco Sileno del quale appariscono e 
la testa ed il braccio destro e la mano impugnante un vi- 
ticcio (*). 

Un ricordo di lotte contro il barbarico invasore celtico 
sarebbe a mio avviso chiarissimo nella stele grossissima 
Arnoaldi, le cui figure poste sullo spessore furono dal Gozza- 
dini già edite ('). Nel secondo riquadro dello spessore è il 
gruppo di un guerriero del tutto armato che tiene fortemente 
stretto per la barba un uomo nudo ed inerme dall'ispida 
chioma e dall' ispida barba L' aspetto esotico e selvaggio di 
questo uomo afferrato corrisponde appieno a ciò che ci è 
narrato dagli scrittori riguardo ai primi Galli combattenti 
nudi e coi peli a bella posta resi ispidi da sapone (Diodoro, 
V, 28). Ma degno di nota è appunto che questa stele era il 
segnacolo del sepolcro che conteneva il cratere suddetto 
n. 10 di carattere cosi tardo ('). 

Altre, e non poche stele felsinee ci offrono figure di 
guerrieri scolpite, ma il loro carattere stilistico m'inducono 
a ritenere esse stele anteriori al IV secolo a. C. ed a vedere 
nelle figure di guerrieri allusioni alle lotte sostenute dal 
popolo etrusco contro popoli limitrofi, i Veneti o gli Umbri 



(^) La medesima grande testa hiienìca appare sn altre due stele 
bologoesi; sa di ana un uomo ammantato seduto offre un fiore od un 
pomo alla testa colossale, sul T altra v' è la grande testa con accanto 
una donna ammantata. 

(*) Di due stele etruache {Metnorie dei Lincei^ v. XII, t. II). Vi sa- 
rebbe pel GoBzadini rappresentato un accenno ad un sacrifizio umano 
atto a propiziare le potenze infernali. Questa stele è un pretto riscontro 
a quella del Giardino Margherita edita dal Brizio (Notizie degli scavi^ 
1890, t. I), la quale pertanto sarà pur essa di tempo tardo. La stele 
Arnoaldi ha il lato anteriore diviso in due zone; la superiore ha ayanzi 
ora corrottissimi della biga o della triga del defunto, V inferiore la figura 
di una bestia bovina che alza una zampa posteriore verso il muso 
abbassato, figura totalmente precisa a quella di un toro dipinto nella 
zona inferiore di un cratere De Lucca, con rappresentazioni a due zone 
già delia seconda metà del secolo V. (Brizio, Museo Italiano d* anH- 
chità classiche^ v. II, p. 27). 

(3) Si veda Brizio, in Notizie degli scavi, 1888, p. 44. 



OSSERVAZIONI ARCBEOI.OOICBK SULLA PERMANENZA ECC. ()9 

abitanti T odierna Romagna o anche contra i Galli ('). Anzi 
una di queste stele con figura di guerriero ben si palesa di 
non poco anteriore alle stele di cui sopra ho fatto menzione 
e ben dimostra come queste ultime non possano se non risa- 
lire ai tempi delle invasioni galliche del IV secolo. 

Il monumento in parola sormontava un sepolcro che è 
stato scoperto nel podere Battistini fuori porta S. Isaia. Il 
corredo del sepolcro, scavato nel 1895, è riunito in una sola 
vetrina nella sala minore del Museo con oggetti delle ne- 
cropoli felsinee. Esso si compone dei seguenti oggetti: 

bronzi: 
1. Candelabro con statuetta di atleta in cima. 
2-3. Due méstoli. 

4. Un colatoio. 

5. Una tegghia. 

6. Un kyathos. 

7. Un'olla con doppio manico orizzontale finienie a foglie 
incise di teste di Sileni. 

8. Situla con maniglia mobile. 

9. Frammento di fibula. 

Terr ecotte : 

1. Tazza attica a figure rosse che ofire nell'interno un 
uomo sdraiato su kline con un giovinetto in piedi dinnanzi. 
Questa tazza corrosa e frammentata mostra di appartenere 
al ciclo delle tazze di stile severo. 

2. Cratere a campana attico a figure rosse. Vi è rappre- 
sentata una scena di convito ed un giovinetto nudo coppiere 
tiene nella sinistra un colatoio per filtrare il vino. Questo 
cratere palesa perfetta contemporaneità con la magnifica tazza 



(') Anzi le colonie etrutfcbe inviate nella valle del Po avrebbero 
avato per fine la guerra ai Galli se nella parola >ap^ipo'>; di Strabone 
(V, 1, 10 8i devono intendere i Galli. Si v. pure Livio (V. 33). 



70 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PSR LA ROMAGNA. 

londinese edita nei Monumenti dell' InstUtUo, v. V, t. XLIX, 
ma è ad essa assai inferiore per esecuzione frettolosa. 

3. Piattello d' impasto locale. 

4. Vasetto a due manichi verticali d'impasto locale. 

Pietra arenaria: 

1. Stele. 

Da un lato v'ò una figura di guerriero nella cui espres- 
sione assai comodamente il rozzo scalpellatore etrusco ha 
superato ogni difficoltà ricoprendo il corpo suo con glande 
scudo rotondo, metodo questo che altri scalpellatori hanno 
seguito in altre stele (^). 

Sull'altro lato è la figura di un uomo ammantato che si 
appoggia con la destra ad un bastone; dall'atteggiamento 
bene appare che il personaggio rappresentato era zoppo. 

Uno stesso personaggio è senza dubbio raffigurato su 
arabo i lati della stele: il defunto; in un lato, nel momento 
in cui, pieno di ardore e di baldanza, va alla guerra, nel- 
l'altro in cui, ritornato invalido da essa guerra per ferita 
ad una gamba, sta col bastone, suo fido appoggio. 

Manifestamente in tutto questo materiale raccolto da 
un' unica tomba, il monumento più recente è la stele scal- 
pellata appositamente pel defunto deposto nel terreno col suo 
corredo funebre. 

Ora in questo corredo, tralasciando pel momento i bronzi che, 
come si vedrà, pur essi possono offrire dati cronologici, v'è 
di assai importante il bel cratere che, appunto pel suo stile, 
non può rimontare ad età anteriore al 440. Ammesso uno 
spazio di tempo, che mi pare tutt' altro che esagerato, di 
di trenta anni tra la data d'esecuzione di detto cratere eia 



(^) Questo ai nota in nove piccole stele provenienti dagli scavi del 
predio Arnoaldi e per due di esse cito Gozzadini {Notìzie degìiscavi^ 1879, 
p. 5-6 e Scavi governativi in un lembo della necropoli felsinea^ p. 15). 
Altro tipo di guerriero con impronta essenzialmente arcaica è invece 
su «itele della Certosa (Zankoni, op. ri/., t. LXXVIl, 3, 4): ivi il guer- 
riero appoggiato alla lancia con la destra, tiene nella sinistra Telmo 
crestato. 



0S8BRVAZ10N1 ARCHBOLOOICHB SULLA PBRMANBàNZA ECC. 71 

data di deposizione nel sepolcro, verrebbe di conseguenza, 
come epoca di fabbrica della stele, forse V ultimo decennio 
del secolo V. 

Ora, se la figura del guerriero su di essa stele presenta 
carattere seriore, quasi di roiUvie di fronte agli arcaici guer- 
rieri di quasi un secolo anteriori delle stele fiesolane, mu- 
gellane e volterrane (^), la figura ammantata pei suoi tratti 
arcaici in ritardo presenta somiglianza con la figura pure 
ammantata su una delle stele meno recenti delle necropoli 
felsinee, su di una stele De Lucca C). 

La forma della stele Battistini, decisamente ovale, palesa 
uno stadio ulteriore di fronte alla forma allungata con timido 
arrotondamento in cima della stele De Lucca, ma nella stele 
Battistini, come nell* altra stele, manca quella cornice a spi- 
rale ad onda cosi caiatteristica delle pietre funerarie fel- 
sinee o a triangoli a tratti accostati con apici alternati- 
vamente dritti e rovesciati. Per compenso V orlo nel lato 
della stele col guerriero è un ramo attorto di edera, nel- 
l'altro lato è tratteggiato a losanghe. 

Tutti questi sono caratteri che profondamente difi'eren- 
ziano le dette due stele e quelle prima enunciate con scene 
di combattimenti. Ma, se una di queste stele (la Battistini) 
devesi ascrivere agli ultimi decennii del secolo V, che la 
De Lucca deve appartenere ad epoca anteriore, è giuocoforza 
assegnare le altre tutte ad epoca posteriore al 390, ai de- 
cennii attorno alla metà del secolo IV. 



» • 



Ed a queste prove offerteci dal materiale ceramico e 
dalle stele, tendenti ad abbassare parte delle necropoli fel- 
sinee lungo il secolo IV, non contraddice Tesarne dei bronzi. 



(*) MiCALi, Monumenti per servire ect*., t. LI, 1 (Fiesole), t. LI, 2 
(Volterra); GoRi, Mus. etr.. Ili, t XVIII, 3 (Fiesole); Milani, Notieie 
degli Scavi^ 1889, p. 151 e seg. (S. Agata del Mugello), p. 183 e seg. 
(Trebbio del Mugello). 

(') Dbnnis, Cities and cemeteriesof Etruria, v. II, p. 532* Gozzadini 
IH due sieìe etrusche, p. 5; Brizio in Atti e 3femorie della R. Deputa- 
tione di Storia Patria, 1885, p. 199. 



72 R. DEPUTAZIONE DI STORU PATRIA PER LA ROMAGNA. 

L'assieme dei bronzi usciti dalle necropoli felsinee pret- 
tamente etrusche, candelabri, colatoi, mestoli, oinochoai, 
tegghie, olle, sitale, corrisponde appunto a ciò che si è rin- 
venuto in tombe dell' Etruria propria che, per un cumulo 
d* indizii, rimontano, non solo al secolo V, ma pure al 
secolo IV. 

Una di£ferenza si nota tuttavia tra le tombe felsinee e 
quelle dell'Etruria propria: la mancanza nelle prime di 
specchi e di ciste figurate, mancanza già da altri notata. 
E questa mancanza si deve al fatto che, quando gli Etruschi 
discesero le valli adriatiche dell' Apennino ad essi non ancora 
noto era 1' uso dello specchio inciso di figure, che in Grecia 
ha il massimo suo fiore nel secolo IV (*) ed in Etruria anche 
nel successivo. 

Gli Etruschi della valle renana non avranno sviluppato 
questi due generi artistici delle figurazioni su ciste e su 
specchi, perchè a loro ignoti fin dal principio e rimasti ne- 
gletti durante lo svolgimento della loro civiltà. 

Alcune ciste sono venute alla luce dalle necropoli fel- 
sinee, tra cui quella bellissima a fini ornati e con figure a 
rilievo di Sileni e di Sirene dalla ("ertosa (*), ma esse ciste 
mostrano, si nell' assenza di figure incise attorno al corpo 
loro che nella forma tettonica stessa, di essere anteriori ai 
più begli esempi di ciste figurate dell'Etruria propria, mentre 
la mancata predilezione per questo recipiente nel territorio 
felsineo è dimostrata dall' assenza da esso di ciste più evo- 
lute e più tarde. 

Come per le ciste, cosi deve essere parola per gli specchi; 
bisogna discendere alle tarde tombe galliche etrusche illu- 
strate dal Brizio ('), per trovarvi specchi con figure isolate 



(*) Si veda ultimamente su questi specchi ellenici (corinzti secondo 
veroHimiglianza) con figure incise, ciò che è detto dal FortwaenOLBK 
nel testo alla Griechische Vasenmalerei^ S. II, p 42, ove detti specchi 
sono posti a raffronto coi vasi del gruppo di Kertsch. 

(*) Zannoni, op. ctt., t. LXXX, 1-5, p. 313 e segg. 

(») Atti e Memorie J)ep. di St Patria, 1887, pp. 457-532. 



OSSERVAZIONI ARCBEOLOOICHB SULLA PERMANENZA ECC. 73 

ed assai meschine di fronte ai magnifici campioni usciti dalie 
tombe della Toscana C). Come anche adesso, cosi in quel 
tempo determinate correnti e determinate predilezioni face- 
vano in una località dar vivo sviluppo ad un genere arti- 
stico-industriale che in altro luogo non attecchiva a£fatto. 

Ma ciò non toglie che vive analogie si debbano scorgere 
tra il materiale bronzeo delle due Etrurie. 

Ora, prima di tutto alcune tombe dell' Etruria centrale, 
che per tanti indizii non possono risalire più in su del prin- 
cipio del secolo IV, contengono bronzi perfettamente simili 
ai felsinei ; fatto questo dimostrante il mantenimento attra- 
verso grande parte di detto secolo, sia pure con leggere 
variazioni, di questo genere di bronzi in uso anteriormente. 

Il materiale di alcune tombe, prodotto di scavi clande- 
stini, dalla necropoli di Populonia (presso Campiglia Marit- 
tima) passato al museo di Firenze ed edito dal Milani nelle 
Notizie degli Scavi {*), presenta analogie vivissime, per quel 
che riguarda i bronzi, con ciò che è venuto alla luce nel- 
r agro felsineo. Ora i vasi dipinti trovati insieme ben servono 
a datare queste tombe nel IV secolo: accanto a prodotti 
ceramici etruschi sono alcuni attici caratteristici del pieno 



(') Unica eccezione è lo specchio Amoaldi (Atti e Memorie della 
Beputaeione di St, Patria, 1884, t. VI, VII, n. 2). Vi è Kraffita rozza- 
mente ed arcaicamente nna figura vestita di tanica quadrettata, con 
elmo a lunga cresta, con la sinistra impugnante una tromba, con pic- 
cole ali all'altezza della cintura e con due mostri alati ai fianchi. 
Pel Ghirardini (Mon. dei Lincei, v. X, p. 1S4) questo specchio sarebbe 
da ascrivere ad artista etrusco influenzato dall' arte euganea. Ad ogni 
modo è questo un monumento del tutto diverso dai noti specchi 
etruschi . 

(*) 1905, pp 54-70. Veramente il materiale di tutte queste tombe, 
come dice il Milani, può estendersi dalla fine del sec. V al II secolo 
a. C; infatti gli oggetti di alcuni sepolcri (Fig. 1, 2, H, 4) sono di età 
seriore, e tra di essi spicca per importanza artistica e cronologica la 
fibula esibente nel suo interno una figurina del tipo della Venere 
de* Medici dallo stesso Milani già prima dottamente illustrata {Stretta 
Heìbigiana^ 1900, p. 193 e seg.). 



74 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

IV secolo, tra di essi due di quegli ariballi policromi, di cui 
si numerosi esempi sono usciti dal suolo ellenico (<). 

La tomba stessa con le due insigni idrie di Paone e di 
Adone, tomba si magnificamente edita dal Milani (*), presen- 
tando oggetti bronzei analoghi ai felsinei, pur non può essere 
stata occupata dal cadavere col suo corredo funebre se non 
nel secolo IV inoltrato. Palese è infatti l'analogia delle due 
idrie suddette coi vasi dello stile della famosa idria di Midia 
(FuRTWAENOLBR e Reichhold, op. cit., t. 8-9), e per tale ana- 
logia non ho che da rimandare al testo del Milani, ma varie 
considerazioni, già esposte in due miei lavori precedenti ('), 
m' inducono a ritenere esse idrie come eseguite nello scorcio 
del secolo V, d* onde la conseguenza che se ne detrae ctìe 
esse due idrie dovettero essere deposte nella tomba qualche 
decennio dopo che furono eseguite. 

E la predilezione per l' ornato a spirale ad onda che 
appare su vari utensili di questo corredo funebre, nella pa- 
tella principale manicata, nella patera secondaria liscia, nel 
thymiaterion, nella pisside cilindrica, nella situla, ben fa 
venire alla mente la medesima predilezione per il medesimo 
ornato a spirale ad onde nelle stele felsinee, che per questo 
non possono per grande parte rimontare più in su del se- 
colo V, e ben dimostra come questi bronzi populoniesi, pure 
in grande parte analoghi ai felsinei, debbono essere ritenuti 
a questi posteriori. 

Quasi lo stesso si deve dire riguardo al corredo di due 
tombe chiusine scavate presso Montepulciano, trasportate al 
museo di Firenze. Il Milani, che ne ha fatto particolareggiata 
descrizione (% bene, basandosi sullo scarso materiale cera- 



ta Fig. 5 e 6, p. 57 e 8t?g. 

l') Monumenti scelti del R, Museo archeologico di Firtnte^ fa«c. I, 
t. Ili (idria di Faone), t. IV (idria di Adone), t. V (bronzi della tomba 
populoniese). I bronzi sono descritti nel testo a pagg. 13-16. 

(3) Roemische Mitteilungen, 1906. p. 128 e segg.; ed Ausonia^ 1906, 
I, p. 44. Si V. anche Pellegrini, articolo citato. 

{*) Notizie degli Scavi, 1894, p. 237-242. Pure si v. Milani, Museo 
Topografico deW Etruria, p. 72 e nei Rendiconti dei Lincei, 1894, p. 268^ 
282 (candelabri coi Dioscuri). 



OSSERVAZIONI ARC'UKOLOOICHIS BULLA PERMANENZA ECC. 75 

mico dentro le due tombe rinvenuto, ascrive esse due tombe 
alla fine dei secolo IV. Ed infatti età non più antica palesano 
il fondo di tazza di fabbrica orvietana ritrovato in un sepolcro 
e la tazza con Dioniso, un Sileno, una Menade che giuocano 
al còttabo, nota da parecchi anni (^). 

Ed il carattere stesso dei bronzi palesa una certa poste- 
riorità rispetto ai bronzi bolognesi, sebbene alcune forme 
caratteristiche, che si trovano eguali tanto a Bologna che 
nelle due tombe di Montepulciano, ben dimostrino come espi 
bronzi appartengano ad un medesimo indirizzo industriale e 
non possano essere posti in una lunga serie di anni, e ben 
dimostrino come le tombe bolognesi contenenti essi bronzi 
non possano essere di un secolo anteriore alle due di Monte- 
pulciano. 

Carattere più recente che nei candelabri bolognesi pre- 
sentano i piccoli gruppi plastici sormontanti i tre candelabri 
di Montepulciano ; ma , come nelle necropoli felsinee^ pure 
qui si hanno i vasetti ad alti manicai (Kyathoi), una oinochoe 
con bocca a foglia di edera, tre di quelle olle, di cui più 
innanzi farò particolare cenno, con le forti maniglie finienti 
in attacchi a forma di foglie di edera con 1* orlo ornato di 
una zona di ovuli. 

Infine dalla tomba aperta dal Golini nelle vicinanze di 
Orvieto (*), tomba da cui sono uscite quelle armi etrusche ora 
al museo di Firenze, quell'elmo o casside che poi si ritrova 
nelle tombe gallo-etrusche felsinee, la corazza, i gambali, uno 
scudo circolare (^), sono uscite, oltre una oinochoe di forma 



(') Annali delV Insiituto, 1868, t. B, p. 226 (Heydemann). 

(*) CoNESTABiLB: Pitture murali a fresco e suppellettili etrusche 
1865, t. XII. Dknnis, op, ct7., v. Il, p. 102 e segg. Veduta d'assieme 
del materìale della tomba presso Milani, Museo topografico d* Etruria, 
p. 49. 

(^) Si V. per lo scudo circolare lo scodo rotondo proveniente da 
tomba di guerriero del Giardino Margherita che ha offerto altre armi 
di ferro (tra cui le caratteristiche cesoie) di pretto carattere del pieno 
IV secolo (Brizio in Guida del Museo Civico di Bologna, 1887, p 48). 



76 R. DEPt'TAZlONB DI STORIA PATRIA PKR I.A ROMAGNA. 

più evoluta di quelle delle tombe felsinee etrusche, due situle 
bronzee di forma allungata del tutto simili a situle felsinee 
provenienti dalla Certosa (Zannoni , Op. ciL, t. LVIII, 7 - 
t. LXIV, 7). 

Ma r esame diretto dei bi*onzi bolognesi dimostra che alcuni 
di essi, per essere stati eseguiti al massimo negli ultimi decenni 
del secolo V, non potevano essere deposti dentro terra se 
non in tombe scavate nei decenni primi del secolo susse- 
guente. 

Una bella serie di candelabri hanno offerto gli scavi nella 
necropoli felsinea etrusca : tutti si riducono all' unico tipo in 
cui sulla basetta circolare in cima allo stelo tra le punte per 
infiggere le candele, trovano il loro posto piccole figure deri- 
vate da grandiose creazioni plastiche del genio ellenico. 

Ora, se per esempio il candelabro più grande felsineo, 
quello proveniente dalla ricchissima tomba del Giardino Mar- 
gherita (^) ci offre un gruppo assai arcaico di Afrodite e di 
Eros, altri candelabri ci porgono invece la riproduzione di 
figure i cui modelli non possono essere anteriori alla metà 
del secolo V e la cui esecuzione, anche se essi modelli 
furono sùbito imitati da bronzisti etruschi, devesi pur sempre 
ascrivere gli ultimi decenni del secolo V. 

Alcune figurine sormontanti candelabri debbono risalire 
alle creazioni policletee riproducendo atleti con motivi suffi- 
cientemente slegati dalle pastoie dell'arcaismo (*). 

1. Discobolo su candelabro del Giardino Margherita. 

Come Standhein è la gamba sinistra, come Spielbein è la 
destra ; il disco è tenuto nella mano destra abbassata, mentre 



{') Notizie degli scaviy 1876, p. 51. 

(*) Un candelabro Arnoaldi invece {Xotieie degli scavin 1882, p. 134) 
ha una figura ancora arcaica di atleta con striglie nella destra abbas- 
sata. Manifestamente questa statuina risale ad una creazione della 
scuola argiva, che in essa è il puro schema argtvo quale fu studiato 
dal Fdrtwaenoler nella 8ua monografia: Etne argivische Brome nel 
50.** Berliner Winckelmannaprogramm^ 1890. Spielbein è la gamba destra 
con tutto il piede poggiato in terra, Standbein è la sinistra. 



OSSERVAZIONI ARCHEOLOOICHS SULLA PERMANENZA ECC. 77 

I* altra mano è sollevata ; il viso è diretto un pò* al basso 
verso il disco. 

È qui mantenato lo schema argivo. 

2. Atleta con manubrio su candelabro della tomba Bat- 
listini. 

Come Spielbein è la gamba sinistra con piede posto di 
profilo ; la destra mano è sulPanca, mentre la sinistra è abbas- 
sata tenendo in mano un manubrio a forma di piramide. Il 
corpo è un po' piegato verso destra con la testa un po' ab- 
bassata. 

3. Atleta dagli scavi Arnoaldi appartenente a candelabro 
non ricuperato. 

Spielbein è la gamba sinistra un po' avanzata con suola 
sul terreno, la mano destra è suU' anca, mentre 1' altra è tesa 
air ingiù; libera è la modellatura del corpo con linea mediana 
del torace sinuosa. 

Ed accanto a questi corpi atletici sì palesamente riflet- 
tenti la grande arte argiva atletica della seconda metà del 
secolo V, si potrebbe pure porre 1' atleta su candelabro pro- 
veniente da Pradalbino (prov. di Bologna) da uno strato archeo- 
logico sincrono a quello delle necropoli felsinee. ^ 

Anche l'arciere in movimento agitato e la donna che 
danza e suona i crotali, dal corpo sinuoso, su due candelabri 
dalla Certosa (') palesano chiaramente la loro filiazione da 
opere plastiche della medesima età 

I due sepolcri di «Montepulciano del secolo IV ci hanno 
offerto, come sopra ho detto, delle olle, tre di numero, a 
doppio manico con attacchi a forma di foglie, olle che pure 
ci sono offerte dalle tombe delle necropoli felsinee. 



(») Zankoni: Scavi della Certosa, p. 91, t XXVI, 4-9. ivi p. 407, 
t. CXLIV, 1 ; si confronti per qaesV ultimo candelabro il danzatore con 
erotali da candelabro di Montepalciano {Notizie Scavi^ 1898, p. 20 e seg. 
fig. 1 e 2). 



78 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PSE LA ROMAGNA 

Anzi a Bologna si hanno due tipi di tali olle (*), uno rap- 
presentato da quattro esemplari (due dalla tomba ricchissima 
del Giardino Margherita — la terza , frammentata, dalla Cer- 
tosa — la quarta dagli scavi De Lucca), l'altro tipo offertoci 
da due esemplari (da una tomba Arnoaldi (*) e dalla tomba 
Battistini). Il primo tipo si palesa più antico anche per la 
concomitanza degli oggetti con cui esso tipo comparisce e pel 
fatto che esso non ci è offerto dalle tombe più recenti di 
Montepulciano. 

Le quattro olle più antiche hanno le forti maniglie cou 
attacchi a foglia posti orizzontalmente; Torlo è ornato di 
una zona di piccole bugne tra due righe e le foglie delle 
maniglie sono pure a piccole bugne, ali* infuori dell'esemplare 
De Lucca del tutto liscio. 

Le due olle Arnoaldi e Battistini corrispondono pienamente 
a quelle di Montepulciano e si distaccano dalle precedenti 
sia pel fatto che le foglie delle maniglie sono poste vertical- 
mente, sia pel fine ornato ad ovoli sull'orlo sormontato da 
un giro di perle, sia per la eleganza maggiore delle maniglie 
stesse e della sagoma del vaso più tondeggiate e pieno verso 
il basso. Anzi l'olla della tomba di Montepulciano scavata 
nel 1868 corrisponde con le due felsinee specialmente pei 
mascheroni silenici che ornano le foglie delle maniglie. 

Ora, data la perfetta analogia tra ciò che appfvre a Bologna 
ed a Montepulciano, ne viene di conseguenza che le tombe 
bolognesi, le quali posseggono dette olle più evolute, non pos- 
sono di molto essere anteriori alle tombe di Montepulciano. 

Una delle olle felsinee proviene dalla tomba Battistini 



(^) Per la forma questo genere di olla si avvicina allo stanino della 
ceramica attica, e certo l'ornato ad ovuli che sMncontra per lo più 
suir orlo deir apertura del vaso è stato assunto dai bronsisti etruschi 
dalla ceramica attica; per esempio Torlo deiridria di Midia(WAt.TER8 e 
BiRCR, Histary of ancieni poitery, 1905, t. XLI) è adomo di simili ovuli 
dipinti. 

(^) Questo esemplare manca delle maniglie, di cui una sola si è 
potuto ricuperare staccata. 



OS8BRTAXIONI ABCBE0U>6lCHB SULLA PERMANENZA ECC. 79 

che, come sopra ho detto, dod può essere anterioi*e agli aitimi 
anoi del secolo V, 1* altra proviene da una tomba Arnoaldi 
che paò essere ancora posteriore. Ed infatti questa tomba 
raccbiadeva, oltre al candelabro con figura atletica da me 
citato in nota, due anfore panatenaicbe (') Queste due anfore 
con la loro forma slanciata, con le colonne sormontate da 
galli, con la figura di Àthena verso sinistra, che ben palesa 
ciò che parecchi anni (a osservò lo Hauser a proposito di 
anfore consimili (*), di essere cioè un simbolo fossilizzato e di 
generazione in generazione tramandato senza alcuna traccia 
di ai*caismo voluto, sono da avvicinarsi alle due anfore pana- 
tenaiche di Teucheira del museo britannico, edite già dal De 
^itte (') e poste dal Furtwaengler cii*ca il 420 a. C. (*), 

L'apertura di detta tomba Arnoaldi pertanto può essere 
ritenuta ancor posteriore al 390. 

Come si vede, attraverso gran parte del secolo IV si man- 
tenne detta forma di olla e questo mi pare che sia bastante- 
mente provato da ciò che precede e comprovato dal fatto che 
un' olla simile, pure con niascheroni silenici negli attacchi, 
si è trovata in un sepolcro di S. Ginesio nelle Marche C) insieme 
con oggetti simili ad altri usciti dal sepolcreto di Montefor- 
tino illustrato dal Brizio C). 

Ora il Brizio sosteneva appunto che detta forma di vaso 
era di carattere arcaico e che perciò nel IV secolo doveva 
essere scomparsa ('). Tale opinione del Brizio bene si colle* 



{^) Notisie degU «cori, 1^^ -GozzADiNm p. IM e aegg 

(*) DU neu-^UHsdtem Beliefs, p. 169 e seg. 

(') Monumenti delT IntUtuto.v.X^i,XhTm e e d. Specialmente eoo 
la seconda anfora, t.XLVI II, tf debbonn i^ffrontare le dee bolognesi pel 
modo col quftle sono disposte le lettere. 

(<) Meùterwerke der gr, Pìastik. p 204. n. 1 : Jfa$ierpieceM. p. 43^^. 

(') Noiisie degli scaci, IS^. L p 45 SiLVKmi-GEvnLOXi.: nn attacco 
è rappresentato nella fignrs O. 

(^ Mon dei Lincei, t. IX 1«^: JI »epoìereU> gaììico di MonUtcn'' 
Uno^ pag. 642-792, t. I-XIl. 

(') Lo SCHCMACHBR - Be$c\T€Ì^/ufi^ der BnTamlung antiker Bronzen^ 
^arlsruke^ n. 61S-€29i pone qu^èzo tipo di ts-so nei secoli V e IV. 



82 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

di Sileni contorniate dalla spirale ad onda ('), sono prodotti 
di arte ceramica che non possono rimontare più in sa degli 
ultimi decenni del secolo IV. 

Gli orecchini d* oro caratteristici pel pendaglio a pirami- 
detta di fabbrica ellenica (*), la gemma ellenica con rappre- 
sentazione di un Dioniso prassitelico dell* ultima maniera del 
grande scultore ('), pur questi gioielli hanno la medesima 
data di esecuzione. 

E la stessa età palesano altri bronzi. Da Montefortino pro- 
vengono alcune casseruole (cinque edite nel lavoro del Brizio(^) 
a manico lungo che mai non appariscono in tombe felsinee. 
Ora il tipo di queste casseruole si palesa come di uno stadio 
di poco anteriore al tipo noto a noi da esemplari di vari 
paesi e deposti entro tombe del II secolo a. C. Sono quelle 
casseruole raccolte dall' Evans (^) e dal Willers (•) e prove- 
nienti da Mezzano (Milano), da Povegliano (Verona), da Garrii 
(Modena), da Nienbùttel e da Diihren (Baden), casseruole di 
fabbrica etrusca, secondo Io Schumacher ("), di fabbrica gal- 
lica del principio del secolo II pel Willers. 

Le casseruole di Montefortino hanno il manico più corto 
rispetto a quelle del secondo gruppo e nel manico le coste 
laterali e mediane non sono tanto rilevate e per di più 1* uncino 
in cui il manico finisce non è all'insù, ma all'ingiù; infine il corpo 
del vaso è in esse a spigolo e non tondeggiante completamente ('). 



(M Op, cit,^ t XII, 6, 6^ (cratere a campana), 9, 9^ (tazza attica), 
2, 3, 4, 5 (tazze etnische). 

(') Op. cit., t. V, n.** 8, 8*, pag. 727 e segg. — Hadaczbk, Der 
Ohrsfthmuek der Griechen und Etrusker^ p. 31. 

(3) Op. rit,^ p. 734, fig. 29. È lo schema di figura ondeggiante ap- 
poggiata ad un pilastro ricordando specialmente 1* Apollo Saaroctono. 

(*) t. IV, n.<> 6, t. V, n.*» 4, t. VIII, n.*» 10, t IX, n* 3,t XI, n.*» 3; 
si veda il testo a p. 774 e seg. 

(*) On a late-celtic Um-Field at Aylesford (Archaeologia, LII, (1890) 
p. 379). 

(•) Die roemis'jhen Bronzeeirner pon Hemmo<yi\ 1901, p. 106 e seg. 

(') Beschreibunq der Sammlunff antiker Bronzen^ Karlsruhe, 1890, 
p. 91, n.* 490 (V-IV sec. a. C). 

(^) Anche il Déchelette {op. ct'r., p. 262) ha fatto osservazione 
riguardo alle casseruole, non notando tuttavia che il tipo di Montefor- 



OSSRRVAZIONI ARCHEOLOOICHB 8UM.A PIRMANBNZA ECC. 83 

Tre secchi sono usciti da Montefortino ; di essi uno (Brizio, 
op. eit., t. XI, 8) che si presenta in confronto degli altri 
due (Brizio, ivi, t. IV, n.* 13, t. V, n.*^ 14) seriore per la 
forma dei manichi, ha perfetta analogia, non solo con due 
secchi di Mòen e di Waldalgesheim, ma, sia nella forma che 
nella decorazione delle palmette, con un secchio di Chianciano 
(Chiusi) da tomba del secolo II e con secchi pompeiani editi 
neir opera di Willers ('). 

Gli altri secchi di altra forma di Montefortino editi a 
t. IV, n.® 17 e n.*^ 21 del lavoro del Brizio, per la loro forma 
tondeggiante verso Talto e ristretta al basso, si da dare ori- 
gine ad un piede, arieggiano già le forme più evolute dei 
secchi romani con zone figurate in alto, noti a noi special- 
mente dagli esemplari di 'Hemmoor di Stolzenau, ecc. editi 
dal Willers {•). 

Da Montefortino non è uscita alcuna oinochoe a becco 
trilobato od acuto, ma le oinochoai di detta stazione hanno 
tutte r apertura tonda, forma questa di oinochoe, a mio avviso, 
posteriore ali* altra. Ed infatti da una delle due tombe di 
Montepulciano della fine del secolo IV è uscita una oinochoe 
di questo tipo più recente col manico ornato di un gor- 
goneion. 

Ora dalla stessa tomba di Dùhren che ha ofierto una delle 
suddette casseruole, tipo del II secolo, è venuta alla luce 
una oinochoe simile del tutto, come osservò il Brizio, alla 
oinochoe di Montefortino ('). 



tino 8Ì presenta un pò* anteriore a quello degli altri sepolcreti gallici, 
trU cai il Déchelette cita quello di Ornavasso (Biamchbtti : I sepot^ 
creti di Ofnavasso in € Atti della Soo. di Archeologia e Belle Arti di 
Torino», V. VI, p. 20) di eoi egli nprodnoe an esemplare nella fig. n.^ 4. 

(1) 0/). ctf., p. 118 e seg., gi veda il secchio pompeiano in detta 
opera nella figura 45, n.** 14. Questo è stato notato anche dal Dèche- 
L.BTTB (f>p. cit., p. 263) che tuttavia non cita gli esemplari pompeiani. 

(«) /^. c»£ , t. 1, 4, 6, 7, t II, 1-6, 7-9, t. Ili, 1, 4-6, 9. 

(*) Schumacher, Ein yaUisches Grab bei Dtihren, i. III, n.® 40, 4. 
Brizio. op, ctr, p. 769 e seg. Anche il Déchelette osserva la seriorità 
di questa forma di oinochoe, riproducendo {art. ri'r. ^g. 22) un esem- 



84 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Ed il Déchelette (<) allega 1* analogia di un casco ornato 
a spirale a treccia di Montefortiuo con un casco di Weiskir- 
chen (museo di Lubiana) che fu trovato insieme con fibula 
frammentata del tipo del secondo periodo La-Tène e però non 
anteriore al III secolo. 

Del resto dal ripostiglio di Telamone, che giustamente 
pel Milani (*) rappresenterebbe la offerta simbolica in memoria 
della nota battaglia omonima (225 a. C.)« è uscito un elmo 
di eguale forma (') di quelli di Montefortino. 

Infine i due candelabri di Montefortino (^) sono del tipo 
più recente, del periodo già ellenistico, noto a noi in special 
modo dai numerosi esemplari del museo Gregoriano. 

Pertanto, con questa lunga digressione riguardo al sepol- 
creto di Montefortino, mi pare che si debba escludere, seguendo 
r avviso già esposto dal Déchelette, che detto sepolcreto ap- 
partenga ancora al secolo IV. Ed in tal modo, ponendolo nel 
secolo successivo, non si avrà anche da questo lato nessuna 
difficoltà neir attribuire parte delle necropoli felsinee-etru- 



piare di Ornavasso simile alle oinocboai della necropoli di Aylesford. 
Per me in queste altime oinocboai si ha ano stadio ancora ulteriore 
verso maggior semplicità rispetto alle oinocboai di Montefortino e di 
Montepulciano. 

(*) Op, Cft., p. 201 e seg. Il Déchelette cita e rappresenta solo un 
casco; in realtà due uscirono da Montefortino ornati ambedue di fine 
treccie a spirale, uno dalla tomba III e venduto a Roma (Brizio, op. ciU 
p. 662), r altro dalla tomba XVIII (ivi, p. 676, t VI, 2). Un elmo simile, 
nota il Brizio, è uscito dalla tomba di S. Ginesio (Notile degli Scavi^ 
1886 (Silvbri-Gbntiloni), p. 39, t. 1). Simile doppia spirale a treccia 
è, come osserva il Brizio {Mon, dei Lincei, v. IX, p. 752), sulla nota 
oinochoe di Ceretolo (Montelius, Ctvil prim. en Italie, 1, t 113, n 10) 
adorna della delicata figura di Dioniso danzante in luogo del manico. 
Ora la figura di Dioniso riproduce un tipo statuario la cui creasione 
si deve necessariamente ritenere posteriore a Lisippo, col noto contor- 
cimento di tutto il oorpo in azione di danza, contorcimento comune ad 
insigni monumenti di arte ellenistica, quali per esempio sono la dan- 
zatrice del museo di Berlino, il fauno della galleria Borghese. 

(') Studi e Materiali, v. I, p. 143. 

(3) Studi e Matenali, v. I, p. 140, ùg 47. 

{*) Op, cit., t IV, 11, t. X, 10. 



OSSERVAZIONI AROHBOLOOICUB SULLA PERMANENZA ECC. 85 

sche anche ai decenni poco prima o poco dopo la metà del 
secolo IV, date le differenze e dati i collegamenti che il 
materiale di Montefortino presenta con quello felsineo. 



* 
» • 



Mi pare che le precedenti osservazioni valgano a far rite- 
nere che la civiltà etrusca nell* agro felsineo abbia continuato 
a svolgersi per grandissima parte del secolo IV in mezzo alle 
orde galliche non ancora fissatesi nella città di Felsina. 

Dovremmo dunque figurarci i Galli nel secolo IV perfet- 
tamente distinti dagli Etruschi: quelli nelle campagne non 
ancora fissati in determinate località e selvaggi, questi rimasti 
padroni di Felsina e godenti una fiorente civiltà. Dal fre- 
quente e prolungato contatto tra quelli e questi, contatto sia 
pure ostile, dovette sensibilmente giovarsi il metodo di vita 
gallica. 

Come per esempio ;ìei bassi tempi dell* impero il barbaro 
disceso dalle Alpi si avvantaggiava della evoluta civiltà romana 
assimilandone tutti gli elementi; come per esempio il goto 
Teodorico assurgeva ali* aspetto ed alla essenza di un impe- 
ratore romano, cosi i Galli poco alla volta, i Galli, veloci 
assimilatori di civiltà più progredite, dovettero diventare un 
popolo non contraddistinto pei metodi di vita dal popolo 
etrusco. Questo è luminosamente provato pei Senoni dal ricco 
sepolcreto di Montefortino, e pei Boi dai tardi sepolcri Renacci, 
i quali tuttavia mostrano un decadimento civile rispetto ai 
sepolcreti anteriori felsinei, rispetto al sepolcreto contempo- 
raneo di Montefortino. 

Galli ed Etruschi vivono di accordo, gli uni stabiliti con 
gli altri, gli uni confondendosi con gli altri. E la giuMiifica- 
zione di tale accordo e di tale fusione si deve ricercare in 
cause esterne. I due antichi nemici divengono amici dinnanzi 
al comune pericolo, al pericolo ronutno. 

Ora, i dati offertici dall'esame dei monumenti, le illazioni 
che da essi dati si possono dedurre, sono d'accorcio con ciò 
che ci racconta la tradizione scritta? 



86 R. DEPUTAZIONI DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Un racconto abbastanza particolareggiato delle prime con- 
quiste galliche ci è offerto dai due noti capitoli di Livio 
(libro V, cap. 34 e 35). Regnando Tarquinio Prisco i Galli 
sotto Belloveso scendono in Italia, sconfiggono gli Etruschi 
presso il Ticino e fondano Milano. Ma questa notizia è stata 
e, non a torto, rifiutata come non genuina (^), tuttavia essa 
vale sempre a dimostrare il lungo periodo di tempo occorso 
ai Galli per farsi padroni della pianura padana e per trasfor- 
marla in Gallia Cisalpina. 

Nel racconto liviano la discesa dei Boi che occuparono il 
territorio felsineo appare successiva ad emigrazioni di altre 
tribù della loro stessa gente. 

Un certo spazio di tempo deve essere ti*ascot*so tra la 
prima immigrazione e quella dei Boi, i quali, pure secondo 
Livio, occuparono, essendo già presa la pianura al nord del 
Po, il territorio felsineo ed il romagnolo (*). Ora, subito sus- 
seguente air invasione dei Boi pone Livio quella dei Senoni, 
recentissimi advenarum, di quei Senoni che appunto circa 
il 390 fanno la spedizione contro Chiusi e Roma. Onde già 
prima del 390 dovevano essere passati i Boi ad occupare 
parte della pianura emiliana, il che pure è stato di recente 
ammesso dal De Sanctis ('). 



(1) Rimando air opera citata di Bertrand e Reinach S., p. 21 e segg., 
p. 200 e segg. 

(*) Pado ratibus iraiecto non Etruseos modo^ sed etiam Umbros agro 
pellunt. È noto che ad oriente di Felsina nian sepolcro tipo Certosa si 
è ri n venato, il che conforta la tesi del Bri zio che la Romagna abbia 
se^itato ad essere occupata dalla popolazione ambra. Si v. in propo- 
sito la illustrazione del Brizio stesso della necropoli villanoviana di 
Verncchio (Xotigie degli scavi, 1894, p. 292-307, 1898, p. 343-390). 

(') Storia dei Romani, v. II, p. 161. Il De Sanctis non riferisce 
r inizio della espansione celtica ad età molto anteriore alla metà del 
secolo y pel fiorire in tatto questo secolo della civiltà etnisca. Ma i 
dati archeologici bolognesi ben dimostrano come essa civiltà fiorisse 
anche nel IV secolo in mezzo alle irrompenti orde celtiche, il che non 
vieta a noi di credere che, anche in età anteriore alla metà del secolo V, 
1 Galli facessero incarsioni nella pianura padana. Il De Sanctis ammette 
poi, e giustamente, che la via d' entrata dei Galli in Italia fossero le 
Alpi occidentali. 



OSaCRVAZIONl ARCHBOLOGlCHB SULLA PERMANENZA ECg. 87 

Da UD lato la civiltà etrasca^ come si è visto, continua 
senza interruzione, e pertanto elementi etnici etruschi rima- 
nevano salvi dall' irrompente invasione celtica; ma d'altro 
lato nulla è più naturale che parte degli Etruschi, prima del- 
l' invasione dei Boi, visto il pericolo minacciante sui loro 
campi da parte degli invasori, gli Etruschi di campagna, duce 
Raeto^ si siano rifugiati nelle alte valli alpine ed ivi, insel- 
vatichiti, interrotti i rapporti coi centri più civili rimasti 
immuni dall' invasore, si siano fusi coi popoli alpini d'origine 
italica (^). Ma le orde galliche non potevano fissarsi in deter* 
minati luoghi finché, assimilatasi la civiltà superiore del popolo 
del cui territorio esse si erano rese padrone, non avessero 
finito col fondersi con esso. E questa qualità di vagabondaggio, 
questo desiderio di novità, cosi magnificamente colto da Giulio 
Cesare ('), doveva far in modo che le belle pianure dell'Italia 
settentrionale non fossero totalmente signoreggiate durante il 
secolo IV e che durante questo secolo dovessero sussistere 
intatte città etrusche (^). Ben con ragione circa un ventennio 
fa scriveva il Brizio (^): « Le memorie storiche riferiscono 
che, dopo aver corseggiato mezza Italia ed essersi trovati in 
lotta con i principali popoli stanziati allora nella penisola. 
Umbri, Etruschi, Romani. Campani, Greci, dopo aver riportato 
vittorie strepitose e ricevute terribili e ripetute sconfitte, i 
Galli, instabili, randagi, battaglieri sempre, cominciarono a 



(>) Tito Livio, V, 83; Plinio, N H., Ili, 20; Giustino, XX, 5. Si 
V. invece Db Sanctis, op. ctt., v. I, p. 125, il qaale rinfre&ca le viete 
idee del Niebahr, con ragione combattale dal Modesto v, Introduction 
à r histoire romaine^ 1907, p. 410 e segg. Riguardo al carattere preva- 
lentemente italico dei popoli alpini si v. Obbrzinbr, / Reti^ 1883 — 
Orsi, Il sepolcreto italico di Vadena. 1883 — Bertrand e Rbinach S., 
op. cit.^ p. 63 e segg. 

(«) De bello gallico, IV, cap. V. 

{^} Rimando par sempre alle giuste parole del Mommsbn, Roem, 
Gesch,^\ II, e. IV, § 5. In nessun luogo, dice T illustre storico, si trova 
un grande stato fondato dai Galli, in nessun luogo una coltura creata 
dai Galli, la quale ultima constatazione appieno concorda con ciò che 
ci è offerto dal caso nostro speciale, da Felsina. 

{*) Art cit., p. 457. 



88 R DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

porsi al soldo dei Cartaginesi, dei Sanniti e degli Etruschi 
stessi contro cui prima avevano combattuto ». 

E Io pseudo-Scilace conferma appieno i dati offertici dai 
monumenti. Infatti nel suo periplo, la cui composizione è 
posta tra il 338 ed il 325 a. C, è assegnata come sede ai 
Galli la spiaggia tra Spina ed Adria (') presso quella selva 
Litana a noi nota in special modo da Livio. 

E questa concomitanza dei residui della potenza etrusca 
nell'alta Italia, ristretta ai centri più popolosi ed ai luoghi 
più forti (Mantova per esempio doveva essere fra di essi) e 
dei Galli scorrenti per le campagne, mi pare chiaramente accen- 
nata anche dalle parole di Livio (*) con cui lo storico dice che 
gli Etruschi non volevano stare vicini ai Galli non tam quia 
imminiii agrum^ quam quia accolas sibi quisque adjungere 
tam efferalae geniis homines horrebat. 

Il desiderio infatti che nell* anno 299, al quale anno va rife- 
rito il suddetto passo dello storico patavino, avevano i Galli, 
di fissarsi in determinati posti, prova che sino a tutto il 
secolo IV essi erano rimasti errabondi (^) , è manifestato 
dalle parole che Livio poco prima dice, cioè che i Galli 
mitilaturos lamen se, si iitique Etrusci velini; sed nulla alia 
mercede, quam ut in partem agri accipianiur tandemqiie 
aliqua sede certa consistant (X, 18). 

Nelle parole suddette di Livio è un accenno a ciò che 
avviene poco dopo; alla fusione in medesimi luoghi di Galli 
ed Etruschi. Il testo liviano dice militaturos', contro chi? 
Contro la potenza di Roma che ora comincia ad espandersi 
e comincia a venire a contatto con le popolazioni dell'alta Italia. 

Dopo la battaglia di Sentine, Q. Fabio Rulliano invade 
il paese dei Senoni (295 a. C.) ed in esso paese è dedotta la 
colonia di Sena (^), 



(*) MOLLER, Geographi graeci minores, ed. Didot, p. 25. Per la 
Selva Litana rimando specialmente al Rubbiani, np. cit^ p. 118 e segg. 

C) X, 10. 

(3) Polibio, IL 17. 

(*) Sulla data di fondazione di Sena si v. De Sanctis, op. ri(.. 
V. II, p. 358. 



OSSKRTAZIOKI Am( HBOLOGICUE SCILLA PERII A NENIA ECC. 89 

E dopo il sapremo tentativo dei Senoni di scuotere il 
giogo romano nel 284, tentativo si energicamente soffocato 
da M*. Cario Dentato, si ha neil' anno seguente la spedizione 
dei Boi aniti agli Etruschi contro Roma, spedizione che andò 
ad infrangersi contro 1* esercito Romano guidato da P. Cor- 
nelio Dolabella ul lago Vadimone C), Pertanto nel 283 sono 
già iniziate la anione e la fusione degli Etruschi e dei Galli 
nella pianura padana. 

Ma quasi un secolo doveva passare prima che Roma, di- 
stratta da altre imprese, pensasse a porre saldamente le sae 
insegne in essa pianura: che, dopo nna nuova sconfitta patita 
nel 282 dai Boi, questi possono rimanere tranquilli nelle loro 
sedi (*). 

Nel secolo III dopo la battaglia di Telamone (225) i Ro- 
mani, impadronitisi della valle padana 1* avrebbero seiiz* altro 
romanizzata se non fosse sopraggiunto il forte pericolo del- 
l' invasione annibalica che costrinse Roma ad un' azione difen- 
siva e non conquistatrice (') Nei primi anni del secolo suc- 
cessivo finalmente s'inizia la conquista duratura del territorio 
padano con la definitiva scontitta fatta subire ai Galli da parte 
di P. Cornelio Scipione, in seguito alla quale una colonia 
latina è dedotta a Bologna a?S9) {^). 

Durante questa lunga e rinnovellantest lotta contro le 
armi romane gli elementi etruschi debbono essere stati in 
prevalenza affievoliti dagli elementi gallici, pur rimanendo 
etrusca la civiltà del pop^jlo uscito da quesu fusione (*j. 



(») De Saxctis. op. cit^ r. II. p. 377. Polibio, li, 19, 2: oi 5« Boio'^^.. 

(') Db Sasctis, op, rit^ T. II, p 3T>5. Polibio ci rappre««iiUt i H*ji 
dì aScane decine d' aooi poAteriorì a qa*f«co avT«Dttn*'Dto, come p^^p^f* 
Iasione tranqaiHa e pacifica perchè già fi^Mta nel pae-^ II, 21, 22'. 

(') Su ciò rimando al racconto pnr*<H> Momwsen, op. Mf.. I III, 
e III, )$ 6. 

{*} MOMMSEX. Op ^-, I. Ili, c. VII, ^ 2. 

{^) Carìoto monumento di arte pr«fCtan.rn:« b&rb^rica i^m.'lica ?areb'^ 
la preziosa testa in calcare drl Masro Cirico, proveoien'.e vero- in.;;- 
mente dal lerriiorio bologn<r4e *rd «-dea d«l Lesormas^t .n f^ i*:*\\ At'i 
€ ìfemorié (S, IIL r L, 1^-3, pp 2:2/:^ t VII . 



90 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBK LA ROMAGNA. 

Livio infatti ci dice (*) : in agro qui proxime Boiorum, 
ante Tuscorum fuiL Ma, a proposito del trionfo di Scipione 
sui Boi, egli esprime che (*) in eo triumpho Gallicis carpentis 
arma signaque et spolia omnis generis iransvexit et vasa 
aenea gallica,,., aureos torques iranstulit mille quadringentos 
sepiuaginla unum, ad hoc auri pondo ducenia quadraginta 
septem argenti infècli factique in Gallicis vasis^ non in- 
fahre suo more factis, duo millia trecenta quadraginta 
pondo, bigatorum nummorum ducenta triginta quattuor e te. 

Questa fusione, in cui gli elementi etnici prevalenti spet- 
tano ai Galli, gli elementi di civiltà agli Etruschi, pienamente 
avvenuta al principio del secolo II, non può essere determi- 
nata se non dalle violenti lotte sostenute contro Roma e che 
conJussei*o al completo soggiogamento del territorio felsineo 
da parte di questa. 

Altrimenti dovette andare la cosa nel territorio dei Veneti: 
esso territorio non fu mai stabilmente occupato dalle orde 
galliche contro le quali continuamente si esercitavano le armi 
venete ('). 

Né Galli e Veneti si strinsero insieme contro Roma fon- 
dandosi in un solo popolo; anzi i Romani, con l'intenzione 
di fissarsi stabilmente nella parte destra della valle del Po, 
si valsero dei Veneti fin diii 225 (*) in poi come di valido 
appoggio per stringere tra due morse il territorio gallico. 
Questo secondo la politica conquistatrice romana di assogget- 
tare popolazioni mediante l'appoggio di altre da rendere alla 
loro volta soggette. E difatti tra il 183 ed il 181 i Veneti, 
che si opportunamente avevano prestato mano forte ai Romani 
nelle guerre galliche, sono agli stessi Romani assoggettati, 
che in tale epoca è dedotta la colonia di Aquileia alle porte 
d'Italia ('). 



(») XXXIX, 55. 
(«) XXXVI, 40. 
(») Livio, X, 2. 

{*) In occasiooe della grande Itivata di scadì che condusse i Galli 
alla clamorosa sconfitta di Telamone. 

(^) MOMMSBN, op. Cit, 1. Ili, e. VII, 2 1- 



0S8KRVAZ10M ARCHEOI.OOICHE SULLA PERMANENZA ECC. 91 

Come sopra si è visto, attraverso il secolo III si manten- 
gono le forme della civiltà etrusca e si mantengono perchè 
la civiltà etrusca s'impone per la sua indiscussa superiorità 
e per la sua gloriosa tradizione e s* impone non al solo rozzo 
Celta, ma al bellicoso Romano. Dobbiamo pertanto presup- 
porre che r aspetto di detta civiltà si dovesse mantenere 
anche in Bononia romana lentamente evolvendosi in quella 
che è caratteristica civiltà romana imperiale, sorta dalla 
fusione di elementi diversi, indigeni e stranieri. 

Ed è da augurarsi che la grande lacuna tra le necropoli 
galliche-etrusche del III secolo ed i documenti monumentali 
del principio dell' impero romano nell* agro bolognese possa 
essere colmata da qualche futura scoperta. 

Ma na4) solo la civiltà rimase, sibbene anche qualche ele- 
mento etnico e se, per esempio, le credenze religiose degli 
Etruschi ci sono attestate come mantenutesi nel III o II secolo 
in Piacenza dal celebre fegato di bronzo ('), se Mantova, pro- 
tetta dal lago, si mantenne intatta come oasi etrusca sino ai 
tempi dell'impero (*), e se d'altro lato Rimini, Budrio e Ra- 
venna, nel paese sempre soggetto agli Umbri, pui*e nell'età 
imperiale si vantavano Umbre ('), da una iscrizione funeraria 
bolognese dell' impero si ha il pretto nome etrusco di un 
Adenna (^) comprovante la esistenza, pure in quell'epoca, 
nella romana Bononia di discendenti degli antichi ed opulenti 
Etruschi 

discesi co U lituo con V asta con fermi 

gli occhi ne Talto a* verdi misteriosi clivi. 

Bologna^ setUmbre 1907. 

Pericle Ducati 



(^) Boeminche MiUeilungtn^ 1905.: G. KQrtb, Die Brotueleber von 
Piacenza, p. 348-379; sulla data del fegato si veda a p. 370. 

(') Plinio, N. JJ., Ili, 130; Manina Tuscorum trans Padum sola 
reìiqaa, Strabonb, V. 216. 

(3) Strabonb, V. 214, 217, C; Plinio, JV. H., Ili, Ilo 

(*) L* iscrizione è sa di un cippo di calcare proveniente dalT alveo 
del Reno e menziona un C. Adenna Nipote. Si veda yotieie degli scavi 
1896 (Brizio), p. 149. 



DI ALCUNE OPERE SCONOSCIUTE 

DI 

GABRIELE POETI, BENEDEHO MORANDI E ZACCARIA RIGHETTI 



Fra i letterati della corte Bentivolesca va annoverato 
Gabriele di Battista Poeti, di nobile famiglia bolognese, che, 
secondo il Delfi ('), deriverebbe il cognome e l'origine da 
un poeta <li nome Vincenzo, che viveva nel secolo XIII, e 
dal quale i suoi discendenti si denominarono Del Poeta, e 
poscia Poeti. Ma nessuna poesia ci resta di cotesto \ incenzo. 
che sarebbe stato cosi celebre verseggiatore da dare il nome 
a tutta una famiglia. 

Battista di Poeta Poeti nel 1401 fu creato Cavaliere da 
Giovanni I Bentivoglio, nel 1416 fu uno dei sedici Uiforma- 
tori, due anni appresso fu consigliere del Cardinal Legato e 
nel 1420 uno dei dieci di Balia. Due volte bandito per causa 
di stato nel 1430 e nel 1438, in quest'ultimo anno fu nuo- 
vamente dei dieci di Balia e dei sedici Riformatoti. Andò 
ambasciatore a Roma per il Duca di Milano nel 1446, e dicesi 
che vi morisse avvelenato nel Marzo di detto anno. Ebbe da 
Margherita Garisendi sei figli: Nicolò, Gio. Francesco, Ales- 
sandro ('), Gabriele, Polissena (^) e Ginevra. 



(M Cronologia di famiglie nobili di Bologna (p. 623). 

(*) Prese in moglie Giulia Vizzani il 23 dicembre 1489. (Archivio 
notarile di Bologna. Rog. di Zaccaria Righetti, filza 5, n. 121 e 122). 

(') Maritos&i con Lodovico Griffoni il 20 febbraio 1440. (Ivi. Rog. 
Filippo Formaglini, prof.. 20, 61za 10) e fece testamento il 9 settembre 1478 
(Rog. di Alberto Argelata, filza 3, n. 280). 



DI ALCUNB OPBRS SOONOeCIUTB DI Q. POSTI, B. MORANDI S £. KlASETTI 93 

Il 29 Novembre 1453 (') i quattro fi^li maschi vennero ad 
una divisione dei beni ereditati dal padre ; dal quale atto 
rilevasi la ricchezza non comune di questa famiglia. Essi abi- 
tavano sotto la parrocchia di S. Maria di Porta Kavegnana, e 
possedevano un palazzo, del valore di 2700 lire, confinante con 
Paolo di Facciole dalla Lana e da tre lati colla via pubblica. 

Aveano inoltre due fondachi o botteghe, una delle quali 
ad uso di cambio, sotto la detta casa, dirimpetto alla Mer- 
canzia Un'altra bottega aveano sotto la torre deiroi*ologio, 
stimata 200 lii*e, e due molini per le biade, uno lungo il 
canal di fieno, presso la Pieve di Calvenzano, con gualchiera 
per panni bidelli, e un edificio ai! uso di segheria da legno. 
L'altro molino ei*a a Corticella, presso il Canal navile, sti- 
mato lire 6075; mentre il primo valeva 877 lire. Un terzo 
molino (ìabriele Poeti fece costruire presso Hiizzano nel 
1458 (-) e ftti*ono stabiliti alcuni patti e convenzioni per quelli 
che vi andavano a far macinare biade da Montebello, Olivete, 
S. Lorenzo in collina, Zola Predosa e Crespellano. 

Aveano pure i fratelli Poeti un credito di 300 lire verso 
la tesoreria comunale di Uologna, ed una possessione a Cie- 
spellano, nel luogo detto: Le fombe, che ei*a stimata 1350 
lire di bolognini. 

Gabriele di Battista Poeti fu immatricolato notare il 30 
gennaio 1457, quindi dev* esser nato verso il 1430 Egli pure, 
come il padre suo, fu per tutta la vita pat*tigiano devoto dei 
Keiitivogli, e per le nozze di Sante, avvenute, com' è noto, 
nel 1451. gli offerse in dono quattro scatole di confetti, quat- 
tro torce e due mazzi di candele di cera bianca 

Il 1.*" Settembre 1459 fu (ìonfaloniere di giustizia, e nel 
Marzo del 1465 accompagnò con molti altri gentiluomini bolo- 
;:nesi, con 115 cavalli e 10 muli, Giovanni II l>en(i\oglio a 
Milano. 

Nel 1471 Gabriele Poeti era <:on (Jristoforo Ariosti e 
Antonio Magnani ufficiale delle acque, e, secondo il Ghiselli, 



(^) Arch. notarile di Bologna. Rog. di Pietro Bruni, filza 95, n. 1. 
(^) Ivi. Rog. di Matteo Carialti, fiUa 2, n. 282 (18 marco 1458). 



94 R. OBPUTAZIONB DI STORIA PATKIA PER LA ROMAGNA. 

ebbe in affitto dai frati di S. Domenico il palazzo Popoli, che 
fu riacquistato nel 1475 per 2000 lire dai Conti Guido e 
Galeazzo Pepoli. 

Presso r archivio notarile di l3ologna vi sono pai occhi 
rogiti di compre, cessioni, locazioni e procure relative a 
Gabriele Pooti dal 1458 al 1478, e nel 1470 egli era con 
Nicolò Hriendi frate francescano, e Francesco Ferrante, raffi- 
natore dello zucchero (^); ma non potei trovare la data della 
sua morte Ebbe un figlio per nome Sigismondo che era degli 
Anziani il 1/" luglio I486, e che figura come interlocutore 
nel dialogo di cui darò notìzia. 

Il Fantuzzi non seppe trovare alcuna notizia biografica 
di Gabriele Poeti; ma ci fa conoscere il suo volgarizzamento 
di un'opera di Francesco Filelfo sul sacerdozio di Gesù 
Cristo (*), tradotta dal greco. Cotesta versione ti*ovavasi in 
un elegante codice membranaceo del secolo XV, collo st^^mma 
bentivolesco, posseduto dall' Ab. Bellini di Ferrara, ed era 
dedicata a Ginevra Benti voglio; alla quale pure, e a Gio- 
vanni II fu indi lizzato un dialogo fra Sigismondo Poeti figlio 
di Gabriele e Madonna Ginexra circa la comparatione fra 
le gemme e il vero virtuoso amore. Trovasi mi codice 
Ashburnhamiano 737 (668) membranaceo, di mm. 154x228, di 
cartt* 14 membr. e 2 cart^icee in principio ed in fine, rilegato 
modernamente in cuoio con impressioni a secco e in oro. I 
titoli e i nomi degli interlocutori sono rubricati in carattere 
maiuscolo, le lettere iniziali sono in oro e miniate, ed un 
fregio miniato adorna pure i margini della prima pagina 
(e. 2"), nella parte inferiore della quale campeggia lo stemma 



(') Qaesta notizia mi fa cortesemente favorita dal signor Angelo 
Calisto Ridolfi, vice-archivista air Archivio notarile, al quale sono debi- 
tore di molte altre utili indicazioni, per le quali vivamente lo rin- 
grazio. 

(*) Qaest* opera non è indicata fra le tradazioni dal greco fatte dal 
Filelfo (V. D'Adda: Indagini sulla libreria Visconteo- Sforzesca, Milano, 
1879, Append.. p. 10). Del Sacerdoiium Jesu Christi THain indica due 
edizioni dell' a. 1494 {Repertorium bibliogr., n. 14072, 14073). 



DI ALCUIfB OPBRB SCON08CIUTB DI O. POETI, B. BfORANDl S.Z. RIGHETTI 95 

dei Bentivoglio inquartato con altro che ba onde d'argento 
in campo azzurro. Ogni pagina ha 20 linee di f^crittura ('). 

Incomincia Sigismondo Poeti ponendo la questione se sia 
più pregevole e stimato dal mondo Toro, ovvero le pietre 
preziose e le perle. Risponde Madonna (ìinevra enumerando 
il pregio e le qualità delle gemme e dell* oro; narra come 
questo si trova in natura, come si purifica a forza di fuoco, 
e ime mai perde la sua bellezza e si riduce in polvere, o in 
fogli sottilissimi, o in filamenti, o in pasta. In ogni modo e 
forma si trasmuta a nostra volontà, e se ne fanno. anelli, 
gioielli, collane, catene, vasi e infiniti altri ornamenti ed 
oggetti. Ha un* altra proprietà l'oro che non tollera di col- 
legar^i con vili metalli, ma solo coirargento fino, e può anche 
(secondo la credenza «li que' tempi) tramutarsi in un liquido 
digestibile, che. bevuto in minima quantità, ridona vigore e 
salute al corpo umano e prolunga la vita. Cotesto liquore i 
filosofi e alchimisti denominavano: aurum potabile. 

Conclude adunque Madonna Ginevra che 1* oro, per tante 
sue virtù e qualità, è da preferirsi alle gemme. 

Sigismondo Poeti, dopo aver lodata la facondia e dottrina 
di lei, passa a considerare neiruomo, che suol dirsi un pic- 
colo mondo, quale virtù stia sopra ogni altra, come 1* oro è 
superiore a tutti i metalli e alle altre cose naturali; ed afferma 
che un fedele, virtuoso amore deve anteporsi ad ogni virtù. 
Ciò gli poi*ge occasione di lodare la fedeltà de* suoi progeni- 
tori verso la famiglia Bentivoglio, alla quale e da più etate 
» in qua li suoi mazori sono stati e sono con fede devota 
» affezionati. E ora in questo tempo il vostro illustre consorte 
» e Vostra Signoria, e i vostri chiarissimi figliuoli, come 

> un. co mio patrocinio, sopra ogni altra affezione è 1* animo 

> mio fermo di amare e servire continuamente col cuore e 
» colla persona, quando accada, secondo la mia poca facoltà. 
» E se bene sia nato in questa intentione, non la ho saputa 



(^) Riograrìo vivamente la Direzione della R. Biblioteca Laaren- 
xiana per la di ligentissima descrizione del codice procaratami. 



% R. DKPIITAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

» reggere idoneamente finora per la tenera etade, in che io 
» sono stato. Oramai ho deliberato, quando dalle occupazioni 
V familiari, per aiuto d'esso mio padre, sarò libero, eserci- 
» tare colla p» rsona e col cuore detta mia suprema fede e 
» afi*ozione, la quale, come ho detto, dimostrerà distintamente 
» essere corrispondente alle periette qualità dell* oro, intese 
» da Vostra Signoria • 

Dopo una lunga disquisizione filosofica sulle qualità del 
vero amore, paragonate a quelle dell' oro, Sigismondo Poeti 
ritorna a magnificare l'antica affezione della sua famiglia alla 
casa de' Bentivogli, ed in particolar modo dell'avo suo Bat- 
tista, « il quale al tempo della fortuna avversa, per essere 
» affezionato all'eccellente casa de'Bentivogli, per pubblici 
^ obbrobriosi bandi e per pictura in luoghi pubblici, fatta a 
» rappresentarlo traditore, per incendi delle cose sue, per 

* rapine e vendite de' >uoi beni all' iiit auto, per taglie messe 

* alla persona sua e per esigilo continuo di molti ant i, mostrò 
» il fervore e 1' integrità della sua fede, veduia similmente 
» nei figli e successa in noi suoi discendenti ». 

Madonna Ginevra, commossa al lungo ragionamento del 
suo fedel servitore, lo loda e lo ringrazia pure del dono di 
un orinolo presentatole, promettendo che dal suo illustre 
consorte sarà meritamente esaudito. 

Lo SL'opo cortigianesco di questo dialogo è abbastanza 
evidente, e non ha bisogno di commento. Gabriele Poeti adu- 
lando la potenza e le virtù di Madonna Ginevra e di Gio- 
vanni II, ed esaltando la fedeltà -costante e la devota affezione 
della sua famiglia ai Bentivoglio, voleva assicu! are al figliuol 
suo Sigismondo quella benevola protezione dei suoi mecenati, 
che non era mai venuta meno ai suoi maggiori e di cui egli 
stesso aveva provato i benefici. 

Contemporaneo a Gabriele Poeti, ma di lui assai più noto, 
è Benedetto Morandi, che fu creato notare il 6 febbraio 1431 
e fu Correttore del Colle^ào notarile nel 1461. Servi quale 



DI ALCUNE OPEBB SCONOSCIUTE DI G. POETI, B. MORANDl E Z. RIGHETTI 97 

segretario prima Giovanni II Bentiv ogiio, poi il Card, Astorgio 
Agnesi governatore di Bologna. Nel 1453 ebbe l'incarico, con 
altri suoi colleghi, di esaminare e riformare gli Statuti degli 
officiali delle bollette. Il 9 settembre 1455 fu eletto cancel- 
liere degli Anziani e sostenne varie ambascierie all'Impera- 
tore Federico III, a Roma nel 1462 e 1464, ad Ancona nel 
1463, al Duca di Milano nel 1466 e al Conte d'Urbino nel 
1467. Da Federico III il 3 gennaio 1462 fu creato Conte 
Palatino coi consueti privilegi ed onori e col diritto di tra- 
smettere questo titolo ai suoi discendenti. 

Ebbe in moglie Lucrezia di Stazio Paleotti, dalla quale 
nacquero dodici figli, onde il Morandi ottenne il 27 Dicembre 
1467 l'esenzione da tutti i dazt e le gabelle. 

Molti atti di compre, vendite e locazioni fatte dal Morandi 
dal 1447 al 1463 si trovano all'Archivio notarile, fra i rogiti 
di Pietro Bifuni ('), di Albice Duglioli (*), di Matteo Curialti O 
e di Alberto Argelata (*). 

II 2 luglio 1461 il Reggimento gli concesse il suolo 
davanti alla sua casa in via S. Mamolo, presso alla chiesa di 
S. Mamante, confinante con Tommaso Ruggeri. Fu poscia dei 
Baldi e nel 1777 unita al palazzo Morandi (^). 

Benedetto Morandi venne a morte, secondo il Fantuzzi, il 
27 luglio 1478. Delle sue rime volgari ci restano tre sonetti ; 
uno de* quali, scritto in gergo Burchiellesco contro ser Giorgio 
di Giacomo Paselli, che fu creato notaro il 14 giugno 1425 
e visse fino al 1472. Egli abitava sotto la parrocchia di San 
Michele dei Leprosetti, fu uno dei dodici Riformatori dello 
Statuto dei notari, fu Correttore di detta Società nel 1458, 
Anziano e Conte Palatino il 24 Dicembre dello stesso anno. 



(M Filza 19, n 4 e 21; fiìza 4, o. 48 e 104. 

O Prot. 10, fol. 17; filza 3, n. 274; filza 1, n. 286. 

(') Filza 1, n. 56; filza 2, n. 15; filza 3, n. 28; filza 7, d. 504 e 512. 

(<) Filza 4, n. 235-263; filza 9, n. 165, 189, 251, 302. 

(•) GuiDiciNi: Cose notabili di Bologna (III, 93). 



98 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA 

Il sonetto del Morandi leggesi come segue nel noto codice 
Isoldiano n.® 1739 (e. 243 v.) presso la Biblioteca Universi- 
taria di Bologna: 

Sonetto de Benedetto Morando contila aer Giorgio Padello 
per lo quale have dti .... (') 

Un secretario, un Conte Palatino, 

Un tiecho miecho d' ogn* homo el compare, 
Un bon gnaton (*), che sa ben secondare 
E lai far thema e lai fare il latino, 

E eh* à portati i gnachari in camino 
F al vento romagnol sa navicare 
Col tempo e sa pretor larvato andare, 
E sa condarre io Fiandra Meniohino. 

Chi potte (') al snmrao consale el coltello 
E U vin gittarli in fazza e dir: non vale 
. Al magistrato legge che V ha fatto. 

Secaro el Vegner (^) pò* d' un pollastrello 
E carne salsa fare un carnevale 
A an Senato, e a scusa farse matto ; 
Ma chi ha vedato V atto 
De la barcha per piazza senza remo, 
Non prende meraviglia d* ogni estremo. 

Benedetto Morandi era col Salimbeni uno dei revisori e 
correttori delle poesie del Nappi, che inviavagli una i^ua 
frottola scritta pel bandg del Card. Bessarione contro lo smo- 
dato lusso delle vesti e degli ornamenti femminili, acciò la 
correggesse, accompagnandola con un sonetto che incomincia: 

Mentre che gli occhi più pensando giro. 

AI sonetto di Cesare Nappi il Morandi rispose per le rime 
col seguente sonetto: 



(^) Le altime parole sono cancellate e illeggibili. 
(*) Gnatone e ignatone vale: mangione^ uomo da nulla ed anche 
ruffiano, 

(•) Che paò. 
O II Venerdì 



DI ALCUNE OPERE SCONOSCIUTE DI G. POETI, B. MORA N DI E Z. RIGHETTI 99 

Quando più gli occhi de mia mente giro 

A* dolci Yersi e la toa tersa rima, 

L* onor negando qaai me dà toa lima 

Verso me temo tanto esser più diro. 
Tu mostri veterano e non già tyro, 

Nutrito de Parnaso in su la cima 

L* altre fronde che fian, pò* ohe la prima 

Excede d' alti ingegni il bel desiro. 
Toa risposta veder m'è stato caro 

A chi tal scrive in nome de Bologna, 

Kè a me convien, né par se muti o cassi 
El to bel dir non d* eloqnentia avaro: 

Taci chi impugna tue rime bisogna. 

Le quar ornando cum rason ingrassi. 

Tenga orma' gli occhi bassi 

Chi se sperava aver de ciò Victoria, 

Che in tutto è toa questa palma e gloria. 

Sembra che il Morandi terminasse assai infelicemente i 
suoi giorni a giudicare dal seguente sonetto, che è trascritto 
nel codice n.*^ 182 (e. 104 v.) della Biblioteca Universitaria 
di Bologna, che gik appartenne al Canon. Gio. Giacomo 
Aniadei: (') 

Senza favor celeste invan si spera. 

Dal qual procede bona e rea fortuna; 

Non ha prudentia facultà veruna 

Le stelle negan darne primavera. 
E chi dal cielo è posto in prima schiera, 

Secnro viva, perchè in lui s'aduna 

Quanto i destina stelle, sol e luna 

Nel punto e ora del natal primiera. 
Cum quanto studio, diligentia e cura 

Forcato m' ho nutrir un novel ramo 

Che facesse ombra a mia senecta oscura; 



(^) A e. .94 r. di questo stesso codice leggesi un epitafio in morte 
di Franceseo Sforza (8 marzo 1476), composto dal Morandi, che ine: 
Sum dux Insuhrum eius fortuna triumphis. 



100 K. I>KPUTAZ10NK DI STORIA PATKIA PBK LA ROMAGNA 

Ma el ciel nimico a tatto quel ch'io bramo 
Voi che mia vita al fin 8ia aspra e darà; 
Unde mercè e pietate indamo chiamo. 

Viver ormai desamo, 

Perché non è al mondo maggior tedio 
Che sol patientia aver senza rimedio. 

Infeìix B. Morandus. 

• 

Oltre le opere indicate dal Fantazzi, Benedetto Morandi 
ne scrisse un* altra di cui nìuno finora ha dato notizia (*). 
Gio. Battista Refrigerio, che chiama il Morandi suo padre e 
precettore, in una sua canzone in lode del Co. Andrea Ben- 
tivoglio, ricorda ciò che scrissero della vita di Lodovico suo 
padre Sabadino degli Arienti nella Civica salute, il Cardinal 
Hessarione (*) e il Morandi, 

Poeta memorando, 
Oratore e filosofo prestante. 

Egli accenna senza dubbio ad un* opera filosofica, che ci è 
stata conservata nel codice n.^ 2103. della Biblioteca Univer- 
sitaria di Bologna, cartaceo, in folio, del sec. XV, dì carte 
71 n., di cui le ultime 8 sono bianche. È rilegato in pelle 
colla dedica : Alla Biblioteca dell' Università di Bologna, ed 
appai*tenne anticamente a Gregorio Maria de'Barlani di Pia- 
cenza, come rilevasi da un'annotazione sul r^r^o dell' ultima 
carta bianca. Incomincia colla dedicatoria: B. Morando al 
generoso e prestante zentil/iomo Conte Andrea di Beniivogli. 
De le moral virtiite. 

Dopo la quale segue 1* opera, composta quando il Beoti- 
voglio era in giovine età, e divisa in undici capitoli, con 



(^) Un'opera del Morandi, ìntìto\AtA: De praestaniia Bourbis nomai 
supra civitatem Senarum è la stessa che fa pubblicata dopo la morte 
dt»ir autore col titolo: Oratio de ìaudibus civitatis Bononi(U, Un codice 
n' esiste presso la Biblioteca Univ. di Bologna col n. 1095. 

(^) L' orazione del Card. Bessarione ò volgarizzata e trascritta nel* 
r oper.'i del Morandi : ])e le moral virtuié. 



DI ALCUNI OP£KE SCONOSCIUTI 01 O. POETI, B. MORANOI B Z. RIOHBTTI 101 

questi titoli o rubriche : 1. Che cosa é la virtù morale — 
li. In quale parte de V anima è la virtù morale — III. De 
la pì^udentia — IV. Fondamento de la prudentia et altre 
virili — \, De la prudentia naturale — VI. De la magna- 
nimità^ over fortezza — VII. De la temperanza — Vili. De 
la justiita — IX. De la liberalità — X. De la magnificenfia 
— XI. De V amici tia, 

L*ultimo capitolo ha una certa analogia col dialogo di 
Gabriele Poeti, perchè il Morandi vi ragiona a lungo (e. 4lr53) 
delle cause e. delle varie specie d'amicizia, adducendo, al 
solito, alcuni esempi morali tratti da antichi autori. 

Per ultimo è aggiunto un elogio di Lodovico di Carlo 
Bentivoglio, che dovea servire ad Andrea come di esempio 
e stimolo ad imitare le virtù del padre. 

Per il prevalere della fazione dei Canetoli, che si era 
impadronita del governo della città, Lodovico bentivoglio fu 
più volte esiliato. Ritornato in patria, si rese singolarmente 
benemerito della salvezza della repubblica nel 1439, allorché 
Battista Canetoli, venuto a Bologna coir intendimento di dare 
a Filippo Maria Visconti il dominio della città, già stava per 
azzuffarsi con Annibale Bentivoglio, allorché Lodovico colla 
sua prudenza riesci a disarmare i due capi di parte e a ricon- 
cigliarli. Questa pace fu poi suggellata con una promessa di 
matrimonio che fece Annibale di dare sua sorella Costanza 
in moglie a Gaspare Canetoli, fratello di Battista. Il Morandi 
narra a lungo questo avvenimento che mostra quanta fosse 
la prudenza e autorità di Lodovico Bentivoglio, e loda la sua 
integrità e il suo disinteresse per non essersi mai arricchito 
nel maneggio delle cose pubbliche e per avere rifiutato il 
primato della città, allorché gli fu offerto dopo V uccisione 
di Annibale Bentivoglio. 

Dopo essere stato Podestà a Cento nel 1443, Lodovico 
Bentivoglio fu nel 1447 Confaloniere di giustizia e nello stesso 
anno inviato ambasciatore a Nicolò V per congratularsi della 
sua elezione al pontificato. Ritornò poi a Roma nel 1455, 
quando il Papa voleva sottomettere Bologna, servendosi delle 
milizie di Nicolò Piccinino, malgrado le convenzioni del 1447 



102 R. DBPUTAZIONB Ul STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

e tale fu l'abilità di Lodovico Benti voglio che Nicolò V abban- 
donò ogni idea di sottomissione e lo creò Cavaliere e Conte, 
donandogli quella spada benedetta che non si dava che a 
principi e sovrani. 

Il Morandi, che fu testimonio di questi fatti, ne parla a 
lungo e trascrive il breve pontificio ai magistrati di Bologna (^) 
in lode di Lodovico Bentivoglio, allorché ritornò dalla sua 
ambascieria, e dal Card. Legato Bessarione gli fu solenne- 
mente presentato lo stendardo con lo stemma della repubblica, 
encomiando le sue virtù e il suo valore in una lunga orazione, 
che il Morandi tradusse e trascrisse in fine alla sna opera 
sulle virtù morali (*). 

Quando si farà uno studio definitivo intorno all'influenza 
benefica esercitata dai Bentivoglio sulle lettere e le arti, anche 
queste due opere del Poeti e del Morandi non dovranno essere 
dimenticate, non tanto per l'importanza che possono avere 
per Io studio della filosofia morale, quanto per conoscer meglio 
le relazioni amichevoli che passarono fra i loro autori e la 
famiglia Bentivoì^iio. 

La terza opera di cui mi propongo dar contezza appartiene 
al notaio Zaccaria Righetti o Enrigetti, del quale il Fantuzzi (^), 
non dà alcuna notizia, indicando solo la sua Vita di S, Petro- 
nio, dedicata a Galeazzo Marescotti, che trovavasi registrata 
nel Campione degli istrumenti della fabbrica di S. Petronio, 
segnata col n. II (fol. 141). 

Da Bartolomeo di Zaccaria Righetti, detto anche de* Ban- 
ditori, e da Giovanna da Monteveglio nacque Zaccaria juniore 
circa Tanno 1423, essendo stato creato notaio dal Conte 



(^) È trascritto anche dal Nburi ne' suoi Annali di Bologna; 
air a. 1455. 

(*) Leggesi pure nel III volume delPift«toria di Bologna del Ghi- 
RARDACCif air a. 1455. 

(«) Scrittori bolognesi (ITI, 270). 



DI ALCCNK OPKRB 8O0NO8CIUTI DI G. POBTI, B. MORANDl B Z. RIOHBTTI 103 

Palatino Jacopo Calderini il 19 dicembre 1448. Fa Correttore 
dei notai nel 1464, 1474, 1490 e 1506; fu Massaro delle arti 
nel novembre del 1506, e degli Anziani il 1.^ novembre 1456, 
il 1.^ maggio 1471, il 1.^ settembre 1482 e il 1.^ gennaio 1487. 
I suoi rogiti esistenti presso l'xVrchivio notarile dall'anno 
1444 giungono fino al 1509, e deve esser morto circa a questo 
tempo. Un suo testamento del 23 settembre 1478 trovasi fra 
i rogiti di Albico Duglioli (^) e da esso rilevasi che abitava 
sotto la parrocchia di S. Martino della Croce de' Santi, e che 
ebbe tre mogli; cioè Jacopa e Pantasilea di Bonifacio Baldi, 
che gli i\)carono una dote di 2200 lite, ed una possessione 
a Pollicino. La prima di queste due mogli lo fece padre di 
sette figli, per nome: (Hovanni, Cambio, Ercole, Bartolomeo, 
Baldassarre, Vincenzo e Camilla. La terza moglie fu Fran- 
cesca di Bartolomeo Natali, che ebbe una dote di lire 11.:^, 
dal Righetti riscosse in più volte, e con essa acquistò una 
possessione a S. Bartolo. Dalla Natali ebbe altri figli che sono 
nominati nel suo testamento; cioè: (rentile e Ippolita, alle 
quali lasciava 600 lire per ciascuna; Nicolò e Michele, che 
ereditarono la possessione a S. Bartolo. Egli voleva esser 
sepolto nella chiesa di S. Domenico, ove esisteva la tomba 
della sua famiglia. Il Montieri (*) ci ha conservato un avanzo 
dell'iscrizione che vi si leggeva, mancante di molte parole: 

HeDrìghittorom gentU 
memoria eollmbent. . . . 
Io. Ant Pe trame I Uri OS 

... et Lftsari 

. . . haeree 

rettit 

.... lalotìt MD 



E più oltre: 



ZacbariM de Henrìgittis 

Lodice et (eonijiigi X Idas Aagiuti 

defanete MCCCCLXX. 



(M Filxa VI, n. 12. 

(^ Racccìia di tutte U memorie, etc <IL ir\:i,. 



104 R. DEPUTAZIONE 1»! STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Della vita di S. Petronio si trovano tre manoscritti presso 
la Biblioteca Universitaria di Bologna. L'autografo fa parte 
di una miscellanea di opuscoli, contenuti nella prima busta 
del codice n. 52, ove ha il n 1. Appartenne già al Canon. 
Gio. Giacomo Àmadei, ed è un fascicolo di carte 16 n. La 
vita incomincia a e 7 t?. ed ha il seguente titolo: De impe- 
riali origine et moribus Beati Petronii Bononiensis Episcopi, 
cuius optimi Pastoris diligentia cives illius sé muUis beìie- 
ficiis et privilegiis decorati merito gloriati tur. 

La vita ba otto distici latini in principio e cinque in fine. 

Un altro codice del sec. XV fa parte di altra miscellanea, 
nella busta n.^ 236. Appartenne anche questo al Canon. Àma- 
dei, ed è un fascicolo di 20 carte n. n., di cui le ultime 4 
sono bianche. 

La vita ha lo stesso titolo che nell'autografo e termina 
a e. 12 V. 

Il terzo manoscritto è in un volume miscellaneo, prove- 
niente da Ubaldo Zanetti, che ora ha il n.^ 3875 (n. 6). È una 
copia fatta nel 1711, ed ha di più la dedica al Marescotti, 
che manca negli altri due, nel modo seguente: Inclito Equiti 
Bononiensi viro patritio optimo Galeatio Marescoto de 
Calvis Zacharias Henrigetics notarius Bononiensis satutem, 
felicitatem et aeternam gloriam. Segue la lettera dedicatoria, 
nella quale il Righetti dice di essere stato del tempio di 
S. Petronio a teneris annis versatus et eruditus. Dalle prime 
parole di questa lettera {^) pare che la Vita di S. Petronio 
sia stata scritta e dedicata al Marescotti quando da Sisto IV 
il 14 settembre 1471 ottenne l'ufficio del Caroerlengato per- 
petuo della fabbrica di S' Petronio (*). 



(^) La lettera ha questo principio : Cum te benetnertium dilecti templi 
gloriosi Praesulis nostri Petronii Pontifex Mcucimus noftrique Patres 
coneeripH decreverint^ etc. 

(«) V. Luigi Frati : / Corali della Basilica di S, Petronio, ( Bolo- 
gna, 1896, p. 83). 



DI ALCUNS OPIRS SOONOSCIUTI DI G. POSTI, B. MORANDI B Z. RIOHBTTI 105 

Insieme alla Viia di S. Petronio nel fascicolo autografo 
vi sono altri scritti di Zaccaria Righetti, intitolati: I. Le vetu- 
stùs Bononiae preconiis et casibus Zacharin* de Henrigittis 
diligens inquisitio et relaiio (e. 1 r ) — 11. De origine etri 
tatis Bunonùr (e, 3t7.) — 111. Tenor ancUhemcUis emanati a 
Beato Ambrosio Mediolanensi episcopo propter Theodosicam 
desolationem civitatis Bononvr (e. 5 r.) — IV. Tenor privi- 
legii Studii et confinium civitatis Bononia* concessorum per 
Theodosium junioreiu ImpercUorem, preeibus Beati Petronii 
eìusdem episcopi (e. (> r.) 

Un*alti*a copia pure autografa di questi quattro scritti è 
nello stesso codice n." ò2 (Busta I, n. 2), ove trovasi anche 
un altro fascicoletto autografo del Righetti (cod. 52, Busta !, 
n. 3), che ci dà notizia d*una sua opera cosi intitolata: Libellus 
compendii conditionis et antiqititcUwn civitatis Bonoiìif'% ac 
originis presentis Univeì*sitatis notaHorum et bonoimm et 
jurìum, ac virorum illustrium eiusdem. 

Era divisa in diciotto capitoli, ma disgraziatamente non 
resta altro che V indice di (yiesti, dai quali si può desumere 
l'importanza che aveva questo compendio storico, che inco- 
minciava colla fondazione del noto palazzo dei notai e conti- 
nuava trattando dei locali superiori ed inferiori di esso, ove 
era la Salara: deiraifitto delle botteghe sottostanti e delle 
loro rendite; dei diritti e delle rendite del Monte del sale, 
che ivi avea la sua sede, della cappella di Santa Croce o dei 
notai in S. Petronio, del sepolcro di Rolandìno de* Romanzi e 
di quello di Pietro da Unzola. con notizie della loro vita e 
dei loro studi, del decreto della festa di S. Tommaso d*Aquino, 
del privilegio imperiale di creare notai e di legittimare fìi^li 
sporii, e finalmente delle c*ntrate e spese della Società dei 
notai. Sarebbe molto utile ed interessante questo compendio 
del Righetti, se potesse trovarsi in uno dei nostri due Archivi ; 
poiché era seguito dalPelenco di ventuno istrumenti relativi 
a compre di case fatte da detta Società e a privilegi da essa 
ottenuti. 

Forse il primo capitolo, intitolato: De cunditiotìe et anti- 
quitatibus eiritcUis Bmonvr^ potrebbe corrispondere a e 6 



106 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

che segue immediatamente all' indice, in altre quattro carte, 
ed è, più che un'arida cronica, un principio di storia di 
Bologna dall'anno 1174 al 1274, notevole per alcune notizie 
relative specialmente all'edilità cittadina, alla prigionia del 
Re Enzo, ed alla lotta delle due fazioni dei Geremei e Lam- 
bertazz», non senza osservazioni e rimpianti del buon notaio 
per la perduta libertà e pel sangue cittadino sparso nei rivol- 
gimenti politici del secolo XIII. 

Lodovico Frati. 



DOCUMENTI 



I. 
El«f^o di L9à^rUsm BeRliTOglfo. 

(Dair opera di Beoadatto Morandi: IM le wtoral viriuU). 

Se a Roma fosse stato homo de tanta pnidentìa e dignità che 
fra Siila e Mario prima, poi fra Cesare e Pompeo ardentissimi Tudo 
contro r altro ne le discordie civili, e quando stavano io arme più 
accesi a insangaìnarsì, avesse posto pace e fattoli deporre Tarme, 
retraendoli dal suo furore, veramente se potria tal homo dire optimo 
e di sempiterna memoria degno per l' incredìbile sua virtù, perché 
eguale o maggior benefitio mai potrebbe haver fatto nimano alcuno 
a la sua repubblica. 

Questo noi vedemmo a* tempi nostri dal virtuoso et excel lente 
vostro patre fatto, quando Batista da Canedolo venne a Bologna con 
favore del Duca Philippo Maria, il quale essendo già ne la piazza 
con gente d'arme et amici poderos^i, extimando in sua mano quel 
dì la vittoria, et essendo Annibale c^iu tutti i suoi amici bentivo- 
glieschi animosamente armati per contrastarlo, la prudentia e virtù 
de messer Lodovico fece a Battista rimettere la spada^ dicendo lui : 
per amore vostro, Ludovico, se bene bugi pensasse a j>ezzi essere 
tagliato, non trarrebbe fuori più questa spada. I>0|>o trovato Hanni- 
baie similemente el suo furore mitigò, e condusr»e quei due lioni a con- 
cordia ne Tardentissimo loro furore. Questo sì maraviglioso facto, se 
non fosse a* nostri tempi intravvenuto, non sì potria credere, havendo 
consideratione a l'animo intrepido e vigoroso de Hannibale et a la 
grande clientela e sequela de amici e partesani; da T altra parte 
considerando etiandio de qnant/> animo era Battista e che havea el 
castello de Galera, e le K^nti d'arme del I>uea Philippo a sua 



108 R. UKPUTAZIONI DI STORIA PATRIA FRR I.A ROMAGNA. 

voglia con tanti amici apoderato del |>alazo magiore et de la piaza. E 
certamente se tale acto tanto virtuoso de mansuefare dui si potenti 
satrapi ferventissimi d* ira, senza timore V uno de V altro, e subito 
redurli a concordia fosse stato a Roma, oh che laude eterna lo 
auctore d' esso haveria conseguito per la grandezza del £eitto, per la 
dignità della città e per molti dignissimi e doctissimi homìni, che 
harìano tal cosa con dir terso e limato fatta memorabile e gloriosa 
al mondo ; e però, come dissi, veramente la virtù ha bisogno ancor 
de bona fortuna e favore de' cieli. 

Simile a questo fu quando lui da pochissimi accompagnato la 
notte che li Canetoli cum tanto ardire intrarono in Bologna, essendo 
tutto el popolo in arme, el quale atto fu a molti spaventoso e for- 
midabile, ogn' omo sa come fra le schiere di nemici si mise vostro 
pati'e cum agre rampogne, reprendendo loro acto, e con fatti magna- 
nimi reprimendo loro furore. Io con Francesco de' Gonbeniti ('), 
notabile nostro cittadino, benché allora fuorauscito, ritrovandome 
r anno seguente a caso in una medesma ostarla in Perosa, e parlando 
de la grandezza de tal caso, udii dire che la presentia de messer Ludo- 
vico spaventò lui e compagni, quando fra sé el vitteno (*) tal che 
perdettero l'animo e non li parse più potere vincere; ne ebbero 
audacia contra luì, benché con pochi fosse, per la grande autorità 
che in esso eognosceano. Non minor virtù la sua fu in reprimere 
r ira de chi havea ne la terra nostra summa auctorità e potenti» 
civile, el quale era animato a deporre e rimovere da la legation de 
Bologna quello Cardinale, che in quello tempo e persuasoni amiche- 
voli monstrò messer Ludovico sapersi turbare ; talché l' appetito de 
colui che non pensava bavere contrasto, volentieri cedette e mitigò 
el so furore et ira, come sanno li patricii e primarii nostri cittadini, 
che vi foro presenti. E qual' integrità de uno de somma autorità ne 
la sua patria esser può maggiore che havendo stato et potentia civile 
quanto vole àgia le sue mani cum tanta mundicta conservate da la 
rapina e usurpatione de le cose publiche come messer Ludovico? Noi 
sapèmo ogni suo inferiore essere nel tractare de la repubblica gran- 
demente arricchito, solo esso dal suo vero patrimonio essere mancato. 
La qual cosa de la sua munditia et integrità fa vero testimonio, 
secondo V autorità di Platone, riferita per lo sapientissimo Cardinale 



(') Francesco di Giovanni Gombruti fa immatricolato notaro il 
30 dicembre 1434. 
(«) Videro. 



DI ALCUNE OPKRE SCO!«09CIOTB DI 6. POSTI, B. MORANDl B Z. RIGHETTI 109 

Niceno a confirmatione de le singalar dote e virtù de mesaer Lado* 
vico, d'esso cam mi parlando: chi mai crederà che essendo lai a 
Cento et havendo el conte Alayse dal Vermo la rocha e molta gente 
d'arme o menazando el popolo, se non li desseno messer Ludovico 
ne le mani, de trattarli come nemici ; el qaal conducto già circa la 
rocha, accorgendosi de la soa captività e presone, fusse de tanta 
industria e perspicacità de animo che rivocasse la maggior parte del 
popolo da la opinione de darlo presone al Conte ì Unde fra loro et 
po' con le genti d' arme fecero gravissima battaglia, ove mori più 
de cinquanta homini. Quivi cognoscendo messer Ludovico sì aspra 
battaglia esser per lui che '1 Conte lo volea presone, e che già li 
homini de la terra haveano deliberato darglielo : benché cum summa 
prudentia li rivocasse dal proposito, de che ne seguì pugna sì cru- 
dele, e teniendo la instabilità popuUre e plebeia che facile cosa era 
che de novo per evitare lo exterminio in che se vedeano incorsi, 
quelli homini se inducessero a darlo ne le mani del Conte, deliberò 
provedere a la salute propria. 

Certamente cosa meravigliosa fu che messer Ludovico fra tante 
migliaia de homini, i quali tutti a lui erano intenti, parte per non 
volerlo dare a presone, parte per volerlo in ogni maniera, da mezodì 
o circha se partisse, benché non senza gravissimo affanno e pericolo, 
passando steccati, terragli e fosse duplicate piene d'acqua, e se 
redusse in luoco salvo che fare non se potea se non cum grandeza 
de animo et prudentia singulare ; la qual cosa ebbero per miracolosa 
el Conte e sue genti d'arme, e non men quello popnlo numeroso de 
Cento... Questa laudabile fama de le sue virtù l' à facto grato a chi 
non lo vide mai et bavere gratia de quasi tutti i principi d'Italia. 
La qual cosa manifestamente cognobi essendo io a li piedi de la 
felice memoria da Papa Nicolò, dopo impetrato quanto adimandai, 
e presentatoli certo libretto contro Lanrenzo Valla (*) improbatore 
de T. Livio ; poi de lungo parlare la Sua Santità cominciò a nar- 
rare de li homini de la terra nostra digni da essere per virtù hono- 
rati. De questi tali grandemente ne laudò tri, di quali in sapremo 
fu inesser Lodovico di Bentivogli, l'altro Giovanni Guidetti, e '1 terzo 
Zoanne Biancheto. 



(I) 11 Vossio (De hUtarias ìatini$, Hb. Ili, eap. VII, p. 5>Hi) ricorda 
due invettive di B. Morandi contro il Valla. Pare che non siano «tate 
pubblicate e il Fantoxxi non ne indica alcun manoscritto. 



110 R. IiRPLTAZlONK DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Queste tante virtù indussero el prefato Sununo Pontifice a farlo 
Conte e Cavaliere sforzandolo a quelle che mai non havea volnU) 
consentire, e donoli quella spada tanto richa e preciosa che la notte 
de la natività del Nostro Signore ogni summo Pontìfìce ciascuno anno 
consacra. E per dignità d' essa solo a Re e principi excellentissìmi 
donarsi sole, et fecili calciare li propri speroni tutti d^oro, elaSua 
Santità ebbe singulare oratione in laude d* esso ; benché fosse la 
Sua B. inferma et in letto collocata per la egritudine de che ne 
mori da inde a pochi giorni. Et fecìeio accompagnare da tutta la 
sua famiglia e molti altri dignìssimi cortesani infino al suo allo- 
giamento. De che io ne son vero testimonio jierchè a tutto fui pre- 
sente et audi quella si lucu lente oratione del vicario de Cristo, el 
quale non contento de quante» lionore fatto havesse a misser Ludo- 
vico, scrisse uno breve a li magistrati de Bologna, el ' tenore del 
quale in parte è questo che segue : 

Dilecti fiìì't salutem et apostolicam benedìcttonem, Revertitur 
ad vos dilectus filius nohis vir Ludovtcus de Bentivoli» miles 
Bononiensis oratov vester, quem in hune nsque diem propter egi'i- 
tudinem nosiram reiinutmtis ; nec quamquam diligentissimus fuerit 
in prosequendo cum omni modestia et gravitate apttd nos sihi wr 
devotiones vestras commissa celeinus a nohis se potuit aòsolvere, 
Illum enim conte mplatione vestra qui mtsistis et etiam prò ifonì- 
tate et precipua integritate sua liftenter vidimus^ benigne suscepimus 
et gratiose quantum potuimus e.raudivimus. Et quia vir magni 
predi et omni honore dignus nohis est, visus eumdem sacri pcdiUii 
nostri Comitem et miiitem manibus propriis creavimus^ ensemqv^ 
preciosissimum qui in nocte sacratissima nativitatis D, X, Jesu 
Christi in matutinis et in missa ante Homanum Pontificem deferiur^ 
in amptitudinem hvius militiae ei condonavimus in signum can- 
tati s et benivoientiae quid ipsum et civitatem itlam compie- 
ctimw\ licet prefatus ensis nisi principibus et magnis dominis 
donari non consueverit. 

Simile juditio che havea de le virtù innumerabile de messer Lu- 
dovico el R '"® et sapientissimo Cardinale Niceno de Bologna Legato 
apostolico, et li excelienti Magistrati de la nostra republica li provo- 
carono a donarli insegne bandiere e sopraveste de la nostra città a 
la sua ritornata, cum uno excellentìssimo gioiello, venendo incontra 
fuori de la terra per bon spatio tutti li primarii et dignissimi cit- 
tadini con molta parte del populo, che inlìno a palazzo lo accompa- 
gnarono cum festa e trionpho grandissimo. Giunto a la presentia 
d'esso R.'"® Legato et dignissimi Magistrati, ebbe el prefato signore 



DI ALCUNE OPERE SCONOSCIUTE DI U. POETI, B. MORANDl E K. RIGHETTI 111 

CardÌDale una clarisaima et gravissima oratione in laude et lionore 
d'esso, la qual per la sua dignità et testimonio de la verità de 
quanto io scrivo, quantonche di minutamente, ho voluto de verbo ad 
verbum qui inserire dopo el prefato breve apostolico: La cui oration 
corno da mi fu vulgarizata a prieghi de certi gentilhomini, el tenore 
è questo che siegue : 

« Cum lieto et jocundo animo questo divino augurio, questa glo- 

> riosa spada, segno de la tua dignità e militia, noi etiandio cum ti 
» e per ti, nobilissimo ca vallerò, accettemo. Divino dicemmo in 

> quanto ella è significativa delli raisterii divini, si etiandio perchè 

> la è a ti e per ti a noi donata da colui che tene el loco de Dio in 
» terra ; sì ancor corno per ti mandato a noi al qual sempre fo cura 
» de exequire li comandamenti divini, e principalmente a quel tempo 

> come da cielo in segno de Victoria sei mandato. Del qiml divino 

> aiuto primamente havevamo necessità. Certo quelle cose che '1 gran- 

> dissimo pontifìce ad honorare et dignifìcare ha fattx», a noi etiandio 

> le à contribuite. E questa tua gloriosa città, questi toi clarissimi 

> cittadini a sé medesimi meritamente extimano essere fatti», conciò 
t sia che *1 reciproco amore e V officio de V ambassadore, el qual tu 

> havevi, questo rechiedano. Che cosa e quale sia questo glorioso 

> dono, questa sacra spada, tu certamente ne dei essere informato ; 
» perchè colui che V à donato etiandio la vertù e conditione di quella 

> per la sua incredibile sapientia haverete de exposto. Nientedimeno 

> per rispetto de li presenti generosi cavalieri famosi doctori et gen- 
» tilhominiy ne dirò in parte. Questa è quella spada la qual per anti- 

> quissimo e laudabile costume denanzi al romano pontifice ciascun 

> anno la notte de la natività del nostro signore Jeshu Cristo solen- 

> nemente se porta, e sopra il sacro altare posta, tanto sta quanto 
» dura la celebratione de li divini officii. E de poi o a la maestà de 

> lo imperadore, o ad uno He, o excelso principe la manda a donare 

> el prefato summo pontifìce. Né è sì grande He, principe, o signore, 

> né de sì grande dignità che non se tenga onorato di tal dono. 

> Questa spada ne significa essere in tal di nato el He de li He, 
t conciosiachè avanti li He, sì come è costume, se \>OTia. la spada 

> per vindicta e per retribntione de li buoni. Cf»nie dice ra|K)stolo: 

> Ancor questa spada chiaramente manifesta esser nato il He al qual 

> in cielo e in t^rra è data ogni potestà. Come l'apostolo San Matteo 

> parla in persona de ('risto, e simil podestà parimente esser data a 
» sancta madre chiesa e Summo Pontifice del ditto He de' He vicario; 
» talché non solamente quelh» che lui absolverà overo ligarà in 



112 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

» terra sera absoluto over ligato in cielo; Ma etiandio questa terrena 
» e temporale podestà per propria raxon la possedè, de la qual cosa 

> quello ditto de San Luca Evangelista è manifesta pruova, dove se 

> dice in lo Evangelio : Ecco qua due coltelli, al qual ditto respose 

> Cristo dicendo : basta. Come che volesse inferire che solamente 
» sono doe podestà et imperciò due coltelli, de' quali uno è ripresen- 
» tatione de la spirituale, V altro è de la temporal podestà. Come è 
» questa spada che orna te splendidissimo cavaliero, la qual cum 
» excelso to onore e suprema tua laude t' è stata donata ; la qual 
» spada con ciò sia che la contene in sì tanti et altri divini misterii, 
» meritamente noi, come dono divino, la extimemo, e tu come se 
» convene grandissimamente la dei extimare e per una eterna gloria 

> de ti e de la toa famiglia in augumento et amplificatione de la 
» qual gloria, avegna che non se li possa aggiungere alcuna cosa, noi 

> e questi magistrati de la tua inclita patria per le tue excellenti 

> virtù, per la integrità de V animo, per la fede, vigilantia e dili- 

> gentia in conservare, aiutare et augumentare la patria, te donemo 

> questo dono : questo astindardo e sì te ornemo de questa librea de 
» chiave. K perchè certamente il sommo premio de la virtù è l'onore 

> e la toa virtù sia considerata e cognosciuta da tutti ci pare cosa 

> grandemente disonesta^ non la onorare quanto noi possemo, e non 

> la exaltare e magnificare cum laude e doni. E non solamente la 
» nobiltà de la tua stirpe, la fama de la famiglia, la clarità del 
» sangue te adornano, le quali cose sono doni de la natura ; ma 
» principalmente le tue proprie viitù, la costanza del tuo animo, la 

> gravità, temperanza, fortezza, prudenza, giustitia e l'altre virtù te 
» fanno sommamente ornatissimo. Chi è più di te benigno, chi è più 
y> che ti humano, chi mav vide homo più che ti justo ? Tu sei sempre 

> jocondo, chiaro in aspecto, de animo quieto; né mai fosti veduto 
» irato. Tu sei remotissimo da la cupidità de le cose altrui ; ne 

> pen^i cosa esser propria toa, se non quello che a' bisognosi secondo 

> el to potere, e la conditione del tempo tu comunicasti. E quanta 

> è la tua prudentia in consigliare e ricevere consiglio, quanta è la 

> tua modestia, la qual per experientia più volte noi l' avèmo pro- 

> vata. Noi havemo visto la integrità e rettitudine del to judicio e 

> sonomene maravigliato. La fortezza de l' animo to in le cose 
» adverse molti l' hanno provata, molti manifestamente V hanno 

> veduta, vedendoti in tra l' arme, lanze et mani cupide desangui- 
» narse, come alcuna volta, che con dolore ricordemo, in questa città 

> è accaduto, essendo ti senza arme e solamente de integrità 

> de' animo armato, reducendo la discordia e la difensione ad 



DI ALCUNE OPBRB SCONOSCIUTE DI O. POETI, B. MORANDI E Z. RIGHETTI 113 

> unione. E dove è stato bisogno de fatti e non de parole, tu te hai 
» adoperato cum la forza et arme si corno in questo ultimo caso, 
» non son tri anni, fusti animosamente a infugare li inimici. 

t Vorrìa che me fosse licito e convegnisse a la dignità mia a parte 
» a parte tutte le tue virtù e tutti li acti toi enumerare, significare e 
» laudare. Certamente tu non mancharesti al mio dire ; né le mie 
» parole mancbarìano a li toi virtuosi acti. Ma così come lungo e 

> prolixo seria el parlare de ti, così vero seria e pieno de molti 

> ornamenti de le tue virtù. Più cose dirìa de la tua temperanza, 

> de la tua magnani mi tìi, de la tua perseveranza, de la tua patientia 
» et altre tue virtù ; ma perchè né el tempo el sopporta, né a mi 
» conviene questo modo de dire, io farò fine, e prima dirò solo 
» questo che Agamenon disse verso de Nestor sapientissimo greco 
» essendo in obsedione a Troja : Oh ! Dio volesse eh' io avesse 

> dieci tali consiglieri, perché prestamente per le mani et armi 
» nostre sana domata e sottoposta a la nostra signoria Troja. E così 

> tutti quelli toi cittadini che tu vedi qua dicessero come io : Oh ! 

> Dio volesse che diece consiglieri noi havessimo simili al splendi- 

> dissimo novello cavaliere Ludovico Bentìvoglio ! Oh! quanto bene ; 

> oh ! quanto beatamente se governarla questa città ! Oh ! come starìa 

> fermo el stato d' essa ! Oh ! quanto optimamente tutti li beni in 
» quella crescerìano 

» Ascolta adoncha con allegrezza queste parole. Piglia questo 
» vexillo, questa insegna jocondamente a gloria de Dio e laude toa 

> e de la tua patria. 

> Finis ». 

Per questa oratione veramente se manifesta come el vostro ma- 
gnifico patre messer Ludovico è uno exeinpio e norma de virtù. E 
certo quando io contemplo li progressi de la vita sua, non so tro- 
vare acto alcuno de li suoi che non sia de sempiterna memoria 
degno. Qual cosa più admirabile e più gloriosa de li antiqui o 
moderni se può referire che la grandezza de T animo de messere 
Ludovico in reputare quelle cose che per efi'usion de sangue, per 
ferro e fuoco, cum lo exilio et crudelissime morti molti potentissimi 
nostri cittadini hanno cercato? 

Volendo la parte bentivogliesca, dopo la morte de messere Antonio, 
aver per so capo e principe messer Ludovico, a cui solo meritamente 
convegnìa tale impresa, per le sue infinita virtù, come quello che 
sempre fo alieno da ambitione ; renuntiò tanta civile conditione e 
potentia per non aver la sua modesta, integra e virtuosa vita cum 

8 



114 R. DKPnTAKIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

opere partiale, remote da ogni onestà.... Veramente tale effetto di 
modestia si cognosce in messer Ludovico, fi quale mai non volse, 
come altri hanno fatto, de le cose pubbliche arricchire, potendolo 
abilmente fare. E del so patrimonio non solamente è stato contento; 
ma ne ha fatto ad altri parte molte fiate, exercendo la sua larghezza 
in chi ha cognosciuto per virtù meritare. 

Potria molte cose de memoria eterna degne riferire di lui ; ma 
temo non bastarmi io ingegno a tanta impresa. Però più presto 
tacere eleggo che de le sue copiosissime virtù diminutamente dire. 

Solo queste poche cose ho referito, perchè in pochi acti patemi 
cogno^casi quanto sia el carico e gravezza vostra a doversi sforzare 
de imitarlo, per non mancare da la conditione del generoso sangue 
vostro ; e per non diminuire la paterna gloria, la quale detrimento 
patina assai, se la vita vostra non correspondesse a la sua. 

IL 

Libellus Compendli eonditionls et antiquitatum civitatls Bono- 
niae, ac originìs presentis Unlversitatis notariorum, et ho- 
norum et jurìum ac yirorum illustrium eiusdem. 

Capitala eiusdem CompeDdii sant iofrascripta videlicet 

De conditione et antiqui tatibus civitatis Bononiae — Capitulum 
primum. 

De fundatione pallatii Universitatis notariorum — Gap. secundum. 

De mansionibuus superioribus eiusdem pallatii — Gap. tertium. 

De mansionibus salario et earum decretis et redditu ~ Cap. 
quartum. 

De locationibus apothecarum et earum redditibus — Gap. quintum. 

De antiquis hedificiis et eorum juribus — Gap. sextum. 

De juribus montis salis et eorum redditu — Gap. septimum. 

De terpeia notariorum et eius juribus et redditu — Gap. octavum. 

De capella sancte crucis sita in Sancto Petronio et juribus euisdem. 
— Gap. nonum. 

De sepulcro Rolandini primi proconsulis ~ Gap. decimum. 

De moribus et studììs eiusdem — Gap. undecimum. 

De origine Universitatis predicte — Gap. duodecimum. 

De sepulcro domini Petri de Unzola — Gap. tertius decimum. 

De moribus et studiis eiusdem — Gap. quartum decimum. 



DI ALCUNE OPERE SCONOSCIUTE DI O. POETI, B. MORANDl E Z. RIGHETTI 115 

De decreto sollemnìtatis S. Thomae de Aquino — Gap. quintum 
decimum. 

De privilegio Imperiali creandi tabeliones et legitimaudi spurios 
— Gap. sextum decimum. 

De distratione multorum honorum eiusdem Universitatis — Gap. 
decimum septimum. 

Dea expensis et expositione introituum eiusdem — Gap. decimum 
octavum. 



Instruinentorum jurìum et prÌTilegiorum eiusdem Uniyersitatis 
exempla ab exemplaribus sumpta sunt ut infra, yidelioet. 

Tenor instrumenti emptìonis unius domus d. Francisci d Ac- 
cursii — primus. 

Tenor instrumenti emptionis alterius domus eiusdem d. Francisci 

— secund. 

Tenor instrumenti emptionis casamentorum illorum de Beccariis 

— tert. 

Tenor instrumenti emptionis unius casamenti Ugolini de Rusti- 
ganìs — quart. 

Tenor instrumenti emptionis medietatis duorum casamentorum 
Mini de Rustiganis — quint. 

Tenor instrumenti emptionis duarum domorum filiorum d. Gara- 
vite cond. d. Accursii de Odofredis — sext. 

Tenor instrumenti emptionis unius domus comunis Bononie que 
fuit Guglielmi condam d. Accursii legum doctoris — sept. 

Tenor instrumenti emptionis unius domus filiorum d. Garavite 
de Odofredis — octav. 

Tenor instrumenti permutationis medietatis unius petie terre prò 
medietate unius casamenti filiorum dicti d. Garavite — non 

Tenor instrumenti emptionis unius casamenti d. Guglielmi de Ru- 
stiganis — decim. 

Tenor instrumenti emptionis unius hedificii unius domus Nicolai 
de Vianova — undecim. 

Tenor instrumenti emptionis unius domus Petri et Barnabe filio- 
rum cond. Amedei Porte campsoris — duodecim. 

Tenor instrumenti emptionis unius domus Martini de Silimanis 

— tertiusdecim. 

Tenor instrumenti emptionis unius domus Martini de Silimanis 

— quartusdecim. 



116 R. DBPUTA7.10NB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Tenor instrumentì emptionis unius domus d. Jacobinì de Rem- 
bodevinis — quintusdecim. 

Tenor privilegii obtenti a generali predicatorum prò feste S. Thome 
de Aquino — sextusdecim. 

Tenor primi decreti salaris — decimuseptim. 

Tenor secundi decreti salaris -- decimusoctav. 

Tenor privilegii Imperialis creandì tabeliones et legitimandi ba- 
stardos — decimusnonus. 

Tenor instrumenti emptionis tarpeie — vigesimus. 

Tenor instrumenti jurispatronatus capelle sancte Crucis site in 
S. Petronio — vigesimus primus. 



Anno domini 1174 cives et artifices civitatis Bononie. pristinam 
libertatem adepti, prefecerunt regimini eiusdem septem viros, quos 
consules nominarunt, deposito jugo Imperatoris et Episcopi. 

Anno 1201 ceperunt hedificium pallatii veteris, ubi jus reditur 
nostris temporibus, in quo fiebat apud majores consilìum et gere- 
bantur negocia publica. 

Anno 1200 constructa fuerunt menia super foveis civitatis Bono- 
nie apud forum lignarìum (?) sancti Francisci et forum lignarium 
vie majoris de quibus supra dictum est. 

Anno 1208 duxerunt aqueductum a fiumi ne Reni ad civitatem 
Bononie et construxerunt nonnulla molendina super ilio apud ipsam 
civitatem. 

Anno 1210 iterum magna pars civitatis Bononie ad orientem igne 
consumpta est. 

Anno 1219 instauratum fuit mercatum animalium apud civi- 
tatem Bononie ad septemtrionem ubi nunc est, cum prius fieret 
apud fiumen Reni in centrata S. Bartoli. Et facta fuerunt molendina 
secus dictum mercatum, ubi nunc sunt. 

Anno 1220 constructa fuit porta marmorea Ecclesie cathedralis 
que nuncupatur porta leonum. 

Anno 1221 prò residentiam fratrum S, Francisci ceperunt mo- 
nasterium et ecclesiam S. Francisci sub titulo beate Marie ab angelo 
nuntiante. 

Anno 1222 Beatus Dominicus obiit Bononie et sepultus fuit cum 
maxima populi frequentia. 

Anno 1223 Beatus Franciscus fecit verbum populo in platea co- 
munis Bononie. 



DI ALCUNE OPERE SCONOSCIUTE DI O. POETI, B. MORANDI E Z. RiaHETTI 117 

Anno 1226, 10 februarii Bononienses animadvertentes populum 
exercuisse et ambìtum civitatis nedum veterìs sed etiam nove minime 
capacem curarunt ampliari, giro ipsam civitatem ambire, et foveas 
fieri ubi nune sunt, et suburbia cingere et successive anno altero eas 
foveas yallarunt valido palancato. 

Anno 1246 Bononienses ceperunt hedificium pallatii novi, ubi 
nane residet senatus et regimen Bononie prò annona condenda. 

Federico autem secundo imperante anno 1249. Cum Bononienses 
libertatis sue avidi et juribus et amplitudimem populi confisi et 
opibus potentes eidem Federico obtemperare abiurerent, immo Muti- 
nam imperii viribus confidentem bellis fatigarent ; idem Federicus 
Henricum regem Sardinie ipsius Federici filium, quem Hentius 
appellabant, transmisit in subsidium eorundem Mutinensium , et ad 
opprìmendam ipsorum Bononiensium libertatem. 

Quum regem cum maximo exercitu contra Bononiam agentem, 
apud pontem sancti Ambrosii, in fìnibus Mutine gloriosi cives maiores 
nostri viriliter invadentes, eius fuso ex**rcitu, Bononiam captivum 
duxerunt cum muitis suis principibus et aliis etiam Italicis ad eius 
auxilium accitis. Quum sic aptivum annis plusquam duobus et viginti 
in aula quc est apud pretorium Bononie, que nostri quoque tempo- 
ribus aula regis Hentii nuncupatur, spretis viribus et Imperi potentia, 
usque in diem obitus honesta custodia manciparunt. Postquam habi- 
tam victoriam statim iiostiliter aggressi sunt Mutinam , illamque 
muitis macbinis bellicis opprimentes insuper et saxa ingentia cada- 
veraque insuper et unum asinum ingerentes coegerunt in deditionem 
Bononie venire. 

Anno 1255 pretor civitatis Bononie fecit explanari foveas civi- 
tatis Bononiae et ambitum ampliare civitatis de quibus supra, et eo 
anno facta fuit ellectio primi capitanei populi bononiensis. 

Anno 1256 facta fuit arengberia palatii veteris, et anno 1277 
quinque ex portis civitatis Bononie fuerunt demolita; vìdelicet strate 
Galerie, strate Maioris, strate S. Stefani , strate Barbarie et strate 
Porte Sterii; videlicet eius que nunc dicitur strate Sancti Felicis. 
Et hoc propter novum ambitum et ampliationem civitatis de quibus 
supra. 

Defuncto autem, et regio honore in tempio divi Dominici humato 
prefato Rege Henrico anno 1271, prefati majores nostri, sublato 
Imperii timore, unionem, quam usque in ea tempora serva verant 
paulatim postponentes in divisionem versi sunt, novo subeunte 
Im|)erio. Oh ! felix pridem et nimium gloriosa patria , si tui tunc 



118 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

incliti cives pristinam unionem non reliquissent et in flebilem incur- 
sionem non decidissent ! 

Nam mox maxima infelicitas et flebile excidium non fuisset 
subsequutum. Prius namque adeo prudentia, populi juribus et opibus 
prepoUebant, ut non solum omnibus civitatibus et populis circumstan- 
tibus esscnt formidini, et omnes in deditionem tenerent. Sed etiam 
ipsi romanorum imperatori, cui cum minaretur bellum et excidium, 
dicens: si venio, respondebant impavidi: si invenies. Nec tamen 
ausus est quisque huius regis captivitate permanente, licet diuturna 
fuit, bellum prò eius liberatione attentare, nec ipsos cives modo 
aliquo perturbare. Postea enim crescente civium discordia, cum prius 
diversa niter ipsos cives primiores, privatis odiis agitantibus, prelia 
intervenissent tandem, due familie in ea primatum obtinentes populum 
cuius tunc maxima erat moltitudo, ut diversas eorum voluntates 
sequerentur in divisionem traxerunt, una enim que Lambertatiorum 
familia nuncupatur partem Imperli substinere conabatur , et hoc 
zi bili na factio dieta est. 

Altera vero que Jeremensium erat, et que guelforum alumna 
dieta est, se catolicam ecclesie partem favore fatebatur. Et eam 
plebis et populi multitudo maxima sequebatur, utraque vero maximis 
suis opibus et viribus suorum et populi favoribus confisa, altera 
alteram tolerare nequiverat. Unde effectum est quod brevi prefato 
tempore, opportuna cuiusdam decreti causa subeunte, coacti sunt 
civile bellum inire et totam rempublicam agitare, et atrocissimum 
Inter eos exterminium subsequutus est. Pugnatum est sexaginta diebus 
conti nuis, die noctuque, ferro, machinis et igne, multi perempti, 
edes plurime incenso, vix quies dabatur ad somnum. Ipse matrone 
pugnantibus auxilia ferebant, plurimi tabescebant, multa mestitia. 
Cum bine patrem et fratres, illinc maritum et filios pugnantes 
viderent. Subsidia bine et illinc confluunt, tamen prefati Lambertatii 
cum impares essent, et fraudo et magna hostium virtute vieti terga 
dare compulsi sunt et miserabili exilio patriam reliquerunt anno 
domini 1274. Ex eis namque exilium subiere duodecim millia 
virorum et totidem proscriptionem passi sunt. Inter quos maiorein 
nobilitatis bononiensium partem. Ut compertum habetur in comenta- 
riis dicti temporis, apud archivi um publìcum existentibus, in quibus 
servantur per parochias nomina et cognomina singulorum expul- 
sorum. Heu flebiles et detestandi mores civium nostrorum I Heu 
infelix patria, que semper huiusmodi calamitatibus agitata, nec gloriam 
tuam extendere potuisti. Nec tamen hic finis malorum. Nam prefatì 
exules in civitatibus Flaminio cum magno presidio principum cir- 



DI AIXUNE OPERE SCONOSCIUTE DI 6. POETI, B. MORANDI E Z. RIGHETTI 119 

cumstantìum firmati multas strages bononiensibus intulerunt cum 
maxima civium cede, et ipsos adeo fatigarunt et oppresserunt ut 
ipsi, non cofidentes viribus suis, se iugo ecclesie subiecerunt ut 
ipsius viribus tutarentur. Et hec fuit prima causa et origo propter 
quam bononienses, cum ab imperii et ecclesie jugo liberi essent, et 
gloriosa libertate faverentur, ut dictum est , ecclesiastice . potestati 
subiecerunt. Propter quam deditionem ea factio Jeremensium postea 
pars ecclesie nuncupata est. Cum ecclesie viribus tandem prefati 
exuies penitus deleti sunt et sic demum omnia fere nobilitas, cum 
maxima parte populi ex hac miserabili cede ad nìchilum redacta 
et civitas ipsa fere consumpta et populo destituta est. Cum prius 
nec veteris, nec nove, nec etiam novissimus civitatis ambitus populi 
multitudinem capere posset, et eo tempore suburbia civitus et opifi- 
cibus etiam piena fuisse compertum est; unde effectum est quod 
poti US cum fletu et lacrimis, quam ali ter referendum est, ut nunquam 
postea civitas ipsa ad ipsam pristinam populi amplitudinem, civium 
nobilitatem, virorum potentiam et libertatis gloriam perveniret. Immo 
nec vestigia eorum attingere potuerunt. Nam bis nostris temporibus 
etsi lunga pace et felici regimine lieta sit, dimidium fere ambitus 
ipsius civitatis, et populo et hedificiis vacat, si recte animadverterimus 
et veritatem fateri voluerimus. 



L' ESTIMO DI RAVENNA NEL 1372 



Ai nostri giorni, in cui cose, istituzioni, costumi si tra- 
sformano con una rapidità vertiginosa, non sarà fatica gettata 
far conoscere quale era l' Estimo di Ravenna nella 2.* metà 
del secolo XIV. 

Nell'Archivio comunale vecchio conservasi un documento 
cartaceo segnato col N. 3, composto di fogli 77, per mm. 300 X 227. 
Sul dosso della copertura, che è in pergamena, sta scritto: « Copia 
omnium extimorum Comit. et Civit. Ravenne exiractorum — 
(ex) libris originalibus extimorum comunis Ravenne per 

me Maximinum porcelinum notarium in MCCCLXXII In- 

a 

dictione X incipiendo ad scribendum die Villi decembris >. 
La rubrica ci dice che il volume contiene la copia, comin- 
ciata a scriversi dal notaio Massimo Porcellini 1*8 dicem- 
bre 1372, dell'estimo — allora tassa sulla rendita dei beni 
stabili — della città e Contado di Ravenna. Dalla copia non 
ci è dato conoscere Tanno in cui la tassa andò in vigore: io 
penso che essa dipenda direttamente dal Catasto formato 
nel 1309 dai Maggiori e Capitolari delle Schole del Contado 
di Ravenna, al tempo del magnifico Lamberto da Polenta, 
allora Podestà, e di cui scrissi un' estesa recensione che venne 
pubblicata nel Voi. XVIII, serie terza, anno 1899-900 degli 
Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le 
provinole di Romagna. 



L'ESTIMO DI RA VANNA NBL 1372. 121 

Di Tommaso Porcellini abbiamo nelle pergamene della 
nostra Biblioteca Classense parecchi atti che vanno dal 1358 
al 1375: suo padre era Francesco. 

La città era allora divisa in 12 Guaite, il contado in 10 
Pievi: faceva poi parte del Contado anche la Riviera di Pò, 
che abbracciava la villa di Filo, le Case selvatiche^ la villa 
di Sabbionara, di S. Biagio, di Lungastrino, di Fossapudola 
e da ultimo quella di Umana, 

Diremo ora dell'Estimo delle Guaite; notando i nomi delle 
persone le più ragguardevoli, e Analmente di quello delle 
Pievi, della Riviera del Po, degli Straordinarii e dei Forensi. 

La prima delle Guaite è quella di S. Àgata; in questa le 
persone tassate sono 138, con un estimo di Libbre 1900. In 
questa Guaita troviamo « Johannes Ser Melini de Spretis 
habet exlimum Librarum 63 e soldi 10 > ; Spretlus Arardi 
di Libbre 90 (?); Fulchus de Polenta di Libbre 20 e soldi 10. 
La Guaita di S." Salvatore aveva 47 contribuenti con un estimo 
di Libbre 800 e soldi 10. 

La Chiesa che dava il nome alla Guaita è ricordata dal- 
l' Agnello nella vita di Pietro Seniore, come vicina al Palazzo 
di Teodorico, dove parlando di questo scrive: « Et in fronte 
Regie que dicitur ad Calchi istius Civilatis, ubi primum 
Porta Palata fuit, in loco qui vocatur Sicrestum, ubi 
Ecclesia S. Salvatoris esse videtur >: era dunque vicina al 
Palazzo e dava inoltre il nome ad una delle Regioni della 
Città; essa, impariamo dallo storico Girolamo Rossi, venne 
distrutta nel sec. XVL 

La Guaita di S. Pietro, ora S. Francesco, contava un estimo 
di Libbre 735 ed 80 contribuenti : fra questi figurano: Fran- 
cesco Easponi con nn estimo di Libbre 177; € magister Nico- 
laus medicus di Libbre 3 e soldi 10 » ; « Zucius Banini de 
Polenta di Libbre 29 e soldi 10 > ; e gli Eredi di Guido Novello 
per un estimo di Libbre 190 e soldi 10. 

La Guaita di S. Teodoro — oggi Spirito Santo — aveva 
un estimo di Libbre 1618 e soldi 10 e 66 contribuenti; di 
questi ricordo Ser Paulus de Sassolis tassato in Libbre 215 
e soldi 10; V Ordo Beccariorum per Libbre 25; Ser Bente- 



122 R. DEPUTAZIONE DI STOKIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

vegna de Palazzo per Libbre 50 e Ser Tura Zardinus per 
Libbre 20: venti soldi formavano la Libbra e 12 denari il 
soldo ('). 

La Guaita di S. Michele aveva un estimo di Libbre 1300 
dato da 43 contribuenti; fra i quali troviamo: Macca fam 
d' Oddone tesatiravius, nel 1358, Domini Guidonis de Po- 
lenta, tassato in Libbre 112, a questa cifra cancellata è 
sostituita nel margine del foglio quella di Libbre 92; VOrdo 
Case Matte in Libbre 16 e soldi 10; il pittore Rastellus in 
Libbre 4 e Guglielmo medico in Libbre 38. 

Quella di S. Giovanni Battista conta 57 persone tassate 
per un estimo di Libbre 988. 

La Guaita di S. Vittore aveva un estimo di Libbre 267, 
pagato da 21 contribuenti : ho voluto fare speciale ricordo di 
un solo di loro: Marchisana a calcinellis, la quale abitava 
quella strada che anche oggi è detta Calcinelli. 

La Guaita Gagii, di Gazze, è tassata in Libbre 2430 ed 
ha 66 contribuenti. Fra questi si trovano: Cenne qd, Lexii 
de PaìHsiis tassato in Libbre 16; Santes qd, Same de Costa- 
helis, in Libbre 45 e soldi 10; Isachus de balbis in Libbre 157 
e soldi 10; Dominus Verterius de Balbis in Libbre 376 e 
soldi 10; Dominus Raynerius de Aresendis in Libbre 217 e 
soldi 10; Dominus Nerius de Liazaris in Libbre 27 e soldi 10: 
Domina Orabilis de Onestis in Libbre 79 e' finalmente VOrdo 
calzolarioricm in Libbre 14 e soldi 10, e la Guaita stessa in 
Libbre 6. 

La Guaita di S. Agnese conta un estimo di Libbre 958 e 
soldi 10 e 52 contribuenti; fra i quali troviamo Argogloxius 
lohannis e Sandeo de Argoglosiis, V uno tassato in Libbre 10, 
l'altro tassato in Libbre 95 e soldi 10. 

L'estimo di quella dei SS. Giovanni e Paolo è di Libbre 1018 
e soldi 10 e i contribuenti sono 110: fra questi noto: Bona- 
femina, moglie di Domenico da Polenta tassata in Libbre 5 
e soldi 10; e la Guaita stessa in Libbre 25. 

(') La quota roÌDima era di soldi 10, ossia mezza Libbra, cosi si 
venivano a colpire anche le piccole fortune, forse per non dar troppo di 
piglio nelle grandi. 



L'JMTIMO di RAYBMMA NBL 1372. 123 

La Guaita di S. M. Maggiore aveva un estimo di Libbre 
1325 e soldi 10 con 109 colpiti dalla tassa, fra i quali: Aten- 
ghino Mezzani per Libbre 156 e soldi 10; Rasponi Giovanni 
per Libbi-e 16; Giovanni di Peiruccio Rasponi per soldi 40 e 
finalmente la Guaita stessa per Libbre 10. 

Quella della Posterula, che è 1* ultima, contava Libbre 65 
e soldi 10 d'estimo pagato da 18 contribuenti : Quindi « Somma 
sotnmarum omnium capitum superscriptartim giiaiiarum 
bonpagorum et malpagortim » sale ad 808. < Somma som- 
marum extimi suprascriptarum guaitarum^ tam bonpago- 
rufn quam malpagorum » monta a Libbre 15592. 

Il nome di Guaita, divisione civile della Città, dipendente 
dal Comune, con attribuzioni ed ufficiali proprii: successe in 
principio del sec. XIII al romano Regione. 

Diremo ora del Contado. 

La Pieve di Pisignano, che è la prima, abbracciava le 
Schole: Canncii et Canuzoli e Castigloni; aveva un estimo 
di Libbre 240 e soldi 10 e 40 contribuenti. 

La Pieve di S. Zaccaria compi^endeva le Scuole: Canucii, 
Castigloni, Bazani, Albuzani, Figlini, Casalis; le quali tutte 
davano un estimo di Libbi*e 625. e 63 pei*sone tassate. 

Quella di Alfiano colle due Scuole Punpiglani, Puzze 
conta 465 Libbre e soldi 10 d'estimo pagato da 41 capi. 

La Pieve di S. Lorenzo, formata dalle Scuole: Tontole, 
Fabrice, S. lohannis, Buybani^ Calanchi, Donegagle, Du- 
adente, Puntilli, Videdi, Traversarie, Masse, Auriglaghi, 
aveva un estimo di Libbre 1495 e 144 contribuenti. 

Nella Scuola di S. Giovanni vediamo: lacobus Fuschi 
Ordelaffi, che paga Libbre 10 e soldi 10; heredes Raynen 
Ordelajfi soldi 20: in quella di Donigalia Nannes Fuschi 
Ordelaffi habet extimum Libbre 3 et soldorum 10; e final- 
mente, in quella di Massa, Horadinns de Bocaciis habet exti- 
mam Libbre 4 et soldorum 10. 

Quella di S. Cassiano era formata dalle Scuole : Caseltole^ 
Barignani, Usliglani, Pundironi, Lungopressi, S. Stefani de 
Argine, Camarani, S. Andree Martini Russi, Campiglani, 



124 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Corporis^ plehis S. Cassiani, Cisani, Ronchi et Gambolarie, 
Asignani, Casiruzani, Palazoli, Erbose. 

L'estimo della Pieve era di Libbre 1078 ed i contri- 
buenti 115. 

Nella Scuola Casetiole troviamo : Benvenutus Superbi de 
Maynardis habet extimum Lib. XXIX et soldi 10; ed in 
quella dell'Erbosa la Pieve stessa con un estimo di Libbre 32 
e soldi 10. 

La Pieve di S. P. in Trentola contava le Scuole : Bifvlchi, 
Orazani, Bagnoli, Vignasirighe, Caucolie, Suli, Roncolcexe, 
Caurigle, Albarede, Duxente, Tavemole, Ludrigade; restimo 
era di Libbre 1271 e soldi 10, i contribuenti 99. 

Nella Scuola Caurigle trovasi inscritto: Johannes Ugonis 
Guacìmanni con un estimo di Libbre 3 e soldi 10; e Guac- 
cimanus di Gitaccimanis Libbre 14 e soldi 10. Di queste 
Scuole la più ricca era Roncolcexe tassata per Libbre 310 
e soldi 10; Roncolcexe significa Bosco tagliato. 

La Pieve di Lungana, che non contava nessuna Scuola, 
era la più povera: aveva un estimo di Libbre 43 con soli 6 
contribuenti : la sua povertà ed il nome che tradurrei « Lungo 
il fiume » ci dicono che il suo territorio doveva essere allora 
quasi tutto coperto dalle paludi ; povero quindi di abitanti e 
di rendite. In origine l'estimo ascendeva a Libbre 33 e 
soldi 10 con 3 contribuenti. 

Quella di S. Pancrazio contava le Scuole: Piizoli, Corporis 
Plebis S, Prancacii, S. Andree de Godo, Villanove, Corentis, 
Vighi, Feìetti, S. Marne, S. lohannis in Vidido, Rovedole. 

La Scuola più ricca era quella di Filetto, che pagava 
d'estimo Libbre 301 e 10 soldi. L'estimo totale della Pieve 
montava a Libbre 1028 con 119 contribuenti: nella Scuola 
Corporis Plebis S. Prancacii si vede la Pieve stessa tassata 
in Libbre 3. 

La Pieve di S. Stefano — ora Godo — contava otto Scuole: 
quella Corporis^ Godi et Villanove, De Braydis, Borsaglaghe, 
Lanzamachi, Puzoli 5. Stefani, Curtine. Godi et Tribi; le 
quali tutte davano un estimo di Libbre 1242 con 104 contribuenti. 



L'BSTIMO DI RAVENNA NBL 1372. 125 

La Scuola di Russi stava a sé, non essendo posta in una 
Pieve che facesse parte del Contado Ravennate: era com- 
presa in quella S. lohannis in Anxiata, e contava 752 Libbre 
e :$oldi 10 d'estimo, dato da 71 contribuenti. 

La Pieve di Fercolo (ora Piangipane) abbracciava le Scuole: 
Carpar is plebis. Allure, Traversarie, Raffanarie, Polenleae, 
Salitemi; aveva un estimo di Libbre 337 e 47 contribuenti. 

Le Scuole, divisioni civili del territorio con un'am- 
ministrazione dipendente dal Comune, erano rappresentate dai 
rispettivi « Capitolari e Maiores » Q), Le Scuole enumerate 
dal Catasto del 1309, di cui abbiamo già fatto parola, erano 69 
e trenta i Capitolari. 

La RiYiEBA DBL Po, che abbracciava le ville già ricordate, 
era tassata in Libbre 864 e contava 138 capi. La villa di 
Umana non contava che un solo contiibuente: Hainerius 
Salimbene per Libbre 8 e soldi 10. 

Seguono ora le due rubriche < Exlraordinarii omnes » 
e « Forenses omnes ». La somma totale degli Exlraordinarii 
ascendeva a 68 e la somma dell' estimo a Libbre 494 e soldi 10. 

Fra questi noto BarloUnus de Balbis con un estimo di 
Libbre 14, e Berlonus Balbi con un estimo di Libbre 6. 

€ Forenses omnes » davano un estimo di Libbre 1442 e 
la somma « capilwn omnium forensium » ascendeva a 134. 

Fra i forensi troviamo : Nolfus domini co^nilis Friderici^ 
tassato in Libbre 33 e soldi 10. Chi era costui? della fami- 
glia dei Conti del Montefeltro. 

E per vero, all'anno 1362, 29 giugno, leggiamo che Nolfo^ 
Rigo e Fellrano, fratelli e figli del Conte Federico del Alon- 
le/ellro, per tre parti ; Paolo e Boninconlro, fratelli e figli 
del fu Conte Galasso d* Urbino, per la quarta parte, dovevano 
pagare, per pensione, al Monastero di S. Lorenzo in Cesarea, 
quolibel anno, 20 soldi di Ravenna. « Idest prò Caslelano 
et Curie loia AJonlis Crepali cum Ecclesia S. Marlini in.... 
(cancellato) eljure palronalus el cum omnibus per linenlibus 

{}) Chi minasse conoscere le attribuzioni a loro devolute, consulti gli 
anticbi statuti del Comune già pubblicati. 



126 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

positis in Comitaiu Cexene plèbe S. Martini in Rubiconi^ 
(sic) in plebatu S. Tome >. 

Questa notizia 1* ho tratta da un mio regesto, cavato da 
un volume di S. Maria in Porto, segnato N. 1160, contenente 
un Diacetto di S. Lorenzo in Cesarea, che conservasi nel- 
r Archivio vecchio comunale: la notizia trovasi a pag. 259. 

Noto ancora: Ugolinus Barlolacci de Maynardis tassato 
in Libbre 31 ridotte a sole Libbre 14; Dominus Raynaldus 
Comes de Carpegna tassato in soldi 40; Masius et Gentile 
de acarisiis in Libbre 29; Cininus de ghisileriis in Libbre 1; 
Bandezatus, Dominus Archypresbiter, Ugolinus Comites de 
Cunio in Libbre 14 e soldi 10; Albericus comes de cunio in Libbre 
4 e soldi 10 e finalmente Raynerius comitis baldoyni in soldi 40. 

Questi credo fosse dei Conti di Cunio e per vero Bernar- 
dino da Polenta il 29 maggio 1359 compra da Rainerio e 
Bituccio, fratelli e figli del fu Baldoino, Conti di Cuoio, tutte 
le valli, paludi, casamenti etc. etc. che hanno o potessero 
avere « in civitate et districtu Ravenne ultra et dira Padwn 
in territorio Ravenne etc, ». Questo atto si trova a pag. 67 
recto del Codice Polentano, che si conserva nella Biblioteca 
Classense, ove venne depositato il 29 luglio 1896 dal Massaro 
della stessa cav. Antonio Camerani. 

Ometto le somme speciali dell* estimo, notando solo quella 
che tutte le riassume e che letteralmente trascrivo « linde 
Somma sommarum omnium suprascriptarum Guaitarum 

civitatis Ravenne plebatum Extraordinariorum Riverie podi 

III 

et forensium in Somma lib. XXVIILXXXVIll (27088) ». 

11 numero totale dei contribuenti monta a 1997 : 68 sono 
gli Ex Ir aordinari, 134 i Forensi, 138 quelli della Riviera del 
Po, 849 quelli delle Pievi, calcolando fra queste la Scuola di Russi, 
e finalmente 808 quelli delle Guaite: una somma totale di 1997. 

Se confrontiamo le somme speciali colle totali troviamo 
alcune differenze; differenze cagionate dalle correzioni ed 
aggiunte scritte a margine dei fogli, tanto per V estimo che 
per i contribuenti : ho creduto bene di non rilevarle perchè 
portano piccole differenze: e qui faccio fine. 

Andrea Zoli, Bibliotecario. 



LA CRONICA DELLA FAMIGLIA SCANNABECCHI 



Nella Biblioteca comunale Taroni di Bagnacavallo trovasi 
una Cronica del r antica Fameglia delli Scannabecehi da 
Bologna altrimenti detta in Ferrara de' Coniughi, in Bologna 
della Moneta, in Vicenza de' Gilini, in Trento de' Balduini, 
in Toscana de' Toschi et de' Scannabecehi Tratta da historie 
Cronice Diari et istromenti. 

Ne è autore Giustiniano Contughi. 

Mss. in carta greve, in 4.^ di cm. 30X 20: esso è notato 
dal compianto collega nostro D/ Mazzatintì, che lo indica 
come adespota ('). 

La Cronaca è scritta con quella grafìa allungata, che 
cominciò alla fine del 500 e continuò pel 600: non è auto- 
grafa, bensì con correzioni eh' io riterrei autografe. 

Di carte 6 in princ. n. n. La 1.^ porta l'arme degli Scan- 
nabecchi-Contughi di Ferrara al caprone rampante azzurro, in 
campo rosso, senza genitali, colle corna ed unghie d'oro, al 
capo di tre gigli d' oro in campo azzurro col rastello rosso. 

Carta 2.*: il titolo come sopra. Carta 3.*: // stampatore 
alli lettori. Carte 4.*, 5.* e 6.®: Tavola di tutti i libri, che 
sono occorsi vedere per occ.^' della presente Cronica. * 

E di pp. 239 numerate erroneamente 1-9, 9-149, 160-248. 
Tra le pagine segnate 139-140 è aggiunto un foglio di pp. 4 
n. n., scrittura del tempo, ove sono le notizie di Girolamo 

{}) Cfr. Mazzatintì G., Inventari dei manoacriiii delle BiblioUche 
(f Italia. Forlì, Berdandini, 1896, Voi. VI, pag. 50. 



128 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Coniughi, Capitano di cavalleria al servìzio del Duca di Savoia 
nel 1616-17 C). 

La Cronica è divisa in tre parti : nelle prime due si col- 
lega sempre la parte storica colla genealogica; e mentre 
l'A. descrive gli avvenimenti politici e guerreschi ai quali 
presero parte i Bolognesi e loro alleati, tanto nella città e 
contado, quanto in Romagna, Toscana e nel Modanese (e ciò 
nei secoli XII, XIII e XIV), esalta sempre e pone in prima 
vista i soggetti della famiglia Scannabecchi. 

La vera Cronaca de* fatti bolognesi comincia a pag. 40, e 
in essa V A. discorre de' gravi fatti accaduti in occasione 
delle parti guelfe e ghibelline, per le quali sorsero a Bologna 
gravissime inimicizie, sanguinose distruzioni di case, di torri 
e di facoltà, e narra i principii e progressi di tutti i tumulti, 
sommosse e guerre intestine tra i Lambertazzi e i Geremei 
e loro partigiani dal 1227 al 1329. E il Cronista dice di 
essersi diffuso nella narrativa delle guerre e battaglie civili 
ed altri fatti, perchè la bellezza delle varie storie che gli 
occorsero innanzi nel ricercare i suoi antenati, gli fecero 
graziosa violenza. 

Allorché ebbi in mano questa Cronica, io mi pensava di 
aver trovato qualche nuovo fonte, che potesse interessare la 
storia della città di Bologna, ma lettala tutta attentamente 
mi avvidi che il nostro A. non conosce alcuna delle antiche 
Cronache manoscritte, ma si fonda unicamente sulle storie 
di Leandro Alberti, del Ghirardacci e del Vizani che si pub- 
blicarono lui vivente. Egli ci viene allegando altresì le istorie 

(*) Girolamo di Rodolfo Contughi militò un tempo per la Repub- 
blica di Venezia, poi passato in Piemonte servi di corazza nella guardia 
di S. A. dì Savoia al tempo della gaerra di Mantova e delle contese 
tra Filippo III, Re di Spagna, e il Duca di Savoia, dal quale gli fu 
affidata una compagnia di cavalli, e di poi un capitaneato di cavallerìa 
(1616-1617), ma poscia, per i patimenti sofferti in dette guerre, infer- 
matosi, mori in Torino, e fu sepolto in S. Domenico. 

Zio di Girolamo fu Gio. Battista, m. 1603, bene esercitato nelle 
guerre di Siena, del Piemonte ed in Fiandra, il quale ebbe il carìco di 
Capitano di tutte le Fanterie dello Stato di Ferrara. 



LA CRONICA DKLLA rAMIOLlA 9CANNABBCCHI 129 

del Garzoni, ma si vede che le richiama per quanto ne tras- 
sero gli storici suddetti. Cita pure Gio. Villani, il Corio, il 
Biondo, il Volaterrano ed altri molti, e da tutti ritrae i fatti 
ne' quali rifulse, od anche solo è nominato qualcuno degli 
Scannabecchi. 

Egli ha però il merito di unire le molteplici notizie in 
una Cronaca fatta a gui:sa di annali, in cui la narrazione 
de* tumulti o fatti guerreschi accaduti nella città di Bologna 
tocca a tempo e luogo la parte che vi prendono gli Scanna- 
becchi, e solo nella terza parte abbandona quasi totalmente 
il racconto di quei fatti, e viene a trattare della famiglia 
Contughi. 

E mentre nella prima e seconda parte si raccontano i 
saccessi di Bologna, in cui si veggono operare gli Scanna- 
becchi, r A. non si contenta di questo, e vuole che la detta 
famiglia incominci dal secolo IV dopo Cristo; e con quale 
critica ciò sostenga appare dal vedere che egli dà come appar- 
tenente alla medesima anche Sant* Agricola martirizzato con 
S. Vitale al principio del secolo IV nella persecuzione di 
Diocleziano e Massimiano. E cosi vuole che Papa Onorio II 
(1124), e un Giovanni creato Cardinale di S. Chiesa da 
Pasquale II, ed il Vescovo di Bologna Gerardo (1187-1199) 
fossero della famiglia Scannabecchi ('). 

Però questa Cronaca (che non ha molta importanza per 
la parte storica, giacché non fa che ripetere quanto e' inse- 



(^) A propoeito di qaeati ultimi il Dott. Lino Sighinolfi mi avverte 
ohe in una lettera del Ghirardacci da lui pubblicata nel Bullettino 
dell* Arehiginnasio, lo storico bolognese si occupa espressamente di 
aeeertAre la loro esistensa e la loro origine. 

Nella citata lettera il Gbirar<iacci manifestamente interessato da 
persona di famìglia a fare ampie ricerche storiche, espone minutamente 
lì risultato negativo delle sue fatiche fatte durante un suo viaggio a 
Roma, e, fra T altro, racconta di aver curato egli stesso delle minute 
indagini per trovare il sepolcro di esso Cardinale, che, secondo indica- 
xioni avute, doveva essere in S. Martino in Montibus. 

Nella Miscellanea, segn. B, 1283, n. 33, della fine del sec. XVI 
appartenente alla Biblioteca Comunale di Bologna, lo stesso Dottor 

9 



130 K. HEPt'TAZIONB DI STORIA PATRIA PRIl \.K ROMAGNA. 

gnano gli storici bolognesi), se non è di alcun valore per la 
parte genealogica antecedente al secolo XIII. è attendibilis 
sima dalla fine di quel secolo al principio del XVII, e ciò pel 
ramo di Pietro di Ugolino degli Scannabecchi, che nel 1283 
fu scacciato co' suoi dalla città di Bologna, per le civili 



Sighinolfi ebbe occasione di trovarvi trascritto i'epitafio seguente, che, 
come avverte ana nota sovraposta, stava sopra la sepoltura del 
Card. Scannabecchi, posta in S. Eusebio in Roma: 

Joannes de Scannabecchis NobiìÌ8 Bonon. 

Presbiter Cardinaìis Tituìi Sancii Euseby 

vivtns sibi posuit 

Anno saìutifi humane 

1112 

Indiciione quinta 

La quale iscrizione, mentre toglie ogni dubbio intorno air esistenza di 
questo personaggio, mostra ancora una volta con quanta diligenza e 
serietà il maggior storico bolognese abbia composta V opera sua 

Da altre ricerche compiute dal Dott. Sighinolfi possiamo ancora 
trarre maggior luce sulla vita di Giustiniano Contughi, V autore della 
Cronica, e sul tempo in cui visse. 

Il Qhirardacci era in relazione epistolare col Contughi, anzi è da 
supporre che le minute ricerche da lui fatte intorno agli Scannabecchi 
siano state originate sopratutto dal desiderio di corrispondere alle 
espressioni che gli venivano dirette dal discendente degli Scannabecchi. 
Infatti il Dott. Sighinolfi ebbe la fortuna di rinvenire neir ^rc/itrto di 
Stato di Bologna, in una busta contenente i frammenti della corrispon- 
denza diretta al Qhirardacci, due lettere di Giustiniano Contughi che 
hanno stretta relazione colla Cronica, e specialmente colla questione 
deir esistenza del Card. Giovanni e di altri soggetti della stessa famiglia, 
e che accennano ai rapporti di amicizia che correvano fra loro. Stimo 
opportuno pubblicarle, perchè dalla loro lettura appare subito quali 
fossero questi rapporti, e sopratutto viene attestato da parte dello stesso 
Contughi, come era già stato accennato nella citata lettera del Ohi- 
rardacci che indubbiamente era a lui diretta, che lo storico bolognese 
conobbe e lesse e approvò il Trattato^ ossia la Cronica, di cui ci 
occupiamo. 

E qui pubblicamente e sentitamente ringrazio il dott. Sighinolfi per 
avermi permesso di usufruire di quanto egli ha rinvenuto in proposito, 
in particolare delle due lettere dal nostro cronista dirette al Qhirar- 
dacci — Doc. I e II. 



IJk CRONICA DKLLA FAMIOLU SCANN ABECCHI. 131 

discordie e continui tumulti ed uccisioni tra Geremei e Lam- 
bertazzi. Venuto egli a Ferrara, vi procreò Coniugo, dal quale 
scesero i Coniughi nobili ferraresi, de' quali abbiamo tutti i 
discendenti dal deiio Pietro fino al cronista Cav. Giustiniano, 
e fino a P?olo Lettore di Legge nello Studio di Ferrara per 
anni 30. 

Tuttavia rimase a Bologna un ramo della famiglia Scan- 
nabecchi detto della Moneta (e nelle Schede Mss. del Carrati 
è un albero genealogico di questa famiglia); ma 1* origine 
del cambiamento di questo cognome, dice il nostro Cronista 
non sapersi, sibbene aver sentito da* suoi maggiori che nel 1343 
uno degli Scannabecchi sovvenne di gran somma Carlo IV Re 
di Boemia, venuto per la Corona in Italia, onde fu chiamato 
Della moneta. Aggiunge esservi anche un'altra opinione, cioè 
che gli Scannabecchi discacciati dalla patria, essendo ricchis- 
simi, esercitarono il Banco, e ritornati poi dalT esigilo can- 
giarono il loro cognome in quello Della Moneta. E mentre 
l'arme degli Scannabecchi di Bologna (e de' Contughi di 
Ferrara, e de* Balduini di Trento, rami degli Scannabecchi ) 
è al caprone o allo stambecco rampante azzurro in campo 
rosso, i Della Moneta presero per arme un' Onda, e per 
cimiero un mezzo becco; arme che è simile a quella de'Gilini 
di Vicenza (provenienti dagli Scannabecchi), che portano 
un'onda traversata, e anch'essi per cimiero un mezzo becco : 
mentre i Canacci Scannabecchi di Lucca portano uno stam- 
becco col coltello nella gola. 

Che della Cronica sia autore Giustiniano Contughi, si vede 
dalla lettera dello stampatore ai lettori, che ci va dinanzi, e 
parrebbe perciò preparata per le stampe. (Il Contughi, come 
dalla stessa lettera, aveva pure in pronto la vita di D. Fran- 
cesco d'Este). Egli la compì ai primi del secolo XVII, ed a 
quel tempo era molto avanzato in età, giacché egli stesso ci 
dice che nel 1562, avendo già ne' suoi primi anni scorsa molta 
parte del mondo, si apparecchiava al viaggio per le Indie 
nuove; cosa che riteniamo non facesse, giacché nel J566 era 
a Bologna, ove racconta avere veduto una Galleria sopra un 
giardino, nella quale il Card. Paleotto aveva fatto dipingere 



132 H. UEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBK I.A ROMAGNA. 

l'armi de* Vescovi suoi predecessori. Era egli cavaliere aurato, 
e fu Segretario di D. Francesco d* Este, Marchese di Massa- 
lombarda, figlio di Alfonso I e di Lucrezia Borgia, m. il 22 
febbraio 1578; ed allorquando il padre suo Girolamo Mario, 
uomo dottissimo, celebre professore di lettere latine, greche 
ed ebraiche (quegli che innalzò in Ferrara il magnifico palazzo 
Contughi, ora Saracco-Riminaldi, in fondo alla contrada San 
Francesco, ora in Via Savonarola), desiderava che egli si 
trasferisse nelle Indie nuove, gli fu rilasciato amplissimo pri- 
vilegio della nobiltà ed antica origine della sua famiglia, 
rogato per Boezio de* Silvestri (1562). Trovo pure che nel 12 
marzo 1579 gli veniva concesso dai Canonici di S. Maria del 
Vado in Ferrara una cappella nella loro chiesa, ove collocare 
il sepolcro gentilizio, e ciò in esecuzione del testamento del di 
lui padre Girolamo Mario, morto nel decembre 1567 (Docili). 

Non so dire quando Giustiniano morisse: il necrologio di 
S. Maria del Vado ( sotto la qual parrocchia abitavano i Con- 
tughi) comincia solo dal 1644. Però in rogiti dell'Archivio 
notarile di Bagnacavallo lo veggo vivente nel 15 luglio 1603 
allorché il figlio Francesco Antonio sposava Giulia del cap.^ 
Giulio Cesare Pochintesta, e vivo pure nel 5 agosto 1604, nel 
qual giorno, come procuratore del detto Giulio Cesare, affit- 
tava ai Severoli di Faenza i beni del medesimo (Doc. IV). 

Il di lui figlio Francesco Antonio lo troviamo nominato 
anche Ì4i un rogito del notaio bagnacavallese Gio. Francesco 
Lazzari del 12 giugno 1639 (Doc. V). 

Ed essendogli nato questo figlio il 7 luglio 1585 (^) bisogna 
dire che Giustiniano si ammogliasse molto vecchio. 

Pensando poi come questa Cronaca possa essere venuta a 
Bagnacavallo, sorge subito Tidea che essa fosse conservata 

(^) Nel Libro 1 de' battezzati della parrocchia di S. Maria del Vado in 
Ferrara si legge: €7 tx mense Juìij 1585, Frands.^* Ant.^» fiìius Domini 
luatiniani Coniugi de Parochia SanctaeMariaeaVadorenatusfuiiinChristo: 
ìevavit eum D, Barlhoìomeus prosperus et D, Elisabetta hibiagna. » La 
madre di Francesco Antonio non è nominata, ma quel battezzante teneva 
sempre lo stesso metodo, giacché, esaminati gli altri atti di battesimo, 
si vede notato solamente il padre. 



LA CRONICA DELLA FAMIGLIA 8CANNABBCCUI. 133 

presso la famiglia Papini. Francesco Antonio, figlio dello 
scrittore della Cronica, Cav. Giustiniano Coniughi, sposava 
nel 1603 Giulia del cap.^ Giulio Cesare Pochintesta di Bagna- 
cavallo: e Barbara, figlia di Francesco Antonio, sposava nel 
gennaio 1537 il U/ Pier Simone Papini di Bagnacavallo. Onde 
è a credere che la Cronaca sia rimasta presso la famìglia 
Papini, massime che questo Piersimone, dottor di leggi, lo 
vediamo persona colia, capo del Comune nel 1657, ed anche 
nel 1660, allorquando faceva stampare gli antichi Statuti 
Bagnacavallesi, con dedica al Card. Imperiale Legato di Fer- 
rara. La famiglia Papini si estinse poi in Bagnacavallo nel 
Conte Francesco, morto il 12 agosto 1799. 

Bagnacavallo^ 6 novembre 1907. 

loNAZIO MaSSAROLI. 



134 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



DOCUMENTI 



I. 

R. Archivio di Stato di Bologna 
BisU di corrispondeniA «1 Gliir«rd«ccl 

Mollo Remr, P, M. mio sig.''^ e patrone Col.^"^ 

Sono parecchi mesi, e forai anch'anni, che io m'affatico per 
ritruovare la nostra Descendenza e per molti Instromenti son fatto 
chiaro, che da cento e dicedotto anni indietro si chiamavano di 
Scanabecchi; e secondo che più volte udei dire da mio Padre, e da 
altri più antichi di lui, i nostri maggiori furono discacciati da 
Bologna: di qual tempo forse o del 1262 o 1274, di fermo non 
r habbiamo mai potuto sapere. Havemo poi portati sempre due arnie 
in una, la prima un becco rampante senza genitali volto alla destra 
che mira un raggio con un breve di sopra, che dice Faciem tuam 
lava, e l' altra tre gigli d' oro in campo celeste, tramezzati da una 
sbarra rossa, che separa gli gili, ciò è 1' uno di sopra e gli altri 
due di sotta, e di sopra delli gigli la corona Imperiale. Noi tenemo 
poi il primo che si parti da Bologna, e che venne habitar in Fer- 
rara, che fosse Pietro Scanabeccho, per la testimonianza della sepol- 
tura sua dell'anno 1283 da li indietro con tutto che io mi sia 
affaticato per sapere di cui fu figliuolo Pietro, non m'è stato pos- 
sibile, ne per indicij, ne per Instromenti poterlo intravenire se ben 
per certa occasione facessimo già esaminare sei Testi monij dignissimi 
di fede, quali depongono come la fomeglia nostra viene da Bologna; 
E tutto questo (se ben non è mia professione di scrivere Historie) 
essendomi al meglio e' ho potuto, e saputo ingegnato di farne un 
Trattato; mentre che per me si riformava per rescriverlo da man- 
darlO) portarlo io stesso più coretto a V. S. Molto Reverenda alla 
quale già molto tempo fa (come vedrà) sono molto di voto et 
obligato servitore sì per esser favorito da lei di qualche amorevo- 
lissimo avertimento come anche per esser chiarito di molte cose già 
havute da Monsignor Gozzadino, che non ardirei mai di affirmarle, 



I.A CRONICA DELlJi FAM]«UA scannabbdchi. 135 

8* io non le Tedeesi con ì propri occhi, o che non ne fussi accertato 
da Testimonio approbatissiaìo degno di fede, com* è pablica voce, et 
fama che è V. S. Molto Reverenda, è capitato qnà il sìg. Paolo 
Bonaldi con il quale bavendo (per mezo del sig. Vincenzo Coralo) 
havnto lungo ragionamento aopra del detto Trattato e d* altri parti- 
colari m^ ha cortesemente per degni rispetti persuaso che lo muove 
a rimetterlo a lei nella forma che si tmova, si come fiiccio per 
esso; scQsandomi se il snggetto e T opera non sono coeì meritevoli, 
come dovriano essere havendo a comparire dinanzi a V. S. Molto R. 
di tanto pregio e valore quanto suona il publico grido : scusi dunque 
la molta sua prudenza la bassezza del mio debil ingegno, e degnisi 
sì come afTettuosissimamente la supplico non per mio merito, ma 
per sua solita cortesia, non solo di discorrerlo benignamente ma 
anche a volermi honorare (come confido e s{iero nella sua solita 
bontà) di tutti quelli avertimcnti che in sua coscienza per veritÀ 
ella giudicherà che V opera n* babbi di bisogno ; perchè oltre air as- 
sicurare V. S. Molto Reverenda che non obligherà me solo perpe- 
tuamente ma tutto il mio parentado; non potrì» poi in particolare 
ricevere da lei la maggior gratta, et il più singoiar favore di questo. 

Nel resto poi, che m* occorresse dirle di vantaggio potendomi 
rimettere al detto sig. Paolo, la supplico anche a prestargli quella 
fede che fistrebbe a me proprio, faccio fine baciando con debita rive- 
renza le mani di V. Molto Reverendo pregando il Creatore che 
prosperi, e conservi lungamente la sua («rsona, et le dia tutte ie 
gratie che desidera. 

Di Ferrara li XXVI di settembre lo95. 

Di V. Molto R. 

Devr^tissìmo e o bòi iratissimo servitore 

OrirSTINIAI^O CONTUGHO. 
Al Molto Ret^rtndo Pcdre 
Il P, Maestro CusauBiNo Gbirardazzi. 
mio «ignora e patrone Colendissimo 

di Boio^rna. 

u. 

R Archivio di Stat*» di B'juhìna 
Basta di earrispoadeaia al lìliirardaecl 

Molto Reverendo Padre Maestro et mio sigsiore osserva fì*lissimo. 

Ritrovandomi alle Papontf dove questo anno ha predicato il 
P. Maestro Michel Angelo venissimo a proposito sopra le Fameglie 



136 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

di Bologna, dandogli un arbore mandato in luce da Monsignor 
Costanzo Gozzadini, acciò che lo rimettesse alla R. P. Vostra la 
quale già molti anni sono osservo, amo et riverisco per il valor sqo; 
per sentir V o^ienione sua; che V. Paternità satisfece al comun desi- 
derio con quei veri termini che richiedono le degne et honorate 
qualità sue; Et se ben era debito mio conforme alla fede data scri- 
vere al detto P. Maestro et con questa occasione anche a lei: Tut- 
tavia gli accidenti del mondo m' hanno conduto sin a quest' hora a 
fare con V. S. parte del debito mio. Che non sapendo da qual cape» 
cominciare dirò che con i giuochi del cuore le faccio la debita rive- 
renza e che r offerisco la persona e ogni mio potere prontissimi 
sempre ad ogni comando e de suoi amici. Poi havendo letta la 
lettera che V. R. P. scriveva al detto Maestro d' intorno a Gio. Car- 
dinale et a Honorio II che V uno non sia mai stato in rerum natura, 
et l'altro non fosse de Scanabecchi ma de Fagniani dirò per la parte 
(secondo Topenione tengo) che mi tocca; che Tuno e T altro poco 
m'importa, et che io credo, et m'acquieto; Ma quanto airopenione 
che V. R. P. tiene che cotesti della Fameglia dalle Monede siano i 
veri discesi da Scanabechi di Bologna se ben hanno mutato per le 
revolutioni dello stato arma e cognome, la quale anche io approbo; 
E che quasi tacitamente se non l'esprime voglia credere, che noi 
Contughi di Ferrara non siamo dell' istessa Fameglia discesi, a 
questo per debito mìo, mi par per questo primo ingresso risponderle 
in parole; e un'altra volta con instromenti et sigilli antichi con la 
presenza ; che noi non solo siamo sempre stati d' openione d' esser 
della Fameglia delli Scanabechi discesi l'anno 1274 da Bologna; 
ma lo potiamo provare e verificare se non con la Pietra in Santo 
Francesco dove fu sepolto Pietro Scanabecco sopra la quale vi si 
vede lo scanabecco rampante: ma per infiniti instromenti di divi- 
sioni e acquisti appresso di noi li quali ci chiamano semplicemente 
di Scanabecchi et poi circa cento e più anni de Scanabecchi alias 
de Contughi che ad ogni richiesta di V. R. P. non solo gli lascerò 
vedere a chi ella comanderà, ma accadendo gli manderò a Bologna 
et se prima ella non si risolverà li vedrà per almeno questa estate, 
se COSI piacerà al Signore con la qual occasione le farò veder, e 
toccar con mano, che siamo de Scanabecchi et che se ben da poco 
tempo in qua habbiamo mutato il cognome; che habbiamo però 
sempre portato per arma lo scanabecco rampante, come lo chiarirà 
due sigilli d' Argento che erano di Girolamo mio abavo, et s' io farò 
conoscer questa verità verrò anche col mezzo della Paternità V. R 



LA CRONICA DELLA FAMIGLIA SCANNABECX^HL 137 

esser favorito et honorato dalT Eccellentissimo Senato della Civiltà 
per me i Parenti e successori nostri alla qual cosa, non solo m' in- 
vita Tambitione e la gloria, ma la necessiti propria; perchè ritrao- 
vandomi alcune poche vale e pascoli a Malalbergo restati nei terri- 
torio di Bologna dopo raccordo delle confine tra Bolognesi e Ferra- 
resi mi par per ogni rispetto ricercare detta Civiltà; Con la qual 
occasione poi V. R. P. riconoscerà di presentia un suo devoto ser- 
vitore tanto suo afifezionatissimo quanto altro che si truovi. E con 
offerirmeli di nuovo bacio con ogni debita riverenza le mani sacre 
di V. P. et le prego da Dio ogni soprema felicità. 
Di Ferrara li XXVIII d' Aprile 151>2. 

D. V. P. Molto Reverenda 

aff.mo servitore 
GlUSTINIAMO CONTUGO. 

Al Molto H. Sifj. mio et putrone ossercuntìissimo 

Il Padre Maestro Cheulbino dell' ordine di S.fo Ag.*^" 

di Bolo^'na 

III. 

RoG. Gio. de' Conti notaro ferrarese, 12 marzo 1579. 

De anno preferito millesimo quingentt^simo se.ragesimo septtmo 
decessi ty et ex hac vita migravit olim Magni ficus dominus Hiero- 
nymus Martus Confughus nohilis ferrariensis^ pater infrasr*riptt 
Magnifici domini lustiniani suo privs ultimo testamento condito 
rogato per spectahilem dominum Ioannt>n Baptistam Codegorium 
notarium puhlicum Ferrarine^ in quo inter cfrtera mandavit cadaver 
suum sepeliH debere in Ecclesia praedicta sub tocabulo S. Mariae 
de Vado a tergo Altaris maioris Ecclesiae predirtae. Cui Ec fatesi ae 
reliquit singulis annis solvi debere libras duodecim marchesanaSj et 
ut laiius in dicto testamento conti neri dicitvr. Quo domino Iliero- 
nymo Mario morivo^ cvm adhvc non essrt constructa sepoltura in 
dicto loco cadaver ejus humatum fui* in dieta Eeclesia..,, 

Derreverunt infrasrripti Reverendi Fratres dare et cofisignare 
in perpetuum praefato Magn.** D. lustiniano Contugho filio et 
hteredi universali praedicti Magnifici domini Hieronymi Morii 
Vnam Cappellam.... Tradita est Magnifico lustiniano Contugho 
nobili ferrariensi filio et htpredi universali pra*dic(i Magnifici 
domini Hieronymi Mariij prof'senti, stipulanti, recipienti prò se 



138 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

et suis heredibus quibuscumqtie capella praedicfa, ut supra nomù 
nata ac demonstrata in altari sub vocabulo praedicto S. Augv- 
stini cum omnibus et singulis ad eam spectaniibus ac pertinen- 
tibus libere et irrevocabiliter. Ante quod altare et in solo dictae 
capellae possit ipse dominus lustinianus extrui et fabricari facere 
unam Archam^ sive Moniimentum prò reponendis ossibus prae- 
dicti sui genitons, pariterque suis ac ha£redum et successorum 
suorum in perpetuum Pariterqtce ad Altare praedictvm possit 
fieri et construi facere pallam in illis imaginibus sanctorum 
picturis et ornamentis prout et sicut magis melius ipsi Magnifico 
domino lustiniano vistim fuerit et placuerit Recognitionis et 
gratitudinis ergo praedictus dominus lustinianus exbursat scuta 
quadraginta. 

IV. 

RoG.** Girolamo Malpeli notaro bagnacavallese, 5 Agosto 1604. 

Ili ♦*'* dominus Eques lustinianus filius quondam III.''** domini 
Hieronymi Marii de Contunghis uti procuratore. , IlL'^*' Gap.* luliì 
Cesaris Pochintestae..,. nec non IlL^^* dominoe Catharina? Rondi- 
nince uxoris dicti domini Capitanei.,,. ac uti pater et legittimm 
administrator IlL^*^ domini Francisci AntoniJ..,. mariti IllS^* do- 
minoe luliae filioje dicti IllS^^ domini Capitanei .,. ad affictum con- 
cessit III.^^" dominis Equiti Alfonso quondam IlL'*^ domini 
Antonii Sciviroli et domino Camillo quondam IlL^^* domini 
Ippoliti de Scivirolis.... omnia et qucecumque bona immobi- 
lia dicti IlL^^' domini Capitanei lulij Cesaris Pochintestop.... 
preterquam possessione nuncupata i sabbioni.... per annos novem... 
prò pensione.... prò singulo anno ducatorum trecentum quinqua^ 
ginta et solidis nonaginta prò scuto. 

V. 

rog.* glanfrancesgo lazzari seniore notaro bagnacavallese, 12 
Giugno 1639. 

In Villa Consanduli.... Cum sit et fuerit quod tempore con- 
tracti matrimonij, olim III.^*' Cap. lulius de pochintestis Pater 
III.*'*'* Domince luliae uxoris per ili.*'*' domini Francisci Antoni) 
Coniughi promiserit in tot bonis mobilibus et supelectilibus ascen- 
dentibus ad summam librarum quattior millium prout apparet ex 



LA CROMICA DELLA FAMIGLIA SCANNABECCHI. 139 

Instrum,^ mensis Madj anno 1615..,, nec non valorem duarum 
domorum sit. in terr Alfonstnarum.,,, iam per dictum dominum 
Contughum venditarum..,. Rine est quod perill.^'** dominus Fran- 
ciscus Antonius Contughus nobilis ferr arine, „ confessile fuit 
hahuisse et recepisse supradicta bona mobilia et supelectilia ... 
seti eorum valorem,.., et pretium ipsarum domorum,,., ascend ad 
summam librarum duarum millium et trecentum, Xec non alias 
libras quatuor millia,.,, quas dictus dominus Contughus confessus 
fuit habuisse in tot bonis stabilibus, — Il cap.^ Giulio Cesare 
Pochintesta era morto il 1.® novembre 1604; l'istromento adunque 
del 1615 deve essere un atto fatto ad istanza degli eredi di lui. 



ATTI 



DELLA 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Anno Accademico 1907-1908 



I TORNATA — 8 Dicembre 1907. 

La R. Deputazione, adunatasi oggi, per la prima volta nel 
corrente anno accademico, deliberò unanime di togliere la seduta, 
in segno di lutto per la morte dell' illustre architetto Tito Azzo- 
lini, la cui perdita è tanto dolorosa per la città, per l'arte e 
per r insigne Istituto, di cui il compianto estinto per tanti anni 
fu lustro. 

II TORNATA — 23 Dicembre 1907. 

Il membro emerito 'lott. G. B. Comelli legge una erudita e 
dotta memoria intorno ai confini naturali e politici della Romagna, 
e più particolarmente intorno alT antica questione se ì bolognesi 
debbono dirsi o no romagnoli, e dopo aver accennato che fra le 
due popolazioni unità di razza non è puntr indicata dal confronto 
dei loro dialetti, espone un più serio indizio di diversità esserci 
somministrato dagli studi antropologici fatti sui registri delle cir- 
coscrizioni militari, e principalmente dalle misure dei cranìi; ed 
è appunto l' indice cefalico che segna un vero confine naturale 
antropologico distintamente tracciato dalla linea del Sillaro. 

Passando alle ragioni storiche, il chiaro disserento comincia 
dal far osservare come nell' Italia settentrionale i nomi di Lom- 
bardia e di Romagna avessero nel IX secolo un' origine simul- 
tanea, e come trovandosi la nostra città sul confine fra le due 
regioni, ne restasse fino da quei tempi un po' incerto il collo- 
camento. 



ATTI 141 

Ma qui vuol notarsi die il ducato di Persiceto, mantenuto sì 
lungamente dai Longobardi, era formato di terre in gran parie 
bolognesi, ed arrivava sin quasi alle mura delia nostra città di 
confine. 

Nel 1144 il nuovo pontefice Lucio II è detto di patria lom- 
bardo^ perchè nato a Bologna, e questa città, per la parte presa 
nella celebre lega contro il Barbarossa, a preferenza delle vicine 
città romagnole, parve più che mai longobarda in quel tempo. 
Qui tocca brevemente della Lomhardorum Societas, oggi non del 
tutto abolita, e d<'l come venisse a un castello imolese il nome 
di Massa Lombarda. 

Cita una bolla di Urbano lY, che chiama Bologna città della 
Lombardia^ e mostra come più tardi, quando fu mandato in 
queste parti un governatore pontificio, il titolo di Rettore della 
Romagna non sembrasse abbastanza chiaro agli stessi pontefici, e 
fi si dovesse aggiungere cìvitatis Bononie^ comitatui Brettinorù.,, 
rector. 

Esamina quindi tre passi dell* Alighieri nella Divina Commedia 
e nel De vulgari eloquio^ in cui è fatta menzione della Romagna, 
e conclude che, secondo la mente del sommo poeta, la nostra 
città debba dirsene piuttosto fuori che dentro. 

La più antica carta corografica della Romagna il dotto socio 
ritiene sia quella del Magini che porta la data del 1599, e ohe 
vide la luce in Bologna. Qui pure il confine occidentale è segnato 
dal Sillaro; e questa carta, essendo stata riprodotta dì peso nel 
grande atlante geografico del Bleau, valse a volgarizzare presso 
i geografi la vera circoscrizione della Romagna. 

Le vicende di questo nome negli ultimi tempi, e presso i 
diverai governi, chiudono la memoria, che fu seguita col più vivo 
interesse da tutti i presenti e coronata da applausi. 

Termina, V egregio riferente, coir esprimere un voto, perchè 
sia rettificato il titolo della nostra Deputazione, che egli ritiene 
per lo meno inesatto. 

Ili TORNATA - 5 Gennaio 1908. 

Il chiaro socio dottor Alberto Bacchi della Lega legge una 
memoria dal titolo: Marco Antonio Franceschini pittor bolognese 
nella Galleria Davia Bargellini, 

Premesse alcune espressioni di rammarico per V esodo della 
quadreria dalle ricche sale dove era raccolta e di9tril)uita, per 



142 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

accomodarle ad uso di abitazione, e premesso un voto che il nuovo 
ordinamento di essa nelle nuove stanze avvenga sollecito, il dis- 
serente dice che diciasette sono i quadri del Franceschini che si 
conservano nella galleria: li nomina tutti, ma per amore di bre- 
vità prende a descriverne solamente pochi, togliendone uno per 
la mitologia, e Bacco e Arianna »; due per T allegoria, le dne 
così dette e Carità > ; uno per la religione, € La visione di sanU 
Caterina da Bologna ». 

Si trattiene a lungo, descrivendo la grande bellezza del primo, 
dove campeggia tutta T abilità del maestro del nudo; passa alle 
due € Carità », delle quali una è la € Carità » vera e legittima, 
ma r altra è la € Tentazione », poste entramb * con grande 
sapienza dal mecenate ordinatore in pieno e vivissimo contrasto 
di vicinanza. 

E si arriva finalmente alla € Visione di Santa (^aterina da 
Bologna », ritenuta dal dotto e geniale disserente una delle gemme 
della galleria e uno dei capolavori del pittore; la quale, di pro- 
prietà della famiglia Marescalchi, tolta al tempio di San Fran- 
cesco e qui depositata in tranquillità di riposo, spera di ritrovare 
presto il seggio di onore smarrito e ritornare air ammirazione 
degli intelligenti visitatori, nel quale augurio tutto il consesso fu 
unanime. 



« 
* « 



La memoria che viene indi letta dalT egregio dott. Pericle 
Ducati ha per tìtolo: Osservazioni archeologiche sulla permanenza 
degli Etruschi in Felsina nel IV secolo, 

L* erudito disserente prende in esame il materiale etrusco delle 
necropoli felsinee per vedere se parte di esso, risalendo al secolo IV, 
ci possa illuminare sullo sviluppo della civiltà etrusca in detto 
secolo e sui rapporti tra Etruschi e Galli. 

Alcuni vasi attici mostrano, a parere del Ducati, di essere stati 
eseguiti nel Ceramico ateniese nel IV secolo avanzato; le stele 
funerarie in maggioranza rivelano come data di esecuzione questo 
secolo, e conforta in ciò il fatto che in alcune stele sono accen- 
nate lotte deir etrusco contro T invasore celtico. 

Dopo di avere descritto la tomba Battistini, che non può essere 
se non della fine del V secolo, e che tuttavia era sormontata da 
una stelo di carattere più antico di quelle precedentemente men- 
zionate, r oratore passa ali* esame dei bronzi. 



ATTI. 143 

Nota le analogie vivis^^iine tra parecchi di questi e i bronzi 
provenieiiti da tombe dei IV secolo di Campiglia Marittima, di 
Montepulciano^ di Orvieto, ed esamina due serie di bronzi: il 
candelabro e quel grande recipiente che può denominarsi olla. 

I candelabri offrono per lo più statuette risalenti a creazioni 
elleniche della seconda metà del secolo V, e però la loro esecu- 
zione è piuttosto tardiva. Le olle presentano uno sviluppo che si 
può seguire nelle necropoli felsinee marchigiane, tra cui quella 
di Montefortìno, la quale non può, secondo V erudito disserente, 
risalire al IV secolo, come voleva il Brizio, ma al successivo. 

I documenti monumentali, col conforto anche di testimonianze 
letterarie, conducono pertanto alla conclusione che la civiltà 
etrusca permane in Felsina nel IV secolo evolventesi, laddove è 
da supporre che i Galli scorressero per le campagne. 

II dotto socio termina con esporre la persuasione ohe al pe- 
riodo di convivenza dei due elementi etnici, etrusco e gallico, 
sarebbe subentrato un periodo di fusione di fronte al pericolo 
romano, periodo in cui la civiltà sarebbe rimasta prevalentemente 
etnisca, il carattere etnico prevalentemente gallico. 

IV. TORNATA - 2 Febbraio 1908. 

Il socio dott. cav. Lodovico Frati reca nuove notizie sopra 
Gabriele di Battista Poeti, Benedetto Morandi, e Zaccaria Righetti, 
del primo dei quali il Fantuzzi non dà alcun cenno biografico, ma 
solo ci fa conoscere un suo volgarizzamento di un* opera di Fran- 
cesco Filelfo sul sacerdozio di Gesù Cristo. II dott. Frati illustra 
la vita di Gabriele Poeti e del padre suo Battista giovandosi spe- 
cialmente dì documenti dell* Archivio Notarile di Bologna. 

Egli discorre a lungo di un* altra opera rimasta finora inedita 
ed ignota nel codice Ashburnamiano 737 presso la Biblioteca 
Mediceo-Laurenziana di Firenze, intitolata: e Comparatione fra le 
gemme e il virtuoso amore », e dedicata a Ginevra e a Gio- 
vanni II Bentivoglio. È un dialogo filosofico fra Sigismondo figlio 
di Gabriele Poeti e Madonna Ginevra, e ne appare evidente lo 
scopo cortigianesco, adulando 1* autore la potenza e la virtù dei 
suoi mecenati, dai quale sperava benefizi per il figliuolo Sigi- 
smondo. 

Anche di Benedetto Morandi, che fu segretario di Giovanni II 
Bentivoglio e del card. Astorgio Agnesi governatore di Bologna, 



144 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

il ohiarissimo socio raccoglie nuove notizie della vita e delle 
opere in prosa e in versi. Qneste ultimo consistono in tre sonetti 
inediti, due dei quali sono indirizzati ai notar! sei* Giorgio Paselli 
e Cesare Nappi. Oltre le opere indicate dal Fantuzzi, il Mortndi 
ne scrisse una finora ignota di natura tilosofica, dedicata al Co. Àndea 
Bentivoglio, ed intitolata: De la moral virtude. 

La terza opera di cui si propone dar notizie il dott. Frati 
appartiene al notaio Zaccaria Righetti, del quale pure il Fantuxzi 
indicò solo la vita di S. Petronio, eh* egli trovò registrata nel 
campione degli istrumenti della fabbrica di S. Petronio. L* egregio 
disseren .e, dopo aver raccolte alcune notizie biografiche di questo 
notaio, indica altri tre codici di detta Vita, esistenti presso la 
Biblioteca Universitaria di Bologna, ed altri suoi manoscritti, uno 
dei quali specialmente avrebbe una singolare importanza ora che 
si sta restaurando il palazzo dei Notarì; poiché conteneva una 
storia di detto palazzo divisa in diciotto capitoli, che incomin- 
ciando dalla fondazione di esso, continuava trattando dei locali, 
delle loro rendite, della capella dei notari in S. Petronio, di Ro- 
landino de* Romanzi e di Pietro da Unzoia, e dei privilegi impe- 
riali ottenuti dalla Società dei notai, della quale il Righetti fa 
per quattro anni Correttore. 

Sventuratamente non ci resta piti altro che 1* indice dei capi- 
toli che la componevano. 



* * 



L'egregio socio dott. Andrea Zoli, bibliotecario della Classense 
di Ravenna, presenta una memoria che ha per titolo: V Estimo 
di Ravenna nel i372^ e di cui, in sua assenza, dà particolareg- 
giata relazione il segretario. 

Il dotto autore dà conto di un codicetto cartaceo scritto nel 
1;T72 dal notaio Porcellini contenente la copia delT estimo e d^lle 
tassazioni allora esistenti in Ravenna e nel Contado, riferentesi 
con tutta probabilità al catasto formatosi nel 1309 al tempo del 
podestà Lamberto da Polenta. La città appare divisa nelT impor- 
tante documento in dodici guaite e il contado in dieci piert; oltre 
a queste eranvi i territori della riviera del Po. 

L' egregio autore chiude la breve memoria con erudite osser- 
vazioni di indolf^ statistica ed economica. 



ATTI. 145 

V. TORNATA — 1 Marzo 1908. 

Il socio doti. Lino Sighiuolfì, per incarico dei Presidente legge 
una memoria dell* egregio collega Ignazio Massaroli intitolata: La 
cronica della famiglia Scannabecchi. 

1/ autore, dopo aver con particolare diligenza descritta la Cro- 
nica sotto r aspetto bibliografico, passa nd esaminare con altret- 
tanta cura il contenuto e mette in rilievo V intento apologetico e 
genealogico dell* autore della Cronica a favore della famiglia degli 
Scannabecchi. L*erudito socio ha potuto accertare inoltre che Tautore 
è Giustiniano Coniughi di Ferrara, discendente da un ramo della 
famiglia Scannabecchi, ivi stabilitosi nella seconda metà del se- 
colo XIII, e porge interessanti notizie biografiche di lui e de* suoi 
discendenti e parla ancora delle fonti da cui furono tratte le 
notizie. Infine esamina 1* importanza della Cronica che, secondo 
il giudizio del chiaro disserente, è notevole per le notizie che 
riguardano la famiglia Scannabecchi, e porge alcuni cenni sulla 
discendenza della famìglia Contughi fino alla sua estinzione avve- 
nuta il 2 agosto 1799. 

Il valente dott. Sighinolfi, col consenso dell* autore, aggiunge 
alcune notizie in proposito da lui raccolte. Ricorda che nel Bui" 
lettino dell* Archiginnasio^ 1907, N. 5, egli ebbe occasione di pub- 
blicare una lettera inedita del Ghirardacci, senza data né indica- 
zione della persona a cui era destinata, nella quale appunto si 
parla estesamente di due personaggi della famiglia Scannabecchi 
e delle accurate e pazienti indagini compiute a Roma dallo sto- 
rico bolognese per appurare la verità; ricorda inoltre una epigrafe 
esistente su la tomba del Card. Giovanni Scannabecchi nella chiesa 
di S. Eusebio. Dopo lo studio e le ricerche del Massaroli non resta 
più alcun dubbio che la lettera del Ghirardacci, in cui si parla 
degli Scannabecchi, non fosse diretta air autore della Cronica di 
questa famiglia Giustiniano Contughi e che essa non faccia parte 
di una corrispondenza collo storico bolognese. A prova di questa 
affermazione il dott. Sighinolfi cita due lettere trovate nell* Ar- 
chivio di Stato di Bologna, che mentre dimostrano la profonda 
stima ed amicizia del Contughi per il Ghirardacci, attestano della 
fama che godeva anche fuori delle mura della sua città. 



• « 



La signorina dott.* Attilia Veronesi legge un* erudita memoria 
intitolata: La Legazione del Card. Napoleone Orsini in Bologna 



146 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

nel i306^ in cui cerca di determinare i motivi dei furori popolari 
che costrinsero il Legato a lasciare la città e gli scopi veri della 
legazione tenuti gelosamente secreti dalle bolle pontifìcie, tant<> 
che nessuno dei contemporanei, come appare dai cronisti, ebbe 
r intuizione giusta del pensiero di Clemente V, riducendo il fatto, 
in ciò seguiti dalla maggioranza degli storici anche moderDi. a 
semplice episodio scaturito dalle rivalità dei partiti. Il desiderio 
di pacificare l' Italia afflitta da lotte mortali, posto dai cronisti 
come movente della legazione , parve alla disserente molto 
sospetto non solo, ma neppure giustificante il rumore d* armi che 
per parecchi anni si fece sentire in tutta la penisola. Fondandosi 
su documenti dell' Archivio di Stato di Bologna e sui Cronisti 
bolognesi e fiorentini, V autrice studia la condizione della città 
posta nelle mani dei Geremei, che mai, per amore di pace, sareb- 
bero scesi alla divisione del potere con gli avversari e che, pren- 
dendo occasione dalle pratiche necessarie per venire ad un acco- 
modamento, accusarono V Orsini di favorire : Lambertazzi e tradire 
il Comune, accusa che ebbe tutta V apparenza di verità, data la 
sua fede politica; il Cardinale fu cacciato dalla città. Ma da Imola 
in cui si rifugiò, V Orsini lanciò contro Bologna l' interdetto e le 
forze ghibelline della Romagna e della Toscana. Un tale atteg- 
giamento non si spiega con un semplice incarico di pacificare 
Guelfi e Lambertazzi nel Comune; altre dovettero essere le istru- 
zioni date dal Pontefice al Legato, e secondo il parere della dis- 
serente consistono nelle condizioni in cui versava la Chiesa in 
quel tempo. Schiava del Regno di Francia, dopo il sanguinoso 
esterminio della casa Hohenstaufen, il pontefice volle spezzare le 
catene che la tenevano avvinta a Filippo il Bello e concepì il 
disegno di costituire in Italia pur essa un dominio potente che le 
permettesse di lilterarsi. L' attuazione di tale disegno fu agevolata 
dalla politica di abbandono seguita dagli Asburgo verso il nostro 
paese e dalla sua condizione interna ; le lotte comunali gli per- 
misero di intervenire quale pacificatore senza destare sospetti di 
secondi fini, tanto che i contemporanei videro per la legazione 
da lui istituita minacciata soltanto la potenza dei Guelfi a van- 
taggio dei Ghibellini. 

Suo scopo vero invece era di imporsi agli uni e agli altri: il 
sacrificio delle libertà comunali doveva dare la libertà alla Chiesa. 
L'Orsini fu inferiore ali* incarico ricevuto e scontentò tutti: può 
dirsi fortunato il Comune bolognese che, pur non conoscendo il 
grave pericolo da cui era minacciato, seppe evitarlo. 



ATTI. 147 

Così, osserva infine la colta signorina, la legazione dell' 0i*8ini 
appare una ripresa di quella politica che, iniziata dai Papi ante- 
riori a Clemente V, parve attuarsi con fortuna più di un secolo 
dopo, col duca Valentino di casa Borgia. 

VI TORNATA — 5 Aprile 1908. 

Il socio dottor Lino Sighinolfi espone i risultati di una sua 
memoria intitolata: Notizie storiche su Francesco Cacciaguerra 
pittore bolognese del secolo XV. 

Ricordati alcuni atti notarili che si riferiscono al padre pure 
di nome Francesco, e il testamento di lui, ed esaminato un atto 
notarile del 1487 riferentesi al pittore, ]* egregio disserente trova 
una data certa delT anno di sua nascita in un allegro processo 
del 1494, fatto contro un pittore suo amico, nel quale figurano 
parecchi artisti, e fra questi appunto anche Francesco Caccia- 
guerra chiamato a deporre su alcune circostanze di fatto avve- 
nute nella sua bottega posta nel Mercato di Mezzo. DalT interro- 
gatorio si rileva che il Cacciaguerra aveva allora 30 anni, e 
possedeva all' incirca lire 300 di bolognini. 

Lo stesso Cacciaguerra si trova parecchie volte nominato fra 
i soprastanti Maggiori del contado insieme con Amico Aspertini, 
Francesco Raibolini ed altri pittori del suo tempo. Morì verso il 
1526, perchè appunto in quel tempo si trova un atto notarile della 
vedova di lui. 

Il dotto socio, dopo aver dato gli accennati lumi intorno alla 
vita di questo pittore sino ad ora sconosciuto, si ferma a parlare 
di un affresco del Cacciaguerra eseguito per incarico del cappel- 
lano deir altare di San Nicola nella chiesa di San Colombano. 
Dair atto di commissione risulta che il pittore bolognese ebbe 
espresso incarico di fare una Vergine col bambino lattante in 
braccio, a somiglianza di quelle di Lippo Dalmasio, e due figure 
laterali, l'una di S. Giovanni Battista a sinistra e T altra di 
S. Nicola a destra. Per queste ultime fu lasciato libero di lavo- 
rare secondo l' arte del suo tempo. 

L* oratore nota che nelT attiguo oratorio di San Colombano 
esiste una Vergine di Lippo Dalmasio proprio nel muro, dalla 
parte opposta a quella dove si trova la imitazione dalmasiana di 
Francesco Cacciaguerra. In fine V egregio riferente rileva come 
questo affresco, scopette a caso intorno al 1787, abbia avuto sino 
ad ora false attribuzioni dagli storici delTarte, e come dopo i docu- 



U8 R. DKPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

inenti testé trovati non possa esservi più alcun dubbio che 1* in- 
tero affresco fu fatto ed eseguito dallo stesso pittore Francesco 
Cacciaguerra tra il maggio e il settembre deiranno 1494. 






Il segretario dottor Sorbelli, riassume quindi un elaborato stadio 
del dottor Renato Baldani ohe ha per titolo: La pittura a Bologna 
nel secolo XIV, 

Dopo aver notato il contrasto di giudizio che è sopra la pi'^ 
tura bolognese del 300, tra gli scrittori delia storia dell' arte in 
generale dal Vasari a noi, e gli storiografi bolognesi, quali il 
Malvasia e il Bolognini, determinato dal fatto che i primi trascu- 
rarono e disprezzarono la produzione pittorica bolognese, laddove 
i secondi la levarono a cielo, il dotto autore crede che Taiga 
la pena di esaminare a fondo la questione per \edere da quale 
parte stia la ragione. E prima di imprendere a trattare la pittura, 
si intrattiene assai a lungo sopra la miniatura bolognese, a comin- 
ciare dalle sue prime manifestazioni con gli Statuti dell* Arte dei 
Falegnami, e venendo su su con la fortunata influenza di Oderico 
da Gubbio, sino al più alto splendore che si ottiene con Franco 
Bolognese, per poi ridiscendere in una frettolosa e malcurata 
ispirazione realistica. 

L* egregio scrittore divide la trattazione della pittura in due 
grandi parti : nella prima studia la derivazione degli artisti roma- 
gnoli, e ampiamente illustra 1* opera varia e molteplice di Jacopo 
Avanzi; nella seconda esamina quella che, secondo lui, costituisce 
la scuola propriamente detta bolognese in diretta derivazione dei 
miniatori che ha a capostipite Vitale dalle Madonne, e che poi 
potentemente si afferma con Simone dei Crocifissi. 

In appendice 1* autore si occupa di due pittori bolognesi, Andrea 
e Giovanni da Bologna, ma che non debbono ritenersi tali nel- 
r attribuzione della scuola, perchè operarono in altre regioni. 

L* autore viene alla conclusione che il gruppo dei pittori bolo* 
gnesi del secolo XIV, eccettuato Jacopo Avanzi, costituisce una 
vera scuola a parte e autonoma, animata di vita sua propria, con 
caratteri ben determinati. 

A. Sorbelli, segretario. 



IL VALORH DELLA LIRA BOLOGNESE 

DAL ISSI AL 1604 



I (XXXV > 

Profp-amma d«lle naove rìeerche. - La 7«oea chi osa nel 1551 - Conia- 
xioni aCraordinarìe. - Locazione dì Zecca del 1554. - Marcello 11 ( 1555). > 
Paolo IV n555-1559i. - Pio IV .1559-ir>66L - Bando delle monete 
forestiere; rìmostranEe. - Locazione di Z^eca del 15<ìO. - Nonne dei 
pagamenti ^1560(. - Locazione di Zecca del 1562 

Ai punto in cui siamo arnvati con lanostia storta e nella 
speranza di poterne aflfrettare il compimento, ahhiamo potuto 
proseguire nei nostri studii per oltre un secolo, dal 1551 al 1655. 

Noi vorremmo chiamare questo intervallo secolare il 
periodo dei Bandi, perchè in esso possiamo raccogliei'e una 
successione di editti, che con masr&riore frequenza ed in forma 
ufficiale, ci ammaestrano su quel valore delio scudo d'oro, 
che è termine fisso alle nostre determina/ioni del valore in 
oro pietra di paragone delle vicende <iel valore il più ap- 
prossimativamente effettivo della lira bolognese. Quanto al 
valoi*e in ai-gento, in parte ce lo forni •^cono gli stessi bandi : 
in parte lo potremo rlesumere dai contraiti, piuttosto numerosi, 
ài locazioni della zecca conservati ikm nostri .\rchivi di Stato 
e Notarile e nei M>js. lielle Biblioteche citia-ìiiie. Ciò posto 
entriamo addirittura in argomento, ma col l'avvertenza che in 



10 



150 K. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA FBR LA ROMAGNA. 

questa Memoria tracceremo soltanto la prima parte del pe- 
riodo studiato, riservando T altro a più maturo esame, andremo 
cioè dal 1551 al 1604. 

All'aprirsi della seconda metà del secolo XVI, noi dob- 
biamo argomentare che la Zecca fosse chiusa da qualche tempo. 
Infatti, nel 28 aprile 1551, (*) viene aj«segnata la mercede agli 
assaggiatori Giovanni Battista Gambaro e Francesco Gavai- 
dini, che non l'avevano riscossa durante gli otto mesi che la 
Zecca era stata chiusa. 

Nel 21 asTosto 1551 la Zecca invece si dovette aprire perchè 
uno zecchiere, che non è nominato, conia ad istanza di Bartolomeo 
Cannobio cinquecento libbre d'argento in pezzi da 40 quat- 
trini Questo Bartolomeo Cannobio ha già figurato in queste 
nostre ricerche come fidejussore degli zecchiei'i e precisamente 
nella concessione di Zecca del 12 novembre 1550. In questo tempo 
doveva avere assunto la fornitura dei viveri dell'esercito della 
Chiesa. Infatti è detto nel decreto (*), che queste monete erano 
destinate ai bisogni dell'esercito e siccome potevano ser- 
vire a questo senza danno della città, non v'era motivo di 
impedirne il conio. Rispetto a questo è prescritto in genere 
che le accennate monete portino da un lato V effigie del Papa, 
dall'altro le insegne della città. Il taglio è di 105 V^ per 
libbra d'argento alla solita lega e se ne argomenta facilmente 
il peso di gr. 3.42 loi'do, ed il fino di gr. 2.827. Si potrebbe 
per conseguenza assegnare ad esse un valore di L. It 0.62. 

Pare che di questo tipo di monete vi fosse un singolare 
bisogno, perchè ci incontriamo in altre due deliberazioni del 
Senato del 29 novembre e del 29 dicembre 1552 ('), in cui si 
ritorna a parlarne. 

Nel primo Partito è un tedesco, certo Gaspare Cinghelli, 
che viene autorizzato a far coniare mille libbre d'argento, 
non solo in pezzi da 40 quattrini, ma anche da 20. Nel se- 
condo Partito la concessione è anche maggiore, perchè si ac- 

(>) Partiti, XX, e. 70 V. 
(*) Partiti, XX, e. 77 v. 
(3) PartiH, XX, e. 127 v. e 132 v. e 183 r. 



IL VALORE DBLLA LIRA BOLOGNUSK DAL 1551 AL 1604. 151 

corda ad altra tedesco, Girolamo Craster, di coniare hen 4000 
libbre d'argento delle stesse monete. Queste monete non erano 
però gradite al Senato, il quale impone ai suddetti mercanti 
tedeschi di asportarle dalla città. Eppure esse rappresenta- 
vano una aliquota della lira e precisamente il terzo od il 
sesto, essendo la lira computata a 120 quattrini. 

Se però guardiamo alle monete enumerate sotto il ponte- 
fice Cfiulio III dal Malaguzzi Valeri, ne troviamo una (N. 6) 
che risponde per il suo peso e per il conio a queste monete 
odiate. Il Malaguzzi Valeri la chiama, e con molta ragione, 
giunto C). Il giulio ora meglio una moneta di Roma che di 
Bologna: il Senato boloi,Miese adunque <he per tanto t«mpo 
lottò per l'autonomia della nostra circolazione monetaria, po- 
teva temere di asservire con queste monete la propria Zecca 
alle leggi di Roma o prevedeva, come si vei'ificò poi, qualche 
attrito coir autorità pontificia. 

Nel 28 aprile 1554 il Senato pensava alla zecca, perchè si 
nominano i soliti Assunti (*) per provvedere alla locazione di essa. 

(') La designazione delle monete dei tempi di Giulio III non è tem- 
pre co3Ì esatta. Al N. 3, per esempio, trovo € lira o testone ». Non va. 
Se era una lira da s. 20 non poteva essere un testone da s. 30 ; né ci 
consta che allora si fabricassero in Bologna quei testoni alla romana* 
che troviamo accennati più tardi. 

La moneta N. 12 non può essere « mezza gabella » a giudicare dal 
peso. Nei bandi di questo tempo si danno i pesi delle monete correnti, 
e le « mezze gabelle » non sono menzionate. In ogni caso se fosse stata 
mezza gabella non avrebbe valuto, come stampa il Malaguzzi, tre ba- 
iocchi e cinque decimi, ma doveva valere s. 2 d. 2, lasciando da parte 
che in luogo di baiocchi si doveva dire soldi, e che i */j , non usavano allora. 
La moneta in questione doveva essere piuttosto una moneta da 20 quat- 
trini, od un mezzo giulxo^ altrimenti detto grosso. Se era un grosso po- 
teva appunto valere ali* incirca quello che dice il Malaguzzi, esatta- 
mente s. 3 d. 4. E bisognerebbe rifiutare anche il nome di mezii carlini 
per le monete n. 10 e n. 14. perchè anche queste non figurano nei bandi 
contemporanei. Del primo manca il peso e nulla se ne può dire, ma 
anche il secondo mezzo carlino potrebbe essere invece un « grosso. » 

(*) Furono il conte Astorgio Volta, Ulisse Gozzadini, Giulio Feli- 
cìni, il conte Ercole Malvezzi e Francesco Maria Casali Anche questa 
volta e' è un morto : Astorgio Volta mancò ai vivi il 23 settembre del- 
l' anno medesimo, come risulta dai Partiti. XX, e. 174 r. 



152 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Questa locazione ebbe luogo e la Zecca il 31 ottobre 1554 
fu affidata a Filippo di Vincenzo Cecclii. Il Malaguzzi Valeri 
cita anello il luogo dove si potrebbe e si dovrebbe rinvenire 
questo contratto (^), ma il contratto deve aver pigliato il volo. 

Nel 1555 avvenne in aprile l'assunzione al Pontificato di 
Marcello II surrogato immediatamente colTelezione di Paolo IV. 
Nemmeno questi portò a lungo il peso della tiara, cosicché 
di questi Papi basterà accennare che nelle deliberazioni del 
Senato non vi sono che gli ordini pei' la mutazione <lei comi 
con la l'ispettiva effigie ('). 

Col 1555 incomincia una serie di bandi che si ripetono d*anno 
in anno, il soggetto dei quali venne riassunto in uno di essi in 
questi quattro punti: scudi; nioneU\ quattrini e pagamenti. 
La parola « scudi » ci dice che essi contenevano la valuta/ione 
dei medesimi in soldi, di che si parlerà in altro Capo. Sotto 
il I ome di « monete » si intendevano le disposizioni relative 
a tutte le monete, meno i quattrini ; sotto il nome di « quat- 
trini > andavano per contrapposto le norme sui conii di bassa 
lega del valore da due bolognini in giù. L'espressione «pa- 
gamenti » richiama le disposizioni date intorno alla propor- 
zione di quattrini ch'era lecito introdurre nei pagamenti. 

Si avverta che i bandi di questo tempo non si trovano in 
una raccolta regolare, e quindi non possiamo darne, come 
avremmo desiderato, una enumerazione cronologica e sicura. 
Siamo, p. es., in forse se esista una grida del 21 settem- 
bre 1555, ma ne esiste certo una del 16 novembre (') dello 

(') Negli Istromenti e scritture del Senato, Lib. XXXV'II, N. 6. Ma 
questo numero è scomparso, e ce ne rincresce, perchè il contratto sa- 
rebbe il primo di questo periodo. Per maggior danno sappiamo che fa 
rogato da Camillo Canonici, ma nel T Archivio Notarile non esìstono 
atti di questo notaio. 

(«) Istromenti e scritture del Senato. Lib. XXXVII, N. 27 e 63. 

(') Diciamo « certo » perchè questo bando sì trova citato in parec- 
chi riassunti di gride monetarie del tempo successivo ed è a stampa 
in una Miscellanea di esse che dovette appartenere al Monte Giulio e 
Vino ed è nell* Arch. Not. Ci venne gentilmente indicsita dall'egregio 
sig. Ridolfi, impiegato dell'archivio medesimo. Avendo nuova occasione 
di servircene la citeremo : Archivio Notarile Mise. 



IL VALORE DELLA LIRA BOLOUNE8B DAL 1551 AL 1604. 153 

stesso anno che ci iissicura che correvano in Bologna molte 
monete e forse anche quattrini forestieri. Dei quali quattrini 
si occupa forse un altro bando del 22 agosto 1556, ma in- 
dubbiamente nel 17 marzo 1557 (*) fu pubblicato un < Bando 
delli Quattrini e Sesini et monete d*ogni sorta forestiere » 
che espressamente bandiva lutti i sesini ed i quattrini ed 
altre monete straniere. 

Il vice-legato Lorenzo Lenzi, fiorentino, Vescovo tli Fermo, 
dichiarava, nel proemio dell'editto, di essere poco lieto di 
vedere abbondare di giorno in giorno a Bologna ogni sorta di 
sesini e quattrini forestieri, cavallotti, grossi, moraiole{^) di 
Parma, Reggio, Modena, della Massa, della Mirandola ed altra 
sorte di monete di bassa lega. Ora se contro questa invasione 
si indirizzjiva precisamente T editto, come va che il Mala- 
guzzi Valeri pubblica una protesta contio un bando più 
esteso e novamente pubblicato (% il qual bando, come ve- 
dremo presto di altri successivi, proibiva tu((e le monete 
d'argento grandi e picciole che non fossero state battute 
dalle Zecche dello Stato Ecclesiastico? Convien credere ad 
una lacuna nei bandi di cui disponiamo e che noi non pos- 
siamo riparare (*). In ogni modo la protesta fa intendere al 
Legato: che l'affluenza dei forastieri nella città di Bologna, 
specialmente studenti, che la situazione centrale della città 
fra le terre di molti |)iincipi e signori, non consentivano la 
circolazione esclusiva della moneta pontificia. Le zecche dello 

(h Arrh. di Stato. AsssuDteria di Zecca. Randi 1539-1771. 

(^) Abbiamo sottosegnata questa denominazione che in altri bandi 
contemporanei è anche scritta moragìioìe perchè crediamo che il nome 
più divulgato di muraiole sia stato una storpiatura capricciosa del popolo. 
Come correvano bianchi e bianconi^ monete lucide d^ argento, potevano 
anche correre monete brune {more) che si dicevano moraiole. Questa 
deuominazione presenterebbe una etimologia pronta ; mentre per mura- 
iuole non si saprebbe che pesci pigliare. 

(') La data della protesta non è, come vuole il M. V^., il 12 ottobre 1558, 
ma questa propriamente è la data del giorno in cui fu spedita d' urgenza a 
Roma al Cardinale Caraffa che era il Legato. 

{*) Non è escluso che si tratti di un Bando venuto o minacciato da 
Roma, anzi lo si potrebbe argomentare dalla chiusa della protesta. 



154 R. DBPUTAZIONU DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Stato della Chiesa non bastavano ai bisogni di Bologna e 
dall'applicazione dell'editto non poteva proveniie che un 
grande disagio ai comraerci della citta ed al pagamento delle 
imposte e dei dazii ('), 

Neiril dicembre 1559 troviamo una deliberazione del 
Senato (*) con nuova nomina di Assunti (^) per la locazione 
della zecca. L'ebbe questa volta il 17 gennaio 1560 il citta- 
dino bolognese Paolo del fu Oriente Canonici, della Parrocchia 
di S. Martino dell' Aposa. Gli Assunti avevano fatto cono- 
scere le condizioni dell'appalto a molti cittadini, ma Paolo 
Canonici offriva le migliori condizioni, l/atto di concessione 
si conserva nei rogiti di Evangelista Mattuiani nell'Archivio 
notarile, ed altro esemplare, forse l'originale, è anche nelle 
scritture del Senato Bolognese (*). Sembra veramente che 
l'atto sia rogato dal figliuolo di Evangelista, Rinaldo Mat- 
tuiani, poiché però porta anche l'autenticazione paterna, 
tiriamo via. La zecca è locata per un triennio dal V gen- 
naio 1560 al 31 dicembre 1562. Tralasciamo come di con- 
sueto le disposizioni minute. Accenneremo soltanto che la 
cauzione dello zecchiere ammonta a 8000 scudi d'oro, divisi, 
come usava, 6000 a garanzia dei privati, 2000 a garanzia del 
pubblico servizio. Il fideiussore del Canonici, solidale con lui, 
si chiamava Giuseppe del fu Carlo Gandolfi. 

Possiamo sbrigarci in poche parole delle clausole intorno 
alle monete da coniare che costituiscono, per il compito nostro 
la parte più interessante di questi documenti. Premesso il 
divieto assoluto di coniare moneta spicciola: quattrini, se- 
sini, ecc., senza espressa autorizzazione, le altre monete 
sono d'oro: scudi e mezzi scudi] quelle d'argento: bianchi, 

(M Cfr. la scrittura nel Malaguzzi Valeri, ove è riportata come 
dee. Xlll a pn;:. 183. 

(*) Partiti, XXI, e. 125 v. 

(') Sono nominati Assunti, oltre il vessillifero di Giustizia, Barto- 
lomeo Castelli, Cornelio Albergati, il conte Ercole Hentivoglio, Ercole 
Felicini, Romeo Foscherari, Ottavio Pellegrini, Giovanni Battista Sam- 
pieri. 

(*) Istromenti e Scritture^ A. Lib. 41, n.** 2. 



IL TALOBB DBLLA LIKA BOLOttlIBSB DAL 1551 AL 1604. 155 

doppii bianchi e nteiii hiauchi. Kaccoirliamo. come abbiamo 
già adoperalo nella pi^eeilente Mem iHa. in aii piccolo pro- 
spetto i^ordiiiamdito monetario del 156<) : 



r 



VaIon Titolo fo» ■ ?• ■^no Valow 



H Moa«t« in •oidi Titolo antico mo- Taglio — "^"^.j" ■■ ia Ur« 

I bologncat demo « lordo a fino italiane 



tM 



O 1« O 

Scado 1 — dcn. 22 " 917 109 8.319 3 042 

Meiso teado. . , — • > 22 917 218 1 (i:)9 1^21 

Biaoco , t. 10 oneie9d.22 826 73 4^7 4 094 

Messo Bianco .so > 9 > 22 S'26 146 2.478 2.047 
Doppio Bianco a. 20 » 9 > '22 8>6 36» , 9.914 8.188 

I 

fM0€»'»uwÌani — Il rimedio per la leira d*oro è ài > ,,. per cai il titot« paò 
•Mere anche di denari 2 '*/'i«- — P«r l'ar^nto abbiamo la tolleransa della 
lefc* di 2 denari. oe«ia si poò di«eendere fino ad onci* 9 d. 320. 



10 


48 


5 


24 




.91 


— . 


45 


l 


'82 ' 



È evidente per i nostri lettori che n**l pro>petio la lira 
è rappresentata dal doppio bianco. L*ultim;i volta ciir noi 
Tabbiamo apprezzata, il bianco era al taglio di 70 y, : in 
quest*anno (1560) è al taglio di 73. E adunque discesa di un 
altro gi*adiuo da L. i!. 1.88 a L. 1,82. 

Nel 19 gennaio I5ò0 (') troviamo qualche mutamento nel 
personale della Zecca. Nel 29 agosto 155S (-) erano stati 
nominati maestri dei conii Cornelio Canonici e Girolamo Fac- 
cioli Alla data prima citata il Canonici viene revocato ed il 
solo Faccioli rimane mae:5tro dei conii con la mercede annuale di 
L. 80. Nel tempo stesso l'orefice Giacomo Stella viene nomi- 
nato assaggiatore. 

Nel 7 giugno 1560 si promulga un bando (^) con cui si 
intende di confermare alcune norme sui pagamenti. Eccoci 
a quell'altra materia dei bandi, alla quale abbiamo accennato 

(') E non nel 19 gennaio 1566, come stampava il Malagnzzi Valeri 
a psg. 79 della sua Zecca Cfr. Partiti, XXI, 131 verso. 

C) Cfr. Partfti, XXI, e. 93 r 

(') S'intitola: < Bando sopra le monete et pagamenti * ed è a 
stampa nella basta N. 910 della Bibl. Univ. 



156 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PKR LA ROMAGNA. 

più sopra. Si è detto più volte nelle precedenti Memorie che 
secondo i buoni ordini monetari, la licenza di una moneta 
spicciola calante è temperata dalla limitfizione dell'importo 
della moneta stessa nei pagamenti. E quindi pei-fett amente 
ragionevole se nel 1560 si stabiliva che i quattrini, da soli 
non potessei'o servire a pagare tutt'al più che quattro lire; 
da lire quatiro a lire venticinque il pagamento doveva essere 
fatto metà in oro e metà in argento; da venticinque lire in 
su era ammesso il pagamento per un tei'zo in oro, per un 
terzo in argento, per un terzo in quattrini e ciò qualunque 
sia la somma, salvi in tutti i casi i patti in contrario. Il 
bando spiega come per moneta di qualtHni si intendano 
tutte le monete da due bolognini in giù. Poiché questo 
bando ci si presenta come di « conferma >, vorremmo 
volentieri riferire ai lettori sopra precedenti di esso, ma noi 
possiamo dire soltanto questo : che intorno ai pagamenti 
qualche cosa ei'a stato deciso sino dall'anno 1555. In un 
volume di bandi di questo periodo che si trova all'Archivio 
di Stato noi abbiamo trovato, con data non precisa, ma del- 
l'aprile 1555, un < Comandamento > del vice-legato Ales- 
Sandro Santi che riflette per l'appunto i pagamenti. E a 
stampa e porta la parola « comandiamo » e poi un indirizzo 
in bianco per modo che fa l'effetto di una circolale. 

Le disposizioni che la circolare contiene non si accordano 
con quelle testé accennate, e perciò le riferiamo a corredo 
della storia economica di Bologna. Si può pagare, dice la 
circolare, insino a L. 20 in quattrini, da 20 a 300 lire si 
può dare un quarto in quattrini, il resto metà in oro. metà 
in argento; da 300 a 1000 lii*e '/^ in quattrini, il resto nei 
due metalli, divisi a metà per cadauno. Finalmente da 1000 lire 
a qualunque somma, la proporzione dei quattiini è ridotta a 
Vg. Questa graduazione aveva il doppio torto di esseie com- 
plicata e di non avere una base ragionevole: crediamo adunque 
che si mutasse pochissimo dopo, e precisamente per un 
bando 21 settembre 1555 che troviamo nei nostri appunti, 
ma di cui non sa[)remmo citare la fonte. Le disposizioni sui 



IL VALORE DELLA LIRA BOLOONBSB DAL 1551 AL 1G04. 157 

pagameuti sodo tali e quali quelle del 15(>0 e diremo nel 
successivo capitolo quale fosse la b<\se di ragione di questo 
sistema. 

Tornando al bando del 1560, esso dà lo sfratto a tutti i 
quattrini stranieri ed anche alle monete straniere, salvo quelle 
coniate nelle zecche degli Stati della Chiesa ('). 

Alla data del 29 ottobre ìòiiiS (*), abbiamo un bando, nel 
quale oltre alla tassazione dello scudo d*oro, che per il 
momento non ci interessa, si ribadisce il bando da Bologna di 
tutte le monete che non t'ossero bailuie né permesse nelle 
zecche delle terre immediatamente suddite alla Sede Apostolica. 
Nel ir>60 il divieto era più chiaro: « Tutte le monete d'ai'gento, 
così piccole come grandi di qualsiasi conio et impronto che 
non siano battute nelle pubbliche permesse cecche delle terre 
immediatamente sottoposte et suddite della Santa Sede Ape 
stolica >. Si bandivano anche tutti i quattrini, i sesini e le 
muraiole e le altre monete inferiori a 2 bolognini che non 
fossero uscite dalla zecca di Bologna. Le proteste del 1558 
erano adunque cadute nel vuoto. Il bando ripete anche le note 
disposizioni sui pagamenti. 

In questo periodo di tempo la nostia città doveva esseie 
flagellata altresì dalla circolazione di monete alterate e tossite, 
perchè il bando del 1563 intima a chi ne possiede di espor- 
tarle entro 10 giorni dalla città oppure di portarle alla 
zecca e agli orefici per averne moneta buona. Allo scopo di 
evitare i danni della tosatura viene disposto che si fabbri- 
chino i pesetti delle monete onde se ne possa verificare la 



(') Il bando, come usava, fu rinnovato nel 24 maggio 1561 Questo 
bando rinnovato si trova sìa nei Mss. Zanetti N. 9 e 11, sia nelT Ar- 
chivio dì Stato fra i bandi della zeccii, sia nel Ms. 141 della Biblio- 
teca Uni versi lari a. 

(-) Questo bando è a sUinpa nella basta N. 910 della Biblioteca 
Universitaria col titolo: « Renovatione del Bando sopra li scudi, monete 
e quattrini et pagamenti con aggiunte del novo ordine dtì pesar delie mo- 
nete etc. » È sottoscrìtto dal vice-legato Cesi e stampato dal Benaccio. 
La €. renovatione > è giustificata dal fatto che nel bando stesso ne è 
citato uno nn tenore del 18-19 ottobre 1562 clie però non abbiamo trovato. 



158 



R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROM AON A. 



ii»tegrità. Sempre nello stesso bando si danno alcune disposi- 
zioni sul cambio degli scudi d'oro, che viene risei^vato ai soli 
banchieri. La piazza nosti*a era infestata, come sembra, da 
certi piccoli cambiatori che si chiamavano banchiroli, ai quali 
è inlerdetto di continuare nel loro mestiere, salvochè si iscri- 
vessero nella Compagnia del Cambio prestando la cauzione 
di 2000 scudi d'oro. 

Al bando è unito il peso delle monete correnti allora in 
Bologna, peso che doveva essere l'eso pubblico per distin- 
guere le monete buone dalle alterate. Raccogliamo questi 
dati in un prospetto, dove, a maggior lume dei lettori, con- 
trapponiamo al peso bolognese Tequi vaiente in grammi e per 
di più aggiungiamo il peso in carati ed in grammi metrici 
quale sarebbe risultato dalle ultime loc^izioni di zecca. 

Ecco le cifre: 



Monete 



Piastre 



Bianchi . . . 

Gialli da 40 q 

Vj bianchi o carlini 

Gabelle 

Grossi 

Gialii romani o dello Stato 
Ecclesiastico 



Pe>*o : P'so I Pfsflgiistileiitiieioriziiii 

bolognese '| in grammi ' — ■ n — -— — 

incantti mettici in curati , in ffr.inetr. 






52 

26 

17» 3 
13 

11 V4 
17 



9.801 

4.900 

3.267 

2 452 

2.120 
1743 

3.204 



(») Per questo peso vedere p;ù sopra a pag. 150. 



52 



44 
78 



22 

^73 



13 



11 
73 



9.914 

4 957 

3.420 1>) 
! 2 478 



Dal prospetto si vede immediatamente la tenue diflerenza 
che passava fra il peso giusto delle monete ed il peso definito 
dal bando, e se è minore quest'ultimo, ciò è naturale avuta 
ragione del logoro inevitabile dei pezzi circolanti. Il nostro 
prospetto non si estende a tutte le monete, e più specialmente 
ai giulii romani, infatti noi non vogliamo fare anche la .storia 



IL VALORB DELLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604. 159 

delle monete di Roma. I giulii od i paoli di questo tempo 
avevano, secondo il Martini, un peso giusto di gr. 3.354. Se 
il Martini poi abbia computato esattamente o no. noi non 
vogliamo indagare. 

Dal prospetto ci viene confermato, che passavano per giulii 
anche quelle tali monete da quattrini 40, alquanto ostiche ai 
nostri senatori, che avevano avuto licenza di coniare, alcuni 
anni prima, trafficanti nostrali e stranieri. Questi giulii erano 
su pei' giù un terzo della lira o piasti*a che si voglia chiamare. 
Fra le monete, senza il riscontro del peso, ci sono anche 
le gabelle ed i grossi. Noi non abbiamo dnora mai incontrato 
le gabelle, nemmeno nelle ultime locazioni di zecca. 

Pur troppo c'è mancato il contratto del 1554 e non vor- 
remmo che fosse stato esso proprio ad introdurle. E certo 
che le gabelle sì trovano annoverate dai nostri nummografi, 
e nominativamente dal Malaguzzi Valeri (*), proprio sotto il 
pontificato di Giulio III (1550*1555). In ogni modo quale era 
il rapporto di valore fra la gabella e la lira? Esso risulta 
dalla proporzione: 11 y^ : 13 = x ; 5. Infatti il mezzo 
bianco o carlino del peso di 13 carati valeva 5 soldi. 

La proporzione accennata mi dà per risultato alT incirca 
.soldi 4 '/g. Il l'isultato aiitmetico coincide con documenti che 
assegnano alla gabella il valore di s. 4 d. 4 e con argomenti, 
a dir cosi, intrinseci che si possono addurre. Infatti si con- 
sideri che l'importo di s. 4 d. 4 corrisponde a 26 quattrini. Ora 
questa cifra 26 poteva avere un significato nel sistema monetario 
bolognese per il rapporto da noi altra volta discusso fra la 
lira (inargento e la lira corrente. La lira d'argento corii- 
spondeva a I. 1 s. 1 d. 8 di lira corrente, cioè a 130 quattrini, 
e per amore di questo ragguaglio si era addivenuti alla crea- 
zione di una moneta da 26 quattrini ciie rappresentava y^ della 
lira corrente, e fu la gabella. 

Essa prese il nome certamente da qualche dazio ad essa 
corrispondente, cosa non nuova perchè, ad esempio, a Firenze 
la moneta barile prese il nome dall' aver servito in origine 

(*) Zecca di Bologna^ pag. 184, nn. 7, 8, 9 ed anche il d. 12. 



160 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA 

ai pagamento del dazio di un barile di vino. Il Malaguzzi Valeri, 
come abbiamo detto, in gistra la prima gabella ai tempi di 
Giulio III, e poiché le assegna un peso di gr. 1,97, non ostante 
la lieve differenza, crediamo che egli si apponga al vero nella 
sua denominazione. Cita anche un* altra gabella di Marcelloll, 
tre di Paolo IV {') ma nessuna di Pio IV (1559-1Ò66), cioè 
del periodo di cui ora ci occupiamo. 

È possibile che dalle gabelle si svolgessero anche le ntezie 
gabelle; ma in questo pi*ospetto del 1563 esse non figui*ano. 
Questo avvertiamo perche il Malaguzzi come abbiamo veduto, 
ne registrò una (*). 

Dopo di che, ci riserviamo di fare, molto presto, più in- 
tima conoscenza colle gabelle e con la loro rispettiva metà. 

Rimane a dire dei grossi. 

Da quando il grosso, temporibus iliis, era stato una specie 
di denaro che rappresentava dodici denari piccioli, era venuto 
via via mutando di significato e nel perìodo di che discorriamo 
i grossi erano a Roma la metà del giulio, e quindi la sesta parte 
del testone che era di 3 giulii. Posto che il testone valeva 
s. 30. il grosso valeva s. 5. \ Bologna però, siccome il giulio 
era di 40 quattrini, è giuocoforza ammettere che il grosso 
valeva quattrini '^0 (s. 3 d. 4). 

Il grosso era, per questo, anche esso fra quelle tali monete 
eccezionali che si lasciarono coniare nel 1551. 

La tavola a pag. 158 ci dice come esso pesava gr. 1,743, 
e probabilmente doveva pesare di più, perchè abbiamo già 
spiegato, come quella tavola, dovesse contenere i pesi minimi 
tollei'ati. Ora il grosso dì Roma pesava invece, secondo il 
Martini, gì*. 1,677. 

Questi nostri grossi erano dunque coniati con troppa gene- 
rosità? Niente affatto: si deve badare alla lega che eia in 
Roma (li 0,917; in Bologna di 0.819. Facendo i computi si ha: 



(}) Lo stesso autore (a pag. 807, ed al n. 3 di Papa Paolo IV) registra 
una moneta con la denominazione « bianco o lira ». Il peso è realmente 
quello di un bianco, ma il bianco era la metà della lira. 

(*) V. nota 1 a pag. 151. 



IL VALORE DBLLA LIRA BOLOONBSB DAL 1551 AL 1604. 161 

Grosso di Roma g\\ l.f577 X 0,917 = 1,537 grammi di 
argento tino. 

Grosso di Bologna gr. 1,743x0,819 = 1,527 grammi di 
argento fino. 

VI era adunque perfetta equivalenza, e da questo lato le 
cose corrono lisce. Se poi avvertiamo che le monete da 40 
quattrini coniate nel 1551 pesavano gr. 3,42 a lordo: il grosso 
avrebbe dovuto pesare gr. 1,71 ed il peso segnato nel bando 
appare eccessivo. Ma su questa divergenza, non grave, non 
sapremmo che dire, tanto più che è tempo di finirla con Teditto 
del 1563. 

La connessione degli argomenti ci ha fatto abbandonare la 
successione cronologica dei fatti. Ritorniamo un pò* indietro, 
cioè al 22 dicembre 1562. 

Sotto questa data la zecca fu di nuovo locala a Paiolo del 
fu Oriente Canonici. L'atto rogato da Evangelista Mattuiani 
trovasi nell'archivio notarile. La locazione dipende da un 
Partito del 19 dicembre 1562 (') e il rogito si intitola « Lo- 
catio cecchae 1563». Ad un certo punto delTistrumento si 
trova la seguente clausola, che traduciamo dal latino: «Qui 
si inseriranno i c«apitoli in volgaie della concessione di zecca 
precedente, fatta allo stesso Paolo Canonici il 17 gennaio 1500 ». 
La clausola è troppo chiara e posssiamo fortunatamente riman- 
dare il lettore alle stipuUizioni che già conosce. Nel contratto 
agiscono per il comune Filippo Carlo Ghislieri, Cesare Bian- 
chetti e Francesco Casali. 

La locazione doveva dui'are dal 1 gennaio 1563 al 31 de- 
cembie 1565. La cauzione di 8000 scudi awW m awo è 
sempre prestata dal Gandolfi della parrocchia di S. Lorenzo 
dei Guerrini. 

Abbiamo veduto che, per condizione espressa, gli zecchieri 
non potevano coniare moneta spicciola senza l'autorizzazione 
del governo. Nei Partiti di quest*epoca figurano perciò di quando 
in quando coteste licenze, e volendi) chiudere questo capitolo 

(») Partiti, XXI, e. 23 v. 



162 R DBPUTAZIONH5 DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

col pontificato del santo papa Pio V che sedè sulla cattedra 
di Pietro dal 1565 al 1572, raccoglieremo a questi Pai-titi dal 
1565 in poi : 

1565, 29 ottobre - Concessione a Paolo Canonici di coniare 
per uso pubblico denarini piccoli sino alla somma di scudi 25. 
(Parliti XXII, e. 96 r.). 

1567, 28 giugno - Concessione di battere quattrini insino alla 
somma di scudi 1000 {Partiti XXII, e. 134 r.. Mandali 
XXX, e. 485 V.). 

1572. 5 decembre - Si ordina di coniare 3000 scudi, parte in 
quattrini, pai'te in moneta bassa del valore di 12 e 6 quat- 
trini, ossia da 2 e da 1 bolognino, ad arbitrio dei Sigg. 
Assunti di zecca (Partiti, XXIII, e. 93 r.). 

Quest'ultimo Partilo è l'unico che allude a monete erose 
e multiple del quattrino, cioè alle muraiole da due soldi (doppie) 
e da un soldo (semplici) che formano tanta parte della nnnuia 
cii'colazione nei tempi successivi. 

Con queste notizie noi siamo andati più in là del 18 ago- 
sto i567 (') in cui il Senato dispone per una nuova locazione 
della zecca. Si nominano i soliti Assunti col titolo romana- 
mente pomposo di Quadrumviri monelales, e sono Romeo Fo- 
scherari, Vincenzo Campeggi, Giovanni dall'Armi e Alessandro 
Gozzadini (*). Il contratto venne stipulato il 5 settc-mbre 1567 
pei* mano del notaio Rinaldo Mattuiani {^). La città era retta 
dal Legato Giambattista Doria ed era Gonfaloniere di Giusti- 
zia Vincenzo Maria Bargellini. Lo zecchiere è sempre Paolo 
Canonici e noi sti-alciamo dallo strumento la parte che riflette 
le monete espressa come segue : 



(*) Questa è la data del Partito non del contratto. Cfr. in contrario 
Malagnzzi Valeri, pag. 79. 

(') Cfr. Partiti, XXII, e. 138 v. 

(') li testo di esso si trova nelTArch. di Stato, Zecca Mise. B.* 23 
e nel Ms. N. 11 dello Zanetti a pag. 2(>0. 



IL VALORE DBLLA LIKA B01ji»GNE«B DAL 15Ò1 AL 16'H. 1€3 

< Monete d* oro da intiere id Cecxa cou li ^uoi rimedii: 

Scudi d^ oro che si cararaono 'ii «Veca teiiiranno di fiuo dfuari 
vintidui o almeno vera inno ft *' ,^ per ouza che ne r?>ia un «sde- 
cimo di rimedio. Saranno a u.* l«il* per libra. 

Mezzo S'iili alia .«oprascrip'a ratrione a u.* 218. 

Monete d'argento con li p^joì rime-ii! 

Bianchi da «>ldi x T un'», vnimnn*» li nun onze n-tvt* denari 22 
almeno denari 2(1 per libra e;.e ne restano denari dui lii rimedio 
a beneficio del cecchienn saninno a numero 7:^ senza alcun rimedio 
del pesò, vaiera uno soldi x. 

Et COSI li mezzo biam-hì K doppi bian^^hi alla sopra-scripta 
ragione. 

Gabelle a a/ 1»>8 ' , e mez/u jjit^eile a numero 'Si7 per libra. 

Et non po.<*i ii cecc-hi»fru in mi>do a! cu no battere altra sorte 
m*>uete ne sesini, ne qu:it trini, ne ni<»ne'a . as<a, senza espresita licenza 
ottenuta per leì^ittimo jiarti'o da./ 111. re rtru';i:i mento >. 

(Juesta flesf i/iohe forma il tesio dei tiae articoli :^0 e 21 
del contratl'), e non vaie la jtena di citare »ili altri perchè 
fo:<giati sul solilo t pj eie C'u.osciam*) 

.\cceiint'r«*mo latt'.il j»iu che per ubicazione della Ze» ca 
e indicata la \ia delh* Clav.iUire e che il CiMitratto doveva 
tlurar** «lai 1.* nov«*int»re 1567 al 31 dicembre 1572. 

Volen-lo commentare il brano più s.)pra riferito, nulla è 
a dire intorno agli scudi che non abbiamo ahre volte detto, 
ne vi ha novità rispetto ai Bianchi, ai multipli e sotto mul- 
tipli di essi. Sono [teió nel testo riportati due altri elenienti 
di studio cioè le gabelle e le mezze gabelle eh** se non ci 
sono del tutto nuo\i. pure meritano qualche rifle^^ioiie. Per 
le gabelle, nel noto baniio del 1503. ab}):amo trovato il 
pesoili carati 11 y^, queste che ora ci si presentano, sopra la 
ba^t* di 1920 carati per libbra, risulterebbero di cin ati 11 "*/., 
le mezze jrabelle a carati 5 *'• j^,. Quanto al peso metrico, 
possiamo attribuire alle mezze gaf)elle un pe^o b»rilo di irrammi 
1,073, alle fjabelle di j;r. 2.140. II valore di cotestc moiielucce ci 
potrii risultare dal fino clie contenevano. Piesa per base la lej^a 
bolognese di 0,819 e moltiplicandola [)er il [jcso lordo testé 
calcolato, il fino d'dla :;;ibi»Ila e di gr. 1.757; quello delle mezze 



164 K. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

gabelle di gr. 0,879. E' facile il dedurne senz'altro che ogni 
gabella corrispondeva a L. it. 0,39. | 

Siccome la lira rimane immutata in L. it. 1,82; cosi si 
può calcolare che il quattrino (la 120.* parte di esso) fosse ■ 

eguale a L. it. 0.01516. Questa cifra moltiplicata per 26 mi 
dà L. it. 0,39; e con questo computo confermiamo T argo- 
mentazione che abbiamo fatta a suo tempo per attribuire alle 
gabelle l'equivalenza con 26 quattrini. 

Nel 10 ottobre 1567 troviamo un editto (') il quale prò- i 

clama che il peso dello scudo d' oro può ragguagliarsi a ca- 
lcati 17 Vg. i 

Questo risultato veramente non è preciso, eccede di una j 
piccolissima frazione perchè il ducato era esattamente ca- 
rati n ^ ^^Q^. In ogni caso il valore di questi scudi è deter- 
minato in bolognini, ciò che pei' il momento non e' interessa. 
Ma merita invece attenzione la norma per cui ad essi scudi viene 
attribuito una denominazione di scudi d'oro di zecca E* ammessa 
anche la circolazione di scudi d'oro con peso minore, non 
inferiore però a carati 17 y^. ma questi, naturalmente valutati 
meno, dovevano chiamarsi scudi correnti. I pagamenti stipulati 
in scudi d'oro in oro si potranno fare ad arbitrio con la prima 
o colla seconda qualità di scudi, ma aggiungendo, nel secondo 
caso, in bolognini, il disaggio della differente valutazione. 

Questo editto ne ebbe per conseguenza un altro del 23 ot- 
tobre dell'anno medesimo (') il quale parte dal fatto che la cir- 
colazione concessa degli scudi inferioi*i a carati 17 V^ ^^^ 
tornava a beneficio del pubblico perchè questi scarseggia- 
vano nella circolazione. Erano invece più frequenti gli scudi 
d' oro del peso di carati 17 Vg e si stabili nell' editto che questi 
fossero i correnti^ con un valore di bolognini 1 \\ in meno 
di quelli dì secca. 

(^) Questo bando che troviamo nel ms. n.** 408 della Bibl. Univ. è 
intitolato: < Bando sopra la valuta et il corso delli scadì di oro et delle 
monete e quattrini et pesi et altri capi ». Si trova anche a stampa nella 
Mise. Arcb. Not. 

(*) Nel ms. della Bibl. Univ.. n.** 408 il bando sMntìtola: « Bando 
della riforma delli scudi d'oro ». 



IL VALORK DBLLA LIRA BOL0OMB8B DAL 1551 AL 1604. 165 

Per provvedere alla povera gente, nel 12 dicembre 1567, 
veniva pubblicato un terzo bando che porta per titolo « Bando 
sopra li pubblici appesatori dei scudi » ('). Non potendo 
i poveri, sia che pagassero, sia che ricevessero scudi, riscon- 
trarne il peso e potendone nascere frodi in loro danno di 
varia maniera, il governatore Giovanni Battista Doria, d' ac- 
cordo con tutte le solite autorità, istituiva € li appesatori 
pubblici de* scudi », che furono Virgilio Balzani orefice e Gia- 
como Molino banchiere. Essi dovevano risiedere uno in via 
Orefici, l'altro sotto le volte dei Pollaroli, presso il bicchic- 
rarOy ossia al principio dell' attuale via Ugo Bassi, e dovevano 
determinare il peso e la valuta degli scudi nei limiti da bolo- 
gnini 83 V, ^ 85. Quelli che valessero meno, per maggiore 
difetto di peso, erano esclusi dalla circolazione. 

Un argomento che si lega assai da vicino con quello della 
moneta è l'argomento delle lettere di cambio. ÀI punto in 
cui siamo giunti del pontificato di Pio V troviamo a Bologna 
un ceiHo movimento legislativo intorno a questo importante 
titolo di credito. E* naturale che il santo uomo che teneva 
allora la cattedra pontificia avesse un certo odio per le cam- 
biali e specialmente per le cosi dette cambiali secche (cambia 
sicca) le quali servivano a mascherare l'usura, tanto invisa 
alla Chiesa, e ad opprimere le persone inesperte col rigore 
particolare del contratto di cambio. Il cardinale Alessandrino 
quindi, a nome del Papa, mandava da Roma al nostro gover- 
natore Doria, l'ordine di provvedei'e agli abusi delle cambiali 
stesse. Il Doria non ci pensò più che tanto ed al 22 maggio 1567 
promulgò una « Constitutio ab Ill.mo et Rev.mo D. Ioanne 
Baptista Doria Bononiae Gubei*natore, edita etiam de spetiali 
mandato S D. N. Pii Papae V super litteris Cambii et earum 
usu » ('). 

Noi non vogliamo, né dobbiamo analizzate questo documento, 
ma ne raccogliamo la memoria per quella storia economica 

(I) Raccolto Bandi 1534 al 1577 in Arch. di Stoto. 

(*) Qaesto costitazìone sì trova air Arch. di Stoto in ana raccolto 
di Bandi (tomo II n. 74 ) dal 1534 al 1567; è stompato « Bononiae, ex ofiì- 
eina Mercariana Joannis Rossii in via S. Mammoli, 1567 ». 

11 



166 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

di Bologna, alla quale, bene o male, diamo il nostro modesto 
contributo. D* altra parte la sostanza del documento è sem- 
plicissima. Le cambiali servivano a vergognosa usura, se ne 
abusava a danno delle donne e della gioventù, a danno degli 
imprudenti e dei necessitosi, si proibiva adunque a chi non 
fosse mercante o banchiere di servirsi delle cambiali; si pu- 
niva chi operasse in contrario ed anche i giudici che accor- 
dassero la protezione del diritto a simili titoli. 

Mentre così provvedeva il governatore, il Senato nel 27 
novembre dell'anno successivo, prendeva una deliberazione 
non troppo chiara, a dir vero, ma del seguente tenore (*): 

Die Sabbati 25 novembris 1568. 
(Omissis), 

RuB. Auctoritas prò introducendo cambio Bononiae. 

Item, existimantes nedum utile sed valde honorificum fore buie 
civìtati, si in ea nundinae ac commertia hominum diversarum 
nationum et negotiationes pecuniariae vulgo il cambio nuncupatae 
introdueerentur eo modo quo et prout Lugduni, Venetiis, Floreniiae 
et in alìis locis et urbibus insignìbus introductae sunt, 

Ad quam rem exequendam cum necesse sit aliquem externum de 
huiusmodi arte et negocio peritum et instructum reperire et condu- 
cere qui formam ac regulam et normam super inde in hae ci vitate 
tenendam tradat et demonstret, quod quìdem sine aliqua publica 
impensa fieri non potest, 

Ideo ne tam saluberrimum opus ìmperfectum relinquatur, aucto- 
ritatem et facultatem summam dederunt magnificis Viris Senatoriis 
Co. Nicolao Ludovisio, D. Cornelio Malvaticeo, D. (^aspari Grasso et 
D. Marcantonio Volteio, si ve eorum majori parti una cum III. D. Ve- 
xillifero Justìtiae tractandi et perficiendi huiusmodi negocium et de 
aerarii pecuniis expendendì, tribus annis tantum, scutatos aureos 
quinquagintaquolibetanno erogandos in conducendo aliquem externaro 
de huiusmodi materia peritum. Contrari is etc. 

Factum S. C. per suff ragia 28. 

A che cosa mirava il Senato con questa deliberazione? 
L'espressione volgare e il cambio » spiega poco: si sa che 

0) Partiti. XXII, e. 188 r. 



IL YALORB DBLLA LIRA BOLOONB6B DAL 1551 AL 1604. 167 

il cambio è il corso delle cambiali fra piazze diverse e questo 
si stabilisce da sé. Tutt'al più il Senato Bolognese avrebbe 
potuto desiderare che esso venisse fissato, poniamo, in un 
listino; ma a questa pratica pote^rano pensare i privati o, come 
usava allora, l'azione corporativa della società dei banchieri 
e dei mercatanti, non una commissione di Stato. L' accenno 
alle nundinae ed alle diversae nationes potrebbe far pensare 
alle famose fiere dei cambii che tanto lustro dettero a qualche 
città, anche italiana, ma non fra quelle citate dal documento. 
Nemmeno può trattarsi dell* istituzione di una Borsa di Com- 
mercio perchè di questa non conosciamo traccia in Bologna. 
Conchiusione : in dubiis abstine, giusta il vecchio dettato. E 
noi dobbiamo pur lasciare qualche cosa da fare anche ad altri. 
Abbiamo sulle braccia una matassa abbastanza arruffata per 
assumerci nuovi rompicapi. Nondimeno per contribuire alla 
istruttoria della questione, per esprimerci con Y eleganza sac- 
cente del giorno, soggiungeremo che al S. C. citato ne segui- 
rono due altri che si occupano dell* argomento del cambio e 
sui quali il riferire ci è tanto più imposto in quanto il secondo 
è in una connessione molto intima coli' argomento principale 
dei nostri studi. 

La prima deliberazione in data 20 dicembre 1568 è inti- 
tolata « Approbatio capitulorum cambii » (^) ed è del seguente 
tenore : 

Item approbaverunt ac rata et grata babuerunt per suffragia 30 
oapitula super negociatione pecuniaria vulgo cambio in bac civitate 
introducendo et exercendo a R.mo D. Gubernatore subscripta etc, in 
Senatu. recitata in omnibus et per omnia prout in eis continetur. 
€ontrariis omnibus amotis et sublatis. 

Se stiamo alla lettera bisognerebbe credere che ì com- 
missari del Senato e quel tale perito straniero avessero com- 
piuto ed esaurito la loro missione. Ma non rompiamo quel 
voto di astinenza che ci siamo proposti, e saltiamo di pari 

(») Cfr. Paftiii, XVII, e. 191 v. 



168 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

passo al secondo Partito che è del 25 febbraio 1570 (*) esso 
si intitola ^ Àpprobatio capitali super solutionibus cambii 
reali s », 

Esso suona come segue: 

Itera approbaverunt per suffragia 33 ex auctoritate Ill.mi D.ni Le- 
gati capitulum Duper a mercatoribus bononiensibus mature digestum 
in Senatu exìbitum ac de verbo ad verbum recita tum super solu- 
tionibus cambii realis et litterarum cambii sub nomine scutorum 
aureorum in emporio, seu foro cambii huiusce civitatis in monetis 
argenteis faciendis in omnibus et per omnia prout in eo continetur: 
Quod utpote necessarium prò beneficio publico et ne scuti aurei 
valor augeatur provisurum aliis capitulis praedicti cambi pubbli- 
candis et edendis addi et de caetero penitus invìolabiliter observari 
decreverunt et mandarunt, contrariis omnibus amotis et abrogatis. 
Cuius capituli tenor sequitur: che per li pagamenti de cambi reali 
che qui si cambieranno, sotto nome di scudi d*oro in oro di zecca, 
et parimenti per li pagamenti delle lettere di cambio le quali saranno 
state fatte altrove per Bologna che cantino (sic) in scudi d*oro in 
oro di zecca sia lecito al pagatore invece di scuti d' oro in oro di 
zecca a pagare la valuta a ragione di Bolognini ottantacinque per 
sento dando o scuti d' oro correnti per il pretio che correranno overo 
tanta moneta d'argento, con questo che le monete d'argento basso 
come muraiole y holognini^ sesini e quattrini non s' intendano sotto 
nome di moneta d' argento, ma sieno esclusi da questi pagamenti. 

Quando verrà T illustiatore del cambio in Bologna, da noi 
invocato, allora egli ci saprà dire, come, cosi presto, dopo la 
nomina del famoso esperto straniero, potesse il governatore 
presentare al Senato una legge sul cambio, e perchè se questa 
legge è quella sul cambio reale non fosse ancora pubblicata 
nel febbi'uio 1570 in modo da potervi inserire l'aggiunta 
che i nostri fedeli lettori hanno letto poco fa. Per parte 
nostra prendiamo atto, per ora, del valore dello scudo d' oro 
inserito in questo Partito, della terminologia ufficiale degli 
scudi che in esso pure comparisce, e finalmente di una norma 
per i pagamenti che esclude nei pagameni cambiari fra le 
altre città e Bologna i quattrini. 

(i) Pariiii, XXIII, e. 13 r. 



IL VALORB DBLLA LIRA BOLOQNB8B DAL 1551 AL 1604 169 

Ma in questo stesso giorno il Senato continuando a deli- 
berare soggiunge qualche altra cosa a proposito di questo 
episodio. Ecco lo parole testuali : 

« Item quae quìnquaginta scuta aurea annua per trìennium tantum 
de pecnniis publicis àerari decrevit Senatus S. C. facto die 27 no- 
vembrìs 1568 eroganda in conducendo aliquo exte no negotiationum 
pecuniariaruni vulgo camhii realis perito ea huius S. C. vigore (cum 
neminem externum tani modica mercede et provisione inveniri et con- 
duci posse admodum difficile iudicetur) declararunt et mandarunt per 
suff ragia 32 solvi debere eodem modo et forma per idem triennium 
presenti anno incoandum ratam partem quolibet mense iis duobus 
prosonetis (sic) Bononiensibus vulgo sensalibus, utpote ad huiusmodi 
mnnus aptis et idoneis a mercatoribus electis vel eligendis. Con- 
trari is etc. 

Non si era dunque trovato il perito straniero per T atti- 
vazione del cambio e si era ricorso a due sensali bolognesi. 

Noi possiamo soggiungere per i nostri lettori che si chia- 
mavano Taddeo Cavallino e Bartolomeo Santa Maria. Esiste 
infatti un mandato (*) sopra il Ghislierì, depositario allora 
della Camera, per il pagamento di una prima rata di 50 scudi 
alle due persone accennate che vengono intitolate « sensali 
della piazza del cambio reale di questa città ». La seconda 
rata del triennio venne pagata il 3 gennaio 1571 pei'chè cosi 
è registrato in margine del mandato citato in nota. Laterza rata 
doveva scadere nel 1572 ma nulla risulta dai mandati disor- 
dinati del tempo; né troviamo in seguito altri Partiti che si 
occupassero altrimenti di questa istituzione e dei suoi ese- 
cutori (*). 

Mentre noi ci perdavamo nei misteri del cambio reale la 
nostra zecca subiva un'importante fase della sua esistenza 

0) Mandati^ XXXI, e. 3 recto. 

(*) Sempre col desiderio che altri riprenda l'esame di questo argo- 
mento raccogliamo anche questa notizia del Guidictni (Cf. Cose notabili, 
ìli, 303): « Nel 1569 Pio V ordinò rego]am«nti per le lettere di cambio e 
fissò il portico davanti alT ospedale della Morte per loggia del cambio 
ordinando che detto portico dovesse dirsi Loggia del cambio ». 



170 R. DBPUTAZIONfi DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

perchè nel 14 gennaio 1569 il gonfaloniere di giustizia e gli 
assunti pensavano a trasferirla dalla sua sede bentivogliesca 
della via Clavature ad altra località nella via medesima, in 
un edifizio eh* era stato per i tempi passati un'osteria all'in- 
segna del Leone. Ma di ciò basti il ricordo, poiché ne ab- 
biamo ragionato con ogni particolare nella prima di queste 
nostre Memorie (*). 

Avendo raggiunto passo a passo l' anno 1572, in cui al 
primo maggio mori la Santità di papa Pio V, siamo arrivati 
al limite estremo proposto al presente capitolo. 

Tuttavia prima di finire vogliamo tener conto anche di 
una deliberazione del dicembre dell'anno 1569 (*) colla quale 
i mercanti che portavano argento in zecca erano liberati dal 
pagamento del saggio. La città nostra, come affermava il Se 
nato, si era sempre studiata di indurre i mercanti forestieri 
a fornire alla zecca metalli preziosi. Ora la percezione di un 
diritto di saggio poteva essere d' ostacolo a questo afflusso 
dei metalli. 

D'altronde, siccome Paolo Canonici, lo zecchiere, scapitava 
di un tanto per questa esenzione, il Senato, con la stessa 
deliberazione, gli condona 5 quattrini per libbra d'argento sui 
diritti che egli doveva pagare alla Camera. 

II. (XXXVi). 

Il yalore < in oro > della lira bolognese dal 1551 al 1572. 

Abbiamo già detto come dal 1552 in poi noi disponiamo 
di notizie continuate sul corso dello scudo d'oro in Bologna. 
Lo scudo d'oro è coniato sopra basi fisse; il corso ne è 
espresso in bolognini, cioè in ventesimi di lira, per cui i 
nostri lettori intendono e sanno già il profitto che ne abbiamo 
ritratto per questo nostro studio. 

(*) Cfr. Il valore della lira bolognese dalla sua origine alla fine dei 
secolo XF, pagg. 145 e segg. (ediz. a parte). 
(') Partiti, XXIII, e. 6 v. 



IL VALORE DELLA LIRA B0L00NB8B DAL 1551 AL 1604. 171 

Nel 1550, alla chiusura del periodo precedentemente illu- 
strato, noi abbiamo lasciato lo scudo d' oro a bolognini o 
soldi 80, che è quanto dire che equivaleva a 4 lire bolognesi. 

Le informazioni continuate dal i552 in poi si trovano 
nella Bibl. Univ. (Ms. 141 al n. 9), e provengono da spogli 
del Can. Amadei. Esse finiscono con Tanno 1654, cioè si 
arrestano ad un editto pubblicato in quell'anno (25 ottobre) 
dal legato Lomellini, editto che è slato anche il termine che 
noi abbiamo fissato per ora, come si disse, alle nostre ricerche. 
Dopo il 1554 è possibile riscontrare 1* opera dell* Amadei 
con dati congeneri riassunti dal nostro autorevole nummo- 
grafo, lo Zanetti (*), e poiché V uno e V altro attinsero dai 
bandi contemporanei, noi ci studiammo di consultare anche 
questa fonte ormai abbastanza frequente, ed in ogni caso 
diretta ed ufficiale delle notizie a noi occorrenti. Non ave- 
vamo certo per i periodi anteriori cosi agevole e copiosa 
scorta di documenti, ci lusinghiamo quindi di procedere più 
speditamente. Se ci avverrà di allargare con qualche altro 
particolare la ricerca, il benevolo lettore lo metta in conto 
del nostro desiderio di fornirgli qualche notizia di fatto che 
completi e concreti le notizie di diritto, e di portare, nella 
materia arida, qualche movimento vitale dell* epoca che 
percorriamo. 

Intanto da queste premesse si ricava che per Tanno 1551 
siamo senza informazioni; però fortuna vuole che ci possiamo 
giovare di una notizia che T operoso Malaguzzi Valeri ha 
ripescato nei giornali del Convento di S. Domenico (*). In 
questi giornali è registrato che que* frati pagarono nel 20 
giugno 1551 ^^t scudi d*oi*o a Mastro Antonio Terribilia 
cioè L. 24. Si continua dunque a L. 4 per scudo ed a L. 4 
era pure lo scudo nel 1552, come attestano le notizie del 
Can. Amadei. 



(^) Nel ms. segnato n. 11, pp. 160 e segg. nella Biblioteca Comu- 
nale del r Archiginnasio, che citiamo nna volta per tutte. 

(*) Cfr. la splendida opera del citato autore : L* architettura a Bo- 
logna nel Binaseimento^ Rocca S. Casciano, Cappelli, 1899, pag. 199. 



172 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Col 1555 gli appunti dello Zanetti incominciano, e regi- 
strano che lo scudo è sempre del valore di L. 4. Si può 
dunque affermare che questo ragguaglio vaie per tutto il 
primo quinquennio del nostro periodo. In ogni modo, ad esa- 
beranza, vogliamo riferire ai lettori che nel 23 giugno 1553, 
dovendosi pagare ducati sei ad Alberto Tossignano, che era 
forse il causidico del Comune, gli si pagarono L. 24 ('). 
Quanto al 1554, possiamo raccontare ai lettori che il conte 
Gualtierotto do* Bianchi durante la sua vita doveva essersi 
trovato a corto di quattrini, ma non a corto di figliuole, 
perchè ne aveva sei da marito. Nel 17 novembre 1550 il 
Senato si era impietosito del Conte Gualtierotto e gli aveva 
concesso 600 scudi d*oro di sussidio per maritare le figliuole. 
Nel 20 marzo 1554 il conte era morto, ed i suoi eredi ave- 
vano forse pagato del proprio la dote a madonna Orsetta che 
era la quinta figliola. Fatto sta che a questa data si ordina 
al depositario della Camera di pagare ai detti eredi scudi 
cento, che sono poi ragguagliati a L. 400 (*). Ed abbiamo 
dell'altro. L'otto agosto 1554 vengono pagati scudi 160 d'oro 
al conte Ercole Malvezzi ambasciatore a Roma, per sua prov- 
visione o s^tipendio di due mesi, e vi è il ragguaglio a L. 640. 
Anzi vi è di più: al pagamento sono aggiunte L. 6 s. 8 per 
il cambio. Ora la ragione del cambio era di scudi 1 per 100 
lire, ed un computo troppo facile convince che lo scudo era 
valutato a L. 4 (^). 

Finalmente il 18 dicembre 1554 il cancelliere del Senato. 
Vincenzo Mattuiani, riceve la solita gratificazione natalizia di 
10 scudi d'oro, che vengono ragguagliati a L. 40 (*). 

Noi abbiamo riferito nel capitolo precedente che nel 21 
settembre 1555 si promulgò un primo bando sui pagamenti, 
secondo il quale fino a L. 4 si poteva pagare in quattrini. 
Lasciando da parte le altre disposizioni di quel bando, questo 



(0 Cfr. Mandati, XXX, e. 331. 
(') Cfr. Mandati, XXX, 349 v. 
(») Cfr. 3randatf, XXX, 348 r. 
(<) Mandati, XXX, e. 353 v. 



IL VALORB DBLLA LIBA BOLOQNBSB DAL 1551 AL 1604. 178 

limite di L. 4 apparisce ragionevole. Lo scudo d'oro, rappre- 
sentando per l'appunto L. 4, veniva a costituire il criterio 
distintivo dei maggiori pagamenti, al disotto del quale si 
ammetteva la moneta spicciola, al disopra conveniva ricorrere 
a moneta più nobile. 

Finalmente il valore in lire quattro dello scudo d'oro è 
prima della fine del 1555 avvalorato anche da un bando 
del 2 novembre, che tassa anche altre moneto d'oro, come 
gli zecchini di Venezia (L. 4.10), gli ungari, i ducati d*oro 
larghi, i ducati della navicella, gli scudi del sole e molte 
monete d' argento (*). 

Dopo tutte queste premesse, dato lo scudo d* oro a L. 4 
nel quinquennio 1551-1555, la lira bolognese può essere rag- 
guagliata a L. it. 2.66. 

Negli anni 1556 e 1557 lo Zanetti attribuisce allo scudo 
d'oro il valore di L. 4 s. 3. Ma noi abbiamo nell'll aprile 
1556 un mandato (*) di scudi 66 % s. 13 d. 4, rilasciato a 
Giovanni Àldrovandi per più rate sulla sua provvisione come 
oratore in Roma e la somma é ragguagliata a L. 266 s. 13 d. 4. 
Si può agevolmente dedurre che lo scudo valeva sempre 4 lire. 

Per l'anno successivo (1557) ricorderemo un contratto 
del 6 febbraio in atti del notaio Cesare Vallata Rossi, in cui 
si legge: e prò pretio et afifrancatione scutorum octingentorum 
triginta duorum auri in auro de Italia, qui nunc faciunt 
summam librarum trium mille trecentarum vi^inti octo bono- 
ninorum monete currentis » ('). Se 832 scudi erano 3328 lire, 
essi tornano ciascuno a 4 lire. 

Per il 1558 lo Zanetti porta lo scudo d' ero al valore di 
L. 4 s. 3, ma il valore rotondo pare che avesse sempre il 
sopravvento, se ancora nel 12 novembre 1559 si largisce una 
delle solite strenne al tabulario del Senato per l'importo di 
dieci scudi, col ragguaglio di L. 40 (*). 



(*) Il bando ò a stampa nella Mise. Arch. Not 

(S) MandaU, XXX, e. 368 r. 

(') Argelati, Tomo IV, pag. 321. Cfr. anche Zanetti nel Ma. n. 6. 

{*) Partiti, XXI, e 124 v. 



174 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA POR LA ROMAGNA. 

Nel 29 dicembre di quell' anno questo ragguaglio ci è 
confermato. Il Senato nel 29 ottobre 1557 aveva chiamato a 
Bologna come professore di lettere greche e latine Francesco 
Robertelli, che si era già reso insigne in questi insegnamenti 
sulle cattedre di Pisa e di Padova. La condotta era stata 
fissata per un decennio, dal novembre 1557 al novembre 1567, 
e si era assegnato al dotto umanista uno stipendio di lire 
bolognesi 1200 per il primo, lire 1400 per il secondo quinquennio. 
Poco dopo, nel 19 novembre 1557, il professore era stato 
esonerato anche dalle imposte per sé e per la famiglia, e 
specialmente dalle imposte delle porte, delle moline e dello 
scarmigliato. Finalmente nel 29 dicembre 1559, cioè al punto 
a cui siamo giunti co* nostri ragguagli, sembra che il Kobertelli 
volesse essere rassicurato contro lo scadere eventuale della 
lira bolognese, perchè il Senato dichiara espressamente che 
le L. 1200 del primo quinquennio sono lo stesso che 300 
scudi d'oro; le 1400 successive lo stesso che scudi 350 ('). 
Il ragguaglio è sempre di 4 lire, ma le precauzioni del 
Kobertelli sono sintomatiche e vogliono significare che la 
lira minaccia di discendere rispetto ali* oro. 

Per il 1560 lo Zanetti afferma che lo scudo d'oro valeva 
L. 4 s. 3, ciò che non possiamo contraddire, nemmeno col- 
r argomento, che rinnovatesi in quest* anno le disposizioni 
sui pagamenti, si mantenne sempre a lire 4 il limite massimo 
del pagamento in quattrini. 

Infatti questo limile è mantenuto anche nel bando 24 
maggio 1561, che ragguaglia espressamente lo scudo d'oro a 
83 bolognini. Questo ragguaglio ci dà la lira bolognese a 
L. it. 2.52 considerando che lo scudo era disceso a it. L. 10.48, 
come risulta dal prospetto a p. 155 ed aggiungeremo il soldo 
a L. it. 0.126, il quattrino a L. it. 0.021. 

Abbiamo dato questi particolari, perchè nel 1560 ci siamo 
incontrati in un documento economico di una certa impor- 

(*) Partiti^ XXI, ce. 66 v., 72 r., 127 y. Per aggiungere al vantaggio 
economico la decorazione morale, il Senato nello stesso giorno conferì 
al Robertelli anche la cittadinanza bolognese. 



lU VALORE DBLLA LIRA BOLOONBSB DAL 1551 AL 1604. 175 

tanza, che ie cifre qui sopra addotte giovano ad illustrare. 
Ài 13 maggio 1560 era venuto a governare Bologna il pre* 
lato romano Pietro Donato Cesi, vescovo di Narni, ed ai 15 
ottobre di queir anno pubblicava una « Provvisione contro li 
monopolii et sopra le mercedi de le opere et preci de alcune 
robbe del vivere » ('), di cui ci vogliamo occupare a corredo della 
nostra ricerca principale. Il bando è preceduto da un proemio 
del seguente tenore: 

€ Poiché la benignità del Signor Iddio si è compiaciuta di far 
passare quei tempi di carestia O per li quali si tollerava a ciascuno 
il sopraponere non solo i preci i alle robbe ma anco alle opere et 
massimamente a coloro a' quali col ritratto delle loro fatiche con- 
venia sostenere sé et le fami He. E' parso conveniente cosa a Mon- 
signor Reverendissimo Vice-legato e et farli bora 

la necessaria provvisione riducendo li preci et mercedi alla tassa e 
modo infrascritto > 

La tariflfa è molto estesa e vi abbiamo annoverato 47 arti- 
coli, dei quali 7 soli riguardano i prezzi di merci; gli altri 
invece contengono un listino di salai^ii. Certo si sarebbe potuto 
desiderare maggiore ampiezza nella prima parte per migliore 
illustrazione della seconda, ma Monsignor Cesi ha fatto tante 
altre cose belle a Bologna, che sarà meno male non ci abbia 

(!) € Pabblicato in Bologna alli XV ottobre MDLX ». Si trova in 
una Raccolta di proclami e bandi di qaeBf epoca nelT Arch. di Stato, 
sia in un voi. segnato tomo A, 1, a pag. 336, sia in altro segnato A, 2, n. 71. 

(*) Salle vicende annonarie della città di Bologna abbiamo solo 
la baona dissertazione del dott. Paolo Prodieri: «Delle carestie avve- 
nute nel Bolognese e del modo migliore di evitarle in appresso » pub- 
blicata nel 1855 nelle € Memorie deir Accademia delle Scienze del- 
r latitato di Bologna ». In qaesta Memoria trovo la seguente notizia 
riferibile air anno 1558: «In quest'anno e nel seguente fu nella città 
di Bologna e suo contado gran carestìa di frumento e valse L. 14 la 
corba ». Le 14 lire sono L. it. 35.28, giusta i nostri ragguagli, e sic- 
come la corba fu da noi altre volte stimata del peso di 62 kg., avremmo 
che alla vigilia delF editto del Cesi il frumento valeva in Bologna 
L. 56.90 al quintale. Il che è evidentemente segno di grande penuria. 

Il Prodieri ritrae la notizia dal GhiselH, voi. XV, p. 225, e ci 
dispiace per la previdenza dello stesso Cesi, di dover aggiungere che 
nel 1561 vi fu di nuovo carestia. 



176 



R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 



aiutato di più in questa materia. Avendoci promesso « i preci 
del vivere » non ci dà sotto questo rispetto che quelli delle 
olive e dei tordi. 

Noi ricaviamo dal bando del vescovo di Narni il prospetto 
che segue, nel quale si pone accanto ai valori da lui definiti il 
ragguaglio che avrebbero in moneta attuale e vi contrapponiamo 
qualche raffronto, come cifra possibile averlo, dei prezzi odierni. 



TarifTa di merci e salari nel 1560 in Bologna 

a) Merci. 



1. « Passi di pè con la stanga boni et di misura > 

2. «Senza stanga» 

3. « Passi di cavazzadura con brocche grosse 

et di stroppa » 

4. «Senza brocche, ma boni di stroppa (^)» 

5. « El boccale delle OUve belle per questo 

anno solamente si tollera a 

5 ^^*. € Le meggiane el bocale » 

6 «Li Tordi grassi e boni, Tuno» 

7. « La corba del gesso d* aprile sino al- 
l' ottobre» (') 

7 **••. «e il resto del tempo» 



Il 



Preszo 
delU 
tariffa i 



Ridnz. prco 
in 



L. ita). 



Httaaie 



dinari 6 
» 5 



» 
» 



41 

3! 



bolog. 14 

» 10 

qnatt. 4 

bolog. 4 
qnatt 26 



L. e. 

-.06 - 45 
—.05! - 

i 
— . 04 ' -. 35 
—.03 



1.75 
1.26 

— 08 



— 50 II 
-.54 



2.10 



(M Per i non bolognesi crediamo opportuno di avvertire che in Bologna 
si distinguono ancora queste due qualità di fasci: i « fassi de pè » pren- 
dono nome dal piede delle piante, perché vengono tagliati al basso dei 
castagni e delle quercie. Si tratta in genere di legna di bosco e di 
montagna. 

I « tassi de cavazzadura » invece prendono il nome dai cavani o 
rami e sono quindi tagliati sull'albero, più spesso sugli olmi, e sarebbe 
legna di campagna e dì pianura. Le « stanghe » sono i tronchi più 
grossi che d* ordinario oggi nelT acquisto di fasci vengono considerati 
come un fascio a sé. Le « brocche » sono rami delle piante La « stroppa » 
è il vinciglio con cui si legavano i fasci. 

Siccome il bando parla anche della misura, cosi registriamo qui 
in nota che, secondo esso, i fasci dovevano avere cinque piedi di lun- 
ghezza, ossia m. 1.90. 

(^) Non comprendiamo questa differenza di prezzo fra T inverno e 
l'estate, e crediamo che oggi essa non esista più; forse T inverno si 
consumava meno gesso e si allettavano i compratori col minor presso. 
Oggi costa L. 1.40 al quintale; una corba di 7b litri di gesso può cal- 
colarsi a quintali 1 V,. 



IL VALORB DBLLA LIRA BOLOONKSB DAL 1551 AL 1604. 



177 



b) Mercedi. 

« I^imltAtlon* delle opere » 



8. «A mondare aoa soma (^) di frumento da 

mandare al roalino» 

9. « A scossare (') frumento per corba »... 

10. « A scargare per corba » 

11. «A baratar una soma, fare il tridello 

et riporla» 

12. « A cuocere pane, a' Massaro (') a ragione 

di bocca, et per bocca » 

13. «A vaodare et portare una castellata in 

tutto» 

14. « A svinare una castellata, fare il me- 

scbiato(^; et lavare il vasello» . . . . 

15. « A torchiare per castellata » 




bolog. 5 

» 11 

quatt. 10 

bolog. 2 
» 2 



Rida». 

in 
L.iUl. 


Presso 
attuale 


* 


L. e. 


1 
-.30 
-. 04 
—.02: 


6.25 
—.10 
-.07 

• 


— . 63 i 


— 


1 38 




-.20 


2. 


—.25 
.20 


5 — 
2 — 



(0 Abbiamo cercato con ogni diligenza che cosa fosse la soma. 
Parleremo in seguito d' un importante Criornaìe del Seminario di Bologna 
ed anche là la soma è spesso citata a proposito di macinatura del 
grano, ma non potemmo raccapezzarne l'importo. Una soma (di 500 
libbre) si usava come vedremo (Gap. Ili) anche nel nostro regime daziario 
ed è notevole che non se ne conservi memoria e che ne tacciano le 
nostre metrologie bolognesi. Se la soma era di 500 libbre, può raggua- 
gliarsi a circa 180 kg. e quindi su per giù a 3 corbe di grano; e cre- 
diamo che infatti questo fosse V importo della sua capacità. 

(*) Scossare {boi. scnsser) vuol dire letteralmente: scuotere. Vista la 
tenue mercede crediamo che si tratti di quel semplice rimeutamento 
del grano che si fa per salvarlo dalla polvere e dagli insetti nocivi. 

(3) La parola ^massarei^ allude evidentemente alle due qualità di 
forni: di scaffa e di massaria^ tradizionali nei tempi passati, ma di- 
scese fino ai nostri giorni anche nei dintorni di Bologna. Il fornaio di 
« scaffa » fabbricava e vendeva pane ; il fornaio di « massaria » invece cuo- 
ceva pane per le famiglie. La voce della tariffa riesce un po^ enigma- 
tica, ma é possibile dame questa interpretazione. Oggi il pane si cuoce 
a ragione di peso^ cioè si pagano dai 35 ai 40 cent, per ogni nove kg. 
di farina. È possibile che quando il vescovo di Narni reggeva Bologna 
si facesse col fornaio una specie d^ appalto, ossia lo si pagasse secondo 
il numero dei famigliari {bocche) appartenenti alla famiglia per cui 
cuoceva. Questo patto si upa anche attuahnente col mugnaio, poteva 
osarsi nel 1560 col fornaio. Ma la mercede fissata dal bando era men- 
sile, annuale, o che? 

(^) Nel Giornale del Seminario si adopera pure la parola « me- 
schiato » per il vinello o come si dice ora terzaneUo. La parola « me- 
sehiato » è uscita d'uso. 



178 



R. DEPUTAZIONE DI STOKIA PATRIA PER LA ROMAGNA 



16. «A riporre an carro di strame per for- 
carolo » 

17. « A riporre un carro di legna o di fassi » 

18. « A coprire o ricoprire case a sae spese (') 
per pertica col vino » 

19. « Sensa il vino » 

20. « A coprire case a opera col vino (*) » . . 

21. «A segare asse di palanche a loro spese 
tagliando e smorellando gli arbori per 
piede col vino(')> 

22. « Condarre Sabione o iara per centenaro 
di sachi, con saohi jastt secondo il 
solito» 

23 « A condurre terra o altro per centenaro 
di sacchi con sacchi simili » 

24. « A condarre robbe con caretta da cavallo 
per caretta» 

25. « Li facchini per carica dalla piazza fi tio 
alli serragli » 

26. « dalla piazza fuori delli serragli fino alle 

porte » 

27. « 1 sporta dalla piazza fino alli serragli » 

28. « sino alle porte » 



Prwao 

della 

tariffa 



qaatt. 4 

bolog 1 

qaatt. 8 

» 9 

bolog. 7 



quatt. 9 

bolog. 18 

» 12 

quatt. 8 

bolog 1 

quatt. 9 
» 2 
» 3 



Ridas. 

in 
L.ital. 



—.08 
-.12 

—.16 
—.18 
— 88 



—.18 

2 25 

1.50 

—.16 

—.12 

—.18 
—.04 
—.06 



attuali 



L. e 

1.60 
3.- 

2.15 

5.25 

-.35 



I 
t 

¥ 



(«) i, 



(*) 



(I) Deve intendersi a cottimo. Siccome la pertica è eguale a mq. 14 ^ ^ 
e che oggi dalle nostre informazioni risulta che si pagano L. 0,15 per 
mq., ne viene la cifra segnata nel testo. 

(*) Oggi bisogna mettere in conto la giornata del muratore: L. 3^50 
più la giornata di un manovale L 1J5. 

(') Le assi di palanche devono essere le assi attuali della gros- 
sezza di un' oncia (m. 0.03); e la parola piede con cui finisce T artìcolo 
si riferisce alla lunghezza delF asse (m. 0,38). Per fare V asse Y albero 
deve essere tagliato e poi separato dal rameggio; il tronco che rimane 
sì direbbe morello e di qua il vocabolo smorellare^ che manca però al 
dizionario bolognese della Coronedi Berti. 

(^) Non sappiamo se questi sacchi fossero una misura di capaciti; 
certo è che probabilmente nemmeno nel 1560 si dovevano insaccare 
simili materie Oggi il trasporto si paga un tanto per biroeda a ragione 
di ni *, calcolando che ogni biroccia contenga circa V, m.' 

(^) Qui non potemmo istituire confronti perchè la parola € carica » 
è troppo indeterminata. Il facchinaggio oggi si paga un tanto per 
quintale. Per i serragli devono intendersi le porte delP antica cinta 
mentre le porte sono quelle della nuova che ha ceduta luogo alla nuo- 
vissima allargata. 



IL VALORB DBLLA LIRA BOLOONBSB DAL 1551 AL 1604. 



179 



29. « Li aquaroli debbano bavere le secbie loro 

giuste et da homo da bene, ne possono 
Bavere perBagffiolo(^) d* acqua portan- 
dola nel quartiere dove essi la pigile- 
ranno più di nn quattrino et fuori di 
esso quartiere » 

30. « A far possi de pietra in taglio per piede a 

sue spese sino al li venti piedi per piede » 

31. « Et da li vinti fino alli trenta per piede » 

32. «A rimondare i pozzi nella città, per 

posso » 

33. « A cavar fondamenta de pie tri et dui (*) 

per piede » 

34. « De pie tri per verso » 

35. «Il resto a proportione, sino alli quat- 

tordici o quindici piedi » 

36. « A condurre robbe con carri per tre miglia 

intorno a Bologna » 

37. «Oltre alle 3 miglia, per miglio» . . . . 

38. « Moratori et maestri di legname per 

opera lo estade^ colle spese» 

39. « Senza le spese » 

40. «L*invemo con le spese» 

41. «Sensa le spese» * 

42. « Manovali per opera V estate con le 

spese » 



Presso 

della 

tariffa 



bolog. 7 
» 10 



» 
» 



2 
4 



bolog. 10 
» 2 



» 
» 
» 
» 



10 

14 

8 

11 



Bipai. 

in 
L.ital. 



Presso 
attaale 



-.04 


— 88 
1.26 


—.75 


.25 
—.50 


1 26 
-.25 


1 26 

1.80 
1.— 
1 37 


—.75 



L. e. 



15.— 



4. — 
3.— 



(^) Dopo l'introduzione del T acquedotto gli « acquaroli » e le loro 
secchie hanno perduto importanza, per cui oggi non si potrebbe deter- 
minare un compenso normale, alle loro fatiche. Quanto al Bàggiólo ò 
la voce hotH del linguaggio comune (poco viva del resto) sotto veste pre- 
latisia. La Coronedi Berti definisce il btuel: «un bastoncello un poco 
curvo, a* capi del quale, mediante intaccature, si appendono secchie, 
fiaschi e cose simili per trasportarle in bilico sulT una o sulP altra 
spalla ». In parmigiano si dice bàgoì e pare afiìne al bigóìo veneziano 
che ha dato origine alla classica figura, ormai scomparsa anch' essa, 
per r acquedotto, della bigolante o portatrice d'acqua. 

Specialmente per baggioìo T etimologìa più persuasiva è il bajuluB 
latino ed è infatti adottato dal Salvioni, Postille e Nuove postille in 
Mem. Istit. Lomb.. T. XX, a proposito del valtellinese bdgioL 

(*) Come sì capisce dal contesto, i tri piedi si riferiscono alla pro- 
fondità Im. 1,14), i dui alla larghezza (m. 0,76) 

(') Non è possibile istituire confronti, perchè tali trasporti oggi- 
giorno sono non solo in ragione della distanza e del mezzo, ma anche 
del peso. La « carica » potrebbe però essere un peso determinato, come 
la soma, e lo era infatti nei commerci'medievali, ma ci sarebbe ancora 
pia difiìcile precisarne il ragguaglio. 



180 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 




43. « Senza le spese > 

44. € D' inverno con le spese » 

45. « Senza le spese > 

46. « Per fattura del miaro de fassi de pe » 

47. « Per fattura de) miaro de fassi de cavaz- 

zadura> 



Le note con le quali abbiamo accompagnato la tariffa ne 
spiegano abbastanza le voci. Quanto ai raffronti, benché attinti 
da persone esperte, non pretendono di essere infallibili, ma 
ci paiono sufficienti a dare una idea delle condizioni diverse 
dei tempi. Se le mercedi appariscono di tanto più accresciate, 
conviene anche guardare al fatto che il vitto delT operaio deve 
essere oggigiorno assai più costoso che trecento cinquanta 
anni fa. Dalla tariffa dei muratori risulta che il vitto gior- 
naliero era computato a 4 soldi l'estate e soldi 3 l'inverno. 
Ora questa condizione di cose mostrerebbe che anche con le 
scarse mercedi l'operaio non si trovava in troppo disagio. Se 
l'autore del bando, Pier Damiano Cesi, non fosse stato cosi 
promettente prima e tanto avaro poi intorno ai prezzi dei 
viveri, noi potremmo dire qualche cosa di più preciso. So- 
pratutto interesserebbe sapere che cosa valesse a quei tempi 
il pane, ma non diremo le mille l'agioni che ci dispensano 
dall' intraprendere anche questa ricerca. 

Tuttavia, giacché lo possiamo fare, diremo qualche cosa 
del companatico. Nello stesso volume di bandi da cui abbiamo 
estratta la tariffa testé discussa possiamo leggere anche la prov- 
visione sulle carni dello stesso anno, in data 8 luglio (*). 



0) Il sistema deir economia primitiva e del periodo agricolo della 
civiltà di far lavorare gli operai colla somministrazione del vitto, si 
può dire scomparso, a Bologna e negli immedati dintorni. 

(*) Raccolta di Bandi e Proclami neirArcb. di Stato per gli anni 
1543-1623, segnata A. 2. 



IL VALORB DELLA LIRA BOLOeSfBSB DAL 1551 AL 1604. 181 

li « mangio grasso e di tutta grassa valeva la libbra 
q."* 10; il manzo di mezza grassa q."* 9 (s. 1 d. 6.): il vi- 
tello « trentino » costava s. 2 alla libbra o q.*"' 12 e lo stesso 
valore aveva il capi*etto; Tagnello valeva q.°' 10 e si discen- 
deva sino a q."* 5 colla capi*a e col becco. Oggi chi man- 
gia il vitello per lo meno a L. 2 50 il Kg. penserà con in- 
vidia ai tempi in cui costava L. 0,70! 

Dopo questa prima divagazione, ci rimettiamo incammino 
per soggiungete che nel 1562 TAmadei e lo Zanetti, di pieno 
accordo, ci danno il valore dello scudo d*oro a L. 4 s. 4 Di 
questo rincaro dello scudo dovevano essere molto contenti i 
due professoi'i che in quel!* anno il Senato chiamava al nostro 
Archiginnasio, cioè il medico vicentino Antonio Fracanzani a 
cui furono assegnati per stipendio 700 scudi d'oro in oro e 
Taltro medico e matematico, bi*n altrimenti illustre, Girolamo 
Cardano milanese, a cui si assegnarono scudi d* oro 521 (V. Si 
noti che il Fracanzani ebbe anche per viatico 70 sentii d*oro 
ossia per le sue spese di trasferimento in Bologna. 

Un bando del 18 dicembre 1562 (*) ci dà però ufficialmente 
lo scudo d*oro a soli 83 bolognini. 

Nel 28 giugno 1563 Carlo Sigonio venne eletto professore 
della nostra Università con L. 1200. Siccome era insorto 
qualche dubbio sulla validità della sua nomina, questa gli 
venne riconfermata 1' 1 1 ottobre dello stesso anno ('). Più tardi 
nel 28 agosto 1568 (*) la condotta come professore gli fu 
riconfermata e per soprammercato gli si affidò 1* incarico di 
scrivere la storia di Bologna. Allora si sUibilì che il suo 
stipendio da 300 scudi si dovesse elevare, però non al di là 
di 400. Questa deliberazione sta a provare che almeno nei 
rapporti coi professori dell* Archiginnasio il Senato si atteneva 
sempi*e al ragguaglio rotondo di 80 s. I soliti nostri infor- 
natori invece ci danno anche per quest*anno s. 84, cioè un 



(») Off. Partiti, XXII, e. 16 r. 
(*) Archivio di Stato, Zt-na, Bandi. 
(«) Cfr. ParHti, XXII, e. 40 v., 44 r. 
(^ Cfr. Partiti, XXII, e. IHO r. 

12 



182 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA 

ragguaglio un po' più elevato del ragguaglio ufficiale di 
83 soldi confermato nel bando 29 ottobre 1563 (*). 

Nel 1564 lo Zanetti registra il corso di 84 s. e nel 1565 
di 85 s. Per il 1566 non abbiamo nessuna speciale notizia. 
Il bando del 10 ottobre 1567 (*) che fissa il peso legale dello 
scudo d'oro in car. 17 Vi e dispone che quando uno scudo 
d'oro raggiunga questo peso porti il titolo di scudo di zecca, 
lo ragguaglia ad 85 bolognini, con che si raggiunge l'accordo 
con lo Zanetti. Posto che lo scudo ridotto al valore di it. 
L. 10.48 importasse 85 soldi la lira lisulta a lire nostre 2.26. 

Dal 1567 al 1570 l'Amadei ci informa che il valore dello 
scudo d'oro fu sempre di L. 4 s 5 e lo Zanetti conferma. 

Ed ecco che in servigio delle nostre ricerche per il pe- 
riodo dal 1568 al 1572 interviene un documento molto inte- 
ressante che abbiamo già avuto occasione di citare. Non vo- 
gliamo narrare ai lettori come nel 1567 il Vescovo di Bo- 
logna Gabriele Paleotti procedesse alla fondazione del Semi- 
nario, perchè ne abbiamo a stampa un'accurata narrazione dei 
sacerdoti A. Manaresi e G. Belvederi pubblicata di recente 
per l'inj^M'estio di Mons. Della Chiesa nel governo della dio- 
cesi di Bologna (^). 

Questo sola importa sapere che, a partire dal 26 aprile 
1568 fino alla metà dell'anno 1572, esiste un Giornale delle 
spese fatte per il Seminario nascente. Questo Giornale ci fu, 
con isquisita cortesia, liberalmente affidato per i nostri studi 
dall' accennato Rev. Don Giulio Belvederi, sicché lo potemmo 
consultare e studiare a nostro bell'agio. 

Il Giornale « è di carte ducento, cioè ce. di forma reale, co- 
perto di corame berettino, legato con cinque correggie berettine, 
punteggiate di bianco et con una fibbia di ferro in quella di 
meggio per serratura ». In questo volume il computista del 
Seminario, cho fu in origine certo Giovanni Maria del fu Gio- 



(^) Vedi cap. I, pag. 157. 
(*) Vedi cap. I, pag. 164. 

(') La fondazione del Seminario di Bologna; un fase, iii-4 di pp. 46 
coi tipi della Tipografia Arcivescovile. 



IL VALORfB DBLLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604 183 

van Lodovico Di Bagni, si proponeva di inscrivere (c ordina- 
tamente e secondo lo stile mercantile a scritture doppie tutti 
i conti della entrata et della spesa di esso sacro Seminario ». 

I « conti > del nostro computista hanno varia denomina- 
zione: « spese del vivere; di mobili da camera, da cucina, da 
cantina; spese per provvisionati; formenti; vino ecc. » Ma il 
Mastro in cui dovevano essere riportati questi conti non esi- 
ste negli archivi del Seminario, né esistono più nemmeno le 
vacchette delle spese minute, l'iassunte di quando in qu.mdo 
nel Giornale. 

Nonostante queste lacune, non tornava a noi meno grata 
l'opera diligente del Bagni e ci giova sperare che dello stesso 
parere siano anche i nostri lettori. Importa (non è vero?) an- 
zitutto vedere se la tassazione legale dello scudo avesse effi- 
cacia nelle consuetudini della vita privata ed intorno a ciò 
il Giornale ci rassicura con copiose informazioni per tutto il 
quinquennio che abbraccia. Né può gradir meno a coloro che 
ci hanno seguito in questi studi di vedere quali rapporti pas- 
sassero tra il corso della moneta ed il valore delle meici. 

Quanto al valore dello scudo, non abbiamo mollo da atten- 
dere per il primo anno 1568, perchè già a e. ij (*) si ti-ovano: 
« scudi doi d' oro in oro de Cecca » ragguagliati a L. 8 s. 10 
e « scudo uno d'oro pari a L. 4 s. 5 ». A e. 8 si legge: 

A formenti. L. venticinque s. dieci de quattrini per corbe sei de 
detto, scudo uno d'oro in oro la corba, comprato da M*". Alberto Bu- 
driolo, a conto pagò Angelo latini. A credito a lui . , . L. 25.10. 

Lo scudo d'oro, fatto il computo, risulla sempre a L. 4 s. 5. 
A e. viij troviamo un'altra volta scudi d'oro 3 da soldi 
85 l'uno. 

Dalla pag. 9 riporteremo la seguente partita: 

< A M'. Nicolò Modonese scultore et pittore, sta nella Via di 
S. Domenico, L. 12. s. 15 de q.°' a lui contate in scudi tre d'oro 

0) Le pagine sono numerate nel diritto a sistema romano; nel rove- 
scio a sistema arabico. 



1H4 B. DBPUTAZlOMfi DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

in doe volte a buon conto de una imagìne del Salvatore, una della 
Gloriosa Vergine Maria, quando fu annuntiata et una deir Angelo 
che Tannuntia e per noi da Angelo Latini ecc. ». 

Questo Latini fu il primo maestro di casa del Seminario 
ed entra perciò in tutti i conti del medesimo. 

Un' altra partita consimile è la seguente del 12 agosto 
(e. xvii). 

< A M**. Vincenzo Gualandi moradore L. 4 s. 5 de q. a lui contati 
in scudo uno d'oro in oro per caparra di uno legnar di legne di querza 
schiappate buone ad arbitrio di huomo da bene et di quelle della Padulla 
con patto che habbiamo a far condure a nostre spese dall'Olmo a casa 
et pagare la gabella, cosi d'accordo ecc. ». 

Nel 24 Dicembre (e. xxx) impariamo che il servo del Col- 
legio (come si chiamava il Seminario alle sue origini), il 
servo che era Damiano Collina, aveva di salario mezzo scudo 
d'oro al mese. Riscuole perciò per due mesi e giorni 18 L. 5 
e s. 10. 

Finalmente, per raccogliere le sole partite caratteristiche, 
riporteremo questa del 31 dicembre (a e. 50): 

A spese de Affitti. L. 361 s. 5 de q.°' si fanno buoni alla R.'^* Con- 
gregatione delli Jesuiti per scudi 85 d'oro in oro de pigione d'uno 
anno intero principiato alli 8 de maggio prossimo passato et finirà, 
come segue, d' una lor casa, posta in Bologna, nella contrata di strata 
Castiglione, nella cappella di S. Lucia, confina con detta chiesa, et 
la via publica di strata Castiglione predetta et la via de Cartoleria 
vecchia dove al presente se trova il collegio nostro del seminario. 
A credito detta congregatione L. 361 s. •">. 

Anche questa partita è in perfetta regola col ragguaglio 
di s. 85 per scudo, ed i lettori sono slati anche informati, 
cosi di passaggio, che i Gesuiti da poco venuti in Bologna e 
che si erano stabiliti in via Castiglione presso la Chiesa di 
S. Luci.M, avevano appigionato una parte della loro residenza 
al nascente Seminario, proprio là dove, vicende dei tempi, si 
stabili il Ginnasio Liceo Galvani. 



IL VALORE DBLLA LIRA B0LOONB8K DAL 1561 AL 1604. 185 

Confermato così, ad esuberanza il valore delio scudo, ci si 
affollano le notizie dei prezzi, e fra la tentazione di uno 
spoglio sistematico e compiuto e la tentazione contraria di 
passarvi sopra a studio di brevità, ci decidiamo a presentare 
ai lettori un manipolo di notizie nella speranza che esso 
accresca qualche interesse all'aridità del nostro studio, illu- 
strando insieme le condizioni economiche di quei tempi. 

Per procedere ordinatamente, comincieremo dalle derrate 
ali mentii ri. 

Il maggior consumo dei « giovani del nostro Collegio del 
Seminario » che apparisce dal Giornale ei*a quello del pane 
e del vino. La pi*ima cosa anzi che fu messa all'ordino fu la 
cantina perchè fosse pronta a ricevere nell'autunno succes- 
sive le castellate (') 

Queste incominciarono ad arrivare il 7 settembre (e. xxi) 
e precisamente una A* uva bianca da Marano per il prezzo 
di L. 31 di q."* (L. it. 76 circa (*)). Le castellate erano tiadotte 
in città dai < «occi » (mezzadri o fittavoli che fossero) dei ven- 
ditori. Abbiamo anche prezzi maggiori: L. 38 (L. it. 93.48) per 
una castelhita d*uva bianca da Ozzano. Invece una castellata 
da Castagnolo si paga L. 30 (L. it. 74.80). Questo prezzo si deve 
anzi considerare come il prezzo normale delle castellate 
nel 1568, perchè quando i genitori dei chierici promettono 
di offrire per il mantenimento dei figliuoli una castellata, 
essa è impostata nel « Conto elemosine » per L. 30. 

I lettori cosi anche apprendono che i nostri chierici alla 
origine del Seminario non pagavano una dozzina se non per volon- 
taria oblazione, ed alla sussistenza del Seminario era provveduto 
mediante decime a carico dei benefici ecclesiastici della Diocesi. 

(1) La casteììata^ lo diciamo per chi non è bolognese, è la misura adot- 
tatA in Bologna per l'uva pigiata che si tratsporta dalla campagna in 
città all'epoca delle vendemmie, e si ragguaglia a 10 corbe o circa 
786 litri. La corba è perciò di 1. 78.593. 

(') Come porterà la convenienza porremo fra parentesi il ragguaglio 
in lire italiane, accompagnato dalla sigla « L. it » ma ci riserviamo di 
ommetterla, sicuri che T intelligente lettore nelle cifre fra parentesi 
intenderà ugualmente che si tratta dal ragguaglio in moneta attuale. 



186 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA 

Prima però die le 16 % castellate che il Seminario acquistò 
nel 1568 (e. xxviij) si tramutiissero in vino, si era dovuto com- 
perarne, e p. es. nei 5 giugno si fa l'acquisto di 20 corbe 
a 8. 70 la corba, cioè a L. 3 s. 10 (L. it. 8,68). 

Si noti che le 20 corbe non procurarono ai « dacieri » del 
vino che L. 1 s. 10 (L. it. 3.70) ossia la gabella era di s. 1 d. 6 
per corba (L. it. 0.18). 

Abbiamo anche il dazio della castellata che era di s. f) d. 4 
(L. it. 0.65). 

Nel corso dell'anno si trovano anche maggiori prezzi del 
viìio sino a L. 4.10 (L. it. 11,08). 

Per il frumento troviamo registrato il primo acquisto già 
citato a L. 4 s. 5 la corba (L. it. 17 al quintale) ma nel 6 luglio 
lo troviamo rincari to a L. 5 e poi nel 16 ottobre a L. 6, e 
questo prezzo dura insino al termine dell'anno, cioè in ragione 
di L. it. 24 al quint^ile. Come prezzo normale vuol aversi 
quello di L. 5 (L. it. 20 a! q.) perchè cosi viene ragguagliata 
la corba di frumento negli accennati contributi volontari 
dei chierici. 

A proposito del frumento ci pare degna di qualche rilievo 
la seguente registrazione (e. 28). 

< Ad Angelo Latini. L. 12 s. 12 per rescotere dal Banco di 
M.' Joseffe Gandolfi cinque police da formento di corl)e 11 quartiroli 
i napi doi in tutto, di riti ve a M.' Marco Antonio Fantino, governa- 
tore delle Crescimoaie delle Moline, avute da M.' Francesco Simo 
per conto de Don Julio suo figliolo uno dei giovani del nostro Col- 
legio e per noi dal Monte di Pietà nostro depositario per vigor de 
un nostro mandato. A credito detto Monte L. 12 s. 12 ». 

Se non c'illudiamo, le polizze in questione sono una specie 
d'ordine in derrate sulle quali si era operata una anticipa- 
zione bancaria (') scontata da Angelo Latini. Diciamo poi una 
volta per sempre che il Monte di Pietà di Bologna entra in 
questo ed in tutti i conti del Seminario perch'esso agiva come 
Tesoriere della nuova istituzione. 

(') L* operazione si trova rìpetatamente accennata nel Giornale, anche 
alle carte xlvj e 47. 



IL VALOKB DBLLA. LIRA BOLOGNBSB DAL 1551 AL 1604. 187 

Per finire col frumento, diremo che al 31 dicembre 1568 
abbiamo una liquidazione delle farine consumate dal Collegio 
e eh* esse sono valutate nella ragione di L. 5 s. 15 
(L.it. 14.13) ogni 140 libre (circa mezzo quintale metrico). Dai 
conti del Giornale si ricava anche che la mulenda del grano 
era in ragione di lire una (2.46) per ogni soma e che il 
dazio della macinazione era di L. 1 s. 10 (L. it. 3.70) pure per 
ogni soma di grano, ma si ricorderà che nonostante i nostri 
sforzi non potemmo arguire con sicurezza che cosa fosse la 
soma. 

Per condire i loro pasti i nostri chierici facevano uso del- 
l' aceto che si acquistava a L. 4 s. 2 (10.04) ed anche a L. 5 
(12.30) la corba. 

L'olio d'oliva si comperava a peso e costava L. 11 s. 9 
(L. it. 28.11) il cento (cioè 100 libbre pari a kg. 36.185), ed 
altrove traviamo s. 2 d. 6 (0.30) per libbra, che farebbero 
L. 12 s. 10 al 100. Quest'olio si acquistava in < Gabella » 
od anche nel < Trehbo della Gabella ». L'olio in Bologna fu 
sempre soggetto alle carezze fiscali : il vicolo Oleari, cosi 
prossimo al portico della Gabella, è il commento superstite 
delle nostre registrazioni. 

Prima di uscire da codesto untume, soggiungeremo che 
l'olio da ardere si comperava dai lardaroli e si pagava rela- 
tivamente caro, a 8. 2 d. 7 la libbra. 

Il sale si dava, e si diede in seguito anche al Semi- 
nario, in l'orma di elemosina ai luoghi pii, ma nel dicembre 
1568 se ne acquistarono 3 corbe a L. 3 s. 4 per corba 
(L. it. 7,90). 

Non abbiamo il prezzo delle carni: se i chierici ne face- 
vano uso la spesa sarà stata inscritta nelle « vacchette » delle 
spese minute. Per queste Angelo Latini riceveva di quando 
in quando qualche somma. Sappiamo tuttavia che il Semi- 
nario ricevette in dono un vitello vivo del peso di libbre 100 che 
viene valutato a L. 8 (L. it. 19.70); un castrone di libbre 31 
ed un agnello di libbre 9 sono valutati assieme a L. 2 s. 15 
(L. it. 6.75). La carne di maiale è valutata più volte a L. 8 



188 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

(L. it. 19.70) per ogni 100 libbre. Due capponi natalizi L. 1 
(L. it. 2.46) e le ova, per Pasqua, si valutano soltanto s. 10 
(L. it. 1.23) per ogni 50. 

I cliierici consumavano anche il pesce, anzi al 1^ dicem- 
bre 1568 (a e. 29) si acquistano da Silvestro Mazza, pescatore, 
42 libbre di cefali < per salai'e » con L. 6 s. 6 a s. 6 la libbra 
(L. it. 15 50). 

Quanto alle frutta (per esaurire la minuta dei pasti) 
abbiamo: mele di più sorta a s. 5 (L. it. 0.60) al staro; le 
pere, più care, a s. 7 (0.84); i marroni mercantili a L. 2 
s. 4 ed anche L. 2 s. 10 (6.20) alla corba; Vuta secca si 
vende a q.°* 11 (0.22) la libbra (gr. 361); le cipolle si com- 
peravano in piazza dai « romagnoli » e si pagarono s. 10 
(1.23) per quattro rèste. 

Uopo il mangiare conveniva pensare al vestire, e daremo 
qnalche cenno delle spese dei tessuti, vesti ecc., pur ricono- 
scendo fin dalle prime che questa categoria di spese presenta 
meno interesse, perchè infatti è meno agevole il fare le compa- 
razioni. In ogni modo lo studio anche dei tessuti e delle vesti 
può tornare assai significativo per la storia della proiluzione 
e dei consumi, e in generale per la storia del costume. Kacco- 
gliamo perciò la spesa di L. 4 s. 14 fatta il 15 giugno 1568 
(e. 6) per una pezza ili tela verde, lunga ali* incii*ca braccia venti 
(m. 12.80), a proposito della quale si deve avvertire che anche 
essa tu comperata < in Gabella », e più precisamente al 
« Fondico dei Tedeschi ». 

A questo stesso fondaco si acquista in seguito anche altra 
tela verde bassa. Dunque Bologna, se non ne aveva Pedifizio, 
aveva anch'essa, come Venezia, un suo Fondaco dei Tedeschi, 
di cui non ho incontrato altra memoria. Tuttavia questa 
informazione, per quanto isolata, registriamo con compiacenza, 
perchè giustifica 1* interesse col quale, in più occasioni, abbiamo 
segnalato le relazioni transalpine della città nostra. 

Le tela verde di fabbrica tedesca non era però destinata 
al vestire, ma all'addobbo delle stanze, forse per le tendine 
perchè è inscritta « a conto mobili di camera. » 



IL VALOEB DBLLA LIRA BOLOONASB DAL 1551 AL 1604. 189 

Né serviva al vestito la tela bianca di canapa piuttosto gros- 
solana, comperata nel 17 Giugno 1568 (e. 7) per far « borazzi ». 
cioè canovacci da cucina, e pagata q.°* 28 il braccio (L. it. 0.54), 
Insieme se ne acquistò altra più fina destinata ai sugatoHi 
per^ i putti a 8. 7 den. 6 (L. it. 0.90) il braccio, ed altra 
ancora di « gargiolo » del valore di s. 6 e s. 7 <1. 6 al braccio 
per farne asciugatoi e lenzuola. La spesa complessiva fj di 
L. 23 s. 10 d. 6, piuttosto grossa per quei tf^mpi, ma non ec- 
cessiva per 32 persone quanti erano per lo meno i soli alunni. 
Nel contratto intervenne il massaro del Monte di Pietà, M/ 
Pompeo Balestra. Una certa importanza finanziaria vuol attri- 
buirsi ad una coperta da letto bianca grande fatta ad opera 
spinata ecc. che fu pagata L. 5 s. 10 (13.50), e cogli eflfetti 
da letto annovereremo anche un materasso di lana rivestilo 
al disopra di pignolato ed al di sotto di tela, del poso di 
libbre 40, valutato L. 7 s. 10 (L. it. 18.45). 

La lana nostrana è apprezzata s. 5 d. 6 la libbra (L. it. 0.70); 
la stoppa a s. 1 d. 6 (0.19); i « tazzi > altra specie di stoppa 
a d. 8 (0.08). 

La lana si riservava ai materassi più nobili ; la stoppa 
ed i tazzi servivano per i capezzali e pei tamarazzi per i 
giovani. 

I chierici furono vestiti nel Maggio e nel Giugno 1568, 
ma solo nel 31 Dicembre troviamo che la spesa fu di L. 98 
(L. it. 240) pagate a M.' Gherardo da Sibano, drappiere da 
panni, che forni al Collegio braccia 49 « de rascia bassa mo- 
rella chermisina > a L. 2 (it. L. 4 90) il braccio e che fu ado- 
perata per fare le sopravvesti da prete. 

Vogliamo chiudere l'argomento dei vestiti con due fatture: 
una del sarto Francesco Sasso, e l'altra del calzolaio Giacomo 
Beccari, lasciando ai lettori la cura dei raffronti. 

Ecco il sarto : 

« A spese di vestire. L. 4 s. 4 d. 8 de quattrini pagati a M ' 
Francesco Sasso, sarto, per le appresso fatture et denari spesi in 
fornimenti e per noi da Angelo Latini: * 



190 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Per fattura de un buricco (') de panno nero et uno par de calze 
di panno tanè alla marinara per uso di Gaspare Garisendo, uno dei 
giovani del nostro Collegio del Seminario . . L 1 s. 15 d. 

Per bottoni dicidoto a croce de seta nera 
per detto buricco » s. 3 d. 8 

Per uno par de calze de panno tanè intiere 
a utrio per Bernabè di Sevieri da Budrio, uno 
dei detti giovani » 1 s. d. 

Per fattura de una veste de rassetta tanè 
per coprire una pelizza de Amilcare Fantuzzo, 
uno dei detti giovani » 1 s. d. 

Per revo (') e bavella per detti lavori . » s. 6 d. 

L. 4 s. 4 d. 8 C) » 

Ed ora veniamo al calzolaio, che presentava alla sua volta 
il conto che qui sotto trascriviamo: 

€ A spese de vestire, L. 3 s. 15 de quattrini pagate a M.^ Jacomo 
de Beccari, calciolaro, per li infrascritti lavori havuti da lui in più 
volte per uso dei giovani del nostro Collegio. 

Per un paro de scarpe alla spagnola per Amilcare Fan- 
tuccio L. s. 15 d. 

Per un par de pianelle et un par de scarpe a sole reverse per 
Gasparo Garisendo L. 1 s. 17 d. 

Per un par di pianelle per Bernabè da Budrio. . L. 1 s. 3 d. 

E per noi ecc. » (*) 

La nostra fattura ci insegna che un paio di scarpe costava 
L. it. 1.85 e che relativamente erano più care le pianelle che 
costavano all' incirca L. it. 2.75. 

Per finire questi nostri spogli sul vestiario, ci metteremo 
su una berretta da prete che viene allibrata in s. 18, cioè 

Lj. Iv. ^•^•w'. 

Q) 11 Petrocchi registra la voce buricco^ e la definisce: € sorta di veste 
antica, casacca ». 

(') Il revo è il refe, chiamato qui cosi, come vedremo a suo tempo 
nelle tariffe della Gabella Grossa. 

(') Oiornaìe^ a e. 33. 

{*) Oiornaìe^ pag. xlvij. 



IL VALORB DELLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604. 191 

Passiamo ora alla mobilia. Anche per questa categoria la 
comparazione economica è difficile, ma giova raccogliere qual- 
che (iato in servigio della storia del costume. Come abbiamo 
visto testé delle scarpe, cosi troveremo anche nei mobili che 
i prezzi sono generalmente mollo miti, e si domanda come 
potesse essere cosi basso il prezzo della mano d'opera mentre 
le derrate alimentari avevano un valoi'e relativamente elevato. 

È vero che il prezzo mite dei mobili acquistati dal Seminario 
si spiega colla povertà della istituzione, la quale ricorse spesso 
a compere di mobiglia usata presso rivenduglioli o ligattieri. 
Con questa avvertenza reca meno sorpresa che il Seminario 
con L. 4 s. 5 (L. it. 10.45) potesse acquistare tre tavole, una 
lunga piedi 6 (metri 2.28) con due banche per sedere, un'altra 
tavola senza piedi ed una terza con i piedi incrosali, E meno 
ancora, cioè L. 1 s. 15 (4.30) si valutano altre due tavole: una 
di « abedo » lunga piedi 6 coi suoi < t respiedi » ed un'altra 
di « iìoppa » col suo telaio alla romana lunga piedi 3 e V,. 

Crediamo che fosse nuova invece una cassa grande di 
abete veneziana, senza chiave, né chiavatura, pagata L. 4 s. 10 
(L. 11.05). La cassa destinata a contenere la biancheria del 
Seminario sarà stata provvista successivamente dei necessarii 
serramenti e per intanto anche noi chiudiamo questo argo- 
mento dei mobili. 

Volgiamoci ad altro tema meno solido: quello delle ^/ori- 
glie e dei vetri. Nel 16 Giugno 1568 (a e. 7) il Seminario ft*ce 
una gran spesa di stoviglie, della quale riferiamo che si com- 
perarono, p. es., 45 piatti fra piccoli e mezzani di terra bianca 
nostrana con Parma del Paleotti e si spesero L. 2 s. 2 
(L. it. 5.15). Per maggiori spese Angelo Latini fece una scap- 
pata a Faenza, spendendo nella vettura L. 1 s. 10 (3.70) (*) 
e ponendo in conto pel mantenimento suo e del cavallo la 
somma vei-amente discreta di s. 10 (1.24). 



(1) Un'altra spesa di vettara dì L. 1 (it. I. 2.46) troviamo registrata 
nel 12 Settembre qaando Angelo Latini per le uve sì portò a Marano 
e ad OsERDo. 



192 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Da Faeir/a il Latini ritornò con 15 boccali grandi per il 
vino a s. 8 (L. it. 1.00) per cadauno; 15 boccali piccoli per 
l'acqua a s. 5 (0.60); 13 saliere pure a s. 5 per cadauna, 
con 4 fondelli e 2 scodelle con una orecchia e 2 brocche 
da acqua santa a s. 6 (0.75) Tuna Per completare la partita 
soggiungeremo che la merce fu condotta da Faenza a Bologna 
colla sposa di L. 1 s. 3 (3.05). 

Maioliche turchine, probubilmonte di minor pregio, vengono 
acquistate anche sul mercato di Bologna, p. es. piatti a 10 
denari Tuno (0.10) e due catini (piuttosto pochi) grandi per 
lavarsi le mani, si pagano s. 10 (1.23) l'uno. 

Il 26 giugno (e. viij) si pensò anche di provvedere ai vetri, 
e si acquistarono ben 51 bicchieri « di vedrò senza piedi » dal 
« bicchiraro da S. Biasio» a d 10 l'uno, cosi ripartiti: 45 
per € servizio della tavola » e 6 per le < lampade » alle quali 
si sacrificarono anche s 2 (0.24) per l'acquisto dei lucignoli, 
< cisindelli. » 

Dai fragili vetri passiamo ai rudi metalli. Di metalli e di 
suppellettili metalliche parla con frequenza il Giornale e ood 
farà meraviglia, trovandoci nel periodo di fondazione dell'Isti- 
tuto. Ecco subito nel 26 Aprile 1568 (e. j) libbre 32 di rawe 
a s. 7 (0.86) la libbra cioè per un parolelto^ una pignola 
gi'ande, una calderina, un calcedro, un altra calderina piccola 
ed una mescola per l'acqua. Nello stesso giorno si compera 
anche una stadera che levava 60 libro (kg. 21) e non costava che 
L. 1 (2.46). In seguito si comperarono 2 « spedire )► (spiedi) 
grandi di ferro e un « trippiedi » del peso insieme di libbre 51 
a s. 2 la libbi'a (0.24). Il venditore è certo Giovanni Aloisio 
de Troni che teneva la sua bottega dietro al Torrone. 11 
15 Giugno si pensa a due mestoli di ferro, uno forato per la 
padella, 1' altro pei* la minestra che si pagarono s. 8 d. 6 (1.05) 
e nel giorno successivo alla grattugia per il « cascio » e si spen- 
dono s. 9 (1.12). Molte cose, come dicemmo, il Seminario deve 
avere acquistato di seconda mano, p. es. un « calcedro » di 
rame di peso libbre 4 o. 2 pagato ad 8 s. per libbra (L. it. 1) 
con L. 1 s. 12 ♦ da un hebreo in ghetto » 



IL VALORE DELLA LIRA B0L0ONB8B DAL 1551 AL 1604. 198 

Accanto al focolare si collocò « uno par de cavedoni grandi 
con le balle de ottone et con tutto il suo fornimento > di peso 
di libbre 196 (kg 70 circa) comprati a s. 3 (0 37) la libbra 
e pagati in tutto con L. 29 s. 8 (72.30). Per la mensa si 
provvidero i € cocchiari d'ottone con il manico fatto a piede 
di cavallo » in numero di 30 e colla spesa di L. 2 s. 3 (5.30). 
Per completare la luce delle lampade e dei relativi cisindelli 
si acquistarono anche due candelieri d* ottone del peso di 
libbre 30.10 (kg. 1.386) per L. 2 (4.92). I cucchiai furono 
acquistati da certo Codeck merciaro nelle Clavature ed i can- 
delieri dal Troni sopracitato. 

Il ferro si paga a s. 3 per libbra nel 10 iiovembi*e quaiilo la 
stagione consiglia l'acquisto della padella per cuocere i mar- 
roni. L'annata si chiude con una grande spesa di chiodi desti- 
nati a saldare i banchi delle scuole dei chierici. Sono chiodi 
da « lambrecchie », chiodi da q.°' 1 l'uno (0.02); a bordonelli » 
a 8. 6 d. 6 il 100; « ferie » da d. 5, 6 e 10 per cadauna è 
via dicendo ; una spesa complessiva di L. 5 s. Il, testimone piut- 
tosto grave dell'irrequietudine degli alunni. E poiché è tempo 
di chiudere, raccogliamo in fascio altre qualità di spese. 

Troviamo molta spesa di legna, che rammenta le rigide 
invernate bolognesi, ma sul prezzo delle legna abbiamo già 
avuto occasione dì parlare. Ci limiteremo a dire che talvolta 
si comperavano a misura di capaciià, a « legnare », altre volte 
a numero, a « migliare ». 

L'olio si teneva in una veltina od olla del costo di 
s. 18 (2.25), compi'ese le a piane » di ferro a cui era assi- 
curata. 

Vedemmo già il salano d'un servo, e qui soggiungeremo 
che il cuoco Antonio Marinoni da Brescia percepiva L. 4 al mese 
(1. it. 9.90) « senza bavere ne cenere ne regalia alcuna ». 
Difatti la cenere si trova l'egistrata fra le entrate del Semi- 
nario ed una certa parte, cioè 3 quartiroli per settimana, 
veniva consegnata, per contralto, al lavandaio del collegio. 
Il computista a cui dobbiamo tutte queste notizie liceveva 
L. 2s. 10 al mese (6.20) e Angelo Latini riceveva 2 scudi d'oro 
al mese (20.96). 



y 



194 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Nonostante che si fossero escluse le regalie, il cuoco poteva 
avere a Natale una mancia di L. 1 ; s. 12 (1.50) ebbero i gar- 
zoni del fornaio; i facchini di casa una gabella cioè s. 4 (i.4 
(0.54) e lii stessa mancia ebbe il garzone dello « speciale > 
che portò il regalo d*un « marzapane ». Caratteristica è la 
mancia di s. 10 (1.23) elargita < ad Orazio sbiro per haver 
pigliato insieme con doi altri et posto in carcere Hieronymo 
cimatore qual ferilte il cuoco nostro più dì fanno ». 

Il Seminario non faceva troppa spesa di libri: noto un mar- 
tirologio dei Giunta di Venezia pagalo L. 1 s. 12 (3.94) per 
leggerlo a mensa; il veiìditore è un libraio Paolo Buonamico. 
Altro libraio era certo Antonio Mezzalira padovano, all'insegna 
della « Salamandra », da cui si comperò, per es. un libro di 
Omelie pagato L. 1 s. 7 (3.30). Se i due catini ci parvero 
pochi per una trentina di alunni per la pulizia della casa 
invece si comperarono 52 granale da cei'to Faccino Cappello 
di Castel de'Britti al prezzo di s. 10 (L. it. 1.24). Il Cappello 
era padre di uno degli alunni. E crediamo che basti questo 
saggio, alquanto minuto per il primo anno, ma che non inten- 
diamo di continuare per gli anni susseguenti se non molto 
sommariamente. 

Venendo adunque senza indugio al 1569, anche per que- 
st* anno il Gicrnale ci fornisce la conferma che lo scudo doro 
è sempre a s. 85; tuttavia vogliamo tener conto dell' ecce- 
zione contenuta lìella seguente partita del 15 giugno (e. 72): 

A bestie vaccine. Lire quarantauna, soldi quindeci de q.ni in scudi 
dieci d' oro da s. ottantatrè d. sei per una vacca bergamina di pel- 
lame rosso di età di anni sei incirca con uno vitello di nascione 
havuta da M.® Giorgio Barbiere habitante in Castel Franco per 
meggio de S. Niccolò Arivieri d' accordo cosi con Angelo Latini 
M.^ ecc. 

Lo scudo ha dunque in questo caso un prezzo inferiore 
al consueto; ma in tutte le altre occasioni è sempre a s. 85. 

Il conto delle « vaccine » fu aperto per poco tempo, che 
la vacca fu rivenduta non guari dopo e intanto si liquidò 



IL VALORE OBLLA LIRA BOLOONBSB DAL 1551 AL 1604 195 

subito il vitello che pesava libbre 98 e da cui si ritrassero 
L, 6 (14.75). Il vitello si vendeva a s. 80 (3.76) al peso di 25 
libbre (kj?. 9). 

La vacca avrà preso allogi^io nel citatissimo « loglietto 
de Hasabò » che il Seminario aveva preso in affitto per ricrea- 
torio campestre degli alunni. La deiìominazione della località 
non è ancora scomparsa. <h)po oltie tre secoli, non mollo 
distante da Porla Castiglione. 

A documento del valore abituale dolio scudo racconteremo 
ai nostri lettori come nel 25 gennaio 1569 (*) il Seminario acqui- 
stava uno stabile per la propria residenza. E l'ebbe da Sul- 
pizia Isolani vedova di Cornelio Pepoli e rappresentante dei 
figli minori Guido e Filippo. 

Nell'atto solenne «li compera rogato dai due notari Oldrago 
Garganelli ed .\nnibale Rustighelli, il prezzo fu (issato a scudi 
d'oro 205() ragguagliali a L. 8712 s. 10 (circa L. it. 21400): 
ogni singolo scudo risulta di soldi 85. Non daremo, per ra- 
gione di brevi tii, altre notizie del contratto Diremo soltanto 
che il Seminario comperò a credito, facendosi aiutare nel paga- 
mento dal dott. Matteo Zani, e poiché ti*oviamo a vantaggio 
di costui un interesse di L. 25 s. 10 per un mese e mezzo 
sopra 800 ducati, si può argomentare facilmente che nel 1569 
l'interesse corrente era del 6 per cento o per dirla nel lin- 
guaggio degli affari d'allora, poco più d'un denaro per liia e per 
mese. Poiché ne abbiamo parlato più su, corra anche la notizia 
che il fitto pagato agli eredi Manzoli per il podere di Hasabò 
era di scudi 35, ragguagliabili a L. 14815. cioè lo scudo sempre 
a s. 85, e basti. 

Ma i prezzi ? Qualche cenno bisogna pur farne, di volo. Dopo 
che il Seminario acquistò la sua sede si adoperò in farvi opere 
di muratura, onde incontriamo nel 1569 informazioni de' prezzi 
per I maleriali da costruzione. Abbiamo calce viva a s. 21 
(2.60) la corba e pietre a L. 12 (it. L. 29.50) al migliaio, il gesso 
a s. 6 (0.75) la corba. Il frumento al 13 gennaio si vende 
a L. 6 (14.75) la corba: nel 17 marzo a 5,15(14.75) ma rin- 

(*) Giornale ce. 4 e segg. 



196 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

cara via via sino a L. 8 s. 19 (it. L. 22) nel dicembre. La ca- 
stellata è di regola L. 24 (L. it. 59) ma cerio era squisita quel- 
la € uva nera da oro de Vedi*ana » ciie si pagò L. 38 (93.48). 
Sul vino in data 31 dicembre 1569 abbiamo un conto com- 
plessivo del consumo, e si trova che il vino puro valeva L. 3 
(7.38) per corba; il mezzo vino L. 1 s. 10 (3.70); il meschiato 
s. 18 d. 5 (2.30). 

Nel 18 febbraio troviamo un paio di galline vive per 
L. 1 s. 10 (3.70) e con s. 10 (1.23) si pagano nel Sabato Santo 
(9 aprile) 50 uova destinate al banchetto pasquale. 

La carne di maiale è a L. 7 s. 8 il cento (18.25). 

Nel l."i68 non ci siamo occupati del /'ormaggio forche non era 
chiaramente definito; nell'anno 1569 il « formaggio de forma» 
è a s. 4 (0.50) la libbra ed anche a s. 3 d. 6 (0.42) — Volio 
d'oliva è a q.ni 15 la libbra ed in altra occasione un pò* più 
caro, a L. 14 s. 5 por cento (L. it. 35 circa) — per le fruita 
acquistate a staio la comparazione è difficile; U^ nespole sono 
a s. 7; le mele a s. 9; le pere a s. 12; troviamo anche le 
noci a 8. 20 la libbra; i fichi secchi a circa 1 soldo (0,12) 
per libbra. 

Verso la fine dell'anno si fa grande acquisto di < navoni » 
altri dei quali si sotterravano nel « sabbione », altri servivano 
a fare non so quale conserva, nella quale entrava la senapa ' 
(s. 4 la libbra) il pepe (s. 2 d. 8 la libbra). 

Per le vesti non troviamo d'interessante che queste notizie 
di scarpe: un paio di scarpo di tre cuciture L. 1 s. 1 d. 8 
(I. it. 2.70) ed un altro paio alla spagnola per s. 17 (2.10). 

Per Tanno 1570, anche senza interrogare il nostro Gior- 
nale, lo Zanetti aveva raccolto la notizia di una « venditio 
domus ubi valutantur scuta aurea in libris quatuoi* s. 5 mo* 
netae curentis prò quolibet sento ». Il Giornale è perfettamente 
d'accordo. Trascriviamo una partita minuta (25 agosto 1570 
a e. 132): 

€ A Carlo Antonio di Ferri barbiere lire quattro soldi cinque de 
q.ni in scudi uno d'oro a conto di quel che se le debbe per bavere 
tosato e lavato (sic) i giovani dal mese di settembre prossimo passato 
1569 in qua e per noi ecc. » 



IL VALORB DELLA LIRA BOLOQNBSB DAL 1551 AL 1604. 197 

Il nostro benemerito barbiere teneva forse un bagno. 
Trascriviamo per contrapposto una partita grossa (30 giu- 
gno 1570 e. 130): 

€ A M ' Cesare Fachinetti L. 297 s. 10 de q."' in scudi 70 d'oro 
in oro per tanti ci fa buoni per li heredi del Co Hercole Mangiolo^ 
per li affitti de uno logheto di terra chiamato Basabò spettante a detti 
heredi, altre volte condotto da loro ad aflStto in recreatìone dei gio- 
vani, et bora sublocato di volontà de detti de Mangioli a detto 
M.' Cesare per doi anni principiati alla festa de Tutti li Santi pros- 
simo passato et finiransi come segue, per pagarceli in questo modo, 
cioè scudi 20 al presente, scudi 15 a S. Michele de settembre et scudi 
35 a Natale prossimo passato et con li patti et concessioni che noi 

10 havevamo et con promissione di farne il scritto ad ogni nosti*a volontà. 

A credito detti heredi L. 297 s. 10. » 

Con un facile computo si può riconoscere che anche gli 
scudi d* oro del Facchinetti importavano soldi 85 per cadauno. 
Quanto ai prezzi lo studio di brevità ci incalza sempre più 
e diremo subito che il frumenlo nel 1570 fu piuttosto caro 
e che lo troviamo a L. 9 s. 5, L. 9 s. 10 e persino a L. 10 
alla corba (da L. it. 37 a 40 al quintale). 

Non sappiamo se fosse per far fronte al rincaro del fiu- 
mento che troviamo anche il miglio nelle derrate consumate 
dal Seminario, ma non doveva essere un consumo molto eco- 
nomico se valeva L.9s. 10 per corba, presso u poco come il 
frumento, e vi si dovettero aggiungere s. 10 per la pilatura. 

11 raccolto del 1570 deve però essere stato abbondante, perchè 
nel secondo semestre i prezzi si mitigano assai. Il frumento 
ai 1." settembre vale meno della metà del periodo antece- 
dente, cioè L. 4 s. 5 alla corba (L. it. 17 al quintale) o 
tutto al più raggiunge L. 4 s. 15 in dicembre, ossia (L. it. 
17.58) al quintale. A.nche l' olio d* oliva accenna a farsi più 
caro, a L. 16 s. 18 il 100 (L. 42 58); l'olio da ardere vaio 
invece L. 16 (39 38). Non solo un buon raccolto, ma liete ven- 
demmie nell'autunno nel 1570, perchè la castellata non vale 
che L. 14 (it. L. 34.50), e se abbiamo Tuva bianca da Ozzano 
a L. 16, quella del Padule vale in compenso soltanto L. 12. 
Il vino che si acquista si paga L. 3 la corba (7.38); quello 

18 



198 B. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

della caDtiua è stimato a L. 2 s. 12 (it. L. 6.35). Aggiunge- 
remo per ultimo che quattro paia di « pollastri da allevare > 
si pagano L. 2 s. 16, e 50 uova valgono s. 7 (L. 0.86). 

Nel 1571 nel nostro Giornale i ragguagli dello scudo sono 
meno frequenti che negli anni anteriori, ma non sono meno 
conformi. Come al solito, trascriviamo qualche partita carat- 
teristica, p. es. questa del 30 giugno (a e. clviiìj). 

« A Jullio Casajolo da Castel vidro laico nel nostro collegio L. 68 
de q.°' per la sua spesa de mesi 4, finiti questo dì a raggione de A 
4 d'oro il mese in conto entrata laici L. 68. — . — >. 

La retta del Seminario era dunque di 4 scudi d*oro al 
mese, ossia di L. it. 41.92 ; il nostro Giulio era < laico > e 
deve intendersi che frequentava il Seminario senza avviarsi 
al ministero ecclesiatìco. 

Nel febbraio 1571 (e. 150) il maestro di casa Angelo Latini 
fu congedato e surrogato da un Taddeo Cappari. All' atto del 
congedo riscosse il salario di 7 mesi, ossia 14 scudi pareggiati 
con L. 59. 

Quanto ai prezzi, vogliamo presentare ai lettori la partita 
che seguo perchè ci dà le risorse di un cappellano nella se- 
conda metà del secolo XVI. Sappia il lettore che, come non 
era a dubitarne, il Seminario dovette pensare ad un Rettore 
e che fu scelto a questo ufficio un Don Francesco Pontelongo 
che era parroco alle Caselle. Ma i fedeli delle Caselle non 
potevano rimanere senza un pastore ed il Seminario si ob- 
bligò sia a mantenere alle Caselle un cappellano supplente, 
come anche a fornire in Bologna un alloggio al padre del 
soprannominato Rettore. Ed ecco, per minuto, la spesa com- 
plessiva (30 giugno 1571 a e. 164). 

A spese de provvisionati. L. 98 s. 10 de q.°^ se fa buoni al 
Rev. D. Francesco Pontelongo Rettor del Collegio nostro per le ap- 
presso robbe che le si debbono per quest' anno, finito questo dì, cioè: 

Per corbe 6 de fermento per il suo Capelano . . . . L. 31 s. 10 

Per una castellata d' uva per il detto » 14 — 

Per un carro di legna et uno de fassi > 8 — 

Per la provisione del capelano e L. 1 per la festa . . » 13 — 

Per la piggione de la casa per suo padre » 32 — 

A conto detto Pontelongo L. 98 s. 10 » 



IL VALORE DKLLA LIRA B0L00NB8B DAL 1551 AL 1604. 199 

Le risorse del cappellano erano piuttosto magre. Il pove- 
retto, salvo le derrate, non riscoteva che it. L. 2.46 al mese, 
DÒ doveva essere guari fastosa la solennità patronale che im- 
portava la stessa spesa. Si è visto dal computo che il prezzo 
del frumento era L. 5 s. 5 alla corba, e poiché era stato 
L. 4 s. 12 in gennaio ed in dicembre e lo troviamo a L. 8 s. 6, 
dobbiamo pensare ad un magro raccolto. 

Traducendo a quintale abbiamo: in gennaio L. it. 18.38, 
in giugno 21, in dicembre 33.18. 

Il Seminario quest'anno non acquistò che 10 castellate d*uva 
per la maggior parte a L. 16 (39.36), ma anche a L. 18 una 
castellata del Borgo (Panigale?), ed a L. 14 una castellata 
di Castenaso. L' olio d* oliva si vende a quattrini 17 per libbra 
e il 100 costa L. 14 s. 3 d. 4 (34.85). 

In quest'anno apprendiamo che il donativo pubblico del 
sale per il Seminario era di corbe 3; la corba è valutata 
L. 3s. 4, ossia circa 8 lire attuali. 

Registriamo la spesa di L. 2 (4.92) per 4 paia di polli 
e quella di s. 4 (0,50) per once 6 di « butiero >. Il burro non 
comparisce che nei conti di quest' anno, e deve ritenersi o che 
i nostri chierici facessero consumo maggiore d* olio, o che il 
burro si sia smarrito nelle vacchette delle spese minute. 

Per l'anno 1572 (ed è l'ultimo) non abbiamo i conti com- 
pleti, ma soltanto del primo semestre. E* degno di avver- 
tenza che in questo periodo il valore dello scudo si trova 
•alquanto attenuato. Veggasi infatti la seguente partita {Gior- 
naie, e. clxxviij) : 

A Taddeo Cappari. L. 42 de q.°' in scudi 10 d' oro e per noi da 
Mr Giovanni Maria Campatiero da Forlì, laico nel Seminario nostro, 
a conto delle sue spese L. 42 s. — d. — 

Nota che detto Campatiero venne nel Seminario sino alli 22 stante 
e promesse pagare scudi 4 d' oro al mese, cioè. . L. 16 s. 16 d. — 

Lo scudo valeva perciò s.« 84, come è confermato anche 
da quest'altra partita del 5 maggio 1572: 



200 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR T.A ROMAGNA. 

Al detto. L. 25 s. 4 de q.°* e per noi da Don Pier da Monte 
Perdente per i giovani del Seminario a conto della sua offerta in 
scudi 6 d' oro. A conto a lui L. 25.4.— 

E potremnoo citare un'altro computo del 30 giugno, ma 
preferiamo di passar tosto ai prezzi, la cui descrizione ia 
quest'anno è semplificata dal fatto che non si può parlare 
delle castellate perchè a giugno P uva non matura. Diciamo 
perciò del frumento che a L. 8 s. 7 la corba corrisponde a 
Lire it. 33 il quintale. Per Volto d* oliva registriamo il 
prezzo di L. 15 s. 15 al 100. Abbiamo trascurato per questi 
ultimi anni le vesti, ma non trovammo negli anni precedenti 
cose degne di speciali avvertenze. Quest'anno ai 9 aprile si 
spendono L. 10 di q."* per l'acquisto di tela verde da alle- 
stirne le cortine che « trammeggiano i letti dei giovani ». 
Non ci saremmo soffermati nemmeno su questa notizia se il 
venditore non fosse un M.r Perfidio € mercante in gabella et 
todesco ». Il nome per mercante e por tedesco non suona 
certamente simpatico, ma torna a conferma dello svilupi^o 
germanico dei nostri traffici. 

Il contabile del Seminario cangiò anch'esso col tempo. e 
Teodoro Bagni venne surrogato da un Leonardo Mambrini, il 
quale soleva chiudere le annate ed i semestri con larghi 
riepiloghi della spesa. Ci sarà pur sempre qualche lettore a 
cui interesserà sapere che le 10 « castellate » acquistate nel 
1571 avevano i*eso 51 corbe di vino puro \40 hi.) 32 corbe 
di mezzo vino (25 hi ) e 24 corbe di vinello (19 hi.), i cui 
prezzi rispettivi sono: L. 2 s. 2 alla corba per il vino puro; 
L. 1 s. 2 per il mezzo vino; s. 14 per il vinello. Volendo 
fare la corrispondenza ad ettolitro, avremo: Lire it. 6.89 per 
il vino puro; lire it. 3.50 per il mezzo vino; Lire it. 2.20 
per il vinello. 

Per chi non ne avesse d' avanzo di codesta statistica chie- 
ricale, potrebbe riuscire anche non isgradito il sapere che il 
Seminario consumò dal 1.^ luglio 1571 al 30 giugno 1572 
libbre 10874 di farina sotto forma di pane e precisamente 
come segue: 



IL YALORS DELLA LISA BOLOQHBSS DAL 1561 AL IGOL SOI 



1<57 1 1«72 



Luglio . tibbre 329 Kg. 119.048 Goimìo. libbra 1272 Kg. 460.272 

Agosto . » 306 » 110.»>4 Febbraio > 991 > 358.592 

Settembre > 550 » 199.017 Mano. . » 956 » 345.92S 

Ottobre . » 764 » 276.453 Aprile . » 1009 » 365.106 

Novembre » 1043 > 377.409 ^ Maggio . » 1262 > 456.654 

Dicembre > 934 > 337.967 Giugno. » 11(3 » 399.120 

ToUle : Hbbra 10518 = Kg. 805 930 



La somma dod torna perchè le libbre cousamate sommano 
a libbre 10518 cioè 356 di meDO('). In ogni modo la diSe< 
renza non è grave ed intanto il prospetto ci dà il riparto del 
consumo per i mesi feriati e non feriali dell'anno scolastico- 
Quando avremo soggiunto che nello stesso periodo si consu- 
marono nel Seminario 1000 fasci di viti, 1000 fasci « de ca- 
vezzadura » e 400 fasci di € piede > e 30 cariba di legna 
grossa per un valore complessivo di L. 205, avremo raccolto 
dal nostro Giornale quel tanto di istruttivo che ci parve com- 
patibile colla brevità sempre insidiata del nostro studio. 

E per conchiudere anche il capitolo diremo che nel 29 otto- 
bre 1571 avviene la condotta di Federico Pendasio a profes:sore 
di filosofìa ('). La filosofia allora er-a certo in voga» perchè il 
Pendasio ottenne lo stipendio di ben 600 scudi dioro.cquod 
est librarum duorum millium quadringentorum monetae usua- 
lis ». Questo ragguaglio ci addimostra che i professori erano 
un po' maltrattati e che con essi, fosse pure a motivo di sem- 
plificazione, lo scudo d' oro si ragguagliava a L. 4. Ma a con- 
ferma delle notizie del Giornale, il Pendasio stesso ci procura 
piò conformi notizie. 



(') Una parte della farina veniva conaamata in cncìoa in paste' 
eredimenti, ecc. e siccome nel periodo 1 luglio 1571 a 30 giugno 1572 
ne furono conaomate libbre 324 sono forse qnelle cbe mancano nel 
computo. Queste sono valutate L. 18 s. 8 d. 8 ossia ogni libbra valeva 
d. 13 V'f circa, on kg. s. 3 d. 6 os!5Ìa 1. it. 0.38, suppergiù come ai giorni 
nostri. 

(>) Partiti, XXIII, e. 58 verso. 



202 B. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Troviamo infatti sotto la data dell* 11 novembre 1571 
un* ordine ai Signori della Gabella Grossa perchè paghino 
scudi 68 d'oro ad Alessandro Guidetti che li aveva antici- 
pati a Cesare Mezzovillani, quando costui era andato a Man- 
tova, a Padova ed a Venezia per accaparrare allo Studio bo- 
lognese il Pendasio accennato. 

1 68 scudi dovevano fare le spese anche al cavallaro che 
accompagnava il messo del Senato. Ora questa somma d*oro 
si traduce nel mandato (*) in L. 287 s. 19 d. 8. 

E con ciò risulta di nuovo provato che lo scudo d'oro va- 
leva air incirca s. 84 d. 6. Lo Zanetti invece vorrebbe che lo 
scudo d'oro valesse s. 85. 

Per il 1572, in data 9 gennaio, quell* ottimo professore Pen- 
dasio ci porge un'altra volta una mano. Infatti si ordina, sotto 
la data accennata, (') alla Gabella Grossa di pagare al Pendasio 
120 scudi d'oro in oro per il suo viatico e vi si soggiunge 
il ragguaglio a L. 514 s. 5, ragguaglio che porterebbe lo 
scudo a più che 85 s., e più precisamente a s. 85 d. 8. Ma 
con la morte di Pio V avvenuta nel 5 maggio 1572 noi dob- 
biamo chiudere questo capitolo, come abbiamo chiuso il pre- 
cedente, lasciando lo scudo d'oro a s. 85, sia che attingiamo 
alla fonte privata del Giornale del Seminario, sia che ci ap- 
poggiamo ai pubblici documenti. 



(1) Mandati, XXXI, e. 28 v. 
(*) Mandati, XXXI, e. 28 v. 



IL VALORE DELLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604. 20S 



III (XXXVII) 

Gregorio XIII (1572-1585). - Paolo Canonici, zecchiere (1572) e poi 
G. B. Gambaro (1573). - Matamenti nel personale della zecca. - 
Improvvisa modificazione nel taglio dei bianchi (28 agosto 1573). - Una 
corrispondenza fra T ambasciatore di Roma e gli Assunti di Zecca 
(settembre 1573 a settembre 1575). - Ostilità di Roma contro le 
monete e in ispecie contro la lega bolognese. - Le querele di Ro- 
magna. - Il parere di G. B. Scotto. - L* odissea dei Gregorii. - I 
bolognesi difendono la loro lega. - Saggi e controassaggi. - Paoli e 
testoni. - Le piastre da 22 soldi. - La zecca alle prese coi dottori 
della Gabella Grossa. - La tariffa di questa ed i rapporti fra la 
zecca e la dogana di Bologna. - Un mercante tedesco, favorito 
dalla corte di Roma; resistenze e concessioni del Senato. 



A 



Pio V succedeva nel pontificato il bolognese Gregorio XIII 
della famiglia Ruoncompagni. Ripigliando la storia della nostra 
zecca, cominceremo col inferire che nel 5 dicembre 1572 si 
deliberava un Partito (*) col quale si davano le disposizioni 
per una nuova locazione della medesima, mentre la antece- 
dente stava per finire e fu chiamato a reggerla Paolo Cano- 
nici. Vennero incaricati di provvedere al contratto i senatori 
Giovanni Aldrovandi, Antonio Ghisilardi, Gian Gerolamo Gi'ati, 
ed il conte Ercole Riario. Essi dovevano procedere d'accordo 
come usava sempre, col Gonfaloniere di Giustizia che era 
Carlo Ghislieri. Non abbiamo questo contratto, ma dubitiamo 
seriamente che esso non sia stato mai conchiuso, perchè Paolo 
Canonici dev* essere passato di vita in quel torno di tempo. 
Risulta che nel 17 febbraio 1574 (') il Senato delibera un'altra 
volta sulla zecca e che in luogo del quondam Canonici, la 
alloga ad un nuovo concessionario, Giambattista del fu Bar- 
tolomeo Gambaro. A nuovo zecchiere nuovi commissari e furono: 
Camillo Paleotti, Francesco Maria Casali, Enea Marsigli e Ales- 

0) Pariiii, XXIII, e. 93 r. 
(«) ParHti, XXIII, e. 109 v. 



204 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Sandro Gozzadinì. Lo strumento di locazione C) fu rogato 
nel giorno successivo (27 febbraio) dal notaio Fulgenzio 
Zannettini. Intervennero al contratto, oltre ai sopranomi- 
nati superstanles officinae monetariae , il governatore di 
Bologna che era Lattanzio Lattanzi, il gonfaloniere di giu- 
stizia Annibale Bianchi, e finalmente, crediamo per la prima 
volta, il controllore della Camera che era Filippo Carlo Ghi- 
slieri. Come di consueto non riferiamo tutte le minute stipu- 
lazioni dell'atto e 1utt*al più, avuto riguardo al momento 
storico in cui la locazione avviene, diremo che risulta dal con- 
ti'atto che la zecca era in contrada delle Clavature. 

La Camera di Bologna come sempre ne pagava la pigione, 
ma in questo contratto essa si impegna a pagare metà della 
pigione € de le stanze o vero botteghe ove al presente sono 
poste le ferriate pubbliche dove si coniano et battono le mo- 
nete, et il restante de la pigione de la casa dove hora si 
fa la Zecca spetta a pagare allo Zecchiere che si dechiara 
essere 69 scudi d* oro ». Questa distinzione come quella che 
ci pare nuova abbiamo voluto riferire per esteso. 

Le monete sono però la materia nostra e veniamo a dir 
subito che si provvide a monete d'oro e d'argento. 

L'oro da battersi è sempre alla lega di 22 d. colla tolle- 
ranza ordinaria di y,g e da una libbra di questo oro si rica- 
vano 109 scudi. Un siffatto scudo pesava perciò grammi 3.319 
a lordo, contenendo di fino grammi 3,042 ed equivaleva a Ine 
it. 10,48. 

Quanto ali* argento non si parla che di due monete prin- 
cipali: bianchi e gabelle: i bianchi hanno poi un multiplo nel 
doppio bianco che ha per noi 1* importanza di essere la lira, 
e hanno un submultiplo nel me^zo bianco. Alle gabelle si 
associano pure le mezze gabelle. Quanto a monete spicciole 
il contratto non ne parla se non per dire che non si possono 
coniare senza licenza dell'autorità superiore. 

Tornando ai bianchi, ne vanno 73 per libbra : ognuno pesava 
dunque a lordo grammi 4,956. Posta la lega a 826, abbiamo 

{}) Si trova nelTArch. di St. noi libri Diversorum^ n. 9. e. 435 r. 



IL VALORB DBLLA LIRA BOLOGMBSB DAL 1551 AL 1604. 



205 



un peso netto d'argento di grammi 4,093. Questi si raggua- 
gliano al valore di it. lire 0,91. Lo stato delle cose è rias- 
sunto nel breve prospetto che segue: 





BUnoo 

j 


Doppio bianco 

{lire) 


Vfl bianco 


Peso a lordo 

Peso a netto 


4,966 
i 4.093 
0.91 

1 


9 912 

8.186 
1.82 

1 


2.478 
2.047 

1 0.46 

! 


Valore in lire italiane .... 



Quanto alle gabelle ne andavano, sempie alla stessa lega, 
168 V, per libra e delle mezze gabelle 337. Siccome il com- 
puto è più facile cominciamo da queste. Esse dovevano pesare 
a lordo gi*ammi 1,073 che è quanto dire che contenevano di 
fino grammi 0,886 ed il loro valore era L. it. 0,196. 

E' facile dedurre che le gabelle pesavano a lordo gi*am- 
mi 2,146; a netto grammi 1,772 che rappiesentavano su per 
giù L. it. 0,39. 

Se si volessero conoscei*e i fideiussoiM del Gambaro, furono 
Gaspare del fu Antonio Bocchi e Nicolò degli Alberi. 

L'assunzione di Giovan Battista Gamhai*o a zecchiere, lasciava 
vuoto un posto di assaggiatore nella zecca, e perciò nel 4 mai*zo 
1573 gli venne surrogato Carlo Mangini (*). E poiché siamo 
venuti a parlare del personale, registrei*emo anche la notizia 
raccolta dal Malaguzzi Valeri sopra un Partito 18 gennaio 
1573 (*), col quale a surrogare il morto Faccioli venne eletto 
ad incisore dei conii Alessandro Minganti. Questi è lodato nel 
Partito per la sua onestà, pi»obità e perizia ed ali* atto della 
oomiua gli si assegna la retribuzione di L. 80 mensili. 



(^) Partiii^ XXIII , e. 114 r. Perii Gambaro assaggiatore, v. il capi- 
tolo I ; ci consta ch'egli fa anche incaricato nel 29 agosto 1559 {Partiti 
XXI e. 93 r ) di coniare i ferìini ossia le tesserae frumentarias che ser- 
vivano ai poveri per ritirare dalT Abbondanza il grano che si dava loro 
per limosina. 

(*) Partiti, XXIII, e. 173 r. e v. 



206 R. DEPUTAZIONE DI STORIA. PÀTRIA PER LA ROMAGNA. 

Ma veniamo a qualche cosa di più interessante, che ci è 
pòrto da un € Mandato della Cecca » emesso nel 28 agosto 
1573 dal vice legato Lattanzi e che merita di essere integral- 
mente riprodotto (*): 

Lactantius, Protonotarius ApostoHcus Bononiae Gubernator, 

Intendendo Noi che la Zecca di questa Città sta ociosa, et dod 
batte et questo procede perchè batte le monete d'argento con molto 
svantaggio, come per la prova delli pesi fatta in diversi modi si è 
chiaramente conosciuto. Et per ciò non mette conto alli mercanti 
di venire a questa Zecca, con minore comodo di quello che ritrano 
dalle altre zecche et in spetie da quella di Roma et di Fiorenza. 
Et volendo Noi a ciò opportunamente provedere ci contentiamo che 
Voi M.r Battista dal Gambaro Maestro della Zecca di questa città 
battiate per V avvenire i bianchi a ragione di n. 74 per ciascheduna 
libra d'argento, dove prima si battevano a ragione di 73. Et questo si 
fa per beneficio degli mercanti, acciò allettati da questo vantaggio, et 
comodo, tanto più volentieri vengano alla Zecca a far battere i loro 
argenti non ostante cosa alcuna che disponesse in contrario. In quo- 
rum etc. 

Datum Bononiae die 28 Augusti 1573. 

Lactantius, Gubernator. 
M. Ant. Volta, Vex. Just. 

Il mandato sovrapposto non contiene, a dir vero, una grande 
alterazione della moneta, ma ha una certa importanza costi- 
tuzionale. Infatti le disposizioni sulla zecca noi le abbiamo 
viste sempre deliberate dal Senato o«l anche nei bandi si accenna 
sempre all'assenso delle autorità cittadine. Invece qui il vice- 
legato dispone in nome pioprio in materia di zecca. Per quanto 
il mandato sia controfirmato, come sì direbbe oggi, dal gonfalo- 
loniere di giustizia, pure il procedimento non ci sembra re- 
golare. E benché sia stato emesso tre anni dopo, precisi, ci 
conferma in questa opinione un Partito del 29 agosto 1576 che 
porta il titolo solenne di Decretum ed è del seguente tenore (*): 

(^) Mandati, XXXI, e. 243. 
(*) Fattiti, XXIV, 16 V. 



IL YALORB DELLA LIRA BOLOGNB8B DAL 1551 AL 1604. 



207 



Decretum de non mutando pondero et numero monetarum. 

Item decrevit Senatus Bononiensis per suffragia 26 juxtìs et ratio- 
nabilibus causis motus quod officinae monetariae magister de caetero 
in cudendis monetis aureis et argenteis, nihil, quo ad pondus et nu- 
merum ipsarum monetarum audeat vel presumat innovare et mutare, 
nisi id sibi licere per legitimum Senatusconsultum expresse deela- 
ratum et eomissum fuerit. 

Quanto all'alterazioae delia moneta essa risulta dal seguente 
prospetto : 



Bianchi 
a 73 per libra 



Peso a lordo 

Poso a fino 

Valore in lire italiane . 



4.956 
4.093 
0.910 



Bianchi 
a 74 p«r libra 



4.889 
4.038 
0.889 



Rimarrebbe a sapere se il Mandato fu posto in esecuzione, 
ma di questo non abbiamo notizia. Possiamo però affermare 
che nel primo contratto successivo di zecca (29 febbraio 1580) 
i bianchi sono realmente al taglio di 74. 

Saremmo felici di saltare coi nostri lettori a questa loca- 
zione di Zecca, ma nel settembre 1575 incominciano a dibat- 
tersi fra il Papa e la nostra zecca alcune spinose questioni, 
sulle quali non possiamo passar sopra e che si riflettono per 
lungo tratto di tempo nella corrispondenza che 1* ambascia- 
tore di Bologna a Roma teneva con gli Assunti della zecca 
medesima (^). 

{^) Esistono neir Archivio di Stato due volumi di questa corrispon- 
d«nsa. Il primo di essi contiene lettere dal 1575 al 1654^ il secondo 
dal 1574 al 1650. Benché risulti che le controversie di cui parliamo 
si siano iniziate nel 1573, non abbiamo rinvenute le lettere relative. 
Le lettere del 1574 che citeremo sono scritte da Vincenzo Mattuiani, 
segretario del Senato ; quelle del 1575 dair ambasciatore Filippo Carlo 
Ghislieri. Le lettere raccolte nei due volami non sono tutte, perchè abbiamo 
notizia di una lettera 31 marzo 1574 che non vi si trova, ed altra del 
10 novembre 1574 si trova, alKArch. di Stato, nei documenti di zecca 
Piani ecc. B.* I n. 1. La cronologia delle lettere da noi consultate procede 



208 R. DBPUTAZIOKB DI STORIA PATRIA PAR LA ROMAGNA. 

Il Malaguzzì Valeri ne riferisce con sufficiente larghezza 
ed esattezza e ne vogliamo dire qualche cosa anche noi, ma 
prima di entrare in quest'argomento, osserveremo che se nel 
contratto col Gambaro si era stabilito che si coniasse moneta 
spicciola soltanto per ordine del governo, un primo Mandato in 
proposito abbiamo nel 20 novembre 1573, nel quale lo zecchiere 
è autorizzato a coniare per l'importo di 1500 scudi d'oro di 
moneta spicciola, a viintaggio del pubblico, in muraiole doppie 
e semplici o come dice testualmente il Partito, « in moneta 
infima si\e bassa valoris duodecim et sex quatrenorum > (^). 

Venendo ora alle questioni col pontefice, esse appariscono 
tanto più strane che Gregorio XIII era stato già Ugo Buon- 
compagni, di patria e famiglia bolognese, ma a quanto pare 
era stata la Romagna, per bocca del suo agente a Roma, che 
aveva suscitato la tempesta contro le monete di Bologna. La 
Romngna si dichiarava invasa dalle monete della nostra città 
tanto che i tesorieri papali di quella regione non potevano 
smaltirle. A Roma il Tesoriere generale non faceva loro buon 
viso ed i Romagnoli perciò chiedevano o di poter avere an- 
ch' essi una propria zecca o che si togliesse la confusione 
delle monete, obbligando Bologna a battere con la lega di 
Roma. Le monete che ingeneravano questa confusione non 
dovevano essere le monete proprie di Bologna, che noi cono- 
sciamo, ma quei giulii o paoli alla romana che vedemmo pure 
essere stati battuti dalla nostra zecca. 

Nel 23 gennaio 1574 l'ambasciatore riferiva queste cose 
agli Assunti, e soggiungeva di aver fatto rilevare alla Camera 
di Roma che codeste lamentele ed esigenze non eraiio cosa 
nuova; che se ne era parlato anche ai tempi di Paolo IV e 
poi si erano messe le cose in tacere. Infatti essendosi ese 
guito il saggio di una certa quantità di moneta bolognese per 



come segoe: per il 1574, 23 gennaio; 6, 13 febbraio; 26 maggio; 3, 
27 luglio; 11 agosto; 1, 8, 15, 28 settembre; 2, 23 ottobre; 10, 20, 24 
novembre; 4 decembre; per il 1575, 22 gennaio; 5 febbraio; 26 mar2o; 
18, 26 giagno ; 13, 27 loglio; 10, 13, 31 agosto; 14 settembre. 
(^) Partiii, XXIII, e. 133 r. 



IL VALORB DBLLA LIRA BOLOGMS8B DAL 1561 AL 1604. S09 

il valore di ano scudo, si era verificato che conteneva di fino 
12 13 quattrini di più. L'ambasciatore notava però che il 
tesoriere di Roma credeva poco a questa eccedenza. 

Nel febbraio, sempre del 1574, l'ambasciatore per istru- 
zione dei suoi mandanti, si procurava i patti della zecca di Roma 
di recente concessa al fiorentino Guglielmo Dei e li mandava 
a Bologna. Gli umori di Roma continuavano ad essere av- 
vei*si a che in Bologna si coniassero monete di 44 quattrini 
alla lega bolognese (*). Si sarebbe consentita volentieri la conia- 
zione purché fosse conforme al peso ed alla lega di Roma, 
anzi il governo centrale avrebbe acconsentito anche che si co- 
niassero in Bologna le piastre da tre paoli, ossia quelle monete 
che a Roma si addimandavano testoni. Per altre monete i Bo- 
lognesi potevano adottare liberamente la lega che più loro 
piacesse. Cosi fa capolino l* idea vagheggiata da Roma che la 
zecca di Bologna tenesse due leghe, una per le proprie mo- 
nete e un* altra per le monete battute alla foggia della capitale. 

Nel 31 marzo 1574 il segretario Mattuiani dovette riscri- 
vere in argomento, ma non abbiamo la sua lettera. Sappiamo 
però che gli Assunti di zecca decisero di interpellare una per- 
sona esperta e si rivolsero alToretice Giovanni Battista Scotto, 
del quale si può leggere la consultazione nel Malaguzzi Valeri ('). 
Essa è in data 6 aprile 1574 e porta modestamente accanto alla 
data le parole « di bottega >, mentre risolve con molta chiarezza 
le questioni che erano state proposto all'autore di essa. Egli 
trova che T assoggettare la zecca di Bologna alla lega di Roma 
per la comodità delle popolazioni romagnole era un* esigenza 
eccessiva, specialmente quando si comprendeva nella proposta 
anche Toro. Non poteva lo Scotto intendere che cosa si vo- 
lesse il Papa, perchè gli scudi d'oro bolognesi erano della 



(') I nostri lettori intenderanno facilmente come i giulii romani bat- 
tuti sino dal 1551 (Gap. I, p. 150) in Bologna col valore di 40 quattrini 
avessero, nel deprezzamento successivo del quattrino, accresciuto il loro 
valore a 44 quattrini 

(*) La Zecca dt Bologna, Doc. 14; p. 185. 11 documento è tratto 
dalle Seriti%ire ed istrumenti del Senato^ B, L. 8, n. 111. 



210 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

lega di quelli di Roma. Quanto al peso, è vero che per libbi-a 
a Bologna se ne ricavavano di più, ma la libbra di Bologna 
pesava meglio della romana. Gli scudi romani potevano aver 
avuto qualche maggior pregio quando se ne cavavano 100 da 
una libbra, ma siccome giusta gli ultimi patti con lo zecchiere 
se ne ricavavano 102, ogni differenza era scomparsa. 

Aveva ragione lo Scotto ? Noi sappiamo che il taglio degli 
scudi bolognesi era 109 per cui pesavano a lordo grammi 
3,319, a netto grammi 3,044. La libra romana era di grammi 
339,072, che, alla lega di 0,917 dà il fino in grammi 311,922. 
Questa cifra divisa per 102 mi dà grammi 3,058 come peso, 
a fino, dello scudo d* oro romano. 

E evidente adunque che fra lo scudo d'oro di Roma e 
quello di Bologna passava la differenza di 14 milligrammi. 
Noi abbiamo attribuito allo scudo d'oro di Bologna il valore 
di L. it. 10.48; allo scudo di Roma, per la piccola eccedenza 
di peso, dovremmo attribuire il valore di L. 10.53. Tra i due 
scudi dunque non passavano che L. it. 0.05 di differenza. Lo 
Scotto poteva perciò assicurare che gli scudi di Bologna erano 
accettati in Roma per belli e buoni, senza nessuna difficoltà. 

Quanto all'argento, secondo lo Scotto, qualsiasi obbiezione 
doveva essere rimossa, quando risultasse che a Bologna si 
battevano monete da 44 quattrini della stessa finezza del 
Giulio romano. Se ciò era dimostrato perchè non dovevano 
correre in tutto lo Stato ecclesiastico? Egli tuttavia esaminava 
il caso che Roma non volesse saperne di questi Giulii alla 
lega di Bologna. Qual ragione poteva muovere la Camera di 
Roma a tanta pedanteria? 

Forse il proposito di voler sopprimere la zecca bolognese? 
Se proprio Roma non era ispirata da questo progetto radicale, 
si potava accondiscendere a coniare colla lega di Roma la 
moneta di corso più universale ed a lega di Bologna le altre 
monete. Chi portava argento alla zecca poteva dichiarare se 
voleva moneta romana o bolognese, e dove egli fosse slato 
indifferente, si potevano coniare monete alla foggia romana. 
Ma lo Scotto credeva che, informando il papa direttamente delle 
cose, senza passare per la trafila del tesoriere, sarebbe facile 



IL VALORE DELLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604. 211 

indurlo a concedere che, a pari finezza di contenuto, i bolo- 
gnesi continuassero a coniare anche moneta di tipo romano 
colla loro lega. E qui lo Scotto riferisce la ragione econo- 
mica, che altri potrebbe supporre politica, dell'insistenza dei 
bolognesi per la loro lega. Cosi in questo documento, come in 
tutto il corso della corrispondenza che veniamo commen- 
tando è più volte e variamente ripetuto che la lega di Bologna 
era più comoda per i mercatanti che affluivano nella nostra 
città coi loro argenti. Noi non escludiamo del tutto che i 
Bolognesi nel difender la loro lega volessero preservare una 
parte della loro autonomia, cioè quella della loro zecca, ma 
come abbiamo altre volte accennato, in questo caso il principio 
politico avrebbe offuscato il principio economico che impone 
la massima uniformità di moneta in un medesimo Stato. 
Ma era in prevalenza altra ragione economica, di indole pratica, 
che ispirava il Governo bolognese. 

L* argento affluiva a Bologna sopratuttutto dalla Germania, 
e la lega di Bologna essendo meno ricca della romana era, 
come dice lo Scotto, € capace di ogni sorte d'argento > cioè 
si adattava meglio all'argento mercantile d'allora. Adottando 
la lega romana sarebbe stato necessario di affinare 1* argento 
e questo non si poteva fare senza un qualche dispendio ed 
era meno comodo per i negozianti del metallo bianco. 

Lo Scotto vien quindi a parlare per ultimo dei quattrini. 
A lui non faceva difficoltà che questi si battessero alla lega 
ed al peso di Roma ; ma su questo punto non era da insistere 
perchè nella questione la Romagna era affatto disinteressata. 

Nella sua conchiusione lo Scotto si occupa anche di una 
nuova zecca in Romagna, e si compiace che il Papa le sia 
avverso. Infatti, scrive egli, in quella regione non si estrae 
argento ed i romagnoli lo dovrebbero procacciare al difuori. 
Perchè i mercatanti lo cedessero alla nuova zecca, conver- 
rebbe che vi trovassero maggior tornaconto che altrove, ma 
allora i romagnoli dovrebbero rifarsi sulla moneta del mag- 
giore dispendio, mezzo certamente disadatto ad avere quelle 
buone monete alle quali aspirava la Camera apostolica. 

Confortati da questo parere sembrò ai nostri magistrati 
che fosse più conveniente troncare le discussioni col venire 



212 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

alla prova dei fatti e nel 26 maggio 1574 il segretario Mat- 
tuiani scrive di aver ricevuto da Bologna 101 nuovi Gregari, 
come vennero denominati i Oiulii, forse per vincere meglio 
le riluttanze del Papa. Erano un campione od una € mostra > 
come dice il testo della lettera, delle monete alla romana che 
si volevano coniare. I primi a cui furono pi*esentate furono i 
Cardinali di S. Sisto e Guastavillani, cardinali bolognesi, che 
troviamo sempre immischiati in queste controversie, come 
patrocinatori della causa di Bologna. I cardinali li presenta- 
rono al papa che fu contento quanto al conio ; ma quanto al 
lasciarli correre in Roma e nello Stato ecclesiastico si rimet- 
teva al parere della Camera Apostolica. 

Per questa doveva certo servire una informazione che 
accompagnava i Gregori ; dalla quale risultava che i gregori 
bolognesi contenevano più fino dei giulii romani. I)a una libbra 
di Bologna si ritraevano 101 gregorii alla lega di o. 9 d. 20. 
Questo peso dunque era il fino dei 101 gregori. Da una libbi-a 
di Roma che corrispondeva ad o. 10 d. 16 bolognesi, si trae- 
vano pure 101 giulii, e pur tenendo conto della lega supe- 
riore (di once 11) non contenevano che o. 9 d. 18 grani 16 di 
fino. Chi dunque poteva ricusarli se contenevano d. 1 gi^ni 
8 d'argento meglio che i giulii di Roma? ('). 

Eppure la Camera apostolica come apparisce dalle lettere 
del luglio 1574, continuava alla sua volta ad osteggiare i 
nuovi paoli o gregori che si vogliano chiamare. Li aveva 
fatti saggiare ed erano risultati con quattro baiocchi in meno 
di fino per libbra. Anche l'ambasciatore aveva procurato se- 
gretamente altri assaggi, riusciti tanto meno favorevoli dacché 
la lega bolognese che doveva essere di o. 9 d. 20 erasi veri- 
ficata di o. 9 d. 18 y,. 

(^) Che sia il caso di ripetere il vecchio epigramma ohe un'amba- 
sciatore è un uomo mandato a mentire ? Se noi badiamo ai moderni 
trattati di metrologia o. 9 d. 2) di Bologna sono grammi 2%,518; 11 o. 
di Roma sono grammi 310,816; 101 gioii di Roma contenevano dunque 
veramente grammi 13 di più dei bolognesi. L' errore può provenire da 
che 0. 10 d. 16 di Bologna a cui è ragguagliata la libbra di Roma, sono 
grammi 321,256, mentre alla libbra di Roma sono attribuiti dalla metro- 
logia grammi 339,072. 



IL VA1.0RB DKLLA LIRA BOLOONBSB DAL 1551 AL 1604. 218 

L* ambasciatoi*e notava però che ia deficienza avvertita dai 
saggiatori di saa fiducia era di soli grani 4 V, P^'' 1^ giulii, 
un valore cioè di Squattrini. Oli che valeva la pena di curarsi 
di questa meschinità? Ma intanto la Camera apostolica affacciava 
altre obbiezioni : i gregori pesavano più che i giulii romani, pote- 
vano dunque essere tosali, ridotti al peso di questi e correre, 
con minore intrinseco, al pari di essi; 1* argento di cui erano 
formati non poteva esser rifjso e adoperato per foggiarne 
vasellami ed argenterie. Il Papa in sulla fine di luglio era 
risoluto a non riconoscere i gregori, se non si battessero 
alla lega romana. E T ambasciatore a ripetere a S S. i van- 
taggi economici della lega bolognese a ricusare, come impos- 
sibile, la coesistenza di due leghe in una zecca medesima. A 
lungo andare una di esse tornerebbe d* impaccio e converrebbe 
sacrificarla e la sacrificata sarebbe evidentemente la lega 
locale II 1.** settembie 1574 V ambasciatore era ricevuto in 
udienza da papa Gregorio ed insisteva a dirgli che nei paoli 
bolognesi vi ei*ano 11 carati di fino (gi*ammi 2,073) quanto 
nei paoli romani, che tutta la diffet*enza ei*a questa : che il 
paolo i*omano conteneva un carato di rame, ed i bolognesi 2 
e mezzo. E S. S. ribatteva: — « Tenetevi il vostro rame che 
vi è di più et batteteli come questi » — L' ambasciatore repli- 
cava: — € Che di Àllemagna erano condotte masse d'argento 
a battette monete in questa città di Bologna per essere con- 
forme a questa lega e che ciò era di utile a Bologna et anche 
di decoro alla S. Sede, perchè i tt*afiìcanti d'argento porta- 
vano la maggior parte della moneta coniata colle armi papali 
a spendere dalle loro pai*ti. Che non trovandosi essi altret- 
tanto bene a portar l'argento in alt le zecche, queste se vole- 
vano battere, dovevano battere reali di Spagna, comprati a 
Genova ». 

Il Papa allora insisteva perché si battessero bianconi per quei 
mercanti, bianconi coniati alla lega bolognese, ma se si coniavano 
giulii fossetto alla lega di Roma. Sappiamo che lambasciatoi e non 
ci sentiva da questo orecchio: due leghe in una zecca erano una 
oiostruosità e ne andn^bbe ferita la riputazione di Bologna. 
L.' ambasciatore notava che quei signori della Camera per 

14 



214 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

antipatia contro la moneta di Bologna, tiravano in campo 
molto frivole lagioni. Non reggeva p. es. quella che non si 
potesse colle monete bolognesi rifuse fabbricar vasellami. L'ar- 
gomento sembrava risibile difatti anche al Papa, il quale 
mostrava di intendere che le monete non si battevano per 
essere rifuse, ma per essere spese. 

In questa lunga i*elazione del colloquio fra rambasciatore ed il 
Pontefice, troviamo d* altra mano inserita una confutazione di 
altre obbiezioni, p. es. di quella che le monete bolognesi si potes- 
sero tosare più facilmente delle romane. Le monete bolognesi 
essendo più grosse per maggiore quantità di rame avrebbero 
anzi tradito più facilmente la tosatura e la lega stessa le 
rendeva più robuste per modo da impedire ogni alterazione. 
Si argomentava anche che il sistema delle due leghe avrebbe 
portato il pericolo grande o per lo meno il sospetto che si 
scambiassero o si mescolassero fra loro ; e si ripetevano altri 
argomenti che già conosciamo. La spesa di affinamento per 
attivare la lega di Koma è in particolare ragguagliiita a due 
giulii per libbra, ed era tale che dava noia anche agli zec- 
chieri di Roma che appunto per questo battevano, rifonden- 
dendoli, i reali di Spagna. Finalmente si faceva osservare che 
nello Stato ecclesiastico correvano senza ostacoli le piastre 
ed i barili fiorentini di lega diversa dalla romana. Perchè 
adunque tanto accanimento contro la lega di Bologna (') ? 

L'udienza e il memoriale dovevano aver pi*odotto un qual- 
che efi*etto, perchè i camerali ed i chierici della Camera co- 
minciarono a veder di miglior occhio i paoli perseguitati. Il 
Papa aveva raccomandato T affare al vescovo di Macerata che 

(^) Queste ragioni sono svolte anche in ana istanza al Pontefice, 
che 81 trova alT Arch di St. Zecca, ci. IV. Piani, B.* I, n. 1, sai com- 
mercio dei metalli preEÌosi, la cai storia interessante ci ha fatto abbon- 
dare nei particolari del testo. L' istanza contiene Uttaralmenta questo 
passo: «Che esse zecche dello Stato ecclesiastico trattano pochissimo 
altri argenti che Reali di Spagna che vanno a comprare qnando arri- 
vano le carrovane a Genova, li quali Reali tengono di fino anco essi 
tanto quanto li romani » Ecco per qnal via i tesori del Nuovo Mondo 
giungevano alle zecche d* Italia. 



IL VALOBB DELLA LIRA BOLOONB8B DAL 1551 AL 1604. ^J15 

era stato incaricato di riferirne alla Camera; ma il settembre 
passò senza conchiusione. Forse si era deciso di lasciar cadere 
r opposizione, quando apprendiamo da lettera del 23 ottobre 
1574 che il solito guastamestieri, l'Agente di Romagna, aveva 
presentato nuova istanza perchè si aprisse una zecca in questa 
regione. L'ambasciatore bolognese se ne lagnò « honesta- 
niente » col collega, gli rimproverò che avesse sollevato presso 
la Camera apostolica questioni riguardanti la zecca bolognese 
senza avvertirlo. Il romagnolo rispose di non aver fatto una 
vera istanza contro Bologna, ma che preoccupato degli im- 
pacci che le monete di Bologna portavano nei pagamenti fatti 
alla Camera di Roma, ed avendo inteso che Bologna avrebbe 
ormai coniato anch'essa alla foggia di Roma, aveva chiesto 
informazioni in proposito. 

L'incidente non ebbe seguito. L'ambasciatore ebbe istru- 
zioni di non ingerirsi della zecca di Romagna e per consiglio 
del card. Guastavillani, propose agli Assunti che coniassero 
senz'altro i paoli o gregorii disputati. Avrebbero servito, per 
intanto, a Bologna; se buoni, grado a grado, si sarebbero fatti 
strada an-Jie al di fuori. Quello che è certo si è che nel 14 di- 
cembre 1574 si concede allo zecchiere G. B. Gambaro una delle 
solite licenze per coniazioni di quattrini (*)e poi gli si dà la facoltà : 

« et itera etiam cudendi ad eius libitum monetas argen- 

teas vulgo gregorios ad solitam colligationem Bononiae, legam 
appellatam > ('). 

Abbiamo dunque motivo di ritenere che sia esatto questo 
passo delTAlidosi (^): € Nel 157") si cominciarono a battere 
delle piastre da 22 bolognini l'una e delli paoli da 44 quat- 
trini l'uno ». Nel documento veramente citato poco innanzi 
non si parla che dei gregori che sono i paoli da 44 quattrini, 
ma è naturale che coniatisi i gregori ad imitazione dei giulii 

(M Per un importo di 1500 scudi: 1000 Hd istanzA di un forensÌ8 
che 8i obbligavH ad esportarli e 500 in vantaggio della città. 

(«) Cfr. ParUii, XXllI, e. 164 v. Il Partito si intitola: « Licentia 
Ceccherio cadendi qnatrenos et item gregorioé ». Cfr. nnche Mandati, 
XXXI, e. 259. 

(') Cose Notabili di Bologna, pag. 208. 



216 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA P£R LA ROMAGNA 

si passasse poi ad imitare T altra moneta romana che era il 
testone. Il testone di Koma, Io dobbiamo aver detto ancora, 
corrispondeva a tr« paoli ossia a tre volte 44 quattrini di 
Bologna, in altre parole, a quattrini 132. 

Se 6 quattrini erano un soldo, 132 quattrini ne erauo 
22, ed ecco spiegate le piastre da 22 soldi a cui TAUdosi 
allude. Il nome di piastra fu portato anche dalla lira di venti 
soldi, l'Àlidosi la trasferisce a quest'imitazione del testone romano. 

La questione dei gregorii, vinta cosi in fatto, parve per od 
momento assopita, ma si rinfocolò ben presto, se in una lettera 
dell* ambasciatore del 5 febbraio 1575 si allude a qualche car- 
teggio passato fra il segretario Mattuiani ed altro segretario 
del Senato Zambeccari intorno a questa materia. L'ambascia- 
tore che era quel Filippo Carlo Ghislieri che abbiamo cono- 
sciuto in principio di questo capitolo come controllore della 
Camera, era in grande angustia perchè pareva che a Roma si 
pensasse ad un decreto che riduceva il valore dei giuhi in 
tutto lo Stato a 40 quattrini: mentre noi sappiamo assai bene 
che a Bologna ne valevano 44. Nel 18 giugno 1575 pare 
finalmente arrivato il giorno fausto per i paoli, i meizi paoli 
ed i testoni di Bologna, perchè la Camera Apostolica si decide 
ad accettarli anche coniati con lega bolognese, purché conten- 
gano tanto d'argento quanto i romani. Ma nel 6 luglio si torna 
agli scrupoli: se ne vorrebbe avere un centinaio per farne il 
saggio. Nel 27 luglio anzi Monsignor tesoriere desidera di 
avere una libbra di Bologna di giusto peso per dare una base 
sicura ai saggi. Nel 10 agosto la libbra era arrivata a Roma 
e tuttavolta nel 13 agosto le cose si trovavano di nuovo in 
alto mare, sia che paresse alla Camera che si ricavassero da 
una libbra di Bologna 102 gregori invece di 101 ('), sia che 

(^) Dobbiamo qui ricordare ai lettori come nella nostra precedfota 
Memoria (pag. 100 de IT ed. a parte) risulti che nel contratto conchiuso il 
12 novembre 1550 col Cannobio, fra le monete patteggiate ci fossero anche 
i giulii, dei quali ne andavano 100 % per libra. Eisi si accostavano cosi 
più sensibilmente ai paoli romani. Se questi contenevano, seguendo il 
Martini, grammi .'1.075 di fino, i bolognesi ne avevano gr. 2.9G8. Discen- 
dendo a 101 si erH già peggiorata la moneta, peggio se fossero stiiti 102. 



IL VALOKK DBLLA LIRA BOLOGNB8B DAL 1551 AL 1604. 217 

ammesso pure che nulla fosse a ridire sul peso, lo zecchiere 
di Roma soffiasse sul fuoco, perchè 1* argento di Bologna non 
era affinato. A costui il fatto dava molta noia, perchè egli 
invece doveva procacciarsi argento raffinato o affinarlo colla 
spesa di dodici baiocchi per libbra. Egli insomma si lagnava 
di questa concorrenza indebita che la zecca di Bologna faceva 
a quella di Roma. 

Per abbreviare, diremo che il 31 Agosto pareva che fosse 
entrata negli animi della Camera apostolica maggior calma e che 
pur ammettendo che per ogni libbra di gregorii vi fosse la diffe- 
renza di tre sei baiocchi, si volesse chiudere un occhio. Quei 
signori parvero anzi presi, ad un tratto, da uno speciale infatua- 
mento per la moneta di Bologna, perchè intendono di esaminare 
pei*sino se si possano far correre in tutto lo Stato ecclesiastico 
anche le gabelle, i giulii da 40 q.**^ e le piastre di Bologna. 
Questo si faceva certo per aiutare le strettezze monetarie della 
Romagna (^). Perciò l'ambasciatore eccita il governo bolognese a 
spedire una libbra di gabelle, di giulii da quaranta e di piastre 
perchè potessero essere saggiate e prendere una decisione 
anche intorno ad esse. Questo pensiero della Camera era riu- 
scito assai gradito ali* ambasciatore parendogli « essere honore 
di questa Cecca che le sue monete si spendano ancora qua > 
ed aspettava le libbre di monete se i magistrati bolognesi 
condividevano la sua soddisfazione. L'ultima lettera del car- 
teggio porta la data del 14 settembre 1575 ed annuncia che 
l'ambasciatore aveva ricevuto gli schiarimenti chiesti sopra 
le monete di Bologna, ma ^ che per bora si starà a li gre- 
gorii », il che deve significare che questi intanto erano am- 
messi e per le altre monete si sarebbe provveduto in appresso. 

Chi credesse che con questa odissea dei gregorii avessimo 
spremuto tutto il succo della corrispondenza fra l'anibascia- 



(^) In questo periodo p. es. Ceaena e per essa P Agente di Romagna 
8Ì era rivolto sapplichevolmente al Cardinale di S Sisto, onde impe- 
trasse da Bologna che «tuesta lasciasse esportare da BO a 70 scudi di 
quattrini allo scopo di lifornire Cesena « exhausta di quattrini », (Let- 
tera dell'amb 26 marzo 1575) 



218 R. DlsIPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

tore e gli Assunti di zecca, purtroppo, per la pazienza nostra 
e (lei lettori, s* ingannerebbe: alla questione dei gregorii se 
ne erano intrecciato altre. Intanto nel giugno 1575 il gover- 
natore di Bologna aveva fatta la cosa « giusta e santa > di 
intimare un precetto ai Dazieri, perchè non molestassero la 
zecca. I magistrati bolognesi per rintuzzare cotesto velleità 
doganali contro la zecca erano ricorsi all'ambasciatore per- 
ch'egli procurasse attestazioni intorno al modo in cui le cose 
passavano in Roma. E T ambasciatore, in lettera 6 luglio 1575, 
mandava una f^eAe dello Zecchiere in argomento, ma soggiungeva 
che non si era rivolto ai doganieri per altra fede perchè anch'essi, 
come i bolognesi, leticavano collo zecchiere. Il carteggio non 
dice chiaro che cosa i dazieri volessero, ma potrebbe darsi che 
volessero colpire di dazio le monete uscite dalla zecca che 
si esportavano. 

Ora questo nuovo balzello avrebbe indisposto i mercanti 
e e* era il pericolo che la zecca rimanesse con poche fac- 
cende venisse anche serrata. L* ambasciatore per stornare 
il danno si era rivolto ai soliti cardinali di S. Sisto e Goa- 
stavillani, patrocinatori degli interessi bolognesi, ma la cosa, 
a quanto scriveva gli pareva di difficile riuscita, perchè vi 
subodorava « un poco d'intrico >. 

Chi erano gl'intriganti? Erano « i dottori » i quali si 
maneggiavano gagliardamente ed avevano compilato certe scrit- 
ture che tenevano sospese le deliberazioni del governo. La 
questione a favore della zecca doveva essere ben chiatta |>er 
che fu sopita assai presto e dopo la fine di luglio non se ne 
parla più nelle nostre lettere. 

Noi vogliamo, in ogni modo, dirne qualche cosa, perchè può 
far meraviglia che i dottori, i quali erano, com'è noto, i pro- 
fessori dell'Università, potessero avere qualche cosa da fai'e 
colla Zecca. Siccome, giova sperare, che io non scriva solo per 
i lettori bolognesi, devo chiarire altresì che i dottori di coi 
si tratta che facevano tanta paura all'Ambasciatore e che non 
mancavano in Roma di protettori, erano « i signori Dottori 
Degli Eccellentissimi Collegii Leggisi i et Artisti Rettori Am- 
ministratori et Locatori della Gabella Grossa » 



IL VALORE DBLLA LIRA BOLOQNB8B DAL 1551 AL 14>04. 219 

La Gabella Grossa era la dogana del tei ritoi io bolognese, 
e siccome i professori orano pagati coi redditi di questo 
cespite finanziario, si capisce perchè il governo bolognese 
liberalmente avesse ceduto ai Dottori il diritto di ammini- 
strarlo e locarlo o darlo in appalto. Noi non vogliamo inse- 
rire qui uno studio sulla gabella gros^^a ma vogliamo dir 
qualche cosa dei suoi rapporti con la zecca. Sarà occasione 
per ritrovare, sotto altra forma, certe stipulazioni dei contratti 
di locazione di zecca ed avremo sgombrato il terreno quando, 
più tardi, nel 1636 rinascono le questioni del 1575. Osser- 
viamo intanto che, proprio nel 1575, la Gabella Grossa, cari- 
candosi di oltre 2700 lire di censi perpetui, aveva costruito 
Tedifi/io nel punto che ai chiama ancora Portico della Gabella 
destinato al servizio della dogana, per cui quel tratto di via 
Ugo Bassi ebbe anche il nome di « via della Gabella Nuova ». 
Poteva dunque avere un certo interesse ad impinguare i suoi 
redditi, magari in danno della zecca. Notiamo anche che Fi- 
lippo Carlo Ghislieri, ambasciatore a Roma, si mostra molto 
indignato contro i dottori e speranzoso che rimanessero sba- 
ragliati nelle loro pretese. Egli aveva posseduto corte case 
in via Pietrafiita ed aveva dovuto cederle in parte ai dottori 
per la loro fabbricai. 

Che fosse stato poco soddisfatto dell* indennizzo ricevuto? (') 
I dazi della Gabella Grossa erano, come tutti i dazi doga- 
nali, di importazione, di esportazione e di transito; il transito 
sì chiamava come oggigiorno, ma i dazi d' importazione si 
dicevano del Rimanente; quelli d'esportazione, della Tratta (*). 
La tarififa di questi dazi meriterebbe uno studio accurato sulle 
sue origini, sul suo contenuto e sulle sue riforme, ma diremo 
soltanto che comprendeva dazi specifici e dazi ad ralorem ; 
il valore alcune volte era desunto da stime. Il dazio a peso 



(*) Per tutte queste notizie cfr. Guidici ni : Cose notabili delia città 
di Bologna, IV, 248, 249. 

(*) Rimanente f cioè snìU C09« che rimanevano nello Stato; Tratta^da. 
trarre, e^trarre, sinonimo allora di esportare, senso ohe il verbo non 
ba ancora del tutto perduto. 



220 R. DBPUTAZIONR DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

procedeva per libbre e per centinaia di libbre nelT importa- 
zione, per soìne (di 500 libbre) o per centinaia di libbre 
negli altri dazi, Vi sono dazi anche per unità, oltre che per 
peso, ma non dobbiamo indugiarci e soggiungiamo soltanto che 
proprio nel tempo del quale scriviamo la tariffa era stata as- 
soggettata ad una revisione, come risulta dulia prefazione della 
prima edizione a stampa di essa nel 1580 (*). Vi si era la- 
vorato intorno sotio il govei-no del Sangiorgi (1578), ma es- 
sendo sorte alcune difficoltà non era stata approvata dal Papa 
che nel 1579 e poi promulgata 1*11 luglio 1580 dal gover- 
natore Monte Valenti (Montes de Valentibus). Da questa pub- 
blicazione noi possiamo riconoscere per 1* appunto la posizione 
della zecca nel regime doganale di Bologna. E cominciamo a 
trascrivere il cap. XXII che è del seguente tenore: 

« Aggiongendo oltre le sopradette cose, che se occorrerà, 
che la Communiià di Bologna faccia fare Cecca, overo fa- 
brica di monete d'oro, d'argento, overo di rame nella città 
di Bologna, che allhora, et in quel caso ciascuno possa con- 
durre alla città predetta Oro, Argento, o Bolzone libera- 
mente, e senza pagamento alcuno di Datio, o Gabella, nondi- 
meno sia obbligato presentare il detto Oro, Argento o Bol- 
zone al detto Ufficiale, overo Conduttore, o suoi ufficiali, come 
è detto di sopra delle altre mercantie: purché tali conducenti 
assegnino, e rilascino in Cecca, o Fabrica predetta, o Uffi- 
ciali deputati a questo, la terza parte del detto Oro, Argento, 
Bolzoni, et per quel pretio, che saranno d' accordo con li 
detti ufficiali della Cecca o Fabrica. Et del restante, cioè le 
due parti, tali conducenti possono disponere a suo volere senza 
pagamenti di alcun datio, o gabella, e che rilasciata la detta 
terza f)arte delli detti Ori, Argenti, overo Bolzoni nella Cecca, 
overo Fabrica, sia obligato l'Ufficiale, o Conduttore di detto 
Datio. o Gabella delle mercantie dare liberamente, e senza 
pagamento alcuno la Bolletta a detti tali conducenti, et siano 
obbligati a petitione dell'Ufficiale, o Conduttore di iletto Datio 

(^) Tariffa della Gabella Grossa di Bologna, per Alessandro Benacoi 
MDLXXX. 



IL VALORJB DBLLA LIRA BOLOONB8B DAL 1551 AL 1604. 221 

giai'are per s^acramento, cioè se tale UflSciale. overo Con- 
duttore di Cecca ha appresso di sé parte alcuna d* Oro, 
Argento o Bolzoni condotti per tali conducenti : overo che 
si dicesse li havessero condutti con animo di lavorarli, e 
per lavorarli nella detta Cecca in monete a Conio del 
Commone di Bologna ; e simile sacramento sia obbligato a 
prestare esso Conduttore overo, quello, che farà condurre 
Oro, Argento, o Bolzoni alla Città di Bologna come disopra. 
Ma se tali conducenti Oro, Argento, o Bolzoni alla Città 
di Bologna non fossero d'accordo del pretio della terza parte 
d'Oro, Argento, o Bolzoni con li detti Ufficiali di Cecca 
overo della Fabrica; overo che ricusassero di prestare il detto 
giuramento, cho allhora, et in quel caso siano obbligati li 
Conduttori del detto Oro, Argento, o Bolzoni, a pagare il 
Datio, et Gabella ordinari, e poi del detto Oro, Argento, o 
Bolzoni ne possano disponere a suo volere, » 

La prolissa dicitura del Capitolo non ci ha dissuaso dal 
riportarlo perchè in essa si riflette e si condensa, sotto altra 
forma, una clausola che noi siamo stati abituati a leggere nei 
contratti di zecca; possiamo poi anche conchiudere che nei li- 
tigi fra i Dottori e la Zecca non poteva entrare il dazio dei 
metalli preziosi, tanto le disposizioni in proposito sono tradi- 
zionali ed esplicite. 

Potevano in quella vece riferirsi alle monete. Quale era 
dunque il regime doganale delle monete nella tariffa del 15S0, 
la quale, senza approfondire il soggetto, abbiamo motivo di 
credere che contenesse il consolidamento e la sanzione delle 
norme consuetudinarie (') della Gabella Grossa ? 

Diciamo anzitutto che le monete sono già contemplate in 
quelle che oggi si direbbero le disposizioni generali della ta- 
riffa fra le merci esenti da dazio (*) Queste merci sono assai 



i^) È notevole la perdistenza Hecolare di queste norme di dogana 
che stampate dal Benacci nel 1580 si riproducono sempre tali e quali, 
come in peno vigore, negli anni 1647 e 1711. 

(') Cfr. Gap. XXIV della Tariffa. 



222 R. DEPUTAZIONE DI 8TOR1A PATRIA PER LA ROMAGNA. 

poche : le perle e le gioie (') ; vitriolo di Koma appaltato dalla 
Sedia Apostolica; allume di rocca similmente appaltato (*): 
libri stampati che habbiaiio a restare nella Città di Bolo 
gna (^) ; seta nostrana e forestiera cruda, salvo la seta d'olti*a 



(^) S' inteDdooo le gioie sciolte, perchè nella tarìffn d* importaziooe 
trovo : « Zoielli d' ogai conditioDe ». Pagavano s. 1 d. 4 (d. 16) per lira 
di stima, un dazio ad valoretn del 7 per cento alT incirca. 

1*) Non ci consta perchè e come il vetriolo f.sse materia d'appalto 
per la Santa Sede, né si intende se si tratta di vitnoìo di ferro o di 
rame. Q. Zipprl ha pubblicato invece, di receate (1907), nelT Archivio 
della R, Società Romana di StoHa patria (Voi. XXX, fase 117-120, 
pp. 3-51; 389-462) un dotto ed accurato lavoro sopra « L'^llumt di 
Tolfa e il stM commercio » che spiega benissimo come il governo pon- 
tificio s'impossessasse della produzione delP allume di rocca, scoperto 
nei monti tolfetani intorno al 14<ìO, da certo Giovanni da Castro, pado- 
vano. Padovano e da Castro pare contraddittorio, ma se il celebre giu- 
rista Paolo da Castro era veramente di quest' ultimo luogo ebbe forse 
il figlio a Padova, dove questi anzi prese donna, una Bianca della no- 
bilissima casata dei Capodilista. L'allume, utilissimo nella tintura, 
veniva in Italia dalT Oriente, ma caduta Costantinopoli nel 1453, la 
scoperta del Castro parve provvidenziale e per le industrie e per la 
finanza pontificia, specialmente per quelle della Crociata propugnate con 
ardore da Papa Pio li. La Santa Sede poi cercò con ogni maniera di 
avere il monopolio di questo commercio e perciò non poteva tollerare 
che s'imponesse sovr' essa qualsiasi gabella. Del lavoro del Zippel 
risulta appunto che lo Stato romano sin dalle prime appaltò questo 
reddito demaniale e benché lo stesso autore alluda ad altri redditi mi- 
nerarii nulla dice intorno al vetriolo. I monti della Tolfa, per chi non 
lo sapesse, si stendono lungo la spiaggia tirrena nei dintorni di Civi- 
tavecchia e vi si estrae ancora Pallumite, però con minor frutto del 
passato e per il deprezzamento dell' Allume naturale che oggi si sur- 
roga con prodotti chimici artificiali, e per il rincaro delle spese di 
estrazione dovendosi ora impiegare il lavoro sotterraneo, esauriti i 
primi riechi giacimenti. 

(') Ci sia lecito di porre in risalto questo omaggio alla scienza 
che se era patrocinato, comn è naturale, dai professori, era anche san- 
cito dal governo papale I libri di leggi e decretali e d^ogni altra scienza 
quando non erano esenti, pagavano s. 1 d. 4 per lira di stima, mentre 
i libri scritti in caratteri ebraici pagavano la stessa tassa per ogni libbra 
di peso. Ali* esportazione si distinguevano in libri da ragione in carta 
bambagina, in libri in genere ed in libri da giudei senza oro od ar- 



IL VALORB DBLLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604. 223 

mare (*) ; monete d'oro e dC argento che portassero {-) Cor- 
rieri o nìercanti in groppi o valigie; li pesci salati, che 
fossero condotti per li passi di Feri*ara e M<»linella ; ogni 
sorte e quantità di man€/a cosi d'oro come d'argento e rame 
che si estraesse di questa Città, che fosse battuta a conio di 
Bologna ». 

Era ingiusto adunque far pagare un dazio alle monete 
che si esportarano, e crediamo, come abbiamo detto, che su 
questo punto cadesse la controversia tra la zecca e la Ga- 
bella Grossa nel 1575. Ciò nondimeno vogliamo completare 
in servigio dei lettori, le informazioni sui dazii delle mo- 
neto. 

La voce manca alla tariffa del Rimanente, dove trovasi 
però: « Argento vecchio.... in monete forestiere, cioè Ongare, 
Boeme e Vienarie per libra di peso L. 0.1.4. Salvo che 
Romei, Ambasciatori di Signori, e di Comunità non pagano 
d* alcuna ragione d' argento, che portassero, salvo i patti 
della Cecca di Bologna quando lavorasse ». 

Alla voce oro le monete sembrano immuni da dazio; 
tutt'al più potevano essere soggette al trattamento delle 
merci non nominate ( cap. Vili della tariffa). 

In ogni caso diamo il lesto della voce: 

♦ Oro in verghe o in pezzi (salvo che in Monete conniate 
intiere, per libra di peso L. 0.5.4 ». 



geoto. I libri in generis pagavano otto lire di bolognini per soma di 
cinquecento libbre, mentre i libri da giudei pagavano d. 8 per libbra di 
peso. Anche per il transito vi era la stessa distinsione con dazio natu> 
ralmente minore. 

(') La setA d'oltremare si trova cosi tassata alP importazione : Seda 
e testolH d* oltremare, pugliese e calabrese, cruda, [>er libra di peso 
L. 0.2.0 ossia soldi 2 ogni 361 grammi L' oltremare dunque era Tltalia 
meridionale. Questa seta non è tassata né ali* esportazione né al tran- 
sito, ma dalla tariffa di questo apprendiamo ohe « la seda nostrana » 
era quella lombarda, toscana, romagnola e marchigiana. 

(*) Portassero è chiosato nelFediz. del 1641 colle parole in margine: 
€ cioè alla città » e si vuol certo significare che V esenzione valeva 
solo per r importazione. 



224 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Nella tarififa della Tratta si legge invece: 

« Monete d' oro, conniate chiamate Citramontane, et Oltra- 
montane, per libbra di peso L. 0.2.8. 

Monete d'argento Citramontane, per cento di lire a conto 
L. 0.1.4. 

Monete di Ramo coniate d' ogni ragione, per tira di 
stima !.. 0.1.4 ». 

Le monete dette Citramontane probabilmente erano le 
monete italiane, perchè solo per queste si poteva fare il 
ragguaglio a lira e tassarle a numero di lire. E questo è 
confermato dall* altra voce seguente della tarififa: 

« Argento in monete forestiere, cioè Boemie, Vienarie, e 
Frisachise ('), et ogni altra moneta, che non si spenda nella 
Città, Conta di Bologna.... per ciascuna libra di peso 
L. 0.8.0 >. 

Nulla è detto per Toro. La voce dell'argento è ripetuta 
testualmente dalla tarififa di transito. Anche in questa l*oro 
è omesso, ma abbiamo una voce monete^ la quale è identica 
a quella citata per il dazio della tratta, soltanto che il dazio 



{}) Siamo sempre in piena tedescheria. Questi rapporti di Bologna 
con la Germania (in largo senso) rivelati dalla storia della sua moneta 
sono veramente degni di considerazione, avuto riguardo alla distanza 
relativa della nostra città dai confini orientali e settentrionali d* Italia. 
Vedemmo mercanti Tedeschi accorrere alla nostra zecca coi loro metalli 
preziosi; vedemmo tedeschi occupati in Bologna come commercianti di 
tessuti, anzi fatta menzione addirittura di un «fondaco dei tedeschi»; 
troviamo ora monete tedesche assoggettate a dazi di esportazione e di 
transito e sarà anche un negoziante tedesco che ci fornirà la conchiusione 
di questo capitolo. Che cosa fossero poi le monete boetne e vienarie si 
può intendere alla prima, benché offenda quel vienarie per viennesi, ma 
si può pensare ad una traduzione grossolana del tedesco < Wiener ». 
Ma che cosa erano le Frisachise? Bisogna pensare a Friaach^ città 
della Carinzia, posta sulla via di Vienna, dove per lo meno sino dal 
sec. XIII esisteva una zecca arcivescovile. Le monete, delle quali si 
tratta, erano probabilmente pfenninge. Riteniamo che nella triplice 
denominazione non siano comprese esclusivamente le zecche citate, ma 
il complesso delle monete austriache che, a quanto pare, affluivano a 
Bologna. 



IL VALORB DELLA LIRA BOLOONB8B DAL 1551 AL 1604. 225 

di transito per le monete d'oro, d'argento e di rame è 
della metà ^*). 



(*) Per esaurire quest* argomeDto raccogliamo in nota per ogni 
maniera di dazio il trattamento doganale che la tariffa della Gabella 
Grossa faceva ai metalli preziosi: 

ORO 

Rimanente Tratta Transito 

1. Oro fino, in pezzi da confetti per 

cento di pezze a conto 2.H — — 

2. Oro di metà in pezze per cento 

a conto .1.4 — — 

3. Oro ed Argento fino filato^ senza 

revo. per libra di peso 1 .1.4 ^ 01 V 

4. Oro ed Argento fin., filato sul revo i ' ^'* 

per libra di peso 0.16.0 

5. Oro ed Argento Lucchese e di 

Cologna per libra di peso ... .8.0 — — 

6. Oro da Bacilli filato per libra di 

peso .5.0 — — 

7. Oro in Verghe o in pezzi (salvo 

che in monete conniate intiere) 

per libra di peso .5 4 — — 

8. Oro pelle d'ogni ragione per libra 

di peso .0.8 — — 

9. Oro battuto in pezzi o da dipin- 

gere o da dorare per ciascuna 

lira di prezzo — 0.1.4 0.0 8 

10. Oro rotto overo intiero o in pezzi 
non battuto per ciascuna lira 
del prezzo - 0.14 0.0.8 



1. Argento fino filato per libra di 

peso 1 .1.4 0.0.5 Vs 00 3% 

2. Argento lavorato con smalto o 

senza, nuovo d'ogni ragione per 

libra di peso 0.13.4 — — 

3. Argento vecchio, dorato o no^ la- 

vorato con smalto o senza, 
d*ogni ragione dorato, o non 
dorato in verghe, in pezzi, in 
monete forestiere cioè Onga- 
re ecc. (t?. sopra nel testo) 
per libra di peso .1.4 — — 

4. Argento battuto iii pezzi, per cia- 

scuna lira del prezzo — 0.1.4 0.0.8 Vts 

5. Argento in monete forestiere occ. vedi sopra nei testo 

6. Argento in pezzi. Reglie o verghe 

e ogni altro argento battuto, 
rotto, lavorato o no, per cia- 
scuna libra di peso . — — 0.4.0 



226 R. DBPLTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

L'ultimo episodio (proprio 1* ultimo) contenuto nella cor- 
rispondenza fra r ambasciatore di Roma e gli Assunti si riferisce 
ad un piccolo incidente che servirà di suggello al capitolo 
ed alla storia delle relazioni tedesche con la nostra zecca e 
con la nostra città. 

Nel 20 novembre 1574 T ambasciatore scrive agii Assunti 
che il Cardinale di S. Sisto esortava perchè si concedesse 
ad un tedesco di far battere dalla Zecca di Bologna per 
10,000 scudi in quattrini. Egli prometteva solennemente di 
esportare le monete. Gli Assunti della zecca, o non ci*ede- 
vano air esportazione, o temevano la reimportazione, fatto 
sta che dopo un primo assoluto rifiuto, si eran<» arresi a 
concedere la coniazione di 2000 scudi, e finalmente anche 
di 3000. 



Poche e brevi annetazioni. Nel sovrapposto prospetto abbiamo 
assimilato meglio che potemmo le voci delle tre tariffe, ndacendo 
anche, i dazii, ad unità di base. Le tre tariffe però non sono concordi: 
alcune merci si esportavano e non si importavano, perchè mani- 
fattorate nella nostra città; altre, prodotte altrove, si importavano, 
ma non si esportavano. Nel transito, non volendo trattare di propodto 
l'argomento, trascurammo le minori tariffe pagate dai fiorentini. Fra 
le merci esportate figura V oro in fogli per dipingere e dorare. Questo 
forse si fabbricava nella città, e siccome era industria incomoda, nella 
appartata via dell'Oro e nella prossima via degli Arienti. Queste due 
vie e quella degli Orefici mostrano la floridezza di queste nobili 
industrie. Scrive il Guidicini che gli orefici furono relegati nelle due 
prime vie accennate per paura degli incendi. Il reto con cui si filava 
r oro è il refe del linguaggio Httuale. iSi è visto che V oro e V ar- 
gento filati si trovano uniti e separati, forse la prima voce si riferisce 
a filo d' oro e misto, la seconda a filo soltanto d' argento. Non ripe- 
temmo nel prospetto quello che si riferisce »lle monete, perchè se ne 
discorre nel testo. L' oro di metà è certamente 1* oro che contiene metà 
di lega. L* oro pelle traduce letteralmente l' oripeau francese, ed oggi 
si scrive orpello. Era una lamina di metallo ignobile e lucente che 
serviva nelle cornici per simulare V oro, e poi assunse il ben noto 
significato metaforico. La voce oro si trova nelle tariffe anche sotto 
il nome di auro. 



IL VALORB DBLLA LIRA BOLOONBSB DAL 1551 AL 1604. 227 

L'agente del mercatante tedesco non si poteva persuadere 
di questa opposizione, perchè, a suo avviso, Bologna doveva 
tenersi onorata che la sua moneta si diffondesse in Allemagna 
ed in altri paesi stranieri. 

La discussione durò fino al febbraio 1575, quando il 
tedesco, veduto che non poteva ottenere di più, si rassegnò 
alle tremila lire. Il Partito relativo che si fece aspettare tino 
air 8 aprile 1575 ('), contiene una delle solite licenze per 
coniare quattrini, e questa volta ♦ usque ad summam scutorum 
triuni millium auri », ed è dichiarato esplicitamente che si 
aderiva all'istanza di messer Gaspare (■) per far cosa grata 
al Cardinale di S. Sisto (^). 



(•) Partiti, XXIII, e. 117 r 

C) II tedesco si chiamava « inesser Gaspare Matrespergh ». 

(') È tempo di tradire V incognito di questo personaggio II Cardi- 
nale di 8. Sisto si chiamava cosi per il titolo cardinalizio conferitogli 
dallo sio papa, che V aveva portato prima di essere assunto al ponti- 
ficato. Era infatti Filippo Buoncompa^rni, figlio di Buoncompagno, fra- 
tello del papa, e di Cecilia Bargellini. Nato nel 1548, il papa lo fece 
sabito Cardinale appena asceso al soglio pontifìcio, nel 2 giugno 1572. 
II Senato di Bologna, commosso da questo avvenimento, propose di 
assegnare al neo Cardinale, nella seduta del 22 ottobre 1572, un dona- 
tivo di 500 scudi d' oro ( Partiti, XXIII, e. H3 r ). AI qual proposito giova 
soggiungere che in sul cader de IP ottobre non correva più quello che il 
Senato Bolognese filava nel 6 maggio. Sotto questa data (Parh'it, XXIII, 
e. 80 r.) rti era slabilito come regola che non si dovessero assegnare ai 
neo cardinali bolognesi più di 200 scudi d' oro di donativo, ed ecco 
che alla prima occasione se ne danno 500! Ma i senatori si scusano 
perchè si trattava del nipote del Papa. 

Il cardinale di S. Sisto muri nel 1586 arciprete di S. Maria 
Maggiore. 



228 R. DBPUT AZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA 



IV (xxxviii). 

6. B. Gambaro, sempre zecchiere. - L* inventario della secca - Uot 
liquidazione fra la Camera ed il Gambaro. - Si pensa alla naovt 
Zecca. - Richiamo. - Le deliberazioni del Senato - Le notizie del 
Malagnszi. - Una Zecca provvisoria? (1578). - Le licenze di zecca 
dal 1577 al 1580. - Il contratto 29 gennaio 1578 - Sforza Pelle)^i 
e la sna famiglia. - Altri contraenti. - Gli edifizii cedati. - Distrìbo- 
zione del prezzo. - I bilanci della Camera e la zecca • nii Assanù 
di zecca - I soprastanti di zecca - Le riforme ne IP economia dellt 
zecca. - L'appigionamento della nuova Zecca - « Il recopritore 
della Cecca ». 



M 



entre le bufere accennate nel capitolo precedente ^i 
agitavano intorno alla zecca, essa era sempre condotta da 
Giovanni Battista Gambaro. Questi dovette esserne stato inve 
stito nel 15 novembre 1574, perchè, sotto questa data, si 
conserva un inventario di zecca. L'inventario è assai conciso 
e può essere agevolmente consultato (*), per cui noi non lo 
riportiamo. D'altronde la serie degli inventari editi della 
nostra zecca è abbastanza copiosa e noi <abbiamo in animo di 
arricchirla in seguito con un inventario del secolo XVII, più 
abbondevole di particolari e che, per di più, si riferisce allo 
stato delle cose nella nuova sede monetaria di Bologna. 

(*) Si trova nel libro Diversorum n.® 9, a e. 441 r., ed anche nelle 
Scritture del Senato B. 1. 8, n. 68 II Malaguzzi Valeri tenne in gran 
conto la nomina avvenuta insieme con quella del Gambaro di Ales- 
sandro Minganti air ufficio dei conii nella zecca o, come si diceva anche, 
a maestro delle stampe. 11 Minganti era artista di grande considera- 
zione e vogliamo riferire la parte delT inventario ebe lo riguarda: 
« Una bottega del maestro delle stampe sotto la scala con la sna 
ribalta et uscio et cbiavadura et con il banco conficcato et una Cassa 
d'abedo per tenere li ferri con tutti li pulzoni antichi et moderni da fare 
le stampe che sono in mano al maestro delle stampe et sono della Camera 
di Bologna ». Cosi un artista di merito teneva in un sottoscala quello 
che oggi si direbbe il suo laboratorio ed oggetti di cui si costituirebbe 
un museo! 



IL VALORE DELLA LIRA B0L00NB8B DAL 1551 AL 1604 229 

Da un altro documento del 27 gennaio 1575 (^), noi appren- 
diamo interessanti particolari suirattività del Gambaro nel 
primissimo tempo della sua condotta. Egli aveva incomin- 
ciato a coniare già nel 1573, ed alla fine del biennio 1573-1574 
aveva battuto libbre 58950 once 5 d'argento, libbre 572 d'oro 
e libbre 2321 di bassi, cioè di moneta minuta. Per queste 
coniazioni egli era debitore alla Camera in ragione di soldi 18 
per libbra d*oro e soldi sei per ogni libbra d'argento. Sappiamo 
già che questa tassa incombeva agli zecchieri. Ma il Gam- 
baro aveva trovato la Zecca in condizioni assai deplorevoli 
perchè nel suddetto breve tempo aveva dovuto provvedere a 
non sappiamo quali riparazioni ed € accomodamenti » spenden- 
dovi così da accumulare un credito di L. 978 s. 9. d. 6. Egli 
aveva in due riprese pagato alla Camera L. 1152 per gli 
accennati suoi obblighi, ora la Camera, sempre a corto di 
quattrini, mi spiace il dirlo, nel documento che stiamo espo- 
nendo gli concede di trattenei'si su quanto deve alla Camera 
un terzo del credito, cioè L. 326 s. 6 d. 6 e gli promette di 
pagare il rimanente per un terzo nell'anno in corso 1575, l'ul- 
timo terzo nel successivo 1576. Il Gambaro intanto non doveva 
differire il pagamento di altre L. 1200 che doveva alla Ca- 
mera per coniazioni eseguite. La Camera stessa a cui la spesa 
delle riparazioni aveva forse dato noia, gli concede infine di 
non pagare d'ora innanzi che ire soldi per ogni libbra d'ar- 
gento coniato, a patto però ch'egli provveda del suo ad ogni 
spesa di fabbrica e di riparazioni. 

Il documento è con ogni solennità sottoscritto da Lattanzio 
Lattanzi, governatore di Bologna, da Alessandro Gozzadini, 
gonfaloniere di giustizia, dagli Assunti di zecca Boncompagno 
Boncompagni, Romeo Foscherari, Giovanni Aldrovandi ed 
ancora da Ercole Bentivoglio in luogo del controllore della 
Camera. 

Cotesti valentuomini e gentiluomini avevano sciupato 
le loro sottoscrizioni, perchè stava per compiersi un avve- 



(') Mandati, XXXI, e. 269 verso. 

15 



230 R. DKPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

nimento decisivo per il quale il Gambaro non avrebbe avato 
occasione di far più né fabbriche né riparazioni in quella zecca. 

Qualcuno dei nostri lettori ricorderà come dopo aTer 
narrato, in una nostra precedente Memoria, l'incendio della 
Zecca del primo agosto 1438, ci siamo soffermati (nei Capi- 
toli XIV a XXIV) a stabilire dove fosse stata via via la 
Zecca di Bologna, ed abbiamo riferito da ultimo come nel 
14 gennaio 1569 la Camera di Bologna prendesse a pigione 
un locale dei Sampieri per collocarvi l'officina monetaria. Dal 
rogito, che in parte abbiamo pubblicato, si apprendeva che il 
locale appigionato era stato già un' osteria ^H' insegna del 
Leone. Ed ecco che sotto la data del 18 marzo 1577 si trova 
un Partito intitolato: « Auctoritas cedendi jus in hospitio 
Leonis conducto ad usum Cecchae >. Il Partito, infatti, dà, at- 
tribuisce e concede, colia maggioranza di 30 voti, agli Assunti 
di zecca, il diritto di rinunciare e cedere, od anche di subaf- 
fittare, i diritti del Comune bolognese suir accennata osteria 
posta nella via delle Chiavature. 

La locazione veniva a dir vero troppo presto interrotta 
perchè era stala contratta per 27 anni. 

Il Partito dava inoltre facoltà agli Assunti di cercare un 
altro luogo « aptum et congruum > all' uso ed esercizio della 
zecca. 

Per r uno e per V altro negozio si dava piena balìa agli 
Assunti intorno ai modi, ai patti, ai capitoli, alle condizioni, 
alle pigioni, ecc , ma noi non vogliamo dirne di più per non 
affogare il lettore nelle clausole curialesche dei segretari del 
Senato. Il lettore però ha il diritto di sapere che nel 16 set- 
tembre 1577 questo Partito fu ampliato, ed a mo' di postilla 
del Partito precedente, si stabili che gli Assunti scovando un 
luogo adatto per la Zecca potessero, non solo prenderlo a 
pigione, ma anche « comperarlo ed acquistarlo a nome del 
pubblico » per il prezzo del quale convenissero o sul quale 
transigessero con uno o più venditori ('). 

(») Partiti, XXIV, e. 35 r. 
(») Parliti, XXIV, e. 51 v. 



IL VALORK DKI.LA LIRA B0L06NBSR DAI. 1551 JaL 1604. 231 

Come era venuto il Senato a questa deliberazione? Il Par- 
tito dice « nonnullis gravissimis causis » che premerebbe 
sapere, ma per le quali ci fallisce questa volta la verbosità 
cancelleresca. 

Il Malaguzzi Valeri (*) opina che la vecchia Zecca non 
potesse più servire al grande e quasi contìnuo lavoro per le 
esigenze sempre crescenti dei nuovi tempi che reclamavano 
grandi coniazioni e l'attività di moltissimi operai con nuovi e 
perfezionati arnesi. 

1/ opinione del Malaguzzi ci pare attendibile per quello 
che abbiamo testé riferito e sull* infelice collocazione del- 
l'incisore dei conii e sulle riparazioni fatte nell'edificio dal 
Gambaro e intorno alla grossa quantità di monete d'ogni ma- 
niera da lui battute negli anni 1573-1574, e di altre coniazioni 
a cui abbiamo accennato ed accenneremo negli anni successivi. 

Il Malaguzzi Valeri prosegue: < Gli Assunti scelsero come 
località del nuovo edificio (per la Zecca) il centro della Via 
S. Felice; e incominciarono coli' acquistarvi alcune case della 
famiglia Pellegrini e da una Antonia Pesci, vedova di Ercole 
Baldi, per abbatterle e su quell'area innalzare il nuovo fab- 
bricato. A sede provvisoria dell' officina monetaria durante la 
nuova costruzione fu presa in affitto una casa dal Conte Gi- 
rolamo Pepoli della quale ignoriamo la località » C), In questa 
esposizione del valoroso nostro predecessore vi sono molte 
cose vere, ma un po' inesattamente riferite. 

Quanto all'ultima supposizione, temiamo che il collega 
nostro sia caduto in un equivoco. Intanto: se par naturale 
•che il Senato volendo istituire una nuova Zecca disdicesse 
l'appigionamento dell'antica, par strano che, dato il breve 
periodo di costruzione del nuovo edificio, potesse istituire una 
Zecca provvisoria. Una Zecca è tale edifizio che esige spe- 
ciali precauzioni e adattamenti e non era certo la Camera di 
Bologna, sempre a stremo di mezzi, che avrebbe adottato la 
risoluzione di una Zecca temporanea. Ma poiché in proposito 

(*) Cfr. La Zecca di Bologna^ pag. 88. 
<*) Cfr. Op. cit., ibid. 



282 R. DEPUTAZIONI DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

non abbiamo documenti in contrario, lasciamo impregiudicata 
la questione. Quello però che non possiamo ammettere è che 
la Zecca provvisoria si trovasse in un ediflzio del Conte Giro- 
lamo Pepoli. Di costui sappiamo positivamente che divenne il 
sublocatario della Zecca abbandonata dal Comune. L'atto di 
sublocazione fu rogato il 26 aprile 1577 col concoi*so di tre 
notai: Stefano Silvestri, Tommaso Barberi, e Cornelio Berti (% 
La locazione doveva durare fino alla fine del primo novennio 
in cui era impegnato il Comune, cioè per circa due anni e 
r affitto è stabilito in 190 scudi d'oro, quanti ne pagava il 
Comune. Gli Assunti contraenti, che sono poi quelli che hanno 
avuto la mano in tutte queste faccende, si chiamavano Emilio 
Zambeccari, Conte Giovanni Pepoli, Enea Marsigli e co. Rodolfo 
Isolani. Ora, quasi a dar ragione al Malaguzzi, è convenuto: 
«quod ipseM.^ Comes Hjeronimus ad ìpsos aifictus etsolutionem 
illorum non teneatur nisi a die qua habuerit vacuam patien- 
tiam et usum honorum omnium sublocatorum, quem usum et 
patientiam teneatur ipso M.^ Comes acceptare ad omuem 
voluntatem ipsorum Illum DD. Locatorum et quem usum ipsi 
a 111.°*' DD. Sublocatores teneantur saltem ad plus tradere d. 
III."** D. Gomiti saltem in festo mensis maij 1578 ». 

A quei tempi non usava od almeno non ci resta memoria 
di una festa inaugurale della Zecca, non sappiamo quindi 
quando questa fosse allestita. Non fu certamente nel breve tempo 
previsto dalla clausola testé letta, perchè noi vedremo quanto 
prima che alla Zecca non potè darsi mano prima del 29 gen- 
naio 1578, in cui fu steso l'atto di compera degli edifizii 
abbattuti per la sua costruzione, e non ci consta che fosse 
pronta che solo nel 29 febbraio 1580. Nella locazione stipulata 
sotto questa data « G. B. Gambaro si obbliga di coniare nella 
nuova zecca». Né può sospettare che nel frattempo si sospendes- 
sero le coniazioni, perchè noi possiamo dare qui subito una serie 
di liceniiae cudendi dal 1577 al 1580 che mostrano che si con- 
tinuò sempre a coniare. Il dove rimane un mistero, per fortuna 
non troppo interessante, della storia della Zecca. Intanto se non 

(1) Cfr. Istrumenti e scritture del Senato^ B. 1. 10 d. 43. 



11. VALORE DELLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604. 288 

esistono altri documenti noti al Malaguzzi, nelle scritture del 
Senato non abbiamo incontrato nulla che accenni alla supposta 
zecca provvisoria (^). 

Ma veniamo alle coniazioni accennate : 

1577 - 23 marzo - Licenza allo zecchiere Battista Cambaro 
di coniare « monetas parvas acreas voluti bononenossesinos 
et quatrenos > ad uso e comodo della Città per la somma 
di scudi 1500 (Partiti, XXIV, e. 36 v.). 

1577 - 28 giugno - Licenza di coniare monete argentee del 
valore di tre gregori che si chiameranno piastre bolognesi, 
e monete d' oro di 4 scudi (Partiti, XXIV, e. 44 v.). 

1577 - 29 agosto - Licenza di coniare quattrini infino alla 
somma di 1000 scudi d* oro ad istanza del mercante Vin- 
cenzo Pedorio « ex tot quatrenis externis expendi prohi- 
bitis >. Il mercante potrà ali* uopo importarli liberamente 
impunemente, però con l'obbligo di esportarli « sine 
mora et contentione > sotto pena di subirne la perdita. 
Sarebbe stato interessante che dal Partito apparisse almeno 
di dove era questo mercante (Partiti, XXIV, e. 48 v.). 

(*) Per essere completi, richiamiamo l'attenzione del lettore anche 
«opra un altro punto del contratto col Pepoli. In questo gli si consegna 
r edifiaio come sta e giace € si hi reaervatis ferratis ferreis positìa et 
affilia parietibua officinae dicti Cunei et aliorum ad uaum officinae depu- 
tatonim quae per agentea dictae Camerae ai ve Ceccherìi exportari poa- 
aint ». Pare che aiano inaorte alcune difficoltà suir interpretazione di 
queato inciso perchè il Senato nel 26 giugno 1577 {Partiti^ XXIV, e. 44 v.) 
prende una deliberazione: « Caementa Cecchae dimittantur l\\,^^ Gomita 
Hyeronimo Pepalo ». Non ai capisce che cosa aiano queati € Caementa 
parietum » che si rinunciano al Pepoli, probabilmente infisai di varia 
maniera della Zecca abolita. 'Sei Partito è detto :« detractia priua tamen 
et reaervatis craiibua ferreis et hoatiìa (sic) ferreis et aliia rebua necesaa- 
riia in naum officinae aimilU in alio loco fabricandae ». Qui da un lato 
la discuaaione aui « caementa » fa credere ad una proaaima occupa- 
zione del Pepoli; dalP altro T esplìcito accenno alla Zecca da coatruire 
sembra escludere una Zecca intermedia. Si avverta che appariace da 
questo Partito, che, tanto la locazione della ex Zecca al Pepoli, quanto 
la riaolnzione a lui favorevole intomo ai « caementa » ai debbono air in- 
terpoaìsione del Card. Boncompagni, « in gratiam Cardiniilis S.ti Sixti ». 



234 R. DEPUTAZIONI DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGSfA. 

1577 • 29 ottobre - Licenza allo zecchiere di coniare mi 
migliaio di scudi in quattrini che dovevano essere distri- 
buiti nei varii tagli a discrezione degli Assunti di zecca 
(Parliti, XXIV, e. 52 r.). 

1577 '14 dicembre - Licenza di coniare fino a 590 scudi 
« prò usu pubblico > di monete da sei e da dodici quat- 
trini (Parlili. XXIV, e. 59 r.). 

1578 - 29 agosto - Licenza di coniare per duemila scudi io 
quattrini ed in sesini, forse per varie destinazioni, ma 
500 scudi dovevano rimanere e prò usu civitatis et populi 
Bononiae » {Parlili, XXIV, e. 80 r.). 

1579 - 28 aprile - Lo zecchiere è autorizzato a coniare 500 scudi 
di quattrini dietro istanza di Vincenzo e Virgilio Mazza 
imolesi che dovevano trasportarli nella loro città {Par- 
tili, XXIV, e. 99 r.). 

1579 - 27 giugno - Licenza di coniare una « monetam magnnm 
Bononiensem >, cioè una moneta d'argento di 6 bianchi o 
dei valore di tre lire in base alla solita lega ed al solita 
peso dei bianchi (Parliti^ XXIV, e. 102 r.). 

1579 - 29 ottobre - Licenza di coniare 2000 scudi in sesiui 
e quattrini ad uso della Città e del popolo di Bologna 
{Parliti, XXIV, e. 108 v.). 

Su queste licenze potremo ritornare, ma intanto restino a 
documento che le coniazioni in Bologna si proseguirono eoo* 
tinuatamente fra rabban«lu!:o della zecca antica e la instau- 
razione della nuova, alla quale è tempo di ritornare. 

Uemptio degli edifizii da abbattersi per costruire la Zecca 
è regolata da un lunghissimo istromeuto rogato nel 29 gen- 
naio 1578 dal notaio Galeazzo Bovi, che si trova nelle Scrit- 
ture del Senato ('). Riferendoci a quello che ne disse il Ma- 

(^ II docomento è contraMegnato B I. 11. n. 34. Si trova andie 
air Arch. Not n«l protocollo D, pag. 89 r. del notaio Galeazzo Bovi. 



IL VALORE DUXA LIEA BOLOG^K8E DAL 1&51 AL 1G(M. 2^ 

lagazzi- Valeri, dobbiamo anzitutto osserTare che non sì tratta 
della Tendila di nua casa, ma più precisamente della vendita dì 
una casa grande e di ana piccola, e di quattro botteghe. Il 
venditore principale non è la famiglia Pellegrini, ma un mi- 
norenne dì quella famiglia che si chiamava Sforza Pellegrini. 

La famiglia Pellegrini era fra le antiche della nobiltà 
bolognese e se e* è sempre quel tale benevolo lettoi^e che ci 
segue in questi nostin studiì potrà ricoi*dai*si che noi ab- 
biamo nari*ato altra volta che un Pompeo Pellegrini, dottore 
di arti e di medicina ed il di lui fi*atello Costanzo, tìglio di 
Sebastiano Pellegrini avevano comperato o avevano procurato 
dì comprare nell'anno 1534 l'edilìzio della zecca che Giovanni 
Bentivoglio aveva già fondato al princìpio della via Clavature. 
Presenta perciò una certa singolai^ coincidenza che di nuovo 
un altro Pellegrini entri a contatto della secca. Questa volta 
però non tanto per comprare quanto per vendere. 

Non fai'à meraviglia ai nostri lettori che quando e' ìncon- 
ti'iaroo in qualche antico maestro del nostro Archiginnasio ci 
interessiamo ai fatti suoi per un sentimento di postuma col- 
legialità. Ora il giovane Sforza che vendeva la casa per la 
zecca era precisamente fiijlio di un Giovanni Battista Pelle- 
grini, mancato a' vivi il 9 settembre 1566 e sepolto onorevol- 
mente in S. Francesco col titolo di filosofo e di medico. 

Il contratto del gennaio 1578, oltre dello Sforza, parla real- 
mente anche della « honesta et commendabilissima » signora 
Antonia del fu Alessandro Pesci, vedova di Ercole Biildi, della 
p<arrocchia di S. Nicolò di S. Felice, che attrasse T attenzione 
del Malaguzzi-Valeri. 

Ma la Pesci non era padrona che di una bottega e mezza 
fra quelle botteghe che, insieme con le mansioues sovrapposte, 
venivano sacrificate all'officina monetaria dì Bologna. Queste 
mansiones, per quello che si può intendere, non erano che 
luoghi di deposito annessi alle botteghe. La Pesci aveva com- 
perata la sua bottega intera nelTS novembre 1567 dai figli ed 
eredi di Vincenzo dal Gesso, per rogito di Alessandro Bordoni 
e l'aveva pagata il 4 novembre 1568 con 200 scudi d'oro. 
L* altra mezza bottega l'aveva comperata da Fiore del fu 



S3€ R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Antonio Anuelli e 1* aveva pagata L. 300 nel 4 gennaio 1550. 
rogante il notaio Annibale Annelli; certamente un congiunto, 
cosa che parrà strana, della venditrice. 

Ma non basta. Neil* atto si trova interessato anche an 
Fausto del fu Gian Francesco Biolchini, anch' egli proprietario 
di altra bottega. Era costui di professione calzolaio ed abitava 
nella parrocchia di S. Maria della Baroncella. Egli aveva 
ereditato la bottega nel 1574 dalTavo paterno Petronio. Questi 
alla sua volta era l'erede del proprio figliuolo Giovanni An- 
tonio, pure erede di Violante Schiappa, vedova di Baldassarre 
Venerano. 

Il Venerano, col quale è tempo di finirla, l'aveva acquistata 
dal fu Giovanni Battista Pellegrini e precisamente « unam 
partem prò indiviso unius ex infrascriptis appotecis alienan iis 
positae in angulo infrascriptae domus juxta vias publicas a 
duobus lateribus >. Il prezzo era stato di L. 144 s. 14 d. 2, 
stipulato con atto di Bernardino Bordoni e Felice Cattanei 
li 13 ottobre 1572. 

Questo Venerano aveva fatto testamento a Siena, in favore 
della moglie, come deve ritenetesi, e la porzione prò indiviso 
della bottega aveva fatto il tragitto che non vai la pena di 
ripetere. 

Abbiamo voluto riferire tutti questi particolari in parte 
per amore di esattezza, in parte perchè ci pare istruttivo il 
raccogliere, quando se ne presenta l'occasione, notizie intorno 
alle condizioni patrimoniali e familiari dei tempi andati. 

E assai verosimile che in tutte queste faccende 1' unico e 
vero interessato fosse lo Sforza, che le botteghe cedute ce- 
lassero vendite fittizie per coonestare qualche prestito avuto. 
Il rogito infatti dice che lo Sforza Pellegrini aveva il diritto 
« francandi et redimendi dieta bona >. 

Giacché lo Sforza ci torna sotto la penna, diremo, di pas- 
saggio, come egli più tardi esercitasse il notariato e come 
egli non solo fosse dello stesso casato dei nostri Pellegrini 
del 1534, ma fosse anche loro parente. Il Sebastiano Pelle- 
grini delle Clavature era zio di Alberto padre di Giovanni 
Battista Pellegrini ed avolo dello Sforza. 



IL TALOKS PVJUk UBA •OLOGVLSK VAL 1561 AL 1G(M 



L* altro Pellegrìoi del lo3C Pompeo, era primo cogìoo dì 
Alberto e perciò secondo cugino di Giovanni Battista. Lo 
Sforza insomona era in una parentela molto intima, se anche 
piuttosto lontana, coi Pelle^iiì di nostra più antica cono- 
scenza ('). 

Tornando al contratto le pani accennate « dedemnt. ren- 
diderunt et tradidemnt », ai signori ufficiali o Assunti della 
zecca, di cui si possono leggere i nomi piò su in occasione 
del contratto col Pepoli, rendettero, diciamo, due case, una 
grande ed una piccola < muratas. cuppatas. balchionatas, et 
tassellata^, cum curia, lodiìs, altana, et ali s superextantibus >, 
ed anche quattro botteghe « cum *^uis rebaUi«, hostiis, cLi- 



(^) Eleeo, per maggior dilacidAxioDe, nel seguente prospetto genea- 
logieo come starano le cose: 



I 
Pompeo 

Doti, in fllosofi* 

e nMdicinA 

i 1542 



Oiorranni Battiata 



Alberto Dal Pellegrino 

CarmacistA al PeUe^no 
Sposo di Gtalia Tnrroni 



aiambattiata 

Ch« Sp<MA: 

1.» Fior« Annelli 
2.* llArgberitA Bmldi 



i 

Sfòraa 

notaio nel 22 nuig^o 
If/tì 



alalia 

con 

Annibale Annelli 

notaio 



I 
Dorotea 

nubile nel 1579 



Qtieste Dotisie le ricaviamo in parte dal GuiDiciMi: Co»e motabìU 
4eììa eiUà di Bologna^ toL II, pag. 114 e voi. V, pag. 20R, e da appunti 
4el gentilissimo signor Angelo Bidolfi delPArcb. Not. Risulta dal pro- 
spetto che la Fiore Annelli era stata la prima moglie di G. B Pelle- 
grini, e che Francesca Pe«ci era avola materna dello Sforxa. perchè 
Margheriu madre di lai era figlia dì Ercole Baldi e di Francesca del 
fa Alessandro Peael. Morto G. B. Pellegrini la Margherita si era sposata 
di noovo con Francesco Pancrasi. 



238 R. DEPUTAZIONE DI STORU PATRIA PKR LA ROMAGNA. 

vibus et clavaturis ac nonnuUis maosionibus in et supra illis 
ac cum magazeais et tuatis subterraneis et etiam cam qoinqae 
puteis et omnibus aliis suis pertinentiis ». 

Questi edifizi erano nella parrocchia di S. Prospero e 
nella contrada chiamata via Nuova (^) « per quam progre- 
ditur in strata Sancti Felicis ». Confinavano a settentrione colla 
stessa Via Nuova, a ponente con altra via pubblica (cer- 
tamente con Fattuale vicolo della Zecca); a levante sta- 
vano le case dei Nappi che si estendevano anche dalla parte 
di mezzogiorno con quelle dei Dall'Armi. Il prezzo e prò pre- 
tio et nomine pretii » si stabilisce nella somma di L. 12300, 
e sempre nell'intento di approfondire le notizie che ci si pre- 
sentano sulle condizioni patrimoniali e famigliari di quel- 
r epoca, vogliamo aggiungere qualche maggiore particolare. 

Il Comune sborsò immediatamente L. 144 s. 14 d. 2 a quel 
Fausto Biolchini calzolaio a cui si accennò più sopra. Altre 
L. 850 vennero consegnate al notaio Annibale Annoili a noi 
già noto. Egli riceve quel denaro in pagamento (parziale) di 
dote della moglie Giulia Pellegrini. La Camera poi promet- 
teva di pagare nel!' aprile 1579 L. 2975 alla madre della 
Sforza, Margherita Baldi. 

La Giulia Pellegrini negli Annelli. non aveva ricevuto tutto 
il suo, per modo che doveva ricevere altre 1700 lire alla 
stessa data della madre (*). Finalmente all'avola Antonia 
Pesci si assegnano L. 1150, e la Camera s'impegna a pagar- 
gliele nel corso di tre anni a datai'e dal S. Michele (8 mag- 



(^) Sebbene l'epiteto dì « nuova » non significhi troppo (noi abbiamo 
in Bologna ana Porta Nnova antichissima), tuttavia devo ricordare la 
tradizione raccolta da qualcuno che Carlo V quando fa nel 1530 in 
Rologoa 8i compiaceva di percorrere questa via e che allora il Comune 
pensò ad allargarla ed abbellirla. Certo è che nel 1575, vi abbiamo 
visto costruire la nuova dogana col massiccio portico della Qabella. 
La zecca potè essere un'altro abbellimento di questa via. 

(*) La dote di Giulia Pellegrini era dunque di 850 più 1700 lire; 
pari a L. 2550, cioè di 600 scudi d' oro in oro di zecca^ posto lo scudo 
a s. 85. Per quei tempi era una dote vistosa, oggi sarebbero L. it. 6288. 
La dote della madre era di 700 scudi. 



IL VAI.ORK DELLA LIRA BOLOGNESE DAL 1551 AL 1604. 239 

gio) 1579. Nel fi*attempo doveva riscuotere a mo'd'intei*esse 
cadaun anco L. ti9, in ragione del 6 per cento. Rimangono a 
saldo L. 5480 s. 5 d. 10 che la Camera promette pagare allo 
Sforza entro 5 anni, compensandolo intanto con annue L. 328 
s. 16 d. 4 ossia sempre col 6 p. cento. 

Se Giulia di Giambattista Pellegrini aveva incontrato nel 
notaio Annibale Annelli uno sposo, era rimasta in casa accanto 
al fratello, ancora nubile, domicella, la sorella Dorotea, e la 
Camera s* impegna, in caso di matrimonio, di anticiparle per 
conto del fratello L. 2550. cioè una dote equivalente a quella 
della sorella. Cosi adunque Bologna provvedeva alla sua Zecca 
e nel tempo stesso faceva una specie di liquidazione gene- 
rale nella sostanza della famiglia Pellegrini. Se il lettore ci 
ha seguito in questa esposizione, vedrà volentieri riassunto nel 
seguente prospetto il modo con cui venne pagato il prezzo 
della Zecca: 

A Fausto Biolchini L. 144 s. 14 d. 2 

A Giulia Pellegrini Annelli .... » 850 s. — d. — 

A Margherita Baldi ved. Pellegrini. > 2975 s. — d. — 

A Giulia Pellegrini Annelli altre. > 1700 s. — d. — 

A Antonina Pesci ved. Baldi ...» 1150 s. — d. — 

A Sforza Pellegrini > 5480 s. 5 d. 10 

L. 12,300 s. d. 

Se noi ci siamo dilungati nel riportare distesamente tutti 
i particolari del contratto per la nuova Zecca, i nostri lettori 
lo devono attribuire da un lato al contagio della prolissità 
notarile di quei tempi, dall'altro alle ragioni da noi via via 
esposte sulle seduzioni che ci si presentavano di rivolgere 
in beneficio della storia economica della città le notizie sparse 
nel contratto. 

Ma sopratutto perchè noi avremmo voluto trovare nei do- 
cumenti dell'epoca e quando cominciasse la costruzione della 
nuova zecca e quando finisse, chi ne vigilasse e ne dirigesse 
la costruzione e quale ne fosse stata la spesa. 

Ora di ciò non rimane alcun documento, e perciò noi abbiamo 
sfruttato il più possibile il contratto del 19 gennaio 1580. 



240 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

I documenti contabili per eccellenza del nostro Archivio di 
Stato sono i libri di mandati e noi vi abbiamo cercato avida- 
mente le tracce della spesa per la nuova Zecca. Nessuna infor- 
mazione, nessun particolare che ci mettesse al chiaro di quello 
che ricercavamo. 

Fra i documenti di zecca ce ne dovevano essere ceria- 
mente che ci avrebbero potuto illuminare, ma chi sa dove 
sono andati perduti ! Nel libro XXXI dei Mandali a e. 22 v. 
ci siamo per dir vero incontrati in una spesa per la Cecca 
nova, ma, ahimè, è un ordine al conte Agostino Hercolani di 
pagare L. 34 s. 10 di quattrini ad Antonia Pesci di Baldi. 
L. 164 s. 8 d. 2 a messer Sforza di Pellegrino che sono: 
« per li affitti del termine d'agosto ricompensativi delli casa- 
menti comprati da essi per farne la nova Cecca >. 

Questo è tutto ed è il meno possibile. 

I lettori potrebbero ragionevolmente domandare se non 
rimangano i bilanci del Comune di Bologna dai quali potrebbe 
risultare la spesa. 

Se esistono, e come! Essi formano una lunga serie nella 
quale vi sono certo lacune, ma che procede ordinata e con- 
tinua. Ma anche dalla serie di questi documenti noi non liu- 
scimmo a ricavare che pressoché nulla. 

Questi bilanci si intitolano suppergiù cosi: « Tavola della 
entrate et spese ordinarie della Camera del Comune di Bo- 
logna approbata dalli Magnifici Signori Quaranta con presenza 
et consenso del Reverendissimo Monsignor Governatore. Addi 
ecc > Sono dunque bilanci delle spese ordinarie e dob- 
biamo credere che le spese edilìzie non entrassero nelle spese 
ordinarie. Anzi diremo addirittura che in questi bilanci non 
sono mai inscritte spese 7wa/ma/i (salvo che di cera, inchiostro 
e simili) ma soltanto spese personali: stipendi di magistrati 
alti e bassi, elemosine a conventi ed opere pie, sassidi, ecc. 

Tuttavia qualche coì^a intorno alla zecca vi abbiamo ac- 
colto e ne parliamo qui, anche fuori dell'esatta successione 
cronologica, per non ritornare sopra questi documenti. 

Accenniamo p. es. che nel bilancio 1579 si trova il paga- 
mento agli Assunti di zecca che erano Giovanni Aldrovandi, 



IL VAI.ORR DRI.LA LIRA B0L0QNB8B DAL 1551 AL 1604. 241 

il conte Ercolo Bentivoglio, il conte Pirro Malvezzi, G. Giro- 
lamo Grati, e Rodolfo Isolani, il pagamento, diciamo, di 50 lire 
mensili. Tutti gli Assunti (e le Assuntene erano parecchie) 
godevano di questi emolumenti, e poiché i sigg. Quaranta se le 
ripartivano fra loro, la nostra aristocrazia ritraeva anche van- 
taggi materiali dal Reggimento della città. Oltre le Assuntene 
c'era Tanzianato, TAmbasceria di Roma, e* erano i governi 
locali e cosi via. — Nel bilancio però delTanno successivo, 
cioè in quello del 1580^ gli Assunti della zecca sono compen- 
sali con un salario complessivo annuo di L. 2000, ossia riscuo- 
tevano, fra tutti, uno stipendio mensile di L. 166.13.4. 

Accanto «ngli Assunti figurano nei nostri bilanci anche i 
Soprastanti alla zecca. Quest'ufficio risaliva ai tempi di Leone X 
(1515) e noi ne abbiamo parlato a suo luogo (*), abbiamo cioè 
detto come Leone X lo avesse conferito ad un Malvezzi, come 
fosse stato trasferito nel 1533 da Clemente VII ad un Volta e 
confermato ai Malvezzi ed ai Volta da Paolo III (1535). Nel 
bilancio del 1579 l'assegno relativo che era di 10 ducati al 
mese era percepito da Ercole di Gianfrancesco Malvezzi e da 
Alessandro Volta; ma nell'anno successivo doveva essere attri- 
buito ad un Filippo Malvezzi. Essendo però questi morto senza 
lasciare figli maschi, le figlie di tenerissima età, Ippolita di 2 anni 
e Porzia di 16 mesi, ebbero da Papa Gregorio XIII un Bi'eve 
(28 decembre 1580), che largiva loro l'assegno paterno, prova, 
se ce ne fosso bisogno, che l'ufficio non era che una frut- 
tuosa sinecura. 

Quelle bambine però non ne godettero in pace, perchè un 
Antonio Galeazzo Malvezzi contrastò la concessione pontificia, 
addimostrando che Leone X aveva concesso l'assegno in favore 
dei soli discendenti maschi. Un altro Breve del 1 dicembre 1583 
soddisfece alle querimonie del Malvezzi (*). 

Nel bilancio del 1584 troviamo una nuova importante 
iscrizione. Da lungo tempo era convenuto che il maestro di 

(^) Al prìDoipio del Gap. XI (xxxii) della nostra seconda Memoria: lì 
valore della lira bolognese nella prima metà del secolo XVL 

C) Queste notìzie sono documentate dai Brevi che si trovano nella 
Raccolta di Bolle e Brevi esistente alPArcbivio di Stato segnata Q. 
XXVIII, 87 r., 133 r. 



':12 R. tiRHl'TAZlONR DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

zecca coi redditi della medesima pagasse, come si diceva, i 
ministri ed operai di essa. Nel 1584 troviamo invece nel 
bilancio questo titolo di spesa: « Ministri et operai della 
Ceccha per loro salario pei* tutto questo anno L. 608 » e 
cosi si continua di anno in anno. 

Questa riforma dipendeva da un Partito (^) del 29 novem- 
bre 1583 che riportiamo per intero essendo abbastanza breve 
e nel tempo stesso illustrando completamente lo stato delle 
cose. 

Rub. Provisio Ministrorum Cecchae. 

Item, inferius nominandis ministris et operariis officinae monetalis 
Bononiae vulgo Cecchae nuncupataequibus persenatusconsultum instru- 
menta aut alias constituta est provvisio annua de proventibus dictae 
Cecchae solvenda,quia interdum contingit redditus Cecchae non suflScere 
huiusmodi provisionibus integre solvendis, propterea, persuffragìa xxix 
statuerunt et decreverunt in posterum dictas provisiones sive mercedes 
et salaria ex pecunìis Camerae Bononiae solvendaset solvenda esse, in 
aerarium vero referendos proventus dictae Cecchae. Contrariis non 
obstantibus quibuscumque, videlicet: 

D."** Baptistae Gambaro offici nae monetalis magistro ex instru- 
mento locationis facto per annos sex et ultra ad beneplacitum de 
anno 1580 die 29 februarii registrato in libro grosso Cancelleriae 
Illustrissimi Senatus. Fol. 409, ad rationem librarum duodecim men- 
struarum anno quolibet L. 144. 

D."** Carolo Mangino, tentori, sive ut vulgo dicitur, assaggiatori 
Cecchae ex S. C. facto die 4 martii 1573 ad rationem librarum xij 
menstruarum anno quolibet L. 144. 

D."° Ioanni Baptistae Stellae alteri tentori sive assaggiatori 
Cecchae ex S. C. facto die XXIX iunii 1580 quolibet anno L 144. 

DJ^ Alexandre Menganti, Magistro Formularum sive cuneorum 
Cecchae ex S. C. facto die XV augusti 1577 quolibet anno L. 80. 

D."^ Rinaldo Balzano, Custodi cuneorum Cecchae cum salario 
librarum octo menstruarum, videlicet quolibet anno L. 90. 

La somma dei pagamenti è appunto di L. 608 II ruolo come 
si vede comprende i maggiorenti della zecca, e siccome ci par 

<M Partiti, XXV, e. 27 v. 



If. VALORE DEI.I.A LIRA BOLOGNKSR DAL 1551 AL 1604. 243 

difficile che lo zecchiere si occupasse personalmente di tutte 
le minute operazioni e servigi dell* officina, cosi crediamo che 
se era coadiuvato da altri dipendenti, questi rimanessero a suo 
carico. Forse si allude ad essi quando si danno ordini sul 
battere o sul far battere delle monete. 

Nei bilancio del 1588 noi veniamo a sapere che il nuovo 
edificio della Zecca era un fonte di reddito per il Comune. 
Se non si disse prima, si dice adesso (e del resto appa- 
riva evidentemente dal titolo dei nostri documenti citato più 
sopra) che questi bilanci contengono anche le entrate; ma 
soltanto in quello del 1588 troviamo quelle che oggi si direb- 
bero patrimoniali. Troviamo cioè V elenco dei pisonenli (pi- 
gionali) di Camera. 

Fra questi pisonenti è un messer Andrea Bortolazzi che 
pagava L. 106 di pisane di due partamenti nello edifìtio de 
la Cecca, Ma vi erano anche altri inquilini: per es. un altro 
« parlamento » era occupato dal capitano Monschy (?) che 
pagava L. 73 s. 16 di pigione; un appartamento occupato da 
Pietro Bortolotti pagava L. 64 s. 10; un altro da Vincenzo 
Grati pagava L. 100; un Giovanni Marino pagava L. 18 s. 9 
per la pisene di un botteghino, anzi «dì uno camino»; final- 
mente un ultimo appartamento del valore locatizio di L. 36 
alloggiava un G. Battista Ferratante, o come altrimenti costui 
si chiamasse. Da successivi bilanci apparisce che la Camera 
ricavava dalle pigioni poco più di 1600 lire; una metà di 
esse provenivano dall' edificio della Zecca. 

Fra le cariche retribuite dalla Camera troviamo sino dai 
primi bilanci che abbiamo esaminati (p. es. nel 1580) un ufficio 
stranamente denominato di « recopiitore delle case delle 
porte >. Era tenuto da un certo Nicolò Cavrenzani con lo 
stipendio mensile di L. 4. Doveva egli invigilare sulle case 
che erano collocate accanto alle porte della città o per dimora 
dei capitani, come è detto in qualche luogo, o dei gabellieri, 
come è detto altrove ? Queste case intatti si dicono qualche 
volta anche gabelline. Sia come si sia, anche negli anni intorno 
al 1580 usava sdoppiare le cariche. 



244 R. UEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Lo stesso Cavreuzani infatti nel 1580 era altresì custode 
delle « grade » di sotto della città, mentre in seguito non solo fo 
chiamato un altro a questo uffizio, ma si creò anche un «guar- 
diano delle grade di sopra ». 

Da bilanci successivi apprendiamo che il Cavrenzani fo 
surrogato nel posto di recopri tare da un Giovanni Gasparino 
con lo stipendio mensile di L. 9 s. 6 ossia di L. Ili annuali. 

Non ci siamo fermati a caso su questi uffiziali perchè nel 
1597 il recoprilore sparisce dal bilancio e ci si presenta ud 
altro funzionario, certo Guglielmo Bonacci, con lo stipendia 
di L. 3 s. 6 d. 8 al mese, ossia L. 40 ali* anno, e che si in- 
titola « Kecopritore dei palazzi et Cecca di Bologna ». 

Questi sono i risultati scarsi, ma non del tutto inutili, che 
abbiamo potuto raccogliere dall'esame dei bilanci della Camera 
di Bologna in sul finire del sec. XVI. 

(Continua) G. B. Salvioni 






IL COMUNE DI SAVIGNANO 



INTRODUZIONE 



N 



el nostro studio « Vita e Storia Romagnola nel se- 
colo XVI » (*), trattando con brevità e modestia di intendi- 
menti delle fonti della Storia di Romagna nel 500, rivol- 
gemmo l'attenzione principalmente alle Cronache, perchè oltre 
a costituire uno degli elementi più importanti per la ricostru- 
zione storica furono quasi dimenticate dagli studiosi. 

Il Muratori nei suoi « Rerum italicarum scriptores » ne 
accolse varie, che ora rivedute, riordinate e arricchite di 
più vaste indagini, compaiono nella nuova edizione. Vide già 
la luce, per opera di Francesco Tonaca, il « Chronicon » di 
Pietro Cantinelli ('), prezioso contributo, e il maggiore, per 
la storia di Bologna e di Romagna nelT ultimo trentennio del 
secolo XIII: il Messeri, iniziando la pubblicazione di « Chro- 
nica breviora aliaque monumenta faventina a Bernardino Azzu- 
rinio collecta » (•), ha dimostrato di essere riuscito a conse- 
guire un razionale riordinamento di tutta la collezione azzu- 
riniana, rendendo accessibile agli studiosi una miniera di fonti 
storiche e agevolando la ricostruzione del più importante 

0) Biblioteca Storica della Romagna, N. 1. - V. Capitolo I della 
Parte Prima. - Iesi. Stabilimento Tipografico Cooperativo, 1906. 

(*) Fascicolo 14 e 15 della nuova edizione riveduta, ampliata e cor- 
retta con la direzione di Giosuè Carducci e Vittorio Fiorini - Città di 
Castello. Lapi, 1902. 

(') Fascicolo 34 e 35 dell* edizione citata 

16 



246 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

periodo di storia faentina, quello in cui e si svolse il tra- 
gico fatto degli ultimi Manfredi e si innalzano le vicissitu- 
dini del dominio papale e veneto sulla città di Faenza > (^): 
il Mazzatinti curò l'edizione degli < Annales Forolivienses » 
dall'origine fino al 1472 (*) e già molto prima aveva pubbli- 
cato fra i monumenti istorici di questa Deputazione le cro- 
nache di Andrea Bernardi, il Novacula, dal 1476 al 1517 (*), 
che insieme con quelle di Leone Cobelli (% che giungono al 
1498, a cura del Carducci, del Frati e del Guarini, e delle 
quali ora la dottoressa Evelina Menghiui prepara la ristampa, 
costituiscono le fonti maggiori e più antiche della storia forli- 
vese, cui si debbono pure aggiungere la < Cronaca Alber- 
tina », « l'Istoria di Forlì di Alessandro Padovani phisico » 
e la « Crònaca anonima » {^). 

Il Lovarini inoltre attende all'edizione degli e Annales 
Caesenates * dal 1162 al 1362 e il Filippini a quella delle 
€ Cronache Malatestiane », d'autore anonimo, l'una dal 1295 al 
1385, Taltni dal 1414 al 1452 con l'aggiunta della < Croni- 
chetta dei signori Malatesta * di Mario de' Battagli, già 
comparsa nel tomo XLIV della raccolta di opuscoli scientifici 
e filologici del Calogerà. Il grande archeologo Bartolomeo Bor- 
ghesi, quando nel 1803 era stata annunziata, per opera del Duca 
di Sermoneta, la continuazione dell'opera muratoriana degH 
scrittori delle cose iinliche, in nome dell'Accademia dei Filopa- 
tridi, sorta poco prima a Savignano (^), per concorde volere di una 
gloriosa schiera di giovani letterati ed eruditi, aveva offerto 
varie cronache del XIV e XV secolo « pertinenti la più parte 
alle cose di Romagna >. Se non che dobbiamo lamentare che 



(^) Archivio Muratoriano^ N. 1, pag. 41. 

(') Fascicolo 20 della citata edizione. 

(3) Forlì. Bordandini, 1895, in dae Volumi. 

(*) Bologna. Regia Tipografia, 1874. Volume unico. 

(*) Archivio Muratoriano^ N. 3, a pagg. 129-141 - I manoscritti delle 
Cronache Forlivesi di G. Mazzatinti. 

(^) G. Gasperoki - L^ Accademia dei Filopatridi di SavignaDO di 
Romagna. Bologna, tip. Garagnani e figli 1898. 



IL OOMUKK DI &AT1GKASO. 2i7 

le « note e aggiunte » che Francesco Rocchi pose ad illa- 
strazìone del discorso recitato intomo agli studi diploniatici 
del Borghesi (*), siano state pobblicate sino al N. 27 e ci 
sia Tenuto quindi a mancare T elenco delle cronache che il 
Borghesi stesso, che aveva fatto ricerche negli archìvi 
segreti pontifici e in quelli di Romagna, consigliava per la 
pubblicazione. 

Occorre dunque rintracciare queste fonti e non trascu- 
rarne alcuna. Solo in questo modo, mettendo in luce le fonti 
cronistìche, traendo profitto dal materiale già edito, ci sarà 
dato di penetrare nelle contese delle parti, nei nianeggi 
politici, nelle zuffe che insan^ruinarono le vie delle cittii, 
nella vita e nel costume del popolo di Romagna: e potremo 
anche determinare l'assidua vicenda di trionfi e disfatte bielle 
fazioni che in ciascuna città ora ebbero la signoria ed il 
comune, ora vissero nell'esilio; le origini quasi sempre san- 
guinose dei principati, esaminare le lotte terribili fi*a città e 
città, seguire il cambiarsi frequente dei podf^stà; studiare il 
carattere delle varie signorie, Alidosi, Manfiedi, Ordelaffi, 
Poientani, Malatesta, la parte che i Bolognesi, Fiorentini, 
Visconti e Veneti ebbero nelle nostre cose e quindi la domi- 
nazione diretta della S. Sede che dei castelli più considere- 
voli investi i conti Pio da Carpi, i Rangoni, gli Zampeschi. 

Ci saranno cosi note le condizioni dello spirito pubblico, 
le forme della vita, le condizioni sociali ; e insieme col quadro 
delle miserie e delle sofferenze, dei saccheggi, delle distru- 
zioni, delle invasioni, ci sarà rivelata quella spensieratezza 
degli spiriti, che al chiudersi del medio-evo e all'aprirsi della 
nuova età si soleva appagare di ricevimenti e di addobbi, 
di processioni e di giostre. 

Fermiamoci ora su le Cronache e su gli Statuii del 
Castrum Sabiniani. 

(^) Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le 
Provincie di Romagna. - Anno I. Bologna, 1862. Pag. XVI T. 



248 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PAR LA ROMAGNA. 



CAPITOLO PRIMO 



Cronache. 



I manoscritti. 

Nella biblioteca comunale di Savignano di Romagna, nella 
busta segnata < Cronache Guidoni e Faberi », si conservano 
cinque manoscritti che indicheremo successivamente con le 
lettere A, B, C, A E. 

Il ms. A di cm. 21.8x27.5 è numerato fino alla carta 35 
ed è diviso in due parti; in fine della prima si legge: Don Raf- 
faele Guidoni di Savignano Canonico Regolare Latei^anense. 
Ciascuna riga scritta è di cm. 12. Nella seconda parte la 
riga scritta è di cm. 16, con uno spazio marginale a sinisti'a, 
sempre in bianco, di cm. 6. La seconda parte, dalla carta 19 
incomincia cosi: € Se bene dal nostro B. Pio Rafiaello Gui- 
doni è stato copiosamente esposto quanto avvenne intorno a 
Savignano con tutto ciò m'è pai'so dirvi alcune cose non dette 
da esso, a cui forse non erano venute in cognitione o vero 
gli erano parse superflue, ma perchè li nostri successori 
habbino piena notizia dei antenati loro et possine talvolta 
dar saggio in discorsi delle cose della lor patria per potere 
ammonire gli animi ad ogni honorata attiene ed imitare i 
loro genitori ho preso espediente notare quanto da basso si 
legerà ♦. 

Il ms. B^ di carte 14 di cm. 15.5x20.5, porta scritto 
nella prima pagina: Origine di Savignano nobile castello di 
Romagna cavata da diversi ed antichi scrittori dal Padre 
Don Raffaello Guidoni dell* istessa patria Canonico Regolare 
Lateranense. 

Il ms. (7, di carte 15 di cm. 15,5X22.5, ha il medesimo 
titolo del ms. B., con la seguente aggiunta: < Con alcune 
varianti raccolte da altre croniche e notate da me Luigi 
Nardi l'anno 1800 ». Alla fine della narrazione si legge: 



IL OOMUNB DI SAVIQNANO. 249 

Don Raffaele Guidoni compose, Francesco Antonio Faberi 
scrisse; e nella carta successiva: « Cronica Fantozxi » cui 
tiegaono alcune notizie desunte dal libro debilorum et credi- 
lorum di Oualdo, le quali si leggono anche nel ms. A, senza 
designazione di fonte. 

Il ms. D di 11 carte, in 5 delle quali si l'iferiscono 
notizie attinte dal Guidoni, di cm. 15,5X22, ò privo di 
qualsiasi importanza. 

11 ms. JF, di carte 144 di cm. 19.5x27, porta scritto nel 
frontespizio: Origine di Savignano in Compito Castello di 
Romagna cavata da diverse et antiche scritture e scritte dal 
P. D. Raffaele Guidoni della stessa patria Canonico Regolare 
Lateranense accresciuta con molte altre memorie fatte in 
colonna da me Giorgio D. Aldobrando Faberi cittadino della 
stessa terra ricavate da libri pubblici e privati ed altre 
osservazioni veridiche vedute di proprio occhio dal mede- 
simo al tempo suo. Infine con la sua rubrica per alfabeto. 

Il Faberi per l'età antica e segnatamente per i secoli XV 
e XVI riferisce fedelmente ciò che scrisse il Guidoni, con 
pochi ampliamenti intorno al dominio dei Rangoni, desumendo 
le notizie dagli Atti delle Riformanze, come abbiamo potuto 
riscontrare; si diffonde un pò sui fatti del secolo XVIII, in 
-cui visse, con poco ordine e rivelando ognora scarsa perizia 
dei fatti storici. 

Non pare tuttavia inutile considerare i due manoscritti 
fra di loro, IM e VE per meglio determinare il loro valore 
e le aggiunte della cronaca del Faberi. 

Ms. A, Ms. B, 

.... appresso il ponte già da .... vicino ai ponte di marmo 

Ottaviano imperatore edificato so- da Ottaviano Imperatore edifì- 

pra il torrente lontano da Savi- eato sopra il torrente Rubicone 

gnano un mezzo quarto di miglio volgarmente detto Fiumicino lon- 

Tanno trigesimo del suo impero tano da Savignano un quarto di 

o come altri vogliono vigesimo miglio, l'anno trigesimo del suo 

settimo. impero o come altri dicono 

XXVII. 



%0 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAOKA. 

li Faberì alla nota (a) s'indugia alquanto sul ponte del 
fiume Rubicone e dà notizie bibliografiche intorno agli studi, 
che, verso la metà del secolo XVIII, trassero origine dalle 
dispute sul fiume stesso; le quali notizie tenne, senza dubbio, 
presenti il Rocchi allorquando scrivendo nel luogo ricordato, 
degli studi diplomatici del Borghesi, alla nota 24, ricordava 
fra le opere che ripetevano la loro origine dalle esercitazioni 
dell'Accademia dei Filopatridi le varie contese e dissertazioni 
intorno al Rubicone, che come è noto Cesenati e Riminesi e 
Savignanesi si disputarono. 

Il Guidoni, accennato al tempo in cui si diede principio 
alla fabbrica del castello, parla della prima casa che vi fu 
edificata da Guido Guidi e di altre € case assai buone > che 
« all'incontro vi fece Francesco Mangini >. Il Faberi invece 
a questo luogo scrive: « Accade a proposito il descrivere le 
famiglie non solo antiche del castello novo che ancora si 
nominano >. Tratta quindi abbastanza diffusamente delle famiglie 
più cospicue e degli uomini dotti che fiorirono specialmente 
nel settecento : Gio. Cristoforo Amaduzzi, dottor Pasquale 
Amati, Casa Batlaglini, benché originaria di S. Mauro, Casa 
Faberi, della quale Giorgio di Francesco ebbe la sorte di 
dare ospitalità il 10 marzo 1699 alla Maestà della Regina 
Casimira, moglie del già Giovanni Subieschi III, re dì Po- 
lonia, come si rileva dal documento che qui sotto si tra- 
scrive, nell'intendimento di dimostrare che il cronista non 
mancò di attingere alle fonti; e se la sua narrazione è disor- 
dinata ed ha poco valore, è pur sempre ispirata al vero. 

€ Istrumento {}) 12 marzo 1009 del Notaio Magnani nel quale si 
attesta del soggiorno della regina Casimira di Polonia in casa Faberi». 
12 marzo 1699. — La Ser.""^ e Reale Maestà Regina Maria Casi- 
mira moglie del defunto Gran. Gio. Subieschi III, Re di Polonia, 
assieme col ser."® et em."* sig. Principe Cardinale di R. Cb. Enrico 
Diac. Cav. di Argugn Padre di d." Regina e con la ser."* Princi- 
pessina nipote dell'accennata serenità stettero il giorno 12 marzo 169^ 
a pranzo con tutta la loro nobiltà Madame Dame in Casa dellì Nobili 

(*) V. ms. N. 1 Memorie Patrie nella Bibl. Com. di Savignano. 



IL COMUNE DI 8ÀV1GMÀN0. 251 

Signori Can/* Giorgio, Giulio, Cesare ed Aldobrando nipote de' Faberii 
in questa terra di Savignano come casa destinata alla detta Maestà 
della Regina dai Sig. Gov.'* Mezzavacca quale teneva ordine di 
apprestare Casa atta alP alloggio di dette Maestà et anco ospizio 
bisognando per ordine di Monsignor B. V. Lag. Qual Mons. V. Leg. 
con Monsig. Zandelaei incaricato apostolico et altri personaggi il 
giorno alcune ore prima dell'arrivo di d.* Regina in Savi- 
gnano ha vendo visitato fra T altre case in d.* terra quella dei 
d/ SS * Faberi la giudicarono la più atta comoda e propria per S. M. 
si come sull'ora 18 in circa dopo che ebbe ascoltato con ogni devo- 
zione la santa messa nella Chiesa di S. Seb. fece il suo riposo e 
fermò il suo comodo con li sopra detti accennati Ser."* Padre e 
Principessina e Madame in casa suddetta con sommo concorso di 
circumvicini paesi che per più di due bore videro et. . . . 
Del che fui rogato per me pub. Inst. 

D. Matteo Magnani e Domenico Nuoci de Longiano. 

Intorno al monastero di S. Benedetto così scrive il Guidoni: 

€ Era anticamente abbazìa della sua Congregazione quali padri 
stando nei boschi e selve per assigurarsi loro e sue contrade fecero 
una casa con un oratorio in mezzo Savignano, quale si chiama bora 
San Benedetto et bora è commenda dell'ili mo et R.mo Mon. Car- 
dinale Bianchetto e perchè questo padre Reverendo non mi seppe 
dire prefissamente il tempo, l'anno, e quando andò in comenda il 
perchè io perciò tralasso di scriverlo. 

Il Faberi aggiunt»:e: 

« La casa più contigua a d.** oratorio o Chiesa di S. Benedetto 
non era comoda di ospizio, ma bensì l'ospizio di detti Religiosi 
Camaldolesi era et è la Casa di S. Rocco, la quale dimostra essere 
e forse l'ospizio per essere grande et sopra alle Porte nell'atrio vi 
erano dipinti versi in lettere majuscole concernenti al monachismo 
talché d.^ Ospizio quando fu messo in commenda unitamente con le 
Possessioni e Chiesa ne fu fatto osteria e grande come pure al pre- 
sente si ritrova che siamo del 1766 per esservi tutti li commodi sì 
di stanze, che di portico, stalle, fenili, e cucine. 

Il Guidoni pi'ocedendo nella sua narrazione passa a parlare 
delle varie dominazioni, cui fu sottoposto il Castello di Savi- 
gnano e ricorda la dominazione del duca Valentino, quella 



252 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Veneta e quindi T assedio del 1523, perchè la narrazione del 
Guidoni segue, come innanzi dimostreremo, un ordine logico 
e cronologico. Il Faberi dopo il ricordo della dominazione 
veneta scrive : 

€ Sì puoi concludere che siccome il d.*^ castello di SaTignaoo 
essendo andato sotto a tanti Prenci pi et ogni uno ha privato la 
Comunità delle Scritture che in conseguenza è miracolo che sia 
rimasto in secretarla pubblica il Statuto sotto il domìnio del Signor 
Galeotto Malatesta al tempo dì Gregorio XI Pontefice, qual Statuto 
Statuti fu fatto del 1378 in carta pergamina, con li suoi cartoni 
di tavolozze, che poi furono confirmati con editto per T osservanza 
da Carlo Malatesta nel suo dominio ed al tempo dì Martino V Pon- 
tefice, sotto li 17 Giugno 1425, quali statuti si conservano in segre- 
taria publica. 

Ogni uno puoi considerare che per tanti disaggi che il castello è 
stato soggetto non ci possa essere Memorie più di queste che si è 
descritto ». 

Sempre nella medesima biblioteca sono altri due manoscritti, 
l'uno € Notizie di Savignano » segnato II m. 2, che noi indi- 
cheremo con la lettera F, laltro si conserva nella II basta 
n. I delle ♦ Memorie Patrie ♦ e lo indicheremo con la lettera G. 

Il ms. F, racchiuso da un cartoncino che costituisce la 
copertina, porta sul frontespizio la seguente indicazione: * Tac- 
cuino politico con diverse notizie storiche galanti intoi*no il 
paese antico e tnodetmo >. 1815. 

Consta di due fascicoli: il primo, di 82 pagine, riferisce 
notizie storiche intorno a Savignano, senza ordine alcuno, non 
del tutto prive di importanza, come la seguente: « che il cano- 
nico De Lubelza tiene fra i suoi manoscritti molte notizie di 
Savignano, su l'Accademia Rubiconia, su l'archivio notarile 
che risale al 1411 e contiene 22 pergamene alcune delle qucili 
possono interessare per la Storia patria » : il secondo, di 74 
pagine, ha il seguente titolo: « Notizie intorno alla Terra di 
Savignano desunte da atti pubblici. Disposte senza un regolare 
ordine — di queste approfittò il prof. F. Hocchi copiandole. 
G. Zampanelli 1828 >. Anche queste pagine contengono notizie 
desunte dagli atti pubblici e dai cronisti savignanesi. Alla 



IL OOMUNB DI SàTIQMAMO. 968 

pagina 4 sì legge sotto l'anno 1000: « Savignauo si pretende 
dai Gronicisti Ouidoni sia stato edificato a Castel Vecchio da 
Ottaviano li Imperatore >. 

Il ms. (7 è un fascicolo di 38 pagine non numerate, della 
dimensione di cm. 24 7 X 18.8 sulla cui copertina esterna- 
mente si legge: € Memorie antiche di Savignano 1842», e 
internamente nella prima pagina « Savignano Memorie antiche ». 
La seconda pagina è bianca; seguono poi sei pagine nelle quali 
sono alcune varie notizie di storia generale di carattere diverso 
di colui che ha scritto « Memoria antica di Savignano » : tale 
è il titolo che si legge alla pagina nove, dove incomincia la 
narrazione storica. Prime parole: € Savignano era nel bel silo 
che ora si chiama Castelvecchio, fu edificato da Ottaviano II 
Imperatore in occasione di un grande esercito radunato contio 
la Germania e l'Inghilterra ». La narrazione continua per 
18 pagine fino alla pag. 26, e termina cosi : Il detto autore 
siegue in precisi termini : « Nota come ho fissato nel libro 
debitorum et credilorum di Gualdo come Tanno 1512 furono 
vendute da Cristoforo Ricci da Savignano 13 pecore per liie 
dieci di bolognini al Padre D. Nicolò da Ravenna fattore ». 
Dalla pagina 27, di mano diversa, seguono 11 pagine di notizie 
intorno a fatti dell'età moderna: 1800, 1815, 1818, 1831, 
1832, 41. Non sono prive d'interesse le notizie del 1815 e 
quelle maggiori del 1831 sulla battaglia del Monte. Vi si 
parla del generale Zucchi, del cavalieie Sante Montesi di Savi- 
gnano e Cavaliere Sercognani « che furono i primi ad impu- 
gnare le armi per dare alla bella Ilalia la libertà». 

Il ms. G è una copia quasi fedele in alcune parti e in 
altre una riduzione del ms. A, ossia della cronaca di Raffaele 
Guidoni, come si può rilevare dal seguente raffronto : 

Ms. A, Ms. G. 

e questo fu Tanno 1358 e questo fu Tanno 1358 

del mese di Aprile, comedi tutto del mese di aprile comedi tutto 

ciò testificano scritture trovate ciò testificano scritture a mano 

scritte a mano dal molto eccei- trovate dal Ms. Ecc. Mario Gui- 

lente S. Mario Guidoni, huomo doni, huomo molto dotto nelT una 



254 



R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 



assai dotto neli' una e nelP altra 
legge che per gli meriti suoi fu 
per un tempo governatore del- 
l' ili. ma città dì Ancona, poi dalli 
Signori Malatesta chiamato per 
suo maggiore secretarlo e gran 
consigi iero, laonde da tutta la città 
di Rimini fu abhrassato e posto 
nel numero dei suoi gentiluomini 
e fatto capo de' consoli con grande 
allegrezza di tutta la città di Ri- 
mini Tanno di Nostro Signore 
1519. 



e neir altra legge che per i me- 
riti suoi fu Governatore per un 
tempo deir Ill.ma città di An- 
cona, e poi dalli Signori Mala- 
testa chiamato per suo grande 
segretario e consigi iero, dove poi, 
abbracciato da tutta la città di 
Ri mini fu egli ascrìtto nel nu- 
mero dei gentiluomini e fatu) 
capo dei consoli con grande alle- 
grezza di tutta la città, Tanno 
1519. 



Cosi diceva mio padre 

Pietro Antonio Guidoni, uomo 
antico e pieno di anni passò a 
migliore vita Tanno del Bifore 
1570 al li 4 di settembre. 



Cosi diceva mio padre 

huomo antico, d' anni di sua età 
settanta sei passò a migliore vita 
' anno di Nostro Signore 1570 alli 
quattro di settembre lasciando 
dopo di sé quattro figliuoli maschi 
e due femine, il primo dei quali 
fu chiamato Prospero Guidoni.... 



I Cronisti. 

Vediamo ora di quali e quanti cronisti ci pervenne il ri- 
cordo e determiniamo il valore che essi hanno fra le fonti 
storiche. 

Edoardo Fabbri, il letterato e patriotta cesenate, in un 
manoscritto, (') nel quale aveva >egnato notizie intorno agli 
uomini illustri di Romagna, ricorda « che trovansi menzionati 
con distinzione dei cronisti del luogo da pubblici atti e da 
diverse memorie patrie i seguenti : 

» Faberi Gioi'gio - cronista di Savignano - prete beneme- 
rito alla di lui patria. 

» Guidoni D. Raffaele - Pietro Antonio - cronisti di Savi- 
gnano. 

» Seravalle Antonio - legale e cronista di Savignano >. 



(*) V. 2. 6. 7 nella Malatestiana di Cesena. 



IL COMUNB DI SATIQNAKO. 256 

Tale notizia certo il Fabbri desunse dal Nardi, il quale 
alla pag. 117, Capitolo IX, dei suoi Compiti, aggiungeva in 
appendice notizie su « alcuni uomini illustri nelle lettere del- 
l' antico distretto Compitano >. 

Quivi intatti il Nardi afferma che « Serravalle Mai'c' An- 
tonio visse nel sec. XVII, fu l'anima degli affari pubblici 
di Savignano sua patria e havvi di luì una Cronica di Savi- 
gnano manoscritta ». 

Della famiglia Guidoni ricorda due cronisti: l'uno, D. Raf- 
faello, il quale lasciò un manoscritto « l'Opus Chronicon 
monasteri Sanctae Crucis Cesenae > e la Cronaca di Savi- 
gnano: l'altro, Pietro Antonio, fratello di Raffaello, il quale 
€ lasciò anch' egli una Cronaca di Savignano >. 

Di Fabei'i Giorgio Aldebrando infine scrive: € È stato 
uno dei cronisti nel secolo passato (sec. XVIII) ed ha sal- 
vato dall'oblivione molte notizie che interessano i Savi- 
gnanesi >. 

Abbiamo visto inoltre che nel ms. C si ricorda una Cro- 
naca del Fantozzi, del quale per altro il Nardi non ci tra- 
mandò notizia alcuna; e neppure nelle varie memorie mano- 
scritte, che si conservano tuttora nella Comunale di Sa- 
vignano, si trova mai parola di tale fonte, mentre non è 
infrequente il ricordo dei due cronisti, Raffaele Guidoni e 
Faberi. 

Né ci giunsero le Cronache di Pietro Antonio Guidoni e 
di Serravalle Marcantonio, i quali realmente scrissero e lascia- 
rono manosci'itta la cronaca del loro paese. Abbiamo quindi 
soltanto la cronaca di Raffaele Guidoni e quella del Faberi, 
alle quali i cultori delle patrie memorie costantemente attin- 
sero. Ma poiché, per le ragioni suesposte, la cronaca del Fa- 
beri perde del suo valore per essere, nella parte antica, un 
lieve ampliamento di quella del Guidoni e perchè la narra- 
zione si diffonde sul secolo XVIII, del quale tempo si possono 
consultai'e le fonti d* Archivio, ed é inoltre priva di qualsiasi 
ordine logico e cronologico, si vuol rivolgere la nostra atten- 
zione alla cronaca del Guidoni, ossia al ms. A, essendo gli 
altri compendi o copie mutilate di quello. 



256 R. DBPUTÀZIONB DI 8TOBIA PATRIA PBB LA ROMAGNA. 

La fimiiglia Guidoni. 

La famiglia Guidoni fu una delle più antiche ed ìUastri 
di Savignano, da cui uscirono chiari uomini laici ed eccle- 
siastici consacratisi alla Religione, al Diritto, agli affari ammi- 
nistrativi. Il Nardi (^) che ci lasciò alcune brevi notizie di 
Mario, Don Raffaello e Pietro Antonio aggiunse che fin dal 
sec. XIII nei diplomi Savignanesi si cominciava a trovar men- 
zione di tale famiglia. Alla quale notìzia, come quella che ci 
viene da colui che dedicò la vita alle ricerche e conobbe 
certamente le fonti più amiche della storia locale, vuoisi 
prestar fede, quantunque non ci sia pervenuto per i secoli XIII, 
XIV e XV documento alcuno, tranne gii statuti di Galeotto 
Malatesta, per poter documentare 1' affermazione del Nardi. 

Il Tonini, attingendo ai monumenti autografi dello Zariotti 
e alle schede dell'erudito Riminese Battaglini, quelle mede- 
sime di cui pur fece tesoro V Amaduzzi per le sue Memorie 
di Savignano,(*) scrisse nella € Cultura > intorno a Mario e Raf- 
faello, giureconsulto r uno. Canonico Lateranense 1* altro. 

Negli atti delle Riformanze dal 1532 a tutto il sec. XV'l 
— non vi è traccia di atti anteriori — si ha notizia di un 
Petrus Antonius Guidonus, il quale copri le cariche più impor- 
tanti della comunità, di un lohannes Guidonus e di un An- 
tonius Guidonus. il quale ultimo compare fra i consiglieri 
nell'adunanza del 17 gennaio 1550 insieme con Antonius Ser- 
ravalle e Petrus Antonius Guidonus. 

Di Tiburzio Guidoni che nel 1575 fu assunto alla Reli- 
gione dei Canomci Lateranensi col nome di Don Raffaele nou 
si può con precisione fissare Tanno della nascita. Secondo il 
Rossini (^) fu destinato a presiedere alle canoniche, e dive- 

(1) V. Dei compiti. Feste e Giuochi Compitali degli antichi e dH- 
V antico compito aavignanese in Romagna. Pesaro 1827, dalla tipografi» 
di Annesio Nobili. 

(*) V. me. N 50 nella Bib. Com. di Savignano. 

(') Lycaeum Lateranense. Caesenae MDCXV. Ex tjpograOa Nerij, 
voi. II, pag. 302. 



IL COMUNB DI 8A VIGNANO. 257 

nato valeote nell* esame delle antiche Scritture, raccolse pre- 
ziose notizie intorno alla sua Canonica di S. Croce in Cesena, 
di cui compilò una Cronica divisa in 4 libri ('). Nel 1585 sostenne 
nella chiesa di S. Maria in Porto di Ravenna la difesa di 
conclusioni in Logica, in Fisica, in Teologia. Fu vicario al 
monastero di S. Marino in Rimini e mori vicario di S. Maria 
Maddalena di Gualdo nell'aprile 1618, e fu sepolto nella Ca- 
nonica di S. Croce in Cesena. Dalle notizie inserite nella sua 
cronaca si desume che il 4 settembre del 1570 gli mori, in 
età di anni 76, il padre, lasciando 4 figli e 2 figlie: Prospero 
morto il 28 ottobre 1588; Francesco Maria dottore nell* una 
e neir altra legge, podestà per alcun tempo di Cesena e Fan(^ 
governatore di Roncofreddo, elettovi dal marchese Carlo Ma- 
liitesta, viveva, secondo il Fabbri, nel 1603 e venne aggre- 
l^ato a varie nobiltà e fu cavaliere di S. Stefano; Tiburzio 
« per anni vinti predicatore delia parola di Dio in diversi 
luoghi » e « per 3 anni interi vicario del monastero di S. Ma- 
rino di Rimini; Baldisserra < huomo di buona qualità nel suo 
castello, amato et huomo di conseglio » ; delle femmine V una 
mori « nel flore degli anni, l'altra fu dal padre Pietro Antonio 
(lata in isposa a Francesco Fabbri di Gaddeo ». 

La cronaca di Raffaele Guidoni. 

La cronaca che Raffaele scrisse intorno alle cose di Savi- 
guano, la cui narrazione termina al 1606, è da porsi con tu Ita 
sicurezza nella seconda metà del sec. XVI. Essa tratta del- 
r origine di Savignano, dell* antico castello e della fondazione 
del nuovo, delle prime case, non senza qualche rara notizia 
di indole economica; delle quali memorie solo per opera sua 
ci pervenne il ricordo; e la narrazione acquista, a nostro 
parere, maggior valore di mano in mano che procede verso 
i tempi dell'autore. Determina quindi il cronista i limiti del 
castello e fornisce notizie sulla dominazione del duca Valen- 



te) Qaesta cronaca non ci è pervenuta; almeno le nostre ricerche 
sono nascite inf rati uose. 



258 R. DBFUTAZIOMR DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

tino , di Venezia, sull'assedio di Francesco Maria Della Ro- 
vere, sulla dominazione dei Rangoni, sul passaggio di Cle- 
mente Vili diretto a Ferrara nel 1598; alcune rapide, altre 
abbastanza diffuse. 

Determiniamo ora le fonti cui attinse il cronista. 

Gli pervenne e se ne servì, come egli stesso dichiara, 
copia di memorie che messer Giacomo, suo zio, aveva tratto 
da quelle che possedeva messer Pietro Antonio, a lui offerte 
da Mario Guidoni, che nel 1519 aveva in una bottega trovato 
« certe antiche scritture a mano che narravano la transla- 
tione di Savignano ». Mario Guidoni, scrive il cronista, fu 
« huomo assai dotto nell'una e nell'altra legge e per gli 
meriti suoi fu per un tempo governatore di Ancona, poi 
segretario dei Malatesta >. E le notizie fornite da Raffaele 
Guidoni corrispondono a quelle che si desumono dai docu- 
menti del tempo: che Mario fu in Rimini, maestro di Matteo 
Bruni, sommo giureconsulto Riminese, fu nel 1510 podestà 
della medesima città, nel 1533 ambasciatore a Clemente VII, 
e nello stesso anno tra i 12 eletti alla difesa e al manteni- 
mento dello Stato pacifico della città; visse nella fine del secolo 
e nei primi decenni del secolo successivo. Il cronista conobbe 
i libri debitorum et creditorum di Gualdo, e a proposito di 
una leggenda di donna Bellina scrive di averne trovato un 
ricordo € in alcune antiche scritture dei nostri antecessori >; 
consultò l'Archivio della € magnifica comunità », paria di 
scritture di suo padre Pietro Antonio nel loro originale e 
ricorda anche di aver visto un' operetta scritta a mano di 
Marc' Antonio Saravalle, il quale visse non molto dopo la 
metà del sec. XVI; fu consigliere del paese natale, no^ariw^ 
publicus nel 1544, nolaritcs extractus ad civiltà nel 1546, 
eletto sitpra viis el pontibus nel 1547, sindicus nel 1551, oltre 
il quale anno non si trova di lui alcun ricordo negli atti del 
pubblico consiglio. 

A proposito della dominazione veneta il Guidoni ricorda 
una « carta pecorina » scritta a mano di Giovanni già di 
Francesco Pasi, trovata da Giulio Cesai*e Barbeiini e rife- 
risce il tenore della scrittura; è la medesima che si legge 



IL COMUNE DI 8AVIONANO. 259 

aderente ali* ultima pagina del volume « Statuta terrae Sabi- 
niani noviter reformata > dell'anno 1589, esistente nelT Ar- 
chivio Comunale di Savignano* ed è il solo documento a noi 
pervenuto di quelli ricordati dal cronista oltre agli atti con- 
sigliar! che si conservano tuttora a cominciare dal 1532. 

La breve cronaca adunque di Raffaele Guidoni, per la 
materia trattata e per l'ordine e perle fonti di cui l'autore 
ebbe modo di valersi, acquista un non lieve valore per la 
storia di questo luogo. 

Onde dall' esame delle due cronache pare a noi fondato 
il giudizio che dei due cronisti diede Bartolomeo Borghesi, 
il quale mentre riconobbe nel Faberi € poca perizia storica » 
disse del Guidoni che precedette il Faberi di quasi due secoli 
e fu € fornito di maggior ingegno e di più sano giudizio ». 

E certo che di queste cronache si fecero varie copie nella 
fine del sec. XVIII e nel primo decennio del sec. XIX, allor- 
quando intorno all' Accademia dei Filopatridi si strinsero i 
cultori delle patrie memorie. Il Borghesi infatti che per le 
Memorie del Monastero Camaldolese di S. Benedetto (') attinse 
ai cronisti, ricorda il Guidoni e il Faberi; quest'ultimo nel 
manoscritto esistente presso Luigi Nardi, e il Battaglini in 
una sua scheda notò che la cronaca del Guidoni si conservava 
presso la famiglia Borghesi. 

CAPITOLO SECONDO 



Statuti. 

Gli Statuti ci rappresentano il codice amministrativo, civile 
e penale e sono un prezioso documento della vita dei popoli, 
massime se sono studiati in relazione agli atti delle rifor- 
manze, potendosi cosi ottenere una prova eloquente del grado 

(^) V. Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per 
le Provincie di Romagna. Anno Primo. Bologna 1862. Stab. Tip. di 
Giacomo Monti, pagg. 5-52. 



260 R. DEPUTAZIONI} DI 8TOBIA PATRIA PBB LA ROMAGNA. 

di civiltà in mezzo alle trasformazioni politiche ed al succe- 
dersi dei vari e nuovi elementi, destinati sempre a portai*e 
il loro contributo nella vita sociale. 

Lo studio dei vari statuti di Romagna giovei*ebbe, forse 
più d' ogni altro, alla conoscenza della regione nelle sue con- 
dizioni economiche e moi*ali, qualora si tenesse conto dei 
privilegi, dei capitoli, delle successive modificazioni ed aggiunte 
per desumerne poi i caratteri dell* amministrazione. 

I più antichi statuti di Savignano sono quelli di Galeotto 
Malatesta del 1378. Il Codice membranaceo di fogli 42, di 
cm. 36X255 si conserva nel suo originale nell'Archivio Comunale 
e se ne ha una copia nel tomo 167 della collezione di statuti 
neir archivio di stato di Roma. Precede un indice dei capi- 
toli, mutilo per la mancanza di parecchie pagine; incomincia 
infatti dal cap. XIV del libro III — De poena percutientiam 
sine armis. — Gli statuti sono divisi in 5 libri, dei quali il L^ 
— De electione Vicarii terrae Savignani et de ejus officio — 
consta di 24 capitoli; il IL** — De civilibus causibus — di 
20; il III.** — De modo procedendi contra maleficia — di 31; 
il IV.** — De modo procedendi supra accusis et denunciis damno- 
rum datorum — di 25; il V.* — De datiis vendendis — di 49. 

II libro V finisce col cap. 49.^ — De mensuris et ponde- 
ribus — e con le parole: itaque semper dieta pondera et 
mensurae et earum copia perpetuo habeantur. Seguono poi 
alcune aggiunte nell'ordine seguente: 

1.** Haec est copia quarumdam addictionum factarum 
a Comune Savignani in frascriptis datiis in venditione et em- 
ptione ipsorum datìorum sub anno domini mille quadrage- 
simo quarto, in dictione duodecima, tempore D.ni Innocentii 
papae VII die vigesima sexta octobris. 

2.^ Copia decreti facti per magnificum dominum Sigi- 
smundum Pandulfum de Malatestis — 18 maggio 1439. 

3.** Copia cujusdam supplicationis porrectae per homines 
de Savignano magnifico et potenti domino nostro Carolo de 
Malatestis. 

4.** Exemplum cujusdam statuti reperti in volumine 
statutorum communis Arimini in pubblico archivio dicti com- 



IL OOMCKB DI SATIQXAXO. S8t 

manìs tenorìs haTnsmodì : De Salarììs notarìomoi qaae recì- 
pere debent, — Sequitor fiies ubellariì, scilìcet Joaunìs Ser, 
Antonii Dolzonii civis et doUltìì Arìmìnì incolae, qnae sabno- 
tator die nono febmarìì 1491. 

Il 1/ libro contiene le norme che si ri feriscono al governo 
delia comunità, e noi vogliamo ricordai^e almeno le principali, 
le qaali, tiranne lievi modificazioni, più di forma che di so- 
stanza, sono le stesse, che in qnel tempo o nel secolo successivo 
t*egolavano le altre Comunità. 

Principali magistrati del Comune erano il consìglio e 
Tai'engo; il 1.* nel suo inizio era ci»mposto di 10 consiglieri, 
i quali SI estraevano a sorte nel grande consiglio e dovevano, 
eletti, pi-estare giuramento nelle mani del Vicario: le loi^ 
deliberazioni non potevano mai eccedere la spesa di 2o liix? (') 
Le cose di maggior momento ernno trattate dal generale 
arengo composto, nelle origini, dei capi dì famiglia, cosi della 
terra come del contado, perchè, dicono gli Statuti, < Quod 
omnes tangit ab omnibus debet approbari > [^). I consiglieri 
erano convochiti mediante puNblico ban.io o snono di campana 
citazione dei plazarii del Comune; ed erano stabilite mnlte 
per coloro che non fossero intervenuti alle ailnnanze o se ne 
fossero partiti senzi\ l'ordine del Vicario: alla votazione sì 
procedeva sempre mediante — fabae albae ac nigrae — tranne 
nei casi in cui le proposte raccoglievano i voti concordi dei 
pi^esenti. 

Il Vicario sempre forestiero, rappresentava nelle magistra- 
ture cittadine il Signore: il consiglio e P arengo anzi ei*ano 
convocati per ordine suo e da lui erano pi'esieduti. < Filobus 
et valens homo juris peritus » durava in carica sei mesi; a 
lui era deferito il potere civile e criminale, pi^estava il giù- 

(*) I, 4 € De conscigliarìia elìgendìs et qoot esse debeant ». 
(*) I 5 < De puMico et generali arengho et eins anotori tate et prò- 
positis fieodis. » 

IT 



262 R. DRPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

ramento prima al cospetto del Signore, poi alla presenza dei 
consiglieri, e non poteva esser rieletto se non dopo 5 anni 
dal termine del suo ufScio. La famiglia del Vicario era com- 
posta, oltre che di lui, del notajo e dei servi, i quali, com- 
piuto il tempo del loro ufficio, erano sottoposti al sindacato 
del Signore. Il magistrato aveva per sé e per gli altri un 
salario che gli veniva pagato mese per mese dal massaro, uè 
gli era lecito pretender di più, e doveva inoltre mantenersi 
puro ed onesto, alieno da ogni baratteria, simonia, estorsione 
e qual siasi altro illecito lucro: né poteva ricevere donativo 
alcuno. Le quali severe prescrizioni miravano giustamente a 
porre il rappresentante del Signore nelle condizioni neces- 
sario per potere decorosamente amministrare la giustizia ('). 
Strettamente collegate alle funzioni del consiglio erano 
le magistrature del sindaco e del massaro. Il Sindaco f), 
durava anch' egli in carica 6 mesi, si estraeva a sorte nel- 
r arengo e doveva — facta negotia et jura communis defen- 
dere — ; più importante era V ufficio del massaro, di cui gli 
statuti determinano con maggior copia di particolari i doveri 
e le responsabilità. Spettava al massaro, che doveva essere 
uomo perito nella giurisprudenza, il ricevere e conservare — 
denarios pecunias, res et bona et arnexia communis — sicché 
egli racchiudeva in sé le attribuzioni che ora sono divise fra 
l'esattore, l'economo, il computista. Le entrate della comu- 
nità, introito di dazii, multe di maleficii, corrisposte di fitto, 
e le stesse suppellettili pervenivano tutte nelle sue mani: 
aveva quindi l'obbligo, nell' assumere l'officio, di prender 
nota nel suo libro, per mezzo del notaio del Comune, del 
denaro e dei beni affidatigli; doveva anche custodire i singoli 
pignoramenti a lui consegnati dai plazari, senza poter in alcun 
modo procedere a spese di nessun genere né a pagamenti 
senza espressa deliberazione del Comune, 

(1) I, ly 9, 20. De electione Vicarii terrae Savignani et de eius officio. 
De moDstra fienda de Vicario et officiali bus De Sindicatu Vicarii et 
eias familiae. 

(^) I, 7. De electione Sindici comunis et eiue officio. 

{^) I, 9 De electione Massarii dicti oomunis et eias officio. 



IL COMUNB DI SAVIGNANO. 263 

Il Sindaco, il massaro e qualunque altro che avesse avuto 
ingerenza nelle cose Amministrative dovevano, ciascuno alla 
fine del proprio ufficio, render conto della loro opera (*). Vi 
erano inoltre i gualdari (*), in^ numero di 4, con l'incarico di 
custodire i campì, le vigne, i prati, le selve, le biade cosi degli 
uomini della terra come di quelli del contado, e con l'obbligo 
di deferire al Vicario, sotto pena di dovere essi stessi rifon- 
dere i danni, coloro che in qualche modo avevano recato 
oflFesa alla proprietà altrui: gli < aestimatores > (^) dovevano 
determinare la qualità e quantità del danno. Non sì vuole 
poi passare sotto silenzio che al comune di Savignano spet- 
tava la nomina di un gualdario per la villa dì S. Mauro, il 
che ci dimostra come il nostro castello avesse, fin dalle ori- 
gini, la sua giurisdizione su quel piccolo territorio. 

I plazarl, in numero di 2, (*) eletti annualmente, erano 
destinati a citare e ricercare, ad istanza del Vicario e degli 
nitri magistrati, le persone cui dovevano recare le ambasciate, 
e servivano anche per il pignoramento della proprietà con 
r obbligo di farne sempre sollecita e regolare consegna al 
massaro del Comune; per salario avevano una pìccola mer- 
cede diversa a seconda dei luoghi in cui avveniva la citazione. 
Il notaio del Vicario (^) doveva, d'ordine del Vicario stesso, 
punire e multare secondo le norme dello statuto ; aveva 
r incarico di scrivere gli istrumenti, gli atti del consiglio e 
dell' arengo, dì prender nota degli introiti e delle spese del 
Comune, dei processi, con la facoltà di richiedere per le copie 
e per le scrittui-e la mercede nella forma stabilita dagli sta- 
tuti di Rimini. 

Procediamo e osserviamo come fossero tutelate la salvezza 
■e la tutela della persona e della famiglia, della proprietà. Al 

(^) I, 15. Quod ofììcialee et aindicus et inassarius dicti comunis red- 
•dant ractionem de restia. 

(^) I, 13. De gualdariis silvarum oomunis deputandis eteorum ofScio. 

(') 1, 14. Dd ellectioae extimatorum silvarum comunis et eorum 
officio. 

(*) I, De officio plazarii et suo officio, 

(*) I, 24 De observatione et officio notarii vicarii. 



264 R. DBPDTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Vicario era deferita, come s' è visto, l' aminÌDistrazione della 
giustizia nelle cause civili e in quelle criminali; semplice, 
sommaria la procedura per le cause civili non superiori 
ai 100 denari, più complessa per le cause che superavano 
una tale somma; era concessa facoltà ai minorenni di nomi- 
narsi i loro rappresentanti. Tutti i giorni, tranne ì festivi, 
contemplati dallo statuto, si rendeva giustizia nella casa o nel 
palazzo del Comune. Il Vicario era tenuto ad osservare sem- 
plicemente gli statuti, applicando le norme ivi sancite e nei 
casi rìon previsti giudicare per analogia e sempre secondo la 
forma del diritto comune ; contro i suoi atti era permesso 
l'appello alla presenza del giudice d'appellazione (*). 

Non si voleva che i malefici rimanessero impuniti e però 
non mancavano norme precise per le cause criminali. Non 
poteva i! Vicario — il primo fu un tal Pellegrino de Fano — 
procedere per inquisizione se non in seguito ad accusa diretta, 
a meno che non si trattasse di sodomia, di incesto, omicidio^ 
ratto di donne, falsità, incendi dolosi, ladrocini o di eccessi 
e delitti commessi alla presenza del Vicario o contro la per 
sona di lui o dei plazail o del denunziatore delle risse, che 
il consiglio e l' arengo eleggevano per facilitare la scoperta 
dei delitti e la cattura dei colpevoli. Contro i rei d' ingiurie, 
i colpevoli di aver percosso senza armi o con armi, contro 
gli invasori della proprietà altrui, contro quelli che accoglie- 
vano nelle lor case i banditi , prendevano parte a giuochi di 
azzardo, portavano armi, contro coloro che ferivano un a\ ver- 
sario in malo modo si da rompergli un braccio od un piede 
o da estrargli un occhio, ed i bestemmiatori, erano fissate 
multe che variavano a seconda del grado della colpa: gli 
omicidi, i venditori di veleno, i violatori di donne erano puniti 
colla pena di morte. Quando le multe non si potevano sal- 
dare si convertivano in pene corporali talora strazianti e feroci; 



(') II, 1, 2, 5, 14, 19. De civilibus caasis - De caasis una excedeo- 
tibas sammsm eentum solidoram - De procnratorìbus constitaendìs - 
De feriis - De Appellationibus. 



IL CQUVHW DI aAYJOHÀNO. 265 

agli autori di falso scritture si amputava la mano destra, ai 
falsi testimoni si strappava la lìngua ('). 

Seguono poi speciali disposizioni intorno al modo di pro- 
cedere sulle accuse e denunzie dei danni dati , intorno ai 
fossi, alle strade, ai passi, alle selve e al loro mantenimento, 
alle bestie che non vi potevano pascolare se non in deter- 
minati mesi deir anno e dietro pagamento di una lieve tassa. 

Alla fine di decombre o ai primi di gennaio di ciascun 
anno si mettevano all' incanto, e si concedevano al migliore 
offerente, i dazi e i proventi del Comune, quali i dazt del 
vino, della macelleria, del pane, dei passaggi. Gli statuii con- 
tengono norme precise intorno alla vendita, alla quantità delle 
derrate alimentari, al peso del pane in relazione al prezzo 
per ciascun staio; e chiunque transitasse da luogo a luogo 
con carichi più o meno considerevoli, era tenuto a pagare 
la tassa del passaggio, e non mancavano le disposizioni intorno 
al diritto di caccia e all'igiene. 

Tali lo norme generali contenute negli statuii del Mala- 
testa del sec. XIV ; queste servirono anche per il secolo suc- 
cessivo, nel qual tempo non si ha alcuna notizia di disposi* 
zioni statutarie, né di capitoli, se si escludano le lievi aggiunte 
che si leggono nelle ultime pagine del codice Malatestiano e 
che noi abbiamo fin da principio ricordato. Non cosi fu per 
il sec. XVI; allora le vicende, cui fu esposto il paese e le 
stesse mutate condizioni politiche e sociali dimostrarono la 
necessità di nuovi statuti. Avemmo quindi, primi fra gli altri, 
i capitoli del conte Guido Rangoni di Modena, cui la S. Sede 
aveva dato in feudo il castello : se non che è a lamentarsi 
che dei vari capitoli da lui accordati, dei quali ci tramanda- 
rono il ricordo il cronista Guidoni e gli stessi atti dalle rifor- 
manze, non ci sia giunta copia alcuna. Possediamo tuttavia i 



(1) III, 1, 2, 3. De modo procedendi sapra malleficiìd - In qutbus 
casibas posait per inquisitionem procedi - De ellectione et officio denun- 
tiatoris Rissam. 



266 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

capitoli che altrove abbiamo pubblicato (^) e risalgono ana 
parte al 1545, e furono concessi da Argentina Pallavicini, 
madre e tutrice per il figlio minorenne, Baldassare» T altra 
al 1550, e sono brevi concessioni fatte da Baldassarre. 

Questi capitoli constano di 50 articoli e non sono privi di 
valore, perchè dalle suppliche che gli uomini di Savignano 
rivolgevano al loro signore si desumono il carattere delTam- 
rainistrazione anteriore, gli abusi preesistenti e, quello che più 
importa, le relazioni del piccolo castello di Romagna colla 
Chiesa dopo che essa 1* aveva dato in feudo al signore di 
Modena. 

Apprendiamo innanzitutto che i Savignauesi, riuscite vane, 
nel 1539, alla morte del conte Guido, le loro rinnovate prò 
teste, per essere liberati dalla soggezione dei Rangoni, e vano 
altresì il tentativo di non voler riconoscere il diritto della 
madre Argentina, furono costretti ad arrendersi al volere del 
più forte e a domandare la grazia degli errori commessi. 
Gravosi dovettero senza dubbio essere i capitoli concessi 
dal conte Guido se i sudditi ne domandavano T annullamento: 
e non meno odioso e gravoso a un tempo fu per oltre un 
ventennio il dominio degli ufficiali e dei rettori^ che rappre- 
sentavano il feudatario, perchè gli abitanti del castello invo- 
cavano nel 1545 che fossero tenuti alla rigida osservanza delle 
norme capitolari, chiedendo, in caso contrario, che fossero 
sottoposti a sindacato e obbligati a restituire del loro quanto 
avessero fatto pagare contro le norme dei capitoli, invocando 
anche che ali* inizio del loro ufficio giurassero di ossei^vare 
le concessioni. .Son di rado anzi ossi avevano alterato gli sta- 
tuti, e però i sudditi ammaestrati dalla lunga esperienza, chie- 
devano la facoltà di eleggere il Vicario, che a tenore delle 
disposizioni del Malatesta — si ha qui la conferma che quegli 
statuti erano in vigore nella forma nella quale ci sono per- 
venuti — doveva durare in ufficio sei mesi e amministrare 



(*) Vedi Storia e vita Romagnola nel see, XVI. Fra i doeamenti 
N. XXIX, pag. 154. 



IL COHUNB DI SA VIGNANO. 267 

giustizia agli uomini del castello e del contado ; ma il voto 
degli abitanti nella parte in cui volevano riserbata per essi 
la nomina del Vicario non era accolto. 

Né solo degli eccessi e delle esosità fiscali dei rappre- 
sentanti della famiglia Rangoni avevano ragione di dolersi 
i sudditi. Gli agenti infatti della camera apostolica conti- 
nuavano a gravare gli abitanti, esigendo il pagamento di tasse, 
imponendo collette straordinarie per il passaggio di soldati 
e per bargelli, non ostante che la S. Sede, come risulta dalla 
bolla di Clemente VII, avesse rinunziato ad ogni suo diritto 
con rinvestitura fatta al conte Guido e ai suoi er^edi e suc- 
cessori. Si videro adunque quegli uomini nella necessità di 
esporre la loro triste condizione per la quale erano contem- 
poraneamente soggetti a due signori e dovevano con le scarse 
loro risorse economiche far fronte alle pretese dell'uno e 
dell'altro. La Pallavicini riconobbe la giustizia dell* osserva- 
zione e dei lamenti e promise di interporsi perchè la cosa 
non si fosse più verificata per l'avvenire. Si impegnò infatti 
di pagare essa le gravezze imposto dalla S. Sede qualora però 
non avessero superato la somma dei 150 scudi. Gli introiti 
del dazio, delle gabelle e del mulino — che non si voleva 
alterato — e della tratta dei frumenti e delle altre biade 
spettavano ai Rangoni: onde per far fronte alle spese neces- 
sarie per la riparazione dei ponti, per il salario degli ufficiali 
si chiedeva la facoltà di poter vendere, aumentare o diminuire 
ed esercitare, secondo il volere della Comunità, i dazi del 
danno dato, mostrandosi anche disposti a coriispondere in 
rate di quattro mesi la somma di 150 scudi d*oro, qualora 
fossero liberati dalle gravezze della Sede apostolica. 

La villa di S. Mauro eia già passata in questo tempo sotto 
la giurisdizione della famiglia Zampeschi di Forlimpopoli, si 
che i Savignanesi chiedevano l'osservanza delle convenzioni e 
degli obblighi in merito alla manutenzione e ricuperazione di 
lenimenti e possessioni presso il fiume, il maie, la via nova 
e gli altri lati. 

Le mura e le porte del castello erano allora quasi distrutte 
e in rovina; per questo i sudditi invocavano ed ottenevano 



268 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

che a tale effetto si concedesse loro una quarta parte delle 
pene e multe che nel castello e sua corte si fossero inflitte. 
Anche 1* amministi*azione della gìusti/Ja non procedeva spe- 
dita e non senza un grave dispendio dei sudditi, i quali chie- 
devano che il giudice di appellazione fosse scelto nella città 
di Rimini o in quella di Cesena; e poiché i rei di qualche 
delitto erano talvolta portati in altre giurisdizioni ove si pro- 
cedeva contro di essi, si manifestava il desiderio che i com- 
missari avessero facoltà di procedere per qualsiasi causa e 
che i rei non fossero tenuti ad andare in terre, in luoghi, in 
carcere, rocche e fortezze fuori del castello. 

1 salvocondotti che da Roma si solevano con tanta frequenza 
e facilità concedere agli autori dei maggiori delitti e che furono 
di cosi grande ostacolo al severo governo del Guicciardini e del 
Ouidiccioni, turbavano la quiete pubblica e furono causa non 
ultima, anche nei piccoli luoghi, di disordini e di clamore; si 
voleva quindi che né i banditi né i condannati alla pena capi- 
tale, potessero neppure con salvo-condotti abitare nel castello. 

I capitoli concessi il 20 novembre 1545 da Argentina Pal- 
lavicini furono sottoscritti dal segretario Modenese Elia Caran- 
dino e dagli ambasciatori di Savignano a ciò deputati: Giuseppe 
Astio, Antonio Saravallo, Martino de Bastiano, Baldesserra de 
Francesco, Zambattista Bovaro. Il 5 settembre 1550 il figlio 
Baldassarre confermava le grazie e i capitoli segnati dalla 
madre e accordava alcune lievi concessioni. 

Gli Statuti del 1378 furono rifoimatì nel 1589; di questi 
non ebbe notizia il Manzoni, il quale nella sua Bibliografia 
slatutaria e storica italiana non ne fa menzione; ma insieme 
con gli altri si conservano anch'essi neirarchivio comunale di 
Savignano. Nella prima pagina, circondata da fregi ed arabeschi, 
colle seguenti parole al centro dei quattro lati: constitutiones, 
decreta, statuta Sabinianensum,si legge Tindicazione Slatutater- 
rae Sabinianae noviter re/ormata anno Domini MDLXXXIX, 
Giacomo Guidoni e Silvio Gatti della terra di Savignano e 
Giovanni Gasparini e Cesare Magnani del contado furono eletti 
dal consiglio generale per riformare, aggiungere, togliere e 
ordinare, a seconda del luogo e del tempo, aflSnchè gli uomini 



IL COMUKB DI SAVIQNAMO. 269 

conoscessero quello che dovevano seguii'e o sfuggire secondo 
la legge. Anche questi Statuti come quelli del 1378 sono divisi 
in 5 libri, mantenendo press* a poco il medesimo ordine nella 
divisione della materia, o scai'se sono in generale le modifi- 
cazioni. Nella prima parte per ciò che si riferisce alla viia 
costitutiva del Comune troviamo menzione per la prima volta 
del podestà (*) che, eletto dal consiglio e dopo aver ricevuto 
la conferma della nomina dal presidente, doveva giurare in 
pubblico de bene legaliter snum officium exen^endo. lì numero 
dei consiglieri, di 10 secondo gli statuti del Malatosta e cre- 
sciuto poi, come si rileva dagli alti delle riformanzo della 
prima metà del sec. XVI, fu definitivamenie portato a 24 (*}; 
r arengo, del quale, secondo la redazione dei primi statuti, 
doveva far parte ciascun capo di famiglia, fu ridotto a solo 
60 persone perchè col ci escero della popolazione lo adunanze 
divenivano troppo clamoroso (') Sono mantenute con lievi 
diflferenze le multe e le peno per i consiglieri o gli arongatoi i 
che non intervenivano alle adunanze. 

* 
* * 

Ad illlustrazione e a compimento di quanto sì è dotto sui 
cronisti e su le norme statutarie, massimi» sui Capitoli do' 
Ri\ngoni, non si vuole omettere il ricordo di scritture, istru- 
menti, brevi, bolle, camerali di Giulio II, Leone X, Clemente VII, 
Giulio 111. Si conservano nell'Archivio segreto Vaticano e si 
riferiscono specialmente alle investiture, per parte della S. Sede, 
dei castelli di Longiano e di Savignano alla famiglia Rangoni, 
e sono documenti, direi quasi, costitutivi per la Storia di Savi- 
gnano nel sec. XVI. Ad essi attingeremo per la seconda parte del 
nostro lavoro, col quale ci parvo di potete iniziare con metodo 
critico lo studio delle fonti della Stoiia di Homagna,col proposito 
di raccogliere il materiale necessario por ricostruire la vita o lo 
vicende dei nostri castelli, dei nostri comuni, dello nostro città. 

Gaktano Gasfkhoni. 

(^) I, 3, 4 e 5. De ellectione potedtatis. — De juramento potestatis — 
De auctoritate jurisdictione et arbitrio potestatis 
(') I, 7. De coDsiliariis elligendis 
i') I, 8. De arengo publico generali et de eius nuctoritate. 



APPENDICE 



(') 

.... da colli fruttiferi, di olive e fighi pieni et altri diversi 
buoni arbori, da quali si cavano buoni e saporiti frutti, vini pre- 
tiosi sopra ogni altra cosa. Ha dair occidente larga campagna che 
produce abondanza di fromento et altre biade. Abonda assai delle 
cose al vivere humano necessarie: insoma era Savignano nel bel 
sito, che fin bora si chiama Castello Vecchio e dal detto Gaio fu 
fabricato un palaggio che bora si chiama il palaggio di Gazze pose- 
duto dall' ill.mo sig. Carlo Malatesta Marchese di Roncofreddo e di 
gran valore, huomo illustre si per il sangue come per i fatti suoi 
egregi. Fece poi Gaio fabricare un circuito di muraglie, un forte 
per reporvi dentro le vitovaglie con tre porte, una verso Palpine, 
r altra verso il mare, la terza verso il levante: havendo sempre 
r occhio alla nobile città di Rimini, dove doveva 1' esercito pigliare 
l'arme, secondo il costume del Senato romano, costume antico vera- 
mente e per ciò Rimini era detto Armonio. Questo circuito e forte di 
muraglie fu poi dentro habitato e detto Sabiniano, il quale fu retxo 
e governato da Costantino imperatore per gran pezo e poi da esso 
alla Santa Chiesa Romana donato cioè a San Silvestro col restante 
d' Italia r anno di nostra salute 314 e fu sempre da quella sin al 
tempo delli Signori Malatesta governato, quali signori entrorno in 
Signoria di Rimini l' anno di nostra salute 1002 e si fecero patroni 



(^) Il ms. che conservasi nella Bibl. Comanale di Savignano, e che 
noi riteniamo la copia originale della cronaca di Raffaele Gaidoni, co- 
mincia a questo ponto, ma è evidente che è andata smarrita la 1/ 
carta del fascicolo. 



IL COMUNE DI SAVIQNANO. 271 

di Savignano con molti altri castelli de^ quali furono poi investiti 
da Clemente sesto sommo pontefice Tanno 1*334, particolarmente 
Galeotto Malatesta. 

Ma poi da Malatesta Novello fu alla Santa Chiesa pacificamente 
restituito, laonde così stando Savignano nel suo bello sito sopra il 
monte sino al tempo di papa Urbano quinto di questo nome che 
regeva'la Chiesa Tanno dopo il parto della Vergine 1358. Conside- 
rando con gran giudicio e maturo conseglio questo sommo pastore 
che nella più bella pianura forse d' Italia erano boschi, o folte selve, 
dove quasi infiniti ladri et innumerevoli assassini ascosi stavano, i 
molti passeggieri e peregrini che di giorno in giorno andavano e 
venivano da luoghi santi erano a viva forza spogliati, appresso il 
ponte già da Ottaviano imperatore edificato sopra il torrente lontano 
da Savignano un mezzo quarto di miglio Tanno trigesimo del suo 
imperio o come altri vogliono vigesimo settimo; perciò Tanno quarto 
del Pontificato suo Urbano diede espressa comissione alT Ill.mo 
legato di Romagna che dovesse far cavare et estirpare tutte le selve 
e boschi insin alla via Romana, d'altri chiamata via Flaminia, e 
per assicurare gli passeggieri facesse anco guastare T antico castello 
di Savignano e di novo edificarlo, e porlo nella bella pianura, su la 
via Romana, in mezo T illustre et nobile Città di Rimini e di Ce- 
sena. Chiamandolo con T antico nome ove bora si trova e questo fu 
T anno 1358 del mese di Aprile,, come di tutto ciò testificano scrit- 
ture trovate scritte a mano dal molto eccellente S. Mario Guidoni 
huomo assai dotto nell'una e nell'altra legge per gli meriti 
suoi fu un tempo governatore dell' ili. ma Città di Ancona, poi 
dalli Signori Malatesta fu chiamato per suo maggior secretario 
e gran consigliere; la onde da tuttta la citta di Rimini, fu abbraz- 
sato e posto nel numero de' suoi genti Ihuom ini, e fatto capo de Con- 
soli con grande allegrezza di tuta la città di Rimini Tanno di nostro 
signore 1519; questo gentil huomo cortese ed amatore della nostra 
e sua prima patria a caso trovandosi in una certa bottega vidde 
eerte antiche scritture a mano che narravano la traslazione di Savi- 
gnano, esso le pigliò e diede in mano a Messer Pietro Antonio Gui- 
doni già mio padre e poi a messer Giacomo mio zio, il quale ne 
fece copia di propria mano le quali scritture essendomi venute alle 
mani in questa occ^isione me ne sono servito. Fu dunque dato prin- 
cipio nel mese di Aprile 1358 a guastare le muraglie del vecchio 
castello per comandamento dello ill.mo legato e fatto accordo con 
certi muratori quali trattarono con T ill.mo legato per precio di 



272 R. DEPUTAZIONE DI ITTORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

novanta inìllia fiorini quali muratori attesero strettamente a fabricare 
detto Castello havendo il capo mastro speranza di farsi patrono di 
Savignano gli denari cioè quaranta millia fiorini furono portati a 
Savignano sopra due carra da molte genti armate a cavallo et a 
piedi acompagnati dal Capitano Delle Cerne di Rimini e da Mons. 
R mo Andrea da Todi Vescovo dì Rimini accompagnati sì che alli 
dodici di decembre Tanno seguente 1359 si comentiò a fare i fon- 
damenti del Castello et alli tredici del sopradetto mese, air hooore 
del S. Iddio e di S.ta Lucia nostra Avvocata e di Santa Chiesa 
Romana fu dato principio alla fabrica e fu principiato a fondare le 
mupd dalla parte del ponte e seguirono il circuito che bora si ritrova 
COSI circondato di cortine di muraglie veduto a perfettione vi sì 
comenzò fabricar dentro habitationi. 

La prima dunque casa che dentro fu edificata da Guido Guidi 
huomo assai dovizioso, sì dentro come fuori dell'antico Castello, 
come si può vedere da cadasti antichi et anco dall' auere fuo, dove 
si scorge manifestamente che della robba che godeva in beni stabili 
furono fatte più di duecento parti della sua robba; havendo dunque 
questo huomo quasi infinite richezze ed vedendo che il Castello vec- 
chio si smantellava si risolse di fabricare dentro a Savignano uoo 
Castello molte case, sì per habitarvi, come per porvi le sue entrade. la 
prima casa fu posta in uno sperono del ponto bora è goduta da m. 
Baldissera Guidoni, huomo di buone qualità nel suo Castello amato, 
et huomo di conseglio di età di 50 anni in circa. Air incontro della 
casa che fece Guido Guidi fece Francesco Mangino altre case assai 
buone, all'esempio de' quali molti fabricarono. Fu seguita la fabrica 
del Castello sino all' anno del 1361 e poi passarono molti ongari quali 
giunti a Cesena il primo giorno di Febraro erano undici milla, duci 
milla barbuti, novecento fanti a piedi, andavano fermandosi e stando 
per il paese di Romagna a dì undici dello istesso mese e mìlessimo 
si partirono da Cesena e venero a Savignano, occuparono San Mauro, 
Gatteo et altri villagi circonvicini e vi stettero duodeci giorni, di 
poi levati andorono a Veruchio Castello appresso Rimini, finalmente 
andorono ad Urbino Città, dove hebbero mala ventura. 

Ma prima che da Savignano partissero volsero, come alcuni 
scrissero, lassare di loro memoria, poiché con tanta loro empietà e 
crudeltà diedero fuoco al nobilissimo iK)nto fabricato di finissimi 
marmi, per destrugerlo et ha fatto guastarlo, ma non conseguirne 
il loro intento poiché piacque a Dio mantenerlo per la comodità de 
passaggieri, ma fu talmente maltrattato che fu necessario fare agli 



IL COMUNE DI SAVIGNANO. 273 

pilastri un* incamissata di pietra cotta o di mattoni che ben sin 
bora si veggano et altri ripari, e percbè poi fu da Signori Mala- 
testi levate l'ale del detto ponto per portarle a Rimini dove si fabri- 
cava la Chiesa o superbo tempio al glorioso San Francesco fu sfor- 
zato la mag.^' Comunità di Savignano per fùgire molti pericoli di 
novo fabricare Tale al detto ponto con quelle fenestre che hor si 
veggono e questo fecero l'anno 1547 alli 15 Decembre. 

Io non vorrei già lassare di dirvi come ho trovato scritto che a 
Savignano l' anno dopo il parto della gloriosa vergine 1363 !o staro 
del grano fu appreciato soldi quindici e dicisette lo fino bello, e lo staro 
pesava libre 340 a moneda di bolognini; di più la soma del vino valeva 
otto bolognini e non si trovava denari: ma questo crederei io che 
procedesse dalla terra coltivata (essendo poco tempo che erano 
istirpate le selve e boschi) intorno al castello che molto formento 
produceva e poca gente si trovava sì per le guerre già scorse come 
per la peste, come più a basso difusamente si dirà. 

Non lasciare di dirvi come leggendo alcuni libri a mano del 
luogo di Gualdo chiamati gli libri debitorum et crcditorum ho letto 
come Tanno 1495 si vendeva il miglio e fava diciotto bolognini lo 
staro, la lana di pecora fina otto quatrini la lira: Ma quello che mi 
rende maraviglia si è che trovandosi un padre R/'** D. Nicolò da 
Ravenna agente del detto luogo Tanno 1512 comprò da Christoforo 
del rezzo da Savignano tredici pecore per lire dieoi di bolo- 
gnini e di più una vacha ed una vitelta stimata lire tredici di 
bolognini — et detto padre Don Nicolò comprò una somiera che fu 
stimata vinti bolognini lo staro: molte altre cose potrei dirvi circa 
T abondantia, che si trovava nei nostri paesi e perchè siamo entrati 
nel ragionamento de' padri di Gualdo chiamati comunemente da 
tutti canonici Regulari Lateranensi parmi sia bene a non lassare di 
scrivere come acquistassero detto luogo e da chi gli fusse donato. 
Tano 1483 Till."* Sig.* Lucretia Malatesta Marchesa d' Este infer- 
mata andò agli bagni di Padova e per mare tornando a sorte venne 
nel porto di Ravenna, dove smontata in terra visitò la Chiesa di 
Santa Maria in porto fuori di Ravenna e stando inferma dimandò 
a quei devoti e buoni padri un alloggiamento per riposarsi, e beni- 
gnamente da quelli Reverendi gli fu concesso dove agravata dal 
male per la divotìone che haveva alla madonna et alla pietà di 
quei padri e da buoni essempi fece testamento e lassò tutti quei 
beni che godano detti padri in gualdo poi passando a megliore vita 
i padri pacificamente godono il detto luogo et questo fu sotto il 



274 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAONA. 

governo di Giulio terzo sommo pontefice, detti beni di Gualdo furono 
misurati da M. Guido Guidi da Savignano e perchè non è mio prin- 
cipale scoppo di voler scrivere minutamente le cose di Gualdo dirò 
solamente come hanno comprato detti padri dentro a Savignano una 
casa da un certo Baldessarra da Faenza V anno 1492 come appare a 
suoi libri. 

Cosa mirabile ho da narrai*e occorsa V anno 1340 a Savignano 
da me letta in alcune antiche scritture de' nostri antecessori degna 
di gmn consideratìone. Fu già una donna chiamata per nome donna 
Bellina, la quale infermatasi, vicina a morte, come buona Christiana, 
s'armò de' santissimi sacramenti, si della confessione, comunione et 
anco dell' estrema uncione, poi a quindici di luglio 1361 raccoman- 
dandosi l'anima sua al gran Iddio dal sacerdote senza più favellare 
miracolosamente subbito dal letto suscitata, come non più inferma, 
ma sana per volere divino correndo velocemente andava alla Chiesa 
di Santa Maria di Castel vecchio, eh' era lontana da casa sua più di 
un quarto di miglio e talmente correva che mai persona alcuna, 
benché sana, non puote giungerla, ma essa entrata in Chiesa e tro- 
vando gente dentro che oravano per loro divotione fece ella reve- 
renza al santissimo sacramento, poi lasciando l'altare volta la facia 
al popolo che vi era dentro et predisse la morte ad alcuni, quali 
fra tre giorni morirono, et detta donna Bellina tornata a casa sua 
passò di questa vita lasciando il corpo suo alla terra e l'anima a 
Dio. Se questa donna fusse della fameglia de belli antichi di Savi- 
gnano no non starò a dirvi altro, so ben che non si trova più di 
quella fameglia altro che un padre fra Francesco da Savignano che 
è della fameglia de bellina et e dell'ordine de padri Zocolanti, il 
quale è huomo adornato di buone lettere et musica. Venne poi ad 
habitare a Savignano un mastro Giacomo tentore che pur si chiama 
della fameglia de bellini o questo parti dalla città de Cesena e 
stando in Savignano allevò un figliolo molto degno che se ben non 
è ricco di facoltà e tanto più ricco di virtù. Questo è il P. Dome- 
nico Bellini dottore in legge, buon poeta in latino, adornato de soni, 
canti, che a giudicio di persone degne è degno d'ogni lode e d'ogni 
bene. Fu adottorato in pad uà con gran fausto et aplauso di tutto 
quello honoratissimo e non mai abbastanza lodato studio. 

Seguendo la nostra historia di Savignano, il quale fu edificato 
piciolo, tantoché non puotero le fameglie capire, che dentro stavano 
al castello vecchio, la quale cosa molto dispiacque al primo ponti- 
fìce, il quale per quanto habbiamo per traditione antica, ne fece 



IL GOMUNB DI 8AVI0NAN0. 275 

resentimento contro quei capi mastri e soprastantì delia fabrica. 
Fra quali il principale fu un certo misiero Ghirdeo Calli vicario 
del detto castello, la onde il popolo di Savignano fu sforzato far di 
quei borghi che bora si veggano per habitarvi molti e stare uniti 
insieme. Fu di poi fabricato un tempio dedicato h Santa lucia per 
memoria di quel giorno nel quale fu fondata posta la prima pietra 
di Savignano, come habbiamo detto di sopra. 

Fu anco dentro il castello fatto un omtorio nella parte di sopra 
unito a Santa Maria di Gas tei vecchio, cioè fu fatta una chiesa per 
comodità del castello, ch'era dall' istesso sacerdote di Santa Maria 
officiata, la quale di poi fu profanata e da un certo Gioseffo più- 
nazza speciale in Savignano- edificata una casa appartenente a Santa 
Maria di Castelvecchio, cosi diceva mio padre huomo antico, d'anni 
di sua età settanta sei passò a migliore vita Tanno di nostro signore 
1570 alli quattro di Settembre lasciando dopo sé quattro figlioli 
maschi e due femine, il primo de' quali fu chiamato Prospero Gui- 
doni huomo assai fortunato hebbe molte ricchezze, fu amato da 
grandi signori et da uguali nel suo tempo, da tutta la povertà 
perchè di quella sempre si dimostrò difensore, poi sodisfece alla 
natura raccomandando a Dio l'anima ed il corpo alla terra l'anno 
1588 alli 21 di ottobre. 

Il secondo figliolo fu T eccelente dottore nell' una e nell' altra 
legge il S. Francesco Maria Guidoni il quale per i meriti suoi fu 
podestà di Cesena per un tempo, poi fu podestà di Fano nella 
marca: fu anco dall' III."'» S. Carlo Malatesta Marchese di Ronco- 
freddo eletto per governatore di Roncofreddo e fu il primo che in 
tale luogo ha vesso titolo di governatore: se bene poi per V indispo- 
sitione.... vi stette breve tempo, che fu sforzato ritirarsi a Savignano 
in casa sua e patria. 

il 3. figliolo fu chiamato Tiburtio che per volere divino fu chia- 
mato alla nobile congregatione de canonici regolari lateranensi, dove 
fatto sacerdote e predicatore della parola di Dio, la quale per anni 
vinti andò predicando in diversi luoghi e fu anco per tre anni 
intieri vicario del monastero di San Marino di Rimini. Hebbe 
diverse amministrationi in detta Congregatione. 

Del quarto che fu m. Baldisserra Guidoni habbiamo detto assai 
di sopra. Quanto poi alle due femine, una fu da detto m. Pietro 
Antonio data in matrimonio a m. Francesco Fabbri da Gatteo huomo 
di gran governo che per suoi meriti fu locotenente dell ili. nio 
S. Gio. Fran.* Bagni Conte di Gatteo: la seconda nel fiore de' suoi 
belli anni passò all'altm vita, godendo in cielo il fiore della sua verginità. 



276 K. DKPUTAZIONR 01 STORIA PATRIA PCR LA ROMAGNA. 

A persuasione di certi padri reformati dal Beato Bernardino 
Senese fu fabricato un oratorio alla gloriosa concettione V hanno di 
nostra salute 1460 con un hospicio dalla magnifica Comunità di 
Savignano, e da quelli introdutti gli soprascritti padri, quali per la 
loro buona vita et ottimi costumi congregarono nelP istessa Chiesa 
una società o Compagnia della Madonna, o Conceptione, la quale 
Compagnia per savii rispetti fu poi transferita a San Rocho, come 
più abasso si dirà. 

Ma Tanno poi 1502 per volere divino venne a Savignano e nei 
suoi contorni una gran peste, per il che la Comunità di Savignano 
per un solenne voto a Dio s'ergeva un tempio a S. Sebastiano sao 
intercessore, la onde diedero principio et in longo tempo lo unirono 
con la chiesa della concettione facendo tutto un tempio un corpo e 
fu compito Panno 1523 come si vedea scritto anco in detto tempio 
negli architravi. 

Non lasciarò anco di scrivere quello che mi ha narrato un 
Monaco Camaldolese da Faenza della fameglia de' Caldironi 
huo(mo) di molti anni che diceva haver trovato nell'archivio di 
Classe di Ravenna certe antiche scritture che narravano qualmente 
San Pietro in Heremo posto nel mezzo delle selve, detto dal vulgo 
San Piero dall' Elmo: voce corrotta, era anticamente abbazia della 
sua Congregazione quali padri stando nei boschi e nelle selve per 
assigurarsi loro, e sue contrade fecero una casa, con un oratorio in 
mezzo Savignano, quale si chiama hor San Benedetto ('), et bora 
è comenda dell' ill.mo et R."** mons. Cardinale Bianchetto, e perchè 
questo padre Reverendo non mi seppe dire prefissamente il tempo, 
r anno e quando andò in comenda, il perchè perciò io tralasso di 
scriverlo. Fu l'anno 1529 una universale carestia tanto di pane 
come d'altre cose al vivere humano necessarie, per la quale cosa 
seguì una crudele peste, la quale ridusse il popolo di Savignano 
a' pochi, dove essendo della Comunità e conseglio di Savignano capi 
m. Christoforo Gasparini, e m. Bernardino Guidoni fecero con tutti 
gli homini descritti al conseglio unanimi e concordi voto solenne a 
Dio ed al glorioso san Rocho pregandolo essergli intercessore appresso 
il grande Iddio di fabricare al nome suo un tempio et a quello dedi- 

(*) Questo brano intomo a San Benedetto fu fedelmente riprodotto 
dal Borghesi a pagg. 14 e 15 degli Aiti e Memorie della S. Deputa^ 
zione di Storia Patria per le Provincie di Bomagnct^ Anno Primo, nella 
monografia intomo al Afonastero Camaldolese. 



II. COMUNK m 8AVIQNAN0. 277 

cario et ogni anno il giorno suo festeggiare con solenne processione 
et una statua del santo portare per tutto il Castello e borghi di 
Savignano, e questo ho letto e cavato da una lettera scritta dalli 
consoli della Comunità di Savignano air ili."** S.'* Argentina Ran- 
gona sotto gli duodeci d'Aprile 1530 sottoscritta da m. Christoforo 
da m. Bernardino e perchè furono esauditi guastarono certe case 
della mag.ca Comunità che se ne serviva per habitatione de soldati 
a eavallo e pedoni, quando per Savignano passavano e fabricarono 
un tempio con una tribuna e forse sette ca pelle, la quale Chiesa fu 
poi da molti di Savignano dotata, come da un mastro Silvestro 
mangini speciale che gli donò una casa poco dal tempio distante. 
Pietro Montese gli diede certe poche terre. M. Giulio Tossoni huomo 
di buone lettere gli donò certe vigne. Mastro Pietro Farina mare 
scalco éccelente lasciò molte facoltà. Questo m. Pietro hebbe duoi 
figlioli assai virtuosi particolarmente nel canto il maggiore fu dot- 
tore che si chiamava m. Vincenzo, V altro fu chierico che si chiamò 
Pompilio, Tuno e l'altro morsero (I) nel fiore di sua età o gio- 
ventù, fu poi da Lorenzo Calenchino lassato altre robbe. Questo 
Lorenzo fu fratello del padre fra Innocentio Calenchino dell'ordine 
degli Heremiti di S.'** Agostino, che per suoi buoni portamenti gli 
fu dato il governo di Santa Maria del fiumicino, è huomo di buone 
lettere et honesta musica, vive sin bora con pace. 

r origine, il principio della Chiesa della Madonna della santis- 
sima Trinità posta in su la via Romana poco lontano a Savignano 
fu Tanno L')62. in tal maniera che per molti anni adietro era fabri- 
cata una cella o capella sopra una croce, o capo di strada dentro di 
cui vi era dipinta una madonna col figliolo morto in basso, come 
al presente si vedde fabricata: dipiuta per divotione di m. Giacomo 
Manini huomo d' arme, et a suoi tempi valoroso soldato e non meno 
nell'arte militare perito, che nella divotione essercitato; il quale 
pieno d' anni passò a migliore vita. Hebbe un fratello eh' essondo 
prete, chiamato Don Thomaso Manini per gran pezza fu patrono di 
Santa Maria di Castel vecchio. 

Questi lasciorno dopo sé un nepote, che fu V éccelente S. Gio: 
dottore nell'una e nell'altra legge di cui nacque un gentile figliolo 
che per volere divino entrando nell'ordine di San Domenico, fu 
chiamato frate Gentile, il quale ha fatto mirabile profitto nella 
sacra scrittura e Theologia. lasciò anco m. Fran.® Manini notarlo di 
Savignano, et fiscale di Rimini. Per tornare all' origine, al principio 
della fabrica della sopranomìnata chiesa della Madonna della San- 

18 



278 R OKPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

tìssima trinità comenciato da una donna detta Madalenna de Maz- 
zoli molto devota della Vergine Maria e per sua particolare devo- 
tione tutti gli sabbati dell'anno visitava questa cella, o capella. Ma 
ecco che per volere divino il jsabbato nanzi la domenica della San- 
tissima trinità, la sera quasi nel tramontare del sole fu da certi 
peregrini, che dalla madonna di Loreto tornavano veduto un globo 
di foco dal cielo descendere sopra detta cella, dove dentro vi era 
detta donna Madalena, che faceva oratione; giunti che furono i 
peregrini al detto luogo viddero la donna che orava et così umiliati, 
e prostrati in terra ed divotione guardando viddero con loro gran 
contento V immagine della Madonna mandare fuori de proprii occhi 
lagrime, e levare gli occhi al cielo, poi bassargli, guardando al 
figliolo amato, che nelle brasse teneva, dove partiti gli pellegrini 
stupefatti et admiratini venendo con frettolosi passi verso Savignano 
e gìonti nel borgo ad alta voce comenciorono a gridare miracoli, 
miracoli. 

Si veggano qua poco di lontano in quella cella dentro a cui vi 
sta una donna che devotamente fa oratione, per la quale cosa sole- 
vato tutto il popolo di Savignano corsero senza dubio alcuno di buon 
animo a vedere le cose nove et mossi a pietà, a divotione, accesi 
di buon spirito molti si diedero alla opera pia. Ma cosa grande, 
mirabile, anzi miracolo espresso veramente divino occorse perchè il 
giorno seguente ivi si trovarono più di cento quaranta carra di 
materie per fabricare et elemosine inenerrabili, dove fu dato prin- 
cipio dalla mag.ca e devota comunità di Savignano soprastanti, li 
quali furono tre huomini eletti dal conseglio, de quali il primo fa 
m. Pietro Antonio Guidoni, il secondo m. Benedetto Falameschio, la 
quale fameglia è venuta in nulla: il 3. fu Pietro Rossini, quali 
tutti unanimi d'accordo dedero alla fabrica principio, che da mastro 
Gasparo Salimbucci fu designata di comissione dell' 111."* S.'* Giulia 
Rangoni all' bora patrona di Savignano. 

Finalmente fu donata, e dato il retto dominio alli padri Here- 
miti della congregatione del beato pietro da pisa, che stabilirono, 
come bora si trova, e da quelli è goduta, poseduta. 

A me pare certamente bavere detto assai circa la fabricatione et 
Origene del castello, tempij, chiese. 

Hora voglio esporvi e mostrarvi com'era ben dotato di corte, 
territorio, e campi, possessioni, e per dirvi con ordine ciò che devo 
comensarò dalla parte di sopra verso Talpe e dirovvi come partix-a 
e terminava col monte ligurzano dalla parte di sotto verso il mare 



IL 10M17NB Ul 8AV1GNAN0. 279 

Adriatico cinque miglia si stendeva dietro al fiumicino: verso il 
levante terminava con Rimini sotto di se teneva bell'Aria, Dune- 
galia, Giovedia, San Mauro, Gatteo : quali luoghi per diverse signorie 
«t dominii furono da Paolo secondo separati V hanno di nostra salute 
1465: e sententiato che dovesse Savignano lassare San Marino, Gio- 
vedia; litigò Savignano con gli Signori Malatesta, con gli riminesi 
et altri (^). 

Fu sempre travagliato questo castello, che invero se io volessi 
entrare nel pelago de suoi travagli presto trovarci principio, ma 
volendo scrivere non trovarci mai fine: ma pur vi dirò alcuni 
de' principali e comenzarò dal 1500. 

Mentre regeva la Santa Sede Apostolica Alessandro Sesto chia- 
mato comunemente Borgia, venne il duca Valentino in Italia per 
farsi di quella Re, e fra molti e savie città, terre e castelli che 
sottopose alla sua obedienza fu anco Savignano, il quale quanto fosse 
maltrattato non lo potrei mai dire; dove mossi gli Signori Venetiani 
s' impadronirono di Rimini e Ravenna e di Savignano et altri castelli 
del 1503 et ivi stetero in possesso sin al tempo di Giulio secondo, il 
quale escomunicò gli Veneziani perchè non volevano rendere alla 
Santa Chiesa Romana Rimini, Ravenna et altri castelli fra quali 
furono Montefiore, Veruchio, Santarcangelo, Gatteo, Savignano, come 
n' appare scritture in carta pegorina scritta a mano da Gio. già di 
Francesco pasi, che alli giorni passati fu trovata a sorte da Giulio 
Cesare Barberini mastro della Posta dentro in un bugo fatto ad arte 
nella detta ostaria. il tenore della scrittura era tale 

1505 a di 27 Marzo 

Sia noto e manifesto a chi leggerà la presente scrittura, come 
la signoria Venetiana rese Montefiore, Verucchio, Santarcangelo, Savi- 
gnano, Gatteo, alla Santa Chiesa, p. podestà di Savignano fu Ser 
Pietro Morisini. il secondo haveva nome ser fantino lipomani, il 
quale più volte hebbe a dire agli huomini di Savignano che gli 
signori Venetiani non rendevano mai cosa che ad altri pigliassero. 

{') Si vuol ricordare che nelT agosto 1518 Leone X con un suo 
breve concedeva a Francesco Bernardo Rossi vescovo di Treviso, Pre- 
cidente di Romagna, la facoltà di amministrare giustizia nella causa 
aorta tra la Comunità di Savignano e S. Mauro da una parte e gli 
Aldobrandini della città di Ravenna dal T altra. 



280 K. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Gli huoinìni di Savignano fecero fare un San Marco d' oro, che gii 
gostò trenta ducati d' oro. per memoria io Gio. di Francesco pasi 
scrissi la quale scrittura si trova neir archivio secondo mi riferse 
il sig. Domenico Magnani dottore in Savignano et capo delli signori 
priori della Comunità, dove si vedde manifestamente Savignano essere 
stato in breve tempo sotto diverse Signorie, ma stando sotto il manto 
di S.ta Chiesa fu poi come raconta il Biondo da Forlì nelle sue 
Historie nel libro 22.** da Francesco Maria della Rovera duca di 
Urbino et Angelo dalla pergola dato in preda a suoi soldati essendo 
capitano di detto duca, quali soldati erano in numero di quindici 
millia et havevano sei pezzi grossi d'artiglieria e novi pezzi mezani 
che in tutto furono quindici pezzi. Questo duca andava con sue gente 
verso la città d' Urbino già suo ducato, ma da quello scacciato da 
Leone decimo di questo nome, et esso duca vollendo recuperare lo 
stato suo, voleva passare per Savignano et a quello dimandava vit- 
tovaglie per V esercito suo, ma dalli huomini gli fu risposto che dal 
Presidente di Romagna gli era stato dato comissione espressa di non 
dovergli dare cosa alcuna al vito necessaria — laonde udita la risposta 
si risolse il sig. duca col suo capitanio di dare un fiei*o e crudel 
assalto, battere e spianare detto castello. Ma gli huomini di Savi- 
gnano con cuori pressanti e loro in;^egni arditamente si posero alla 
difesa e poi con maturo consiglio considerando le forze de nemici 
il danno grande d'ambe le partì con humanità e devotione intensa 
prostrati con le genocchia in terra unanimi e concordi alzando gii 
occhi al cielo fecero voto solenne alla gloriosa e non mai abbastanza 
lodata vergine maria, madre del figliuolo d' jddio, cioè di fere ogni 
anno celebrare per memoria di tale fatto le messe della gloriosa 
concezione e questo fu V anno di nostro signore 1522 nel mese di 
decembrio a di 19. Fu poi cosi crude! battaglia, che de nemiche 
squadre morirono più di cento persone e quelli dentro furono setti 
huomini. e durò dal tramontare del sole sin a mezza notte, ma il 
maggior pezzo dell' arteglieria o che fusse per essere troppo super- 
chiamente levigato o pur fu miracolo della gloriosa madre di Dio 
creppò et andò in pezzi : per il che veduto dal Duca Francesco Maria 
questo fatto si risolse cessare dall' impresa e con quei di dentro 
fare accordo come lece mostrandosi huomo pio, clemente et a tutti 
perdonando, e salvando la robba e le persone. Dove qui è da notare 
la fìdeltà l' amore, 1' afficione, 1' obed lentia che portava Savignano 
a Santa Chiesa Romana. Horsù fatto l'accordo col Duca, datogli il 
passo, vitto vaglie per il campo tutti andarono al suo viaggio, restando 



I 



IL COMUNE DI SAVIONANO. 281 

Sa vignano con speranza di pace e di riposo. Ma la cattiva sorte, che 
mai non lascia Savignano riposare perchè di novo comenzò a mole- 
starlo con la morte di Adriano Sesto, poiché V anno seguente vacando 
la sede Apostolica il sacro eolleggìo lo diede e concesse al signor 
Conte Guido Rangoni nobile modenese creditore della Santa Chiesa 
Apostolica nella somma e quantità di dieci millia scudi in perpetuo 
governo con autorità e podestà di mero imperio, questo occorse Panno 

1523 e nata dificoltà tra gH huomini di Savignano et detto signore 
fu di nuovo per la Santa Sede Apostolica pigliato il possesso di ordine 
dì sua Santità Clemente settimo Mons. Vescovo di Acqui della Pro- 
vintia di Romagna presidente, quali Signori discacciati d'ordine del 
medesmo pontifice accomodate le differenze fu detto Conte Guido 
tornato in 8t4ito con T aiuto di Don Giovanni Gonzaga gli 15 Gena ro 

1524 come si legge nell'Archivio della Magnifica Comunità (*). 
Per il che gli huomini di Savignano giurarono al sig. Conte 

Guido fideltà ed obedientia elegendo poi huomini deputati ai loro 
Capitoli e Statuti, quali dal sig. Guido furono accettati e da lui 
confirmati, ma poi malamente osservati per la quale cosa di novo 
furono sforzati gli popoli di novo chiamare le Santa Chiesa, et a 
nostro Signore Papa Clemente Settimo ispedire ambasciatori l'anno 
1524, gli quali hebbero da sua Santità buona speranza di tornare 
«otto il manto di Santa Chiesa. Gli ambasciatori furono ser Gio. 
Maria Ghinelli, Ser Nicolò Musi, Ser Guido Falameschia, huomini 
di consìglio, come ho trovato nelle scritture di mio padre m. Pietro 
Antonio Guidoni nel proprio originale. 

Mentre poi ch»5 la felice memoria di Clemente settimo passò per 
andare a Bologna per incoronar Carlo quinto imperatore romano; 
tutti gli huomini, done, grandi, piciolì, tutti ad alta voce gridavano 
(passando il papa per Savignano) moiano gli Signori Rangoni, viva, 
viva la Santa Chiesa. Laonde il pontefice per acquietare tali romori 
promise che alla tornata sua da Bologna haverebbe tutti consolati, 
e così stando, con sper-anza et allegrezza tutti si posero ad ornare 
et adobbare il castello e posero all'ordine stanze per alloggiare il 
sommo pontefice, primo comenzorono nella entratla del ponte di Savi- 
gnano et ivi fecero un arco di edera, e con un bellissimo moto 

(1) Non più ora perchè gli atti delle Riformanzu che ci sono per- 
venuti cominciano dal 1532. Di qui — carta 12 verso — sino alla 13.* 
recto continua il cronista per 42 righe nella narrazione che è stata poi 
annullata. 



282 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

dicente * Adsum spes fìdelisstma et consolatio poptili Clemeniis. 
così era coperto tutto il paese de bianchi e candidi panni. Era alla 
porta del castello dalla parto di sopra posta Tarma papale, dalla 
parte destra gli stava quella dell' ill.mo Cardinale S.^* Fiora, dal 
lato sinistro vi era quella del Cardinale Farnese, sotto vi era od 
breve in lingua latina scritto a lettere maiuscole dicendo de pro- 
fundis clamavi ad te domine domine exaudi vocem orationis nostrae. 
Appresso la Chiesa di S.'*> Benedetto traversando la strada vi 
stava il terzo arco con molte arme di diversi cardinali in me/.o delle 
quali era posta quella del sommo pontefice, tutto Parco era tutto 
coperto et adornato con panni zalli e d'edera, et intorno alle dette 
arme un breve, che denotava un gran pianto del mesto popolo 
dicente: Fiant aures iuae intendentes in vocem deprecationis 
nostrae, il quarto arco fu più de tutti gli altri bello, d' edera ornato 
con punti d' oro, sopra di cui erano scritte tali parole a lettere d'oro. 
Si pietate non uteris pastor bone, quisnam utetur f Sopra la porta 
del palazzo fu posto questo detto : intret sancta sanctorum dal lato 
destro: Ilaec dies salutisi dalla sinistra parte: exultemus et lete- 
mur in ea. Sopra l'entrada della secreta camara del gran pastore 
stava scritto: sitimus volendo mostrare la voglia, palesare il desi- 
derio del popolo di Savignano, che con tanta ansietà stava aspet- 
tando la venuta del pontefice, acciocché una volta consolasse tutti. 
Ecco che gionti gli forieri comenzorono a disporre e dispensare le 
stanze a tutti, secondo l'ordine a loro dato dal maggiore domo di 
Sua Santità. Ma ohimè cosa veramente strana occorse poiché a tre 
bore di notte giunse una staffetta che avvisava, come il papa voleva 
andare di longo a Santo Arcangelo, per il che tutto il popolo por- 
tossi in viaggio verso Cesena con grande humiltà in contro il sommo 
pastore — tutti gridavano viva, viva santa chiesa — Con tale ordine 
fuori di Savignano uscirono tutti, huomini, done, grandi e piccoli. 
Si posero insieme trenta gio\ enetti, che ciascaduno di loro porta- 
vano un'asta rossa gridando viva, viva Clemente universale pastore, 
dietro a questi seguivano quaranta putti, tutti vestiti di bianchi 
panni con rami d'olive in mano, et una insegna, in cui vi erano 
scritte parole che dicevano exaudi nos Domine, Questi non passare 
la cella, che è nel capo di strada verso Gatteo. Eccovi che fra questo 
mezo giunse il santissimo sacramento, che avanti (com'è usanza) si 
portava da nostri sacerdoti e confraterne con lumi, con torze, suoni, 
canti fu recevuto et alla chiesa accompagnato. 



U. COML'NK DI SA VIGNANO. 283 

Fra poco tempo giunse il gran pastore con i gioveni, che tutti 
ad alta voce gridavano chiesa, chiesa, ma gli putti misericordia o 
bon pastore, e così passando per Savignano fu da tutti accompagnata 
sino al ponte detto della giustizia. Fu anco dalla Magnifica Comu- 
nità il papa appresentato, p.*^ un carro di biada, 2.*^ due some di 
caponi, molte starne, e qualie, faggiani, con sei somieri carichi di 
preziosi vini et altre cose al vivere humano necessarie; partendosi 
poi il papa da Santarcangelo lasciò ordine al R.™<^ Mons. Vescovo 
d'Acqui presidente della Provincia di Romagna che pigliasse il pos- 
sesso di Savignano per la Santa Chiesa ma non passò molto, come 
racconta m. Antonio Saravalle in una sua opereta scritta a mano 
che d'ordine dell' istesso pontefice accomodate le difl'erenzìe, fra detto 
Conte Guido et huomini tornò in stjito il S. Conte con l'aiuto di 
Don Gio Gonzaga e questo fu alli 15 di gennaio 1521 come si legge 
nell'Archivio della Magnifica Comunità ma di poi per altre diffe- 
rentie nate col tempo d'ordine di Papa Paolo 8** di questo nome 
alli 29 Giugno V<^ fu come si lege ^el libro de consigli della 
mag.«** Comunità col mezo di Monsignor presidente recuperato Savi- 
gnano gli huomini del quale giurarono fideltù alla Santa Chiesa, 
come si vede da una capitolazione fatta dalla Comunità e mandata 
a Roma per ambasciatori in proprio originale dato sotto gli 23 
Giugno 1539. Nell'istesso anno alli 15 genaro morse il Conte Guido. 
Si legge nel primo libro de consegli a carte 171 che di novo gli 
signori Rangoni tornarono al possesso di Savignano: per mezo di 
don Gio. Gonzaga fu dato il possesso al Sassolo per il conte Guido, 
ma perchè il conte Guido era già morto come di sopra ho detto la 
signora Argentina fece muttare il conseglio e pigliare il possesso 
per lei da m. Giuliano Selci Modanese, di comissione del R.™^ Pre- 
sidente di Romagna, il quale mandò m Sebastiano Ruttoloni a porla 
al possesso suo Comiss.® la onde alli 9 di luglio 1549 mandò la 
signora Argentina m. Bartolomeo Laudensì per suo Thesauriero e 
procuratore, il quale per suoi buoni deportamenti fu accettato per 
huomo di Savignano, et a dì 7 luglio 1551 fu matricolato con altri 
notarli di Savignano. Fu di poi adoperato dalli Signori e dalla 
Comunità, lasciò dopo se un figliolo detto m. Emilio di bone qua- 
lità, huomo di consiglio et amatore di pace, il quale si trova uno 
figliolo virtuoso, letterato, dottore nell'una e nell'altra lege, di 
buona espettatione. Hanno gli Signori Rangoni perseverato nel domi- 
nio di Savignano per 38 anni con grande disturbo e morte infame 
di alcuni, che per ribelli furono fatti morire. Ma l'anno 1577 



284 R. HEPUTAZIONB DI STORIA PATIIU PRR Ì.K ROMAGNA. 

regendo la Chiesa il santo pastore Gregorio Bon Compagno tertio 
decimo di questo nome per certe cause a lui manifeste lo pose di 
novo sotto lo standardo di Santa Chiesa levandolo dalle mani al 
S. Marchese Baldesserra Rangoni, all' hora governatore di Candia, et 
al figliuolo suo S. Conte Guido Rangoni, il quale per alcuni huo- 
micidii fatti in Roma et in Savignano in breve tempo [>erse la vita 
et marchesato di lonzano. È stato Savignano per gran pezza trava- 
gliato e perseguitato per gli odii intestini dove quasi tutti hanno 
consumate le loro richezze e devenuti poveri; qui hora si vegono 
fiorire huomi di buone qualità si de' dottori in legi, come anco 
de' cavallieri di Savoia e di Malta, religiosi de buone lettere e pre- 
dicatori di diversi ordini, potrei dire di molte cose occorse, ma per 
brevità tralasso per non renuare dolore ad alcuno. Non lassarò di 
dirvi brevemente come Clemente ottavo essendo andato a Ferrara 
per la morte di Alfonso d'Esti già duca di Ferrara, tornando per 
la via di Bologna passò per Savignano alli 5 di decembrio 1598 e 
si fermò a pranzo alla madonna della trinità, donò a quei R,^^ padri 
ecclesiastici scudi quindeci e poi seguì il suo Camino. 

1606 a dì 16 Febraro cascò una parte di ponto già detto di sopra 
che fu fabricato da Ottaviano imperatore verso la Chiesa di San 
Rocho, fu accomodato al meglio che puotero per comodità de' pas- 

saggieri. 

Don Rafaello Guidoni di Savignano Canonico regulare 

lateranense scrisse. (^) 

(^^) N. B. — Nel ms. le carte seguenti 17 e 18, come si è detto, sono 
bianche; dalla 19 alla 25 si leggono molte altre notizie, scritte da 
mano posteriore, certo del secolo XV IL prive di valore, non ostante 
che r autore, di cui non si conosce il nome, incominci con la seguente 
dichiarazione : 

« Se bene dal nostro R.** Padre Don Raffaello Guidoni è stato 
copiosamente esposto quanto avvenne intorno a Savignano con tatto 
ciò mi è parso dirci alcune cose non dette da esso, a cai forse non 
erano venate in cognizione overo gli erano parse superflue, ma perchè 
li nostri suvcessori babbi no piena notizia dei antenati loro et possine 
talvolta dar saggio in discorsi delle cose della loro patria per potere 
ammonire gli animi ad ogni honorata attione et imitare i loro genitori 
ho preso espediente notare ciuanto da basso si legerà ». 

Nobili propositi in vero, che se anche non sono seguiti da nuove 
e maggiori notizie rivelano per altro come T amore al paese natale e 
il desiderio di tramandarne il ricordo fosse già radicato negli spiriti ! 



LE OIUGINI DEI COMI DA PANICO 

(871-1068) 



I. 

Chiunque abbia avuto occasione di studiare o anche solo 
<Ji leggere le storie e le cronache di Bologna, avrà certa- 
mente notato come, nel lungo ed importantissimo periodo di 
tempo che corre fra il decimo ed il quindicesimo secolo, 
accada di trovare spessissimo nominati i Conti da Panico. 

Chi furono questi conti, quale fosse la loro origine e 
signoria, come finissero, ecco lo scopo di questo lavoro storico. 

Panico, nel medio evo, servi non solo ad indicare una 
illustre famiglia di grandi feudatari rurali, ma fu eziandio il 
nome di un minuscolo castello che si trovava a circa venti 
<5hilometri da Bologna, risalendo la bella e pittoresca vallata 
del fiume Reno. 

Sopra un assai vasto blocco di macigno arenario di forma 
quasi rettangolare che gli abitanti del vicinato indicano col- 
r appellativo di Castellaccio, innalzantesi in mezzo al fiume 
-quasi a sbarrarne l'impetuosa corrente, si possono anche oggi 
vedere gli avanzi del già temuto castello di Panico. 

Le acque del Reno violentissime, obbligate in quel punto 
ad un giro vizioso, hanno, con le continue corrosioni, reso 
<)uesto monticello qu«isi inaccessibile da tre lati, mentre dal 
<)uarto scende in dolce pendio verso la via provinciale, ove. 
in antico, solidissime mura e forse potentissimi apparecch 
guerreschi ne difendevano V accesso. 



286 B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Per chi veniva da Bologna doveva essere invero assai 
difficile, per non dire impossibile, tanto l'avvicinarsi al recinta 
del castello con un gruppo di armati, quanto solo il transi- 
tare per la sottostante via. 

Perchè, ove si consideri che T attuale via provinciale in 
questa località fu costrutta ex novo, sul finire del secolo 
decimottavo, per oltre un chilometro su tante arcate di ponte 
fra il letto del fiume ed il dirupo della sovrastante montagna 
di Luminasio (*) , e si consideri che Tunica via prima esi- 
stente era quella che tuttora staccandosi dalla provinciale al 
luogo detto casa grande attraversa con un guado il fiume 
alla Lama di Reno, e, dopo una forte salita e relativa discesa, 
conduce al vecchio ponte che unisce la destra sponda del 
fiume al Castellaccio, si comprenderà facilmente tutta l'im- 
portanza che ebbe nei tempi antichi questo castello di Panico, 
questo fortilizio così piccolo a confronto della fama che lo 
rese tanto illustre. 

Invero esso era la chiave della strada che univa Bologna 
commercialo al mare attraverso Pistoia. Altre strade, oltre 
questa, servirono alle comunicazioni fra la Toscana e Bologna, 
come ad esempio quella per vai di Setta, col passo di Mon- 
tepiano, e quella per vai di Savena, col passo della Futa, ma 
tutte furono troppo lontane e meno comode alla via del mare, 
a Livorno (*). 

Più avanti si vedrà in modo particolareggiato ciò che 
oggi resta del castello, come era internamente formato ed 
esternamente difeso ; ora si cercherà di dimostrare, per quanto 
sarà possibile, V origine genealogica dei suoi conti. 

{}) Oggi sono chiamati Ponti deìV Oggiola da nn Rio, cosi chiamato, 
poco discosto. 

(') Il Valico Porrettano (tanto per Pracchia quanto per la Collina) 
fa certo il migliore ed il più breve delT Appennino bolognese per le 
comunicazioni colla Toscana. Servi agli Etruschi quando invasero la 
valle Padana e fa poi sempre la via principale di comunicazione fra 
la vecchia e la nuova Etraria. Di ciò, oltre i molti monamenti tattort 
esistenti a Marzabotto ed in altri luoghi della valle di Reno, fanno 
fede moltissimi scrittori antichi e moderni. 



LB Oai€l!n DEI CONTI DA PAKICO 2ST 

Il primo documeulo cerio, noto a luil'oggì, che rìcoiniì 
un Conte di Panico, porta la data del iOi:S e consiste nella 
donazione di una piccola chiesa (') e di alcune pezze di terra 
lavorativa, fatta all'Abbate del monastero di Santa Lucia di 
Koffeno (') da Alberto conte di Panico, da sua moglie Imelda 
e dal loro figlio Milone. 

Pochi furono finora quegli storici che, risalendo oltre 
questo documento, ebbero a ceixai-e i più antichi antenati di 
una famiglia che ebbe pur tanta importanza nella storia bolo- 
gnese, e coloro che ne hanno voluto tentai'e la prova (') si sono 
contentati di asserii*e, ma in modo indeciso, che i pi'Ogenitori 
dei Conti di Panico ei*ano o i Conti di Bologna o i Conti Alberti, 

Ora, benché si trovino già gli alberi genealogici tanto dei 
Conti di Bologna quanto dA Conti Alberti di Prato, Vernio 
e Mangona {*) (che come facilmente si può dimostrare fino 
ad una certa epoca sono gli slessi', benché dei Conti di Panico 
si trovino già in parte tracciate le tavole genealogiche da 
storici reputiiii (^); tuttavia, non ostante si continui ad 

{^) Questa chiesa er* in luogo detto Pra-Baratti ed il Doc. ò pub- 
blicato dal Sayioli: Annali di Bologna, T. I, parte II, pag. 115. Vedi 
in fine al Regesto. 

(*) Roffeno è il nome del luogo più importante che si trovi nella 
valletta del Rio Vergatello, afl9nente di sinistra del Reno. I ruderi deU 
r antico castello sono precisamente su di un* alta e ripidissima roccia 
quasi sulla vìa che da Vergato conduce a Castel d' Aiano. 

(3) Savioli : op. cit,, T. I, pag. 142-3 e seg e 314 e seg. — Ca- 
li ndri : Dimenano Corografi Boh^ Tomo IV, pag. 213 e seg. — Goz- 
ZADiNi : Di aìcuni monumenti etc, in « Atti e Mem. della Dep. di St. P. 
per la Romagna », N. S. Voi. V, p. I, pag. 1-21. — Gozzadini : Delle 
torri gentilizie di Bologna (Zanichelli, 1880), pag .*i88 e seg. — Rbpbtti : 
IJision. St. Geogr, della Toscana^ T. VI, append.. Gap. VII, p. 25 e seg. 

(<) Savioli: op. et*., T. I, p. I, pag. 142-3; T. Ili, p. I, pag. 42. 
— Rbpbtti : op. city T. VI, append., Gap. VII, p. 25 e seg. — Cab- 
rati Alberi: Mss. nella Bìbl. Com. di Boi., Voi. II, f . 7 e Voi. IV, 
f. 45. — Archivio di Stato di Bologna. Alberi Guidioini (ex Bibl. 
Oossadini) pag. 146 e 188. — Mss. Strossiani. Genealogie. Parte nel- 
r Arch. di Stato, parte alla Bibl. Naz. di Firenze. 

(') Savioli : op, cit, T. I, p. I, pag. 316. - Caurati : Mas. citato, 
T. II, f. 74-76 e T. X, f. 76 e f. IV, N. 45. — Guidicini: Alberi: Mss. 
cit , pag. 171. 



288 R. DBPUTAZIONR DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

asserire la loro provenienza dai surricordati conti, nessuno 
ha ancora cercato quel nesso logico necessario per unire la 
genealogia dei Panico ad una delle suddette famiglie comitali. 
Eppure non è nuovo né sconosciuto il modo di arrivare, con 
i pochi documenti che ancora ci restano di secoli tanto oscuri, 
a ricomporre con giusti criterii e sicurezza le difficili genea- 
logie di quelle famiglie che in tempi più recenti si trovano 
a cape di vaste signorie : fra i molti lo usarono da maestri 
il Muratori, il Desimoni (') ed altri illustri storici e genea- 
logisti, ed io seguendo il loro esempio credo di essere riu- 
scito a stabilire, in modo positivo, da chi discendano i Conti 
di Panico. 

Se dunque Alberto, ricordato per la prima volta quale 
conte di Panico nel 1068, era conte di un comitato (ed a suo 
luogo si vedrà di quale), si potrà supporre, sempre stando 
agli insegnamenti degli autori surricordati, che anche i suoi 
ascendenti fossero stati conti dello stesso comitato, e perciò 
si dovrà ammettere, fino a prova contraria, che gli antenati 
di Alberto conte dominarono un territorio nel quale erano 
inclusi Panico e Roffeno. 

Un'altra cosa, che per la sua non lieve importanza va 
subito notata, risulta dall' esame del detto documento 1068, 
e cioè che Alberto non è il solo rappresentante della fami- 
glia, poiché egli dona col consenso dei fratelli e dei molti 
altri parenti suoi. 

Si noti ancora che politicamente il territoi'io bolognese 
nel secolo XII figurava molto frazionato, stante che (scrissero 
vari storici) Bologna limitava il territorio a lei direttamente 
sottoposto a pochi chilometri di circuito intorno alle mura, 
mentre i beni della contessa Matilde si stendevano dalla cima 
degli Appennini fino ai confini deirimolese, a Medicina, e del 
Centese, ad Argelata (*) ; ed il resto era occupato da Alberto 



(>) Muratori: Delle Antichità Estensi ed Italiane^ Tomi 2. Mo- 
dena, 1717. — Drsimoni: Marcite d' Italia in « Atti della SocietÀ Ligure 
di St. Patr. », Voi. 28 (1896), pp. 1-336. 

(') OvHtiMANN : Gràfìn Mathilde in Tuschien, pag. 3 e seg., 25 e seg. 



KB ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 289 

coute di Prato, da Milone conte di Panico e suoi Consorti, 
da Uberto d* Alberto conte di Bologna e da Ubaldino d'Azzo 
dal Mugello ('). 

Dunque Milone, il padre suo Alberto e, quasi certamente 
prima di loro, il padre del conte Alberto, furono tutti conti 
di quella zona dell* Appennino che, partendo dal confine mode- 
nese, comprendeva le vallate del Reno, del Setta e del Savena, 
giungendo forse anche un poco oltre. Fissate cosi le divisioni 
del territorio bolognese al finire dell' XI secolo, ed i confini 
di quella ristretta contea che si disse poi sempre di Panico, 
sarà necessario (per potere risalire alle origini non solo della 
Contea, ma anche della stirpe dalla quale discesero i Conti di 
Panico) dare un fuggevole sguardo ai principali avvenimenti 
storici delle due grandi ed antichissime Marche di Toscana 
e di Spoleto e Camerino, i cui reggitori risulteranno ap- 
punto gli antenati dei Panico. 



Cessata colla deposizione di Carlo il Grosso (888), la 
diretta dinastia dei Carolingi, nacquero in Italia lotte terri- 
bili e fratricide fra i più eminenti Principi, non solo per sot- 
trarsi alla devozione degli sconosciuti ed inetti imperatori 
tedeschi, ma per otteneio alla lor volta il primato ed una 
corona. Ciò accadde a Guido Duca di Spoleto e Camerino che 
divenne Re d'Italia e poi Imperatore. 

E poiché l'autorità aveva allora per sua unica base un 
esercito potente e dipendeva quasi sempre dalle battaglie il 
perdere o l'acquistare nuovi dominii, si comprenderà l'im- 
portanza che avevano presso il capo di un esercito quei valo- 
rosi guerrieri che col loro ardire e la loro intrepidezza riu- 
scivano a strappare l'agognala vittoria. 

Ora lo storico Liutprando (*) ricorda appunto che fra i 
migliori paladini del Re Guido alla battaglia di Pavia (889) 

(^) Savioi.i : op. ctl, T. 1, p. I, pag. 173 e 179, nota H. 
(*) LicTPRANio : Hist. Longob. Lib. I. cap. 7 in Murat. R, li, Scr,^ 
T. II, parte I, pag. 429-430. 



290 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

vi fu un Ubaldo, padre di quel Bonifazio che fu poi duca e 
marchese di Spoleto e Camerino, il quale diede prova di 
nobile valore uccidendo al cospetto di Guido e di Berengario 
un Bavaro orgoglioso che aveva insultato il nome italiano (*). 

Ubaldo era però noto anche prima dell' 889, trovandosi di 
lui il ricordo in un Editto dell'Imperatore Lodovico 11(871) 
a favore di Gherardo Vescovo di Lucca ('). 

In esso Ubaldo, chiamato fedele dell* Impero e Messo Regio, 
unitamente ai Vescovi di Pistoia, Pisa e Firenze ed al conte 
e marchese Adalberto ('), giudica intorno ad una lunga con- 
troversia sorta fino dal 719 (*) fra il Vescovo di Lucca ed 
alcuni individui che trattenevano, pare arbitrariamente, quanto 
il Vescovo possedeva in Vacceli, borgata di Val di Serchio. 

Ora, tanto l'importanza del giudizio, a cagione dei perso- 
naggi illustri chiamati a giudicare, quanto l'epoca stessa del 
giudizio, non vietano di attribuire ad Ubaldo questo docu- 
mento, e con esso le qualità di messo regio e fedele dell'Im- 
pero, in modo da potere asserire che Ubaldo non solo fu un 
valoroso, divenuto famoso dopo la battaglia di Pavia, ma che 
già prima occupava nella gerarchia sociale un posto elevato per 
nobile discendenza, essendo forse anche consorte dello stesso 
Guido di Spoleto (^). 

Ed ove si pensi che Rodolfo I di Borgogna, discendente 
da una nobilissima famiglia che vantava origine regale ed una 
doppia parentela colla dinastia Carolingia (*), diede sua figlia 

{}) C. Dki.i.a Rkna : Serie dei Duchi e Marchesi di Toscana^ parte h 
pag. 151. 

(*) BòHMEii : Regesta Imp, (Carol.) 751-918, fase. Ili, p. 467. — 
UiiUKi.Li: Italta Sacra, T. I, p. 798 (2* ediz.) — Fioravanti: SU di 
Pistoia, p. 18. — Mem. Lucchesi, IV, 2, 52, 53 (N. 39) — Bki:nner in 
« W iener Sitzangbericht », 51-446. 

(') Adalberto è il Marchese di Toscana, figlio di Bonifazio pure 
marchese e marito di Rotilde, sorella di Guido, daca di Spoleto e Came- 
rino. — V. Dki.i.a Rkna : op. cit , parte I, pag. 107 e seg. 

{*) Rkpetti : op* city Tomo V, pag. 615-16. 

(^) Air uopo si veda alla pag. 320 di questo stesso lavoro. 

(•) Rodolfo I discendeva da un Corrado di Welfo il quale aveva 
sposato Adelaide figlia di primo letto deirimp. Lodovico il Pio. Questuai- 



LB 0&I615I DEI CONTI DA. PANICO. 291 

Waldrada a Bonifazio conte C) figlio di Cbaldo. ancora prima 
che Bonifazio fosse innalzato a reggere il ducato di Spoleto (*): 
non sarà tanto difficile 1* ammettere ed il sostenete che il 
prode guerriero di Guido Re (889) è la slessa persona ricor- 
data da Lodovico II nel suo editto dell* 871 ('). 

E noto poi che con 1* uccisione di Lamberto Re ed Impe- 
ratore figlio del ricordato Guido Imper,.tore (898) le sorti 
d* Italia caddero nelle mani di Berengario I che le resse, quasi 
incontrastato, fino al 921, quando, chiamato dai Principi ita- 
liani, scese in Italia Rodolfo II di Borgogna per togliere il 
regno a Berengario. 

Allo stesso modo che, quando il Regno d* Italia fu in 
potere di Berengario I il ducato di Spoleto, tolto alla Casa 
dei Guidoni, passò nelle mani di Alberico duca e principe 
romano; cosi appena Rodolfo li potè dirsi Re d'Italia si 
afifrettò a cacciare da Spoleto Alberico per porvi invece Boni- 
fazio, già marito di sua sorella Waldrada. 

Quale altra ragione avrebbe avuto Rodolfo II per allonta- 
nare tanto da sé il cognato, che utilmente avrebbe potuto 
tenere vicino col dargli un'altra marca, se non le ragioni di 
diritto che Bonifazio poteva vantare alla successione del ducato 
di Spoleto quale prossimo e legittimo erede di quei Guidoni 

timo poi, restato vedovo della prima moglie, aveva sposato luditta, 
sorella del già suo genero Corrado di Welfo. Si veda: C. Dki.i.a Rkna, 
op. city parte l, pagg. 76, 91, 93, 100, 112 ed Alberi pp. i:W 9. — 
S. Bkrtino : Annali, — Piccinki.i.i : Storia di Ugo^ pp 3, 6, 7. — Corio , 
Si. di MilanOy p. 1253 e la tavola genealogica in fine a questo lavoro. 

(') Sansi: I Duchi di Spoleto (Accademia Spoletina), p. 100 (Fo- 
ligno, 1870). — Dbi.i.a Rena : op. ctt, 1^3-134. 

(*) Allorquando Guido im leratore (894) ritenendo necessario correre 
dalla Lombardia nel Ducato di Spoleto per raccogliere maggior numero 
di armati da opporre ad Arnolfo, dovette affidare V esercito e la Marca 
d'Ivrea (Sansi : op, cit ^ p. 93) alla custodia di Rodolfo I di Borgogna, 
molto probabilmente Ubaldo e Bonifazio suo figlio si trovarono con 
Rodolfo I contro il bastardo tedesco, ed in questa occnsione Bonifazio 
dovette ottenere la mano di Waldrada, figlia di Rodolfo I. 

(^) Sono di questa opinione: C. Drila Rena: op. city pag. 151 
a 162. — Reprtti : op. cit, T. VI, append.. Gap. VII, pag. 25. 



292 H. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PKR LA ROMAGNA. 

estinti che inintetrottamente cod sei persone (') e per oltre 
mezzo secolo erano stati duchi e marchesi di Spoleto e Came- 
rino? Aggiungasi che mentre Rodolfo II ebbe in Italia cosi 
poca fortuna da doverla abbandonare dopo cinque anni scai*si 
(921-926), Bonifazio invece rimase pacificamente in possesso 
del ducato fino alla morte (929), mentre dopo gli succedeva, 
per altri otto anni, il figlio suo nominato Teobaldo. 

Infine, a conferma di questa ipotesi, lo storico piemontese 
Domenico Carutti nel suo lavoro sul conte Umberto I (Bian- 
camano) ('), fondandosi su quanto riferisce T anonimo panegi- 
rista di Berengario (^), afferma recisamente che Ubaldo, padre 
di Bonifazio duca e marchese di Spoleto era di casa Spoletina 
e per conseguenza consorte di Guido Imperatore. 

Studiate dunque, nel limite del possibile, le nobili origini 
di Ubaldo, procederò seguendone la discendenza diretta per 
arrivare ad attaccarlo al conte Alberto da Panico ricordato 
nel documento del lOfiS. 



I Duchi di Spoleto. 

Vogliono alcuni storici (^) che Rodolfo li, per il valido 
aiuto ricevuto da Bonifazio, gli desse in moglie sua sorella 
Waldrada (illustre donna, al dire di Liutprando (*), di grande 

(^) Pem.rgrim : Albero in nota ai\VHi$L Princ, Long, dell' Eri krm- 
PKRTo (in MuKATORi: B. I. Ser., T. Il, p. I, pag. 232-233. — Sansi: op* 
cit , pag. 75 e aeg. — Della Rkna : op. cii., parte I, pag. 105 a 107 
e 115 a 118 e seg. 

(») In € Arch. St. Ital. », Serie IV, Voi. I (1878), pp 40 a 43. 

(^) Anonimi Carmen panegir. de ìaud. Berengarii Aug.^ lib II in 
Muratomi: B. L Scr,, T. II, p. I, p. 391. 

(*) Rehktti: op. cit,, T. VI, append., Gap. VII, pag. 25. — Luio- 
Tisi : ^fem. dei Ducato di Spoleto in e BoIIett della Soe. di St Patria > 
— A. L. Antinori negli Abrmei^ Anno VI, fase. XII (15 loglio), p. 166. 
Sono invece del mio avviso il Dkm.a Rrna : op. cit.^ p. I, pag. 134, il 
S\Nsi: op, ct(, p. 100-101, il Lii'TPRANDo al lib. II, oap. XVIII, in 
Muratori II, p. I, p. 442. 

(^) LiuTPRANiio : op. cit y in Muratori : B. I. Scr.^ T. II, p. I, p. 391 
e seg. — Fattbschi : Mem. sul Ducato ecc., parte I, pag. 84. 



t^ ORIGINI DEI C3NTI DA PANICO. 293 

ingegno, rai*a bellezza e specchiata onesta) creandolo poi duca 
di Spoleto. 

Ora tutto ciò è vero solamente in parte, perchè se non si 
può mettere in dubbio la partecipazione di Bonifazio alla bat- 
taglia di Firenzuola presso Borgo S. Donnino (') in favore di 
Rodolfo II, non può invece sussistere che in ricompensa e 
solo dopo la suddetta battaglia gli venisse data in moglie la 
sorella di Rodolfo, poiché avendo Bonifazio assunto il ducato 
nel 922 ed essendo morto, come avanti si dirà, nel 929 circa, 
trasmettendo al figlio Teobaldo non solo il titolo ma il governo 
diretto della marca, non avrebbe potuto questo piccolo ragazzo^ 
a soli sette anni, governare direttamente e personalmente il 
tanto vasto dominio spoletino, come inveco in modo inconfu- 
tabile dimosti-ano i documenti del 933 e del 936 ('). Sì è detto 
elle Bonifazio cessò di vivere nel 929 circa, ma intorno a 
questa data esiste anche ora non poca incertezza e confusione» 
perchè, trovandosi nel (Catalogo dei duchi di Spoleto (^) 
all'anno 946 un duca Bonifazio unitamente al figlio Tebaldo, 
si è voluto in essi vedere gli stessi individui che avevano 
coperta tale carica dieci anni avanti. 

Ma se si considera che Teobaldo, figlio di Bonifazio, 
essendo stato fatto duca e marchese di Spoleto nel 929» 
^^oveva essere nato circa nel 900, se si considora che a sua 
volta Bonifazio, quando generò Teobaldo, doveva avere dai 
25 ai 30 anni, si concluderà che Bonifazio deve essere nato 
verso r870, cioè quando il [)adre suo Ubaldo era messo 
regio in Toscana. 

(^) U aiuto sarebbe stato dato alla battaglia di Firenzuola pressa 
Borgo S. Donnino nel 922 contro Berengario. 

(*) Sansi : op. city pag. 101 e seg. — Fatteschi : Mem, de' Duchi 
di Spoleto (Camerino, 1801), pag. 84 e seg. ed app. Doc. 60, pag. 299. — 
Rrgesto di Farfa di Gregorio di Catino a cura di I. Giougi ed U. Bal- 
zani, Voi. Ili, pag. 49 e 51. Vedi in fine al Regesto dei documenti agli 
anni 933, 936 e 936. 

(') Sansi : op. ct^, p. 106 — Regesto ni Farfa di G. di Catino a 
cura di Giorgi e Balzani, Tomo II, pag. 16, ivi ad annum. 946 — Il 
Fattrschi {op. city p. 86) ed il Cron. Catinense sono dell'opinione da 
uie preferita e propugnata che cioè si debbano sdoppiare i due Boni- 
fazi ed ì due Teobaldi. 

19 



294 R. OKPUTAZIONB DI STORIA. PATRIA PKR t.A ROMAGNA. 

Gli è perciò che io affermo essere quasi impossibile 11 
ritenere Bonifazio ancora duca e marchese dal 946 al 953 ('), 
e propendo per fissare la data della sua morte al 929 in 
età di circa 60 anni. 

Se, dopo ciò, si volesse proprio sostenere che Bonifazio e 
Tebaldo del 946-960 sono gli stessi del periodo 922-937, si 
dovrebbe cercare allora una ragione plausibile che spiegasse 
il perchè della rinuncia di Bonifazio al ducato nel 929, e 
della cacciata di Teobaldo nel 937. Ma non potendosi essaio 
alcun modo trovare, saia necessario Jiccettare come autentica 
la morte di Bonifazio nel 929 dopo sette anni di marchesato, 
e la morte di Teobaldo nel 937, dopo otto anni pure di 
marchesato. 

Volendo poi ora rimuovere ogni ulteriore dubbio in pro- 
posito, non sarà fuori di luogo un'ultima considerazione: se 
Bonifazio ebbe grandissima parte nella sconfitta di Beren- 
gario I nel 922 a S Donnino, e se Teobaldo fu costante- 
mente fedele ad Ugo Re, suo zio, contro Berengario I, poteva 
Berengario II chiamare Bonifazio e Teobaldo suoi fedeli, 
come in vari documenti si legge per i duchi Bonifazio e 
Tebaldo di Spoleto vissuti dal 946 al 960? (*). 

Non meno di tre figli (') ebbe Bonifazio marchese da 
Waldrada, cioè: Teobaldo, già nominato, che gli successe nel 
reggimento del ducato del quale si dirà avanti, Adimaro 
conte, i cui discendenti troviamo in seguito nel Mugello, e 
Willa contessa, la quale andò sposa ad Uberto figlio naturale 
di Ugo Re d' Italia. 

Ferveva intanto in Italia il periodo delle maggiori discordie, 
e Rodolfo II, riuscito ben presto inviso alla pluralità dei 

(^) Il Rkoksto hi Farpa ha vari doc. di qaesti due marchesi padre 
« figlio UDiti fino al 958 e del figlio fino al ^7, ma il figlio è detto 
Tebaldo e non Teobaldo. — Vedi Regesto eit, III, Doc. N. 382, Fat- 
TGSCHi: op. cit^ Doc. N. 62 e Muratosi: Annali^ anno 957. 

(*» Reoksto i>i Farpa: oj). ctt, Voi. Ili, pag. 155, doc. 382. — Saksi : 
op. cit, pag. 106. — Fattkschi, op cit^ pag. 86 e doc. N. 62. 

(') La storia ne ricorda tre, ma ritengo vi possa essere stata anobe 
una femmina, la quale si accasò con nn Conte Longobardo della Famiglia 
dei Cadolingi, come in seguito si dirà. 



LI ORIGINI DEI CONTI Dk PANICO. 295 

Principi (^), doveva abbandonare il Regno al nuovo favorito, ad 
Ugo d' Arles (926), e ritirarsi in Borgogna donde era venuto. 
Di più, insospettito Ugo Re della grande potenza alla quale 
assurgeva il proprio fratello uterino Lamberto duca e mar- 
chese di Toscana, e per timore di avere in lui da un mo- 
mento all'altro un terribile competitore alla corona d* Italia, 
io fece prendere a tradimento ed acciecare, indi diede la 
Marca toscana ad un suo fratello (*), nominato Boso, il quale 
aveva per moglie Willa, sorella di Waldrada duchessa di 
Spoleto (931). 

In tal modo il ducato di Toscana veniva tolto alla Casa 
longobarda degli Adalberti, dopo oltre cento (') anni di conti- 
nuato possesso, e passava alle dipendenze di una persona che, 
oltre ad essere fratello del Re, era cognato del Duca di Spoleto. 

Nel suo nuovo grado non ebbe Boso molta fortuna, prima 
a cagione della grande avarizia della moglie, la quale altro 
non cercava che ammucchiare tesori, poi per una congiura 
cui egli partecipò contro il fratello Ugo; la quale, scoperta 
in tempo {*}, ^11 procurò la prigionia e la perdita della 
Marca (936), mentre Willa, cacciata d'Italia, dovette cercare 
ricovero in Borgogna presso la casa paterna. 

A Boso successe allora Uberto, figlio naturale di Ugo Re 
e marito di una figliola di Bonifazio duca di Spoleto, nomi- 
nata Willa ('). Uberto governò la Toscana dal 936 al 952, 
governò il ducato di Spoleto dal 943 al 946 (cioè poco dopo 
la morte di Teobaldo), e, dopo essere stato fuori d'Italia 12 
anni {^), riebbe la Toscana dal 964 al 970. 

(») Muratori: Annali d' Italia^ T. V, pag. 302. 

(*) Muratori: Annali^ T. V, pag. 321. — Della Rena: op. cit, 
p. I, pag. 146 a 148. 

(') Della Rena, op ctl, pag. 90 a 145 (anni 813 a 931) ed albero 
genealogico, trt. pag. 145. 

(<) LiUTPRANDO: op, cit, lib. IV, cap. 5.°. — Muratori: Annali, 
V, pag. 336 — Della Rena: op, ct<, 1, pag. 147. 

(^) Qaesta Willa era nipote ed omonima della moglie di Boso da 
poco cacciata d* Italia. 

(') Uberto lasciò la Toscana il 3 maggio 952 (Fiorentini, Pucoinblli 
e Dblla Rena, I, pag. 150) non si sa se spontaneamente per timore di 



296 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Mentre iu Toscana avvenivano i suddetti cambiamenti, 
nella Marca di Spoleto Teobaldo succedeva al padre nel 929 
senza la minima contrarietà, anzi coli* appoggio dello stesso 
Ugo Re, del quale se allora non era nipote, come dissero 
molti cronisti (Vi Io fu bensì, per poco, nel 937 dopo il matri- 
monio di sua zia Berta, figlia di Burcardo di Svevia e vedova 
di Rodolfo II di Borgogna, con Ugo Re. 

Teobaldo fu in fama di uomo valoroso, ma nello stessa 
tempo assai crudele coi nemici prigionieri di guerra ('); di 
lui, fra le altre cose, si sa che richiesto di aiuto da Lan- 
dolfo principe di Benevento contro i Bizantini, lo soccorse 
colle forze del Ducato, riuscendo più volte a porre in rotia 
i nemici, infliggendo loro perdite gravissime (^). 

Cessò di vivere sul finire del 937, dopo aver tenuto il 
Ducato otto anni circa, lasciando, secondo gli storici spole- 
tini, non solo la vedova, ma ancora due figlioli, nominati, 
r uno Bonif.izio, T altro Gualfredo (^). 

Air annunzio della morte di Teobaldo, Ugo Re diede il 
ducato di Spoleto ad Ascanio, fratello di Berengatio d'Ivrea, 
collo scopo di allontanarlo, per poi farlo in qualche modo scom- 
parire dal mondo, cosa che gli riuscf due anni dopo a mezzo 
di Sarlione conte, il quale a sua volta dovette cedere, nel 
seguente anno 943, il posto ad Uberto già marchese di To- 

Ottone Imperatore, o se cacciato da Berengario II. Il fatto di essere egli 
rimasto ìq Sassonia fino alla cacciata dalP Italia di Bert*Dgario II (964^ 
lascia supporre che si allontanasse perchè cacciato da Berengario. 

0) LirTPRANDO: op. ctX, lib IV, carte 4 e lib V, carte 2. — Mura- 
tori: Annali^ V, pp. 330 e 345. — Sansi : op «7, pag. 101. 

Non sapendo il Muratori spiegare questa parentela, disse erronea- 
mente che nipote d' Ugo non era Teobaldo, ma la moglie. 

(*) LiUTPRANDO: op. ci7., lib. IV, cap. IV. — Sansi, op. ci*., p. 102 

(') Sansi: op. «7, p. 101. 

1^1 La vedova restò nel ducato, certamente coi figli giovanissimi, 
ad amministrare i beni allodiali, perchè nel 940 circa essa è da Ugo 
Re additata a Sarlione conte come donna molto nota nel Ducato, ed 
ancora fornita di grandissima autorità sopra tutto il paese (Sansi : op. dL, 
p. 102). 

Dei due figli ricordati dagli storici di Spoleto non ho trovato 
alcuna traccia. 



LE ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 297 

«calia: a quell'Uberto, che, già si «lisse, era marito di Willa, 
figlia del marchese Bonifazio, e quindi sorella del testé defunto 
Teobaldo marchese. 

Riepilogando, abbiamo dunque vedute sommariamente le 
peripezie ed i passaggi di governo avvenuti prima del mille 
4ielle due Marche di Toscana e di Spoleto; gli stretti rap- 
porti di parentela spesso esistiti fra i governanti dell'una e 
dell'altra Marca; infine abbiamo veduto in modo più parti- 
colare come Bonifazio di Ubaldo divenne Duca e Marchese di 
Spoleto, in quale epoca cessò di vivere, e come, dopo di lui, 
^bbe il Ducato suo figlio Teobaldo che, pur lasciando varii 
figli, non potè trasmettere loro il governo da lui tenuto per 
otto anni della Marca Spoletina. Che cosa ottenessero i figli 
di Teobaldo da Ugo Re in compenso del perduto ducato non 
si sa. Certo un compenso dovette esservi slato, perchè altri- 
menti la vedova non avrebbe favorito le mene di Ugo Re 
contro Ascanio, aiutando Sarlione (') 

E la prova indiretta che un compenso vi fu si trova 
infatti in un documento del 981 ('), il quale ci fa conoscere 
un .\dalberto conte che, insieme alla moglie Bertilla con- 
tessa, per suffnigiire le anime di Teobaldo duca e marchese 
e di Gualdrada (^/or/o^a contessa (genitori del detto Adalberto), 
non che dei figli Bonifazio, Walfredo ed Adalberto, dona, 
secondo la sua legge ripuaria, varii beni alla Chiesa e Mona- 
stero di S. Bartolomeo di Musiano (^). 

Né si potrà dar luogo ad incertezze di sorta alcuna circa 
la identità sia di Teobaldo duca e marchese, sia di Gualdrada 
contessa, prima perchè, non ostante che le storie ricordino 
un'altro duca e marchese di Spoleto col nome di Tebaldo (*), 

(*) Sansi: op ct<., pag. 102, — LiLii: Hist, di Camerino^ pag. 153. 

(^) Di questo documento si parlerà molto più avanti; è tolto dal 
Muratori: Antìq. li M. Aevi Diss, 22, T. II, col. 257. 

(') Lnogo che si trova a 12 cm. da Bologna sulla via Bologna- 
Loiano-Monghidoro-Firenze. 

(<) Sansi: op, cit, p. 106. Dal 946 al 960 fa duca di Spoleto un 
Tebaldo (e non Teobaldo), il quale o non ebbe moglie o se Tebbenon 
si ebiamò Gualdrada. 



29B R. DKPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

esso non ebbe per moglie una contessa Gnaldrada (^): poi 
perchè è noto che Teobaldo seguiva la legge ripaaria a situi- 
glianza di Adalberto conte; infine, perchè, mentre Teobaido 
lasciò, come si è detto, due figli chiamati Bonì£azio e Wil- 
fredo, Adalberto conte fa padre di tre figli che si cbiania- 
rono Bonifazio, Walfredo ed Adalberto, e ciò, per rasaiiza 
dei tempi di trasmettere in terza generazione i nomi degli 
antenati, non ha poca importanza. 

Tutto questo serve dunque a confermare nella persuasione 
che Teobaldo duca e marchese avesse avuto non due, ma tre 
figli, dei quali Adalberto alla morte del padre sai*ebbe stato 
assolutamente un bambino. 

Ora è però necessario trovare in qual modo questo terzo 
figlio del marchese Teobaldo potè avere una Contea nel ter- 
ritorio bolognese: dico territorio bolognese, pei-chè nel bolo- 
gnese ha luogo ratio del 981. nel bolognese si trova il mona- 
stero che riceve la donazione , inline nel bolognese sodo i 
beni che Adalberto conte, figlio del marchese Teobaldo, doua 
al detto monastero. 

I Conti di Bologna. 

Premesso che Bologna col suo territorio fino dal sesto 
secolo fece parte dell'Esarcato, e che, sebbene fosse stau 
conquistata da Liutprando Re dei Longobardi, non fu mai sog- 
getta in modo stabile ed assoluto al Regno Longobardo, il 
quale verso il 900 aveva sempre il suo confine poco di qua 
da Modena (*); premesso ancora che, proprio nel momento di 
anarchia che segni la scomparsa della dinastia Carolìngia, si 
hanno due documenti (^). i quali fanno conoscere come Bo- 

(>) Secondo il Lilii: op eit, p. I, lib. I, pag. 153, 156 e aeg, I« 
moglie di Tebaldo, marchese di Spoleto dal 946 al 960, sì ehismò 
JCrmengarda 

{^) Dksimoni: Marche d* /tolta, in < Atti della Soe. Ligure (fi 
St. Patria », Voi 28, pag. 201. 

(') Ecco le iodìcasioui dei dae documenti : I. 922, 1.^ dee Ind. X. 
Pergam. Àrch. S. Stefano, trascrìtta e pabbitcata da A. Goalandi in « Atti 
e Mem. delta Dep. per la Romagna », N. Serie, Voi. IV, p. II, pag. 27. In 



1^ ORMIVI DEI CO?rn D4 PANICO. 2^ 

logiia nel X secolo formasse un Comitato col suo territorio; 
si dirà col Savìoli C) che circa sai pnncipio del decimo secolo 
Bologna dovette essei-e sottratta deOnitiramente ai Duchi Lon- 
gobardi per passare sotto il governo di un Conte. 

Dovendosi poi, coms ei^ sistema d*alloi*a per mantenere 
una parvenza di unità di governo, aggi'egare la nuova Contea 
ad una Marca, questa non potè essere altro che la Toscana (^), 
la quale, arrivando colla propria giurisdizione fino sul cignale 
del nostro Appennino, proprio ove cominciava il territorio 
bolognese, era la sola e più «adatta ad incorpoi*arla. 

A quale famiglia appartenessero i primi Conti di Bologna 
è ignoto, e, d'altra parte, non è mio compito il ricercarlo: 
non poterono certamente reggere per primi il comitato bolo- 
gnese gli antenati dei nostri conti, perchè, prima, fino al 931 
la Marca di Toscana dipeso dagli Adalberti (*), poi, essendo 
Teobaldo vissuto fino al 937, i figli suoi dovettero solamente 



essa pergamena è nominato un Angelberto Conte di Bologna, e Tatto si 
compie in Civitate Bononia (Vedi Appendice: Regesto dei Documenti 
ad Annum.) — II. 928, 1.* giugno. Ind. I. Pergam. delF Arcb. di 
S. lustina (Padova). Il Muratori la ritenne non autentica, mentre ne 
sostennero validamente V autenticità il Brumaoci {Chartar. S. Juaiinae 
ExpliciU cap. V) ed il Saviom {op. ctt.^ T. I, p. II, pag. 88) che la 
ritenne pure autentica (tt?t, T. I, p. I, pag. 108). (Vedi Appendice, Re- 
gesto ad Annum). Bologna dunque, fin dal 922 e forse anche prima, 
dipese da un Conte, il quale però non era della famìglia che V ebbe di 
poi, e che si disse dei Conti di Bologna 

(') Savioli: op Cft, T. I, p. I, pag. 109. 

1*) Molti supposero che Bologna fosse dipesa dalla Marca Spoletina 
ma la distanza troppo grande fra il territorio bolognese e le ultime dipen- 
denze della detta Marca a nord verso Bologna, ed il non aver mai in 
documenti dclP epoca trovato Bologna fra le città dipendenti da Spo^ 
leto, rendono la supposizione insostenibile. Il fatto di essere originati Ì 
Conti di Bologna dai Marchesi di Spoleto creò, a mio vedere, questo 
errore gravissimo ed inverosimile, che va senza discussione immediata- 
mente combattuto ed escluso. (Vedi anche il Camici nelle aggiunte al 
Della Rena, ove si parla del Marchese Bonifazio juniore^ T. 1, pag. 1 
e seg.). 

(') Angelberto nominato Conte nel doc. 922 doveva appartenem 
quasi certamente alla Casa degli Adalberti. 



300 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PKR LA ROMAGNA. 

dopo cercare altrove nuovi dominii; infine perchè, essendo, 
secondo quanto ho detto sopra, da ritenersi Adalberto come 
r ultimo figlio dì Teobaldo, nel 937 doveva essere necessa- 
riamente ancora fanciullo, e perciò solo qualche tempo dopo 
dovette assumere il Comitato bolognese. 

E questo tempo indeterminato si dovrà limitare agli anni 
937-952, in considerazione che allora era. come si è veduto, 
marchese di Toscana Uberto, figlio di Ugo Re, maiito di 
Willa che era zia del nostro Adalberto. 

Questa è la migliore, anzi T unica spiegazione al modo 
col quale Adalberto potè acquistare il comitato bolognese: 
Bologna, unita alla Marca toscana, dipendeva dal marchese 
Uberto; egli, secondo l'uso generale di quei tempi, disponeva 
di una contea a lui sottoposta in favore di un suo nipote, e 
cosi Adalberto diveniva conte di Bologna. 

Disgraziatamente le storie bolognesi dei secoli X od XI 
lasciano gli studiosi nella più completa oscurità intonso alle 
persone ed agli atti compiuti da questi feudatari (^). ma non 
per ciò sarà lecito pone in dubbio il loro governo su Bo- 
logna e suo territorio, atteso anche che dal 981 al 1116 
oltre a venti documenti ricordano i Conti di Bologna (*). 

Vero è che nelle storie si trovano di continuo ricordati 
invece i Vescovi con particolari narrazioni del loro governo 
più o meno spirituale, ma ciò si spiega considerando che. 
per avere la città sempre seguila la parte guelfa o della 
Chiesa, coloro i quali ne scrissero le storie cercarono ogni 
mezzo per far risaltare 1* antica origine di questa tendenza 

Oì I Conti DOD erano altro che grandi ufficiali amministrmtiTÌ. 
Circa le incombenze del Uro grado si veda nel Pkrtilk: Storia del 
Diritto Itaìiano^ Voi. I, pp. 189 a 227 e seg., 251 e seg., 254 e seg* 
261, 273, 363 ed m. Voi. II, p. Il, pag 238 e scg. Vedi inoltre: Mina- 
tori: Ant Ital. M. Aevi^ Diss. Vili, col 399. — Rrsasco: Dù. iti 
Linguaggio^ St. ed Ant.^ pag. 297. — GHiRARHAtct, Hist. di Bohn Voi. I, 
pag. 45-46. — Santini: Antica cosiit. del Com. di Firenze^ in € ArchÌTÌo 
St lui. », S. V, Voi. 16, pag. 53. 

(*; SxvioLi: op. dt, T. I, p. II, Doc. N. 34, 44, 45, 48, 50, 57, 59, 
60, 64, 67, 71, 77, 81, 85, 95, 97, 100, 123 e 163, ed in fine al Regesto 
dei Doc. 



l.B ORIGINI DBl CONTI DA PANILO. 301 

verso la Chiesa: poi, considerando ancora che quando si volle 
-dall' Impero porre un freno all' enorme tracotanza dei feuda- 
tari, si trovò il rimedio nel concedere ai Vescovi autorità 
pari alla comitale; sicché le popolazioni, che consideravano 
già i Vescovi come capi spirituali, facilmente li riverirono 
come signori temporali, tanto meglio che per le tirannie, 
divenute sempre più insopportabili, dei feudatari, il popolo 
vide nei Vescovi dei liberatori (^). 

Fu cosi che il popolo si preparò al libero comune, atten- 
dendo poi pazientemente il momento opportuno per potersi 
liberare definitivamente da ogni e qualsiasi ingerenza impe- 
riale. 

Bologna trovò questo momento verso il 1116, perchè 
appunto in quest'epoca avvenne una rivolta popolare contro 
l'Impero seguita dalla distruzione della i?occa, sede naturale del 
Conte, la quale, costruita certo da antichissimo tempo, era 
accanto alla porta nord della città, nel luogo che anche oggi 
vien detto < Porta di Castello » (*). 

Di necessità alla distruzione della Rocca dovette seguire 
la cacciata dei Conti; infatti dopo il 1116 non si hanno più 
tracce del loro governo e solo ricompaiono alcune volte col 
loro titolo comitale come testimoni in qualche atto privato, 
ma sempre senza autorità diretta ed immediata sul territorio 
di Bologna. 

Un albero genealogico dei conti di Bologna fu dal Savioli 
compilato, come si è già detto, per i suoi Annali (^), ma se 
per quei tempi esso potè dirlo « accuratamente raccolto » (*); 
oggi invece contiene troppe e troppo grandi inesattezze per 
potere essere accettato così come viene proposto. 

Senza pretendere di fare ora uno studio completo ed esau- 
riente intorno ai Conti di Bologna, voglio tuttavia proporre 
alcune correzioni al loro albei'o genealogico, correzioni che 

(*) Pkrtii.e: op. cit.y T. I. pag. 313 e seg.; II, p. I, pag. 27 e seg. 
C) Sa violi: op. cU., T. I, p. I, pag. 141 e 161, T. II, p. II, pag. 156. 
(Bologna era allora limitata alla prima cerchia delle sue mura). 
(*) Savioli: op, cit,^ T. I, p. I, pag. 142-43, nota B. 
(^) Savioli: op, c*<., T. I, p. I, pag. 142-43, nota B. 



302 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PKR LA ROMAGNA. 

si possono e si debbono fare non solo mediante un più accu- 
rato esame dei documenti già noti, ma con l'esposizione di 
alcuni altri finora inediti. 

L'albero genealogico dei Conti di Bologna compilato dal 
Savioli prende esso pure le mosse da Ubaldo padre di Boni- 
fazio duca e marchese di Spoleto, di cui è figlio Teobaldo 
pure duca e marchese, padre a sua volta di un Adalberto 
conte. Il principio è insomma eguale a quanto è stato fin qui 
brevemente esposto sull'origine spoletina dei Conti di Bologna; 
ma è precisamente a questo punto che l'albero del Savioli 
comincia ad ofi'rire serii ed inesplicabili difetti. In esso infatti 
si pone, quale figlio di Teobaldo marchese, un Guido conte 
padre di un Alberto fiorente nel 1094. Ora siccome in genea- 
logia si è solili fissare fra una generazione e l'altra una 
distanza media di trenta anni ('), cosi non è possibile ammet 
tere d' un tratto che fra avo (fiorente nel 937) e nipote 
(fiorente nel 1094) possano correre 157 anni, cioè circa ottanta 
anni per ogni intervallo (*). 

Un errore invece totalmente a rovescio del surriferito lo 
si riscontra là dove a Bonifazio marchese (1009), figlio di 
Adalberto e di Bertilla, si dà per tìglio un Ugo marchese, il 
quale a sua volta è padre di altro Ugo che è già conte nel 1034. 
Qui abbiamo fra avo e nipote soli venticinque anni di distanza, 
cioè tredici per ogni intervallo di generazione. 

Ma la cosa acquista poi adirittura dell'acrobatico quando 
si osserva che il Savioli (^) pone quale fratello di quest'ultimo 

(M LMntervallo di 30 anni fra una geoerasione e l'altra è cisa 
nota. Gli autori greci (Erodoto, Plutarco, Diodoro, Dionisio d'Alicar- 
nasso etc.) calcolavano il tempo per generazioni dando ad ognuna di 
esse il valore di circa 30 anni e fino da allora si ebbe per principio 
che tre generazioni formassero un secolo. (Stephanus: Thesaurus etc. 
Voi. II, pag. 559-60. 

(*) Più avanti si correggerà in modo radicale e logico qnesto errore 
togliendo affatto da questo posto i due nomi di Guido e di Alberto non 
essendo essi altro che la ripetizione di nomi che si trovano dae gene- 
razioni dopo. 

(») Mercè il doc. del 1034, 25 giugno, pubblicato al T. I, p. 11, 
pag. 85-6 degli Annali al N. 50. 



I 



LE OKIGINI OKI CONTI 04 PANICa 30S 

Ugo conte (1034), un Ubaldo conte padre dì un'alti^ U^o il 
quale sempre nel 1034^ è già conte e condottiero di eseixiti (^). 

Cosi in soli venticinque anni sono aggruppate quattro gene- 
razioni con tre interTalli di otto anni per ciascuna soltanto. 

Bastino questi due esempi per persuadei^e il paziente let- 
tore della necessità di fermai*si con maggior attenzione sulla 
genealogia dei Conti di Bologna per cercare di togliei*e almeno 
gli errori più grossi e darle una forma più chiara ed omo« 
genea, se non fosse altro per quanto riguarda la discendenza 
dei Panico che ci interessa. 

Ho già detto che fino ad oggi sono noti circa venti docu- 
menti riguardanti i Conti di Boloì^na, documenti che servirono 
al Savioli per compilare quell* albero genealogico che ho testé 
criticato; ora però debbo riconoscere come essi sieno in gran 
parte di poca utilità, mancando quasi tutti dei dati genealogici 
più necessari; e ciò a discolpa del Savioli, di solito scrupo- 
losissimo e preciso nelle sue ricerche. Di più il Savioli non 
conobbe un documento, che più avanti esaminerò per esteso, 
e che può dirsi la chiave esplicativa di tutti gli errori con- 
tenuti neir albero da lui compilato. 

Esaminando dunque tutti i documenti già noti, si scorge 
corno il più delle volte i nomi delle persone non siano accom- 
pagnati nemmeno dalla paternità, altre volte la sola paternità 
figura accanto al nome, e solo in due documenti si trovano 
maggiori dati genealogici sufficienti a compilare un piccolo 
albero. Il primo di essi, di cui si è già parlato, è del 981 
e consiste in una donazione fatta da Adalberto conte (figlio 
di Teobaldo) e da Bertilla sua< moglie, ali* Abbate del Mona- 
stero di S. Bartolomeo di Musiano: il secondo è del \0ò6 e 
riguarda la liberazione di una serva, nominata Clariza, fatta 
da varie persone appartenenti alla stirpe dei Conti di Bologna. 

Volendo però procedere il più che sia possibile con ordine, 
si dirà che finora si è parlato di Ubaldo come prima genera- 
zione (871), di Bonifazio marchese come seconda (900), di Teo- 
baldo marchese come terza (937) e di Adalberto conte, marito 
di Bertilla, come quarta generazione (970), 

(M Sa violi: op, ctt, T. I, p. I, pag. 130. 



304 R. DEPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Dal ricordato documento del 981 ('), appartenente ad 
Adalberto conte e Bertilla, si apprendono anche i nomi dei 
figlioli di Adalberto (Bonifazio, Walfredo ed Adalberto), e 
cosi avendo i nomi degli individui che devono essere notati 
in quinta generazione (1005-10), si potrà compilare il seguente 
sicurissimo albero genealogico: 

Generazione I Ubaldo 

II Bonifazio 

III Teobaldo 

IV Adalberto 



> 



fredo - Adalbei 



» V Bonifazio - Walfredo - Adalberto 

Urì:\ cosa si scorge subito ali* esame del documento 981. e 
cioè che i figli di Adalberto e di Bei tilla nel 981 debbono 
esser stati molto giovani; prima perchè nell'atto non sono 
chiamati conti né sono nominati come donatori insieme al 
padre, ma solo come usufruenti del benefizio spirituale che 
colla donazione si andavano a guadagnare nel mondo avve- 
nire; poi perchè il terzo di essi (Adalberto) non pone nem- 
meno la sua firma ali* atto 

Una prova indiretta che questi tre fratelli fossero giova- 
nissimi si ha da un mutilo ed inedito documento, per se stesso 
privo d' ogni interesse, il quale, ricordando la contessa Ber- 
tilla ancora vivente trent' unni dopo (1011) ('), indica che essa 
nel 981 doveva aver di poco sorpassata la trentina. 

Q) Pubblicato dal Muratori nelle Antichità Italiche e dal Sa%iou 
negli Annali, questo documento fu redatto in Vico Pan gale, che è un 
vecchio Panigale poco discosto dall'attuale Borgo Panigale. Il conte 
Adalberto da quel luogo disponeva di beni che erano in Val di Savena 
(collina) ed a Lupoleto (pianura), per cui Adalberto si denota signore 
e conte non di beni isolati ma di tutto il territorio bolognese. 

(*) Pergamena nelT Arcb. di Stato di Bologna. Prov. S. Stefano, 
busta 31 , N. 967^ Essendo inedito è riprodotto in appendice (Docu- 
menti inediti) al N. 1. 



LI Ofti«l!Cl DKl CONTI D4 PANICO. ^^5 

Un'altra cosa si apprende, sempi-e dal documeuto ^^81, e 
cioè che il conte Adalberto dichiai^ di riservare per sé e 
suoi ei^edi il ìnundiburdium {o de/ensio) (') del monastero 
beneficato, e ciò sia detto a spiegazione degli atti snccessÌTi 
dei discendenti d* Adalberto a favore del detto monasteit), e 
perchè questo diritto passò poi di ragione dei Conti di Panico. 

Dal secondo documento del 1056 (*) risulta una contessa 
Willa, rimasta vedova di un Ugo marche^^e, la quale, unita- 
mente a quattro suoi figli, libei*a una serva chiamata Ciariza 
stando nel monastero di S. B^irtolomeo di cui i conti di Bo- 
logna erano i patroni e beneficntori. 

Esaminato attentamente questo documento, risulta essere 
non una delle solite liberazioni di individui da servitù, ma 
un atto compiuto unicamente allo scopo di alleviare le pene 
della vita futura al marchese Ugo che da ciò s*arguisce deve 
essere da pochi giorni defunto, anche perchè per ben dtie 
volte si rammenta che Tatto s'intende compiuto in favore 
dell'anima del defunto Ugo marchese. 

Confermano questii supposizione altri indizi, come il docu- 
mento 1061 (•"*) col quale i figli di Donando da Caprara e di 
Willa (*) donano parte di una chiesa sita in Bedoleto, al 
monastero di S. Bartolomeo, per l'anima del defunto Ugo 
marchese; poi la presenza all'atto del 1056 di personaggi 
che mai si ritennero necessari a presenziare una assoluzione 
da servitù come un Walfrcdiis comessnrius, un Petrus vice- 
Comes, un Petrus Presbyter della chiesa bolognese, un'alti'O 
Pietro pure presbitero ed altri otto individui che devonsi 
ritenere i maggiorenti del paese. 

(») Forceli.im: Lexicon, T. IV, pag. 196. (Ed. Alberghetti, FyhU), IHfiH). 

— Il Forcellloi cosi spiega questa parola: « significai tutela, defensio ». 

— Dicanoe: Olossarium M et Infimae LatinitatiSyT.ìV^p. bii-ih, (Ed. 
Niort, 1885). — Pkhtii.k, op ctt, T. 1, pag. 79. 

(>) Pubblicato dal Miraioui nelle Ant. /«al., T. I, Di»8. XV, p. 854, 
e dal Savioi.i: op. eit , I, p. Il, pag. 97. Doc. 57, proviene dalT Arch. 
Estense. 

(^) Savioi.i* op. cit., I, p. II, pag. 101, Doc. 59. 

{*) Willa è ana 6gIìola di Ugo marchese satTragato colla donas. 1061. 



306 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Da ciò la supposizione che il motivo ili quella riunione 
nella chiesa di S. Bartolomeo non fosse la semplice libera- 
zione della serva Clariza, bensì la suifragazione alT anima del 
testé defunto Ugo marchese. 

Poi, firmano 1* atto, colla madre Willa, anche i quattro 
figlioli SUOI senza dirsi Conti: ciò denota che fino a quel 
giorno essi non erano, né potevano essere Conti, perchè il 
loro genitore allora defunto era stato tale fino a quel giorno; 
mentre invece poco dopo in altri atti si dicono Conti, e cioè: 
Ugo, sposo della Contessa Matilde nel 1062 (»), Alberto 
nel 1064 (*) e nel 1074 ('), Ubaldo (che forse fu T ultimo 
figlio di Ugo marchese e di Willa) nel 1097 circa {*). 

Fatta pertanco la media dei documenti che riguardano 
questi quattro figli di Willa (1056-1097) risulta che essi fio- 
rirono circa verso il 1065, per cui il padre loro, Ugo mar- 
chese, dovette fiorire verso il 1035 e l'avo a sua volta vei*so 
il 1005. 

Ma verso il 1005 vivevano i tre fratelli Bonifazio, Wal- 
fredo ed Adalberto figliuoli di Adalberto conte e Bertilla 
contessa, perciò Ugo marchese dovrà ritenersi figlio di ouo 
di questi tre fratelli. 

Il Savioli ed il Muratori lo vollero figlio del maggiore 
dei tre (Bonifazio marchese) e, forse perchè Ugo si disse 
marchese, non sapendo trovare la Marca da lui governati, lo 
confusero con un Ugo marchese di Spoleto, creando (per con- 



(*) Savioi I : op ctt, I, p. II, pag. 103, Doc. 60. - Muratori: Antiq 
li, M, Aevi, T. V, Diss. G?."*, pag. 615 

(*) Savioli: op. city I, p. II, pag 109, Doc. 64. 

(') Sa violi: op. ct<., I, p. Il, pag. 120, Doc. 71. — (Per tntti questi 
docamenti vedi in Appendice il Regesto dei documenti). 

(*) Il documento del 1097 non esiste più, esiste la conferma della 
donazione in un atto del 1154 ( Arch. S. Cristina) col quale Ge- 
rardo Vescovo di Bologna conferma al Monastero di S. Cristina di 
Settefonti le donazioni di Ubaldo conte fatte circa verso il 1097. 
(V. Annali Camàld., T. Ili, col. 471-472), e Regesto dei documenti id 
annum 1154. 



LS OKI6UCÌ DKt CO!CTI DA PAKKO. 307 

ciliare date e fatti che non si potevano invece confonJei^ 
insieme) quegli errori coi ho dianzi accennato. 

Ma Bonifazio stesso, il maggìoi^ dei ti^e fratelli, in un 
documento del 1009 (*) dichiai^a di non avei^ in queU*e(H>ca 
figli maschi (pur non disperando d' averne in seguito), mentii 
un documento del 1012 ed un'altro del 1033 (*) ci dicoLo 
ch'egli era già defunto lasciando alcune femuiino soltanto. 

Esclusa dunque ogni possibilità di discendenza maschile 
nel marchese Bonifazio, si dovrà cercare altrove il padi^ del 
marchese Ugo, come altrove si dovrà cei'cai^e la Marca da 
questi governata ('). 

E qui in vero il Savioli avrebbe dovuto, essendogli man- 
cata la precisa indicazione della paternità di Ugo maiH^hese, 
interrompere la diretta discendenza dell'albero genealogico 
dei Conti di Bologna; e tuttora si dovrebbe interrompere se, 
a togliere questa grave incertezza e deficienza, non fosse 
comparso un documento decisivo, il quale, sfuggito all' osser- 
vazione del Savioli {^)y è rimasto fino ad oggi inedito nel- 
l'Archivio di Stato di Bologna (*). 

Il documento, che integralmente riporto in appendice, è 
<li lettura assai difficile, ha esternamente, su di una coper- 



(') Dki.i.a Rkna e Camui: op. ctt., I, p II, da pag. 1 a &8. 

{^) Dbi.la Rkna e Camici: op. ctt., I, p. II, pag. 11. (BoDif. Maroh ) 
V. Bollettene in Arch Aroivescov. di Firenze alP anno 103^), e pag. 19 20 
nota XV, paragr. 2. — Vedi Appendice Regesto documenti. 

(') Con altro stadio di prossima pubblicazione tenterò di stabilire 
anche questo punto controverso. 

{*) Sa VIOLI : op. cit^ T. I, p. I, pag. 143, nota B. — Veramente par- 
rebbe che il Savioli avesse veduto questo documento, perchè Io cita 
colla data 1042 (come sulla copertina della pergamena sta scritto) ma 
poi non lo ha pubblicato fra i suoi documenti. 

(^) Debbo la comunicazione di questa pergamena a quelTillustre sto- 
rico che fu il Canonico D. Luigi Breventani. Ora che egli purtroppo 
non è più fra noi, sento imperioso il dovere di dire che da lui ebbi 
non solo questa indicazione, ma moltissime altre, nonché preziosissimi 
suggerimenti e consigli, dei quali feci tesoro, intorno al periodo prcco- 
munaie della nostra città. 



308 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Una fatta in tempi più moderni, la data dei 1042, ma, consi- 
derate attentamente le indicazioni cronologiche contenute nel 
testo dell'atto ('), si dovrà ritenere invece del 1043. 

Appartenne come molti altri al già Archivio di S. Stefano, 
cui era pervenuto dall'annesso monastero di S. Bartolomeo 
di Musiano: è logorato assai ai margini da ambo i lati, assai 
sbiadito, ma scritto con caratteri onciali larghi, ed in modo 
quasi signorile, su 34 linee e con molti errori di grammatica 
e di sintassi. 

Consisto in uno strumento enfiteutico, col quale Ugo mar- 
chese figlio del fu Gualfredo conte concede terreni «n tre 
cugini figli di tre fratelli, figliuoli di un certo Azo da Robiano 
già defunto, situati nella Pieve di S. Maria < Pago celeri ». 

Ora ponendo un poco di attenzione ai titoli che portano 
i due individui nominati nel documento, si scorgerà subito 
che quello marchionale di Ugo non era ereditato dal padre 
il quale era stato solo conte, ma doveva invece essergli per 
venuto coU'accrescimento di dominio da comitale a mar- 
chionale. 

Ed invero questo accrescimento dovette aver luogo poco 
avanti il 1034, anno nel quale Gerardo Arcivescovo di Ra- 
venna gli toglieva la metà del contado di Faenza (•). 



(') Le indicazioni sono: Anno X di Benedetto IX, terzo di Enrico 
Imperatore, indizione XI. 

Per edsere stato, Benedetto, creato papa nel 1033, il sno decimo 
anno sarebbe il 1042; ina confrontando il tomo 25.^ dei Conct dormii 
(Parigi. 1644) alla pag. 238, Benedetto risulta eletto nel novembre del 
1033, per cui queir anno non va considerato. Il Baronio (Ann. Ecel. 
T. XI, p. 115 e 142 - Edìz. Roma, 1605) in vero segna il primo anno 
di Benedetto al 1034 e cosi il suo anno X combina col 1043 e colla XI 
indizione. Resterebbe per la data di Enrico imperatore nna differenza 
di un anno, ma considerato che la pergamena in quel luogo è di let- 
tura difficilissima ed anche incerta, non vi si dovrà insistere troppo. 
Per queste ragioni ho fissata Ih data del documento alPanno 1043. 

(») Il Savioli (op. cit., I, I, pag. 130, 131 e 145, nota G.) dice che l'Arci- 
vescovo di Ravenna ottenne in Ratisbona il contado di Faenza e che 
Ugo conte dì Bologna « astretto a dimetterlo * ne fu poi in seguito, dallo 
stesso Arcivescovo, investito della sola metà. 



LB ORIGINI I»EI CONTI DA PANICO. 309 

Ma se prima del 1034 Ugo era solo conte (conte di Bolo- 
gna), a lui si potranno attribuire i documenti del 1030 (Pla- 
cito in favore della Chiesa di Ravenna), e del 1034 (Com- 
promosso in Massumatico fra Bonifazio duca e marchese di 
Toscana e Magifredo di Ubaldo); mentre se dopo il 1034 fu 
marchese (come lo prova inconfutabilmente il documento del 
1043), Ugo si potrà ritenere marito di Willa contessa, la 
quale appunto coli' atto del 1056 dichiara di essere già vedova 
dello stesso Ugo marchese ('). 

Ecco dunque come, mercè questo documento preziosissimo, 
si è trovalo il certo innesto genealogico che finora mancava 
fra la quinta e la settima generazione dei Conti di Bologna; 
ecco come, trovata nella persona non di Bonifazio marchese, 
ma di Walfredo conte la paternità certa di Ugo marchese 
marito di Willa e padre dei quattro fratelli ricordati nel 
documento 1056, cado quel laborioso, ma mal costrutto, castello 
genealogico innalzato dal Savioli (*) , per dar luogo ad un 
albero conforme la realtà, nel quale gli individui sono al 
loro posto logico e naturale in base a prove documentarie. 

Essendo note le vicende dei quattro figli di Ugo marchese 
e dei loro discendenti, rimanderò il lettore, per brevità od 
anche perchè le loro discendenze non presentano difficoltà 
alcuna di ordino cronologico e non interessano da vicino 
questo lavoro, piiraa al Savioli ed al suo albero più volto 

(^) Vedi il Regesto dei documenti in fine. Riguarda questo Ugo 
marchese anche un documento del 1074 di un suo figlio Alberto conte 
di Bologna, il quale conferma con esso le donazioni paterne fatte ai 
Canonici della Chiesa di Bologna. 

(*) Il Savioli errò per avere accettato come cosa certa ed indiscu- 
tibile la semplice snpposisione avanzata dal Muratori nei suoi Annali^ 
che cioè Ugo marchese di Spoleto poteva essere il marito di Willa del 
doo. 1056 ed il figlio di Bonifazio marchese di Toscana dal 1002 al 
1012; supposizione che non regge alla critica, perche mentre Ugo di 
Spoleto era marchese nel 1028, Ugo marito di Willa era solo conte nel 
1030: mentre il primo cessò di essere marchese (forse perchè morto) nel 
1038, il secondo era ancora marchese nel 1043 (anzi lo era divenuto 
solo da poco tempo) e di lui si hanno traccie fino al 1056, quando cioè 
ridulta allora defunto. 

20 



310 li. DEPUTAZIONE D( STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA 

citato, poi ai documenti ed ali* albero generale da me aggiunto 
in appendice. 

Prima tuttavia di passare ad esaminare la discendenza di 
quel terzo figlio di Adalberto conte e di Bertilla, chiamato 
anche lui Adalberto, od Alberto, è necessario interrompere 
per poco il filo della narrazione per chiarire un piccolo punto 
ancora oscuro, onde rendere l'albero genealogico dei Conti 
di Bologna, vieppiù chiaro e preciso. 

Fra i molti documenti che rig;uardano questi conti ('), ve 
n'è uno del 1030, sul quale è necessario fermare ancora un 
poco la nostra attenzione. 

Si tratta di una investitura che Alessandro, messo di Cor- 
rado Imperatore, fa alla Chiesa Ravennate di alcuni beni posti 
nella città e contado di Bologna, stando < prope civiiaiis 
bononiensis » ; alla quale partecipano direttamente due conti 
di Bologna, cioè Ugo ed Ubaldo, fratelli. 

Volle il Savioli, in questi due fratelli, vedere due dei 
quattro figlio di Willa, nominati nell'atto del 1056, e quindi 
li disse figli del marchese Ugo. mentile invece ciò non è soste- 
nibile, perchè quei quattro fratelli non erano, come si è detto, 
neanche conti nel 1056; cosi per l'epoca posteriore in cui 
fiorirono i quattro surriferiti fratelli, si dovrà ritenere che 
rUgo e r Ubaldo del 1030, sieno due individui nettamente 
distinti dagli altri quattro del 1056. 

Ove si ponga poi attenzione al fatto, che nel 1034 vi sono 
due documenti che additano col titolo di conte quello stesso 
Ugo, che nel 1043 è detto marchese, a questo e non ad altri 
sarà logico attribuire anche il documento del 1030, e perciò 
si dovrà aggiungei-e nell'albero genealogico un altro figlio al 
conte Walfredo, pei'chè, essendo Ugo figlio di Walfredo, anche 
suo fratello Ubaldo sarà figlio, fino a prova contraria, dello 
stesso padre, il conte Walfredo. 

Accertato che dei tre figli di Adalberto conte e di Ber- 
tilla, il maggiore, Bonifnzio, succedendo al cugino Ugo il 
Salico, ebbe il governo della Marca toscana dal 1002 al 1012 

(') Che cronologicamente ho riassunto in fine in forma di regesto. 



I.E ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 311 

« moiì sen/«a discendenza mascolina; esaminata e corretta la 
discendenza del secondogenito conte Walfredo, si dovrà ve- 
dere ora quella del terzogenito Adalberto, nominato la prima 
volta nel documento del 981 e che, per la sua ti-oppo tenera 
età, non appose ad esso la sua firma, come avevano fatto i 
fratelli. 

Secondo l'albero del Savioli da Adalberto discende quel 
Guido conte che nel 1030 è, insieme ai cugini Ugo ed Ubaldo 
conti, presente al placito or ora ricordato a favore della 
Chiesa Ravennate. In vero da un documento del 1094. appar- 
tenente ad un figlio del conte Guido, si apprende che que- 
st'ultimo si disse e fu in effetto conte di Bologna ('), sicché 
é in tal modo accertata una cosa importantissima, che, cioè, 
dopo la morte del conte Adalberto (seniore) il Comitato restò 
indiviso fra i figli Walfredo ed Adalberto e che, morti questi 
due fratelli, passò sempre indiviso ai loio figlioli: Ugo ed 
Ubaldo da un lato, Guido dall'altro. 

Ma qui ci troviamo di fronte ad un fatto che ha conse- 
guenze importantissime, cioè, che la famiglia di questi Conti, 
dopo il vecchio Adalberto, si era divisa in due rami i quali, 
se dapprima poterono procedere concoi'di nel governo del 
Comitato ed essere tutti Conti di Bologna, presto o tardi, 
accresciuti di numero, dovettero venire ad una divisione ma- 
teriale del Comitato stesso. È questo un fatto non solo comune 
a tutte le storie dei feudi, ma direi quasi necessario, perchè, 
quando le famiglie dei feudatari si trovarono enormemente 
cresciute e materialmente divise in molti rami, anche l'antico 
ed unico feudo fu il più delle volte diviso e suddiviso, giun- 
gendo così a quella completa dissoluzione che portò dalla 
marca ai marchesati, dal comitato alle contee, e clie fu la 
fortuna dei liberi Comuni. 

E che tutto ciò sia di fatto avvenuto anche pel Comitato 
bolognese, se ne ha una prova in ciò, che, mentre i discen- 
denti di Ugo marchese continuano ad essere i Conti di Bologna 

(*) Savioli: op. «<., T. I, p. II, pag. 135, Dog. 81. — Vedi Append. 
Regesto Doca menti, 1094. 



313 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

fino al 1116, ed anclie dopo (') si dicono tali; i discendenti 
di Guido invece non si presentano mai più con qaesto titolo. 
Anzi ben presto si vede lo stesso Guido fuori del contado 
bolognese e precisamente a Romena nel Casentino ('), dove, 
probabilmente, aveva ottenuto di succedere nelle proprietà 
allodiali (e forse anche in parte feudali) dello zio Bonifazio, 
duca e marchese di Toscana dal 1002 al 1012, come da vari 
documenti risulta in modo certo ('). 

Né questo Guido può ritenersi della famiglia dei conti 
Guidi, prima, perchè nei documenti egli dichiara di essere 
ripuario e tali non furono mai i conti Guidi posteriori po5 
sidenti del contado di Romena; secondo, perchè Guido è detto 
essere nipote di Bonifazio (iuniore) di Toscana; infine, perche 
avendo egli dato nel 1043 una sua figliuola in isposa al conte Te- 
grimo dei conti Guidi, fu scritto (*) che il padre della sposa ei-a 
di casa Albertesc«i. E Guido era invero frattdlo, come si dirà. Hi 
quel conte Ildebrando che fino dal 1028 fu conte di Pistoia 
e che va considerato come il capostipite dei Conti Alberti di 
Toscana. 

Rinunciando, Guirio ed i suoi discendenti, al titolo di Conte 
di Bologna (*). perchè di spettanza del ramo di Walfi'edo 



(') Confronta il Regesto dei Docamenti fra gli anni 1052 e 1154. 

(•) Repetti: op. cit, T. I, pag. 12, 405,525;V, pag. 453 e 468: e II, 
415. — Vedi in Appendice Regesto dei Docamenti agli anni 10r~5, 1056« 
1099, ed Annali CanuiUoìtsi, T. II, p 1033, B-C ; Regesto di CamaldolL a 
cara di Baldasseroni e Schiaparblli: T. I, a. 1055 aprile. — Mura- 
tori : Ann, (1C54). 

(') Potrebbe anche essere che i beni nel Casentino provenissero da 
ana contessa Willa che, più avanti si vedrà, era sorella di Adalberto 
(seniore) e figlia di Teobaldo, la quale nel 951 era andata sposa al conte 
Tegritno II dei conti Gnidi, e quindi fossero beni dotali, o di Morgiocap^ 
ritornati alla famiglia di lei. E più probabile però la prima ipotesi. 
V. Regesto ciuto in fine ad ann. 1055, 1056, 1094, 1098 e 1099. 

(<) Litta: Fam. Xob. It,, Voi. IX, N. 127, fog. l.« e 2.«. Il Litu 
rileva Terrore del Repetti, di aver cioè ritenuto i Gnidi quali primi 
conti di Romena. 

{^ì Alberto conte nel 1094 si dice figlio di Guido conte di Bologna 
Ma se Guido poteva dirsi ancora conte di Bologna, il figlio suo no» 



LE ORIGINI l>KI CONTI DA PANICO. 313 

non rinunciarono però alle proprietà allodiali e feudali loro 
spettanti nel territorio bolognese; e cosi essendo padroni di 
una parte del detto territorio dovettero assumere un nuovo 
titolo, derivandolo, come di solito si faceva, dal nome di 
quella località che diveniva la nuova abitualo dimora del 
Conte, il centro necessario del nuovo e più ridotto dominio, 
cosi, ed oserei dire niente altro che cosi, sorger dovette il 
nuovo titolo di Conte di Panico. Titolo nuovo attribuito ad 
un diritto esercitato già da molto tempo. 

Una riprova locale della verità di questa deduzione si può 
avere nello svolgimento successivo dei fatti; quando i Conti 
dì Panico furono cresciuti, anzi moltiplicati a dismisura, usci- 
rono da loro i Conti di Domalfolle, di Veggio, di Confìienli, 
ili Bedoleto etc, contee nuove che erano tante fra/.ioni della 
già piccola contea di Panico, nomi tutti di luoghi che già 
da tempo dipendevano dalla famiglia comitale dei Panico. 

Non è, per voi-ità, ancor giunto il momento delle conclu- 
sioni, !*estando ancora da stabilire quell'ultimo legame che 
devo unire definitivamente i Conti di Panico a quelli di Bolo- 
gna; perciò riprendo il filo delie indagini. 

Da Adalberto (iuniore), o Alberto, terzogenito di Adalberto 
{seniore) e di Bertilla, che insieme ai fratelli Bonifazio e Wal- 
frodo, furono segnati già in quinta generazione (fiorenti fra il 
1005 e 1010), discende dunque quel Guido conto di Bologna, 
che fioriva verso il 1040 e che perciò va segnato in sesta gene- 
razione in modo parallelo ad Ugo marchese ed Ubaldo conte 
suoi contemporanei. 

Si è ancora veduto che da questo conte Guido nasce un 
conte Alberto (che apparterrà così alla settima 'generazione) 
il quale, per la citala teoria dei trenta anni fia generazioni, 
deve essere notato nel suo massimo splendore veiso il 1070 
(pur avendo di lui documenti che vanno oltre il 1100) come 
in tale epoca fiorivano i quattro figli di Ugo marchese, essi 
pure segnati in settima generazione. 

era nelle stesse condizioni, perciò omise detta qualifica. Ciò conferma 
la tesi da me sostenuta intorno alla origine della contea di Panico. 



314 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Ora, tanto 1* esame del già noto documento del 1094, ne! 
quale Alberto conte figlio di Guido (*) si rivela padrone di 
terreni presso « Castel Petrosa » (oggi Pianoro) ed in altri 
luoghi non molto distanti , certo tutti in vai di Savena, come 
Curzio, Ronchathalle (forse Roncadello) e Calvanella (') (in 
confine di quest' ultimo luogo possedeva lo stesso conte Alberto 
altri terreni), quanto il compiersi Tatto in Buryo Cellule (') 
(oggi Jula) cioè poco discosto dal famoso monastero di S. Bar- 
tolomeo di Musiano che fino dal 981 era soggetto al Mun- 
diburdio dei conti di Bologna; provano che Alberto conte 
di Panico donatore di una chiesa e varii beni al monastero 
di Roffeno nel 1068, altro non è che Alberto figlio di Guido 
conte ricordato dai documenti 1094, 1098, 1099 e 1102 ('). 

Invero, del conte Alberto di Panico si ha un primo indizio 
nel 1068, mentre poi nel 1102 Milone suo figlio dichiarandosi 
tìglio di Alberto conte, e non del quondam come avrebbe 
dovuto, ci fa noto che in tale anno Alberto era ancor vivo; 
ora logicamente si dovranno attribuire a lui anche i docu- 
menti intermedii del 1094, 1098 e del 1099. 

Ancora: considerando che non si ha neppure la più lon- 
tana notizia di smembramenti (anche minimi) fatti subire in 
quest'epoca al contado bolognese da parte tanto dell'Impera 
quanto del Papato; non si potrebbe certamente spiegare la 
improvvisa comparsa di un conte, possessore di una vasta 
zona dell'Appennino, il quale fosso stato estraneo affatto a 

(^) Questo Alberto di Guido è quello che il Savioli, senza perchè^ 
attaccò a Teobaldo marchese di Spoleto. Sono dunque due individai 
dal Savioli segnati fuori posto in anticipo di due generazioni; basterà 
cancellarli da dove li segnò il Savioli e metterli come ora si è indi- 
cato, perchè Terrore sia tolto. 

(^) Questa Calvanella credo corrisponda ad un luogo oggi detto 
Caìvine o Galvano in Val di Zena sotto Casola Canina. 

(^) Cellola, Gleula o Jula è ricordata anche nei documenti del 1074 
(N. 70), 1144 (N. 130), 1164 (N. 180), del I tomo, parte II del Savioii: 
op. cit, pp. 118, 206, 270. 

(^) Savioli: op, cit^ T. I, p. II, Doc. N. 81, 84; Muratori: Antiek. 
Ital, V, 681; Tirahoschi: Storia delV Abbazia di Nonantola^ T. Il, p.218, 
Doc. N. 205. 



LE ORIGINI DKl CONTI DA PANICO. 315 

quella famiglia che già da oltre cento anni dominava incon- 
trastata su tutto il contado bolognese. 

E quindi logico che il pensiero corra tosto a considerare 
Alberto conte di Panico come la stessa persona di un altio 
Alberto imperante nello stesso tempo entro la medesima 
contea. 

Osserverà forse alcuno che si rende difficile il porre Al- 
berto conte di Panico nelT albero dei conti di Bologna perchè 
proprio nella stessa epoca vi è un'altro Alberto conte; ma 
a ciò si ripara subito osservando che, mentre è noto che uno 
dei conti Alberto, quello che è figlio di Ugo marchese, ebbe 
in moglie una Matilde contessa; T altro, quello che si disse 
conte di Panico, ebbe per moglie una contessa Imelda. Poi, 
mentre il primo era già morto nel 1074, il secondo viveva 
ancora nel 1 102. 

Vollei-o alcuni storici (*) che Alberto conto di Panico 
fosse figliuolo di Adalberto (jnniore) terzogenito di Adalberto 
(seniore) e di Kertilla, ma anche questa supposi/ione non regge 
perchè troppa distanza correrebbe fra le due generazioni, 
mentre, ponendo la generazione di Adalberto (juniore) al 1010 
e quella di Alberto conte di Panico al 1068 ed oltre, si ha 
la differenza precisa di circa 60 anni, cioè il posto esatto 
per la generazione intei*media del 1040 di Guido conte ('). 

Concludendo: e per non aver trovate tracce di smembra- 
menti del nostro coiitado, non essendo possibile ammettere 
che proprio quando i Conti di Bologna erano al massimo 
della loro potenza avessero permesso ad un conte estraneo 
alla loro famiglia di impossessarsi di una non piccola parte 
del loro dominio; e per la comunanza dei nomi, dei possessi 
e delle date, e per lo stesso patronato sul monastero di 

(*) Calinori: op. ci(., Voi. IV, p. 225; Rkpktti: op. ci*., T. VI, 
append. cap. VII, png. 25 e seg. 

(') Il TiRABoscHi (Abbaz, di Nonantola, T. II, p. 117-118) è esso 
pare del parere di non ammettere che Alberto conte di Panico sia figlio 
deir Adalberto del 981 « perchè (dice) non basta V identità del nome per 
stabilire una paternità^ specie poi quando è contro di essa una distanza 
di date mctygiore di quella c1\e di solito vi deve essere ». 



316 j K. DEPCTAZIONR DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA 

S. Bartolomeo tenuto prima dai Conti di Bologna poi dai 
Panico ('); ed infine per il possesso (come a suo luogo si 
vedrà) di Rivei-sano, castello tenuto dai Panico e da loto 
ricevuto certamente dopo che Ugo conte era stato marchese 
anche del territorio Faentino; si dovrà stabilire che Alberto 
conte di Panico nel 1068 deve essere lo stesso individuo ri- 
sultante dai successivi documenti del 1094, 1098, 1099 e 1 102. e 
perciò non può essere altro che il figliolo di quel conte Guido 
di Bologna che ci indica il documento del 1094. 

Con questo lungo ragionamento intorno ad un periodo 
storico che è il più oscuro dell' epoca medioevale di Bologna, 
ho fatto ritorno al punto di partenza, cioè a quell'Alberto 
che col documento 1068 si dice per la prima volia conte di 
Panico. Dissi che Alberto conte di Panico, nel citato docu- 
mento, accennava al consenso dei suoi fratelli, ed ora. osser- 
vando l'unito albero f<enealogico, si vedrà che essi furono 
due maschi ed una femmina; licordava, Alberto, i molti altri 
parenti suoi, ed ora posso sostenere che essi furono ed i conti 
di Bologna ed i conti Alberti. 

Ma la contea di Panico non era limitata al solo castello 
di tal nome, giacché essa comprendeva vari altri potenti ca- 
stelli ed una vasta parte dell* Appennino bolognese che. 
come si disse, partiva dal confine modenese per arrivare fino 
a tutta la vallata del Savena, e mentre Milone si disse signore 
di Panico, Montasico e Vignola dei Conti (•). Ugolino suo di- 
scendente nel 1221 ebbe confermalo dall' Imperatore Fede- 
rico II, a mezzo di Corrado suo Vicario generale in Italia, 
il possesso di circa 28 corti tutte nell'Appennino bolognese 
e dentro i sopra notati confini ('). 

(*) Petracchi: Monnst. di 5. Stefano^ Dee. 99, nonché tutte le donm- 
zioni fatte dai conti di Boi. e dai Panico al detto Monastero. 

(*) Nel citato docum. del 1116 Milone non nominava altro che 
quelle possidenze di cai egli stesso si privava in favore di Matilde, non 
si dovrà dunque ritenere che Milone fosse signore solo dei luogbi no- 
minati, che anzi la parte nominata non era altro che una piccolissima 
frazione del suo vasto dominio. 

(^) Savioli: op. c?t., Voi. Ili, p. II, pag. 3. Doc. 23. Geno. 1221. 



LB ORIGINI UBI CONTI (Va PANICO. 317 

Né trascuierò di ripetere qui un'altra prova della affinità 
dei Panico coi Conti di Bologna, cioè la signoria tenuta ancora 
nel 1116, per una quarta parte, dal conte Ugolino figlio di 
Milone, del castello di Riversano, il quale castello situato a 
sette chilometri da Cesena era molto verosimilmente il residuo 
dei beni acquisiti da Ugo conte, e poi marchese, quando ottenne 
anche il contado di Faenza, beni che dovettero passare alla 
morte di lui ai figli, e da uno di questi ad Ugolino di Milone 
conte dì Panico. 

Rilevai in principio, come qualche storico ritenesse che 
il territorio bolognese, sul principio del XII secolo, fosse 
diviso e suddiviso sotto molti padroni; ma in verità ciò non 
fu mai, stanto che, se i beni della contessa Matilde giunsero 
a levante fino a Medicina, ed a ponente fino ad Argelato, 
Sala, Monteveglio e Bombiana, il resto, cioè la massima parte 
del territorio, era ancora soggetta alla stessa stirpe che la 
reggeva nel secolo X, rappresentata allora da Uberto d* Al- 
berto conte in Bologna e dintorni, da Milone e consorti noi 
basso Appennino (il centro a Panico) ed infine da Alberto 
conte di Prato nell'alto Appennino verso la Toscana: rami 
usciti tutti dallo stesso ceppo degli antichi duchi e marchesi 
di Spoleto e Camerino, consorti di quei Guidoni di origine 
Franca che vantavano una stretta parentela colla Dinastia 
Carolingia (*). 

Ritenendo di avere esaurite tutte quelle ricerche che pote- 
vano condurre a stabilire le origini dei Conti da Panico, pas- 
serò ad integrare il quadro genealogico unito in appendice 
con alcune notizie sulle principali e più importanti parentele 
di questa stirpe durante il primo, più oscuro ed interessante 

(<) Restava una piccola parte di territorio bolognese in mano di 
Ubaldino d' Azzo del Mugello, e ciò lascierebbe supporre, non ostante 
i molti pareri in contrario, una più stretta conborteria della famiglia 
ora studiata con gli Ubaldini. A suo luogo si esporranno le argomen- 
tazioni in favore di questa tesi, certo la coincidenza degli Adimari 
e dogli Ubaldini contemporaneamente entrambi nel Mugello lascia 
adito alla supposizione che gli Ubaldini possano originare dagli Adi- 
mari. 



318 B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PEB LA E0MA6NA. 

periodo fino al mille, esamiDando poi, da ultimo e brevemente, 
la genealogia di quei conti Alberti di Prato, Vernio, Maugona, 
Semifonti, Cerbaia, Certaldo, Monterotoudo ecc., che da mol- 
tissime prove risultano consorti dei conti di Panico. 



Parentele eerte^ e solo probabili^ contratte fino al 1000. 

Non starò a ripetere quanto sopra ho «letto circa l'ori- 
gine di Ubaldo, di quel primo anello della genealogia che 
forma il tema delia attuale memoria; esaminerò invece le 
narentele successive dividendole in due gruppi principali: nel 
primo porrò quelle che Bonifazio di Ubaldo contraeva spo- 
sando WuMrada sorella di Rodolfo II, nel secondo porrò 
quelle contralte dai discendenti di detto Bonifazio. 

/.** Gf^uppo, — Ui origine regale {*) fu sempre ritenuta 
la schiatta di Rodolfo I di Borgogna, il quale era figliolo di 
Corrado conte di Sterlingen in Elvezia, figlio a sua volta di 
altro Coirado di Welfo conte nobilissimo. Corrado di Welfo 
era consorte della Dinastia Cai'olingia, non solo per avere 
sposato Adelaide figlia di primo Ietto dell'Imperatore Lodo- 
vico I il Pio (*), ma ancora per avere dato in isposa al detto 
Imperatore Lodovico (819) in seconde nozze una sua sorella 
di nome luditta (^) dalla quale unione nacque Carlo detto il 
Calvo che fu anche Imperatore (876) (*), 

Rodolfo IL e con lui anche Bonifazio suo cognato, poteva 
dunque vantarsi doppiamente consorte dei Carolingi, e for-e 



(^) Si ritiene derivata da S. Crodalfo. Vedi Dilla Rena: I, p. 93, 
ed alberi pp. 138-139. (È questa la famosa stirpe dei Ridolfinì che 
fa anche imparentata coi primi progenitori di Casa Savoia). — Vedi Ca- 
RUTTi: op. CI* , in « Arch. St. Ital. », Serie IV. Voi. I. pag. 32 e acg. 

(*) Della Rkna : op, cit.^ Parte I, Tav. VI, pag 76 e Tav. Vili, 
pag. 91. 

(^) Dklla Rena: op, cit ^ parte I, pagg. 91-93. 

[*) Dklla Rkna: op. cit., parte I, pagg. 100-112 e S. Bkrtino: 
Annali. 



\£ ORIGINI DEI (ONTI DA PANICO. 319 

appumo per questo venne, dai turbolenti signorotti italiani, 
chiamato al Regno d'Italia nel 921. 

Una vera serie di parentadi unisce poi Bonifazio mar- 
chese alla famiglia salica di Ugo Re d'Italia (^) figlio di 
Teobaldo salico e di Berta contessa (figlia dell'Imperatore 
Lotario V) ('). 

In vero Ugo Re nel 937 sposò Berta di Burchardo di 
Svevia vedova di Rodolfo II di Borgogna (e quindi cognata 
di Bonifazio) (^), mentre Lotario Re figliolo del suddetto Ugo 
Re, pur essendo ancora fanciullo, veniva il 12 decembre 937 
fidanzato ad Adelaide, fanciulla, figliola del ricordato Rodolfo II 
e di Berta (*) (e quindi nipote di Bonifazio), mentre il matri- 
monio avveniva nel giugno del 947 (*). 

Chi non ricorda T assedio fatto subire da Berengario Ila 
questa Adelaide, già vedova di Lotario, nel castello di Canossa? 
Chi non rammenta la discesa in Italia di Ottone I per libe- 
rarla e farla di poi sua moglie? (Pavia, natale 951). 

Ora, se questa Adelaide, vedova di Lotai'io Re, che gli 
storici descrissero come donna di fine intelletto e di avve- 
nente persona (^) e che la Chiosa volle ancoi'a santificare per 



(') Ugo Re Salico fu il successore di Rodolfo II nel Regno d'Italia 
neir anno 936. 

(^) Restata vedova di Toobaldo questa Berta sposò Adalberto di 
Toscana detto il Ricco, fratello di un conte Bonifazio che secondo gli 
storici potrebbe essere il padre di quel Sigifredo conte di Lucca (Lon- 
gobardo) dal quale discese la Contessa Matilde. 

Confermerebbe questa supposizione il fatto del ritorno da parte di 
Bonifazio marchese (padre di Matilde) nel possesso del Ducato dì To- 
scana (1028) tolto alla Casa degli Adalberti il 931 per opera di Ugo 
Re come ho detto altrove. Vedi Dki.i.a Rena: oj). cit^ Parte I, pag. 145 
albero XIV. (Si noti che tanto gli Adalberti quanto i Matildici furono 
Longobardi). 

(') Questa Berta, a differenza dell* altra nominata prima, fu donna 
virtuosa e Regina pia. — Caiuitti, op cit.^ in < Arch. St. It. » S. IV, 
T. I, pag. 44. 

{*) Bkrtoijni: Storia d' Italia del Medio Evo^ pag. 390. 

(*) Bkrtoi.ini: op. cit.^ pag. 392. 

(*) Bkrtoi.ini: op. cit.^ pag. 404. 



320 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

le rare sue doti dell* animo (^), fu nipote di Bonifazio duca 
e marchese di Spoleto, i discendenti di lui divennero a questo 
modo consorti anche di quegli Ottoni che tanta parte ebbero 
sui destini d* Italia. 

Né la serie dei parentati coi Salici discendenti di Ugo Ke. 
si limita ai surricordati, perchè nel 949 Willa, figlia di Boni- 
fazio marchese, andava sposa ad Uberto duca e marchese di 
Toscana (e come s' è visto anche di Spoleto) figlio naturale 
di Ugo Re, nascendo dal loro matrimonio quel famoso Ugo 
Salico gran conte duca e marchese di Toscana fino al 1001 
e di Spoleto fino al 999, di cui molti storici hanno scritto 
distesamente (*). 

Dopo tutto ciò a me pare che questo fascio di regali e 
nobilissime consorterie venga, sia pure solo indirettamente, a 
ribadire l'opinione, già altre volte espressa, che Ubaldo padre 
di Bo!)ifazio (seniore) traesse la sua origine ben da alto, cioè 
dalla Casa Spoletina di quei Guidoni che discendevano dagli 
antichi Signori d' Austrasia (^) e, per via di donno, da Carlo 
Magno (*). 

Fu forse per questa origine che, in tempi più moderni, i 
discendenti insistettero nel dirsi signori dei loro feudi in 
forma libera ed assoluta, con esclusione d* ogni dipendenza 
dall'Impero, salva la tutela e protezione dell'Imperatore: 
come appare, ad esempio, dall'Editto di Federico I del 11(>4 
a favore di Alberto dei conti Alberti di Prato (**) 



(») Dku.a Rkna: op. cit,, pagg. 6, 139, 147, 156, 165, 230. — Pit- 
ciNKixi: op. ciU^ P<^gg* 3, 6, 7 e 192. — Ferra ki: Cai. gen, dei SS 
16 decembre. 

(-) Plcmnkli.i: Historia d^ Ugo il Salico. (Ed. Milano, 1664). — 
Sassi: op. ct<., pag. 109-110. — Dei i.a Rkna: op. et*., I, pag. lóSeseg 

(') Gregorovus: St. di Roma nel Medio Eco^ T. Ili, pag. 259 e 
Dummlkr: Geschichte eie. II, pag. 18. 

(*) Sansi: op, ctt., pag. 100, e Pasini-Frasrom: Degli Adàlberti Be 
d^ Italia in « Rivista del Collegio Araldico », Voi. I, pag. 603 e 690 e seg. 

(*) Lami: Moti. Ecc. Florent. — Eldmann: Signoria dei Conti Al- 
berti etc, pag. 46 e se^'. 



LE ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 32Ì 

2.^ Gruppo. — Fu detto e validamente sostenuto da 
molti (*) che gli Alberti di Prato, Vernio etc. furono consorti 
dei conti Cadolìngi, ed i moltissimi punti di contatto fra 
queste due famiglie, sia per le comuni proprietà o la vici- 
nanza di esse, sia per le molte altre prove, documentate spe- 
cialmente colla successione degli Alberti a molti beni dei 
Cadolingi, stanno a riprova favorevole di tale consorteria; 
puro nessuno, che mi sia noto, ardi lanciare una ipotesi qual- 
siasi che stabilisse la forma e il tempo di questa consorteria. 

Ciò tento ora io asserendo che detta parentela, non po- 
tendo esistere per discendenza diretta, dirò cosi, mascolina, a 
cagione della differentissima origine delle due famiglie, avendo 
sempre professato Tuna la legge Ripuaria, l'altra la Longo- 
barda; deve necessariamente derivare dal matrimonio di una 
femmina dell* un lato con un maschio dell* altro, perciò pro- 
pongo si debba ritenere che il conte Cadolo di Cunerado dei 
conti Cadolingi sposasse una donna di Casa Spoletina, discen- 
dente da Ubaldo, da cui, ho già accennato, escono i Comi 
Alberti. 

Ebbe invero questo conte Cadolo tre mogli ('), la prima 
fu Berta contessa già morta nel 953 ('), la seconda fu Rot- 
lilde del conte Ildebrando, la terza fu Gemma di Landolfo 
principe di Benevento e di Capua (*). 

Mentre delle due ultime mogli è nota la paternità e la 
famiirlia, nulla invece si sa della prima, la quale pertanto 
arguisco possa essere (per l'età in cui fiori) figliola di Boni- 
fazio seniore «luca e marchese di Spoleto. 

(*) UuuEi.i.i: Storia dei Conti di Marsciano (Roma 1667), pag. 3. — 
Drli.a Rkna: op. cit.y I pag. 189. — Della Rena e Casiici: op. cit,, 
T. I, p. I, pag. 6 — Passerini: Origini della Fam, Bonaparte in « Arcb. 
St It. >, Nuova Serie, Voi. Ili, p. Il, pag. 35. — Repetti: op. cit.^ 
T. VII, suppl. Gap. IX, pag. 34, e seg 

(*) Passerini: op. ct<, pag. 36 ed albero genealogico in fine. — 
Repktti: op. et*., T. VI, Append. Gap. IX, pag. 34 e seg. 

(') Zacuaria : Anecd. M. Aevi Collectio (Torino, 1735), pag. 285. Doc. 
ex libro Gapit Pistor ^ pag. 4, anno 952. 

(*) Dki.i.a Rena e Gamici: op. c?<., T. I, p. II, pag. 37 (anno 953). 
— Rkpetti: op. cit ^ T. VI, Gap. IX, suppl. pag. 34 e seg. 



322 R. DEPUTAZIONE DI 8T0R1A PATRIA PER I.A ROMAGNA. 

Da Cadolo conte e da ignota maternità (non risaltando 
essa da alcun documento) nasce una Willa contessa di Case* 
novole (*), né tal nome viene mai più ripetuto nella discen- 
denza dei Cadolingi: dunque nulla di più indicato che rite- 
nere la contessa Beria sorella di Teobaldo marchese e sorella 
pure di quella contessa Willa, che già si è veduto essei*e 
moglie del marchese Uberto di Toscana figlio di Ugo Re 
d'Italia. Anzi sarei quasi per dire che da quest'ultima avrebbe 
preso il nome la figliola di Cadolo e di Berta, la contessa di 
Casenovole. Un'altra cosa va ricordata, che cioè il nome di 
Berta, il quale non è altro che la versione femminile del 
nome Alberto tanto spesso usato da tutte le diramazioni di 
questa Stirpe, viene spesse volte ripetuto nella discendenza 
dei Conti Alberti. 

Non insisto tuttavia su questa debole assemone, sebiiene, 
dopo molte ricerche, non mi sia riuscito di trovare altro 
modo, altra forma, che spieghi la consorteria che esistette 
efietlivamente fra gli Alberti ed i Cadolingi; solo l'ho voluta 
esporre perchè essa non mi è sembrata del lutto invero- 
simile. 

Appartiene al secondo gruppo delle consorterie anche la 
discendenza di Adimaro conte figlio del marchese Bonifazio e 
di Waldrada. Egli è universalmente riconosciuto per l'autore 
di quei famosissimi conti Adimari che Dante (con mal celato 
sdegno per l' odio che nutriva verso Boccaccio Adimari, il 
quale per avere occupati i beni a lui confiscati impedi poi 
sempre il ritorno in patria del Sommo Poeta) volle in uno 
dei suoi canti ingiustamente denigrale con parole roventi (*:. 



(^) Bbpstti: op, d'i., I, 512. 

(*) Dante: Paradiso, canto XVI, v. 115-120: 

« L* oltracotata schiatta che b' indraca 
Dietro a chi fogge, ed a chi mostra il dente 
O ver la borsa, cono' agnel si placa. 
Già venia su, ma di picciola gente, 
Si che non piacque ad liberti n Donato 
Che poi il suocero il fé* lor parente ». 



I.B ORIGINI DRl CONTI DA PANICO. 323 

Imperarono gli Adimari nel Mugello, e specialmente nel 
Piviere di S. Gavino, comprendente anche il territorio di 
Mangona, e dello Stale, che da loro si disse poi sempre degli 
Adimari (*), ed il loro dominio dovette aver principio sotto 
il marchesato di Uberto, marito di una sorella dello stesso 
Adimaro conte. 

Altrove dissi già perchè era da ritenersi che Teobaldo 
marchese invece dei due figli ricordati dagli storici spoletini, 
ne avesse avuto anche un terzo; ora a questi tre ne aggiun- 
gerò altri due, e cioè un Ugo marchese ed una Ghisla o Willa 
contessa. 

Invero, un documento dell'otto giugno 1007 (*) rogato nel 
castello di Modigliana (castello dei conti Guidi) ricorda una 
contessa Ghisla o Willa figlia del fu Ubaldo o Teobaldo mar- 
chese, la quale è già vedova del fu conte Teudegrimo ed è 
madre di un Guido conte. 

Ricordando come fu sempre e da tutti sostenuto che fra 
i Guidi e gli Alberti esistesse una stretta consorteria, non 
sarà difficile scorgere in questo matrimonio l'origine di essa (^), 
mentre il citato documento mi offre il modo di registrare 
nell'albero genealogico un'altra figlia di Teobaldo marchese. 

Ed ora, chiudendo questa lunga enumerazione di consor- 
terie, voglio avanzare un'ultima ipotesi. Voglio cioè aggiun- 

(M Qaesta diramazione della Consorteria Spoletina, deve ancora 
essere interamente studiata. Non è qui il caso di dare di essa maggiori 
notizie non avendo pel presente lavoro grande importanza, solo ne ho 
volato far cenno per segnarne le origini e notare T interesse che avrebbe 
una monografia intorno ad una famiglia tanto illustre, specialmente 
per la storia del Mugello; monografia che potrebbe anche condurre alla 
conclusione, cui si è già accennato, che gli Adimari avessero comune 
r origine con gli Ubaldini in questo Adimaro conte. 

*) Dri i.A Rkna e Camici: op. cit.^ T. II, p. I, pag. 49. — Rehktti: 
op. cit, T. I, pag. 188-9 e T. Ili, pag. 228, ed Append. Gap. X, Guidi 
pagg. 44-45, ed Albero. — Litta: op. cit., T. IX, N. 27. Guidi conti di 
Romagna a Tavola I 

(') Fu qnesto matrimonio il primo di una lunga serie fra Guidi ed 
Alberti. — (Litta: op. cit, T. IX, N. 27, Tav. I, anni 1043, 1152, 1200). 
Vedi anche Santini: Studi sulV Antica Costit. etc. in « Arch. St. Ital., » 
S. V., T. XXV, pag. 33 e 71. 



324 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

gere ai figli del marchese Teobaldo di Spoleto qaeirUgo^ 
marchese che è riconosciuto per il capostipite dei marchesi 
del Monte di Santa Maria (^). È noto infatti che quei mar* 
chesi si ritennero unanimemente derivali dai Duchi di Spo- 
leto, che tutti i componenti detta famiglia professarono sempi'e 
la legge Ripuaria, infine che Ugo marchese, il più antico 
individuo finora certo della sua stirpe, aveva possidenze in 
quel comitato perugino, che fino dal tempo dei Guidoni faceva 
parte del ducato spoletino ('); cosi finirò col concludere che 
Ugo è da ritenersi figlio di Teobaldo marchese di Spoleto e 
Camerino. Quest'Ugo, alla morte del padre, sarebbe rimasto 
nel ducato, conservando le sole proprietà allodiali. 

I conti Alberti di Prato, Vemio^ Mangona, Capraia, 
Semifonte, Uruscoli, Pontormo. ete. 

Le stesse ragioni che rendono tanto frequente il nome dei 
conti di Panico nella storia del Comune bolognese, possono 
servire a spiegare la continua ingerenza dei conti Alberti nei 
fatti del Comune fiorentino e della Toscana tutta ('). 

In vero le cronache e le storie di Toscana rammentano 
spessissimo i conti Alberti, rilevandone l'antica e nobilissima 
origine e discendenza. Ma, come per i Panico cosi per gli 
Alberti, esistono tali e tante madornali inverosimiglianze sulla 
loro origine e sulle loro azioni, da non essere credute nem- 
meno da coloro che notoriamente sono di facile contentatura. 
E'I esse debbono la loro origine sia a scrittori cortigiani sma- 
niosi di incensare questo o quel discendente, sia a genealo- 

(') Litta: op cit., T IX, N. 123, Tav. I. — Repktti: op cil., T. Ili, 
pag. 424 e T. VI, appeod. Gap. V, pag. 14 a 18 e Tav. Gen. 

(^) Sassi: op. cit.^ pag. 90. Ugo nel 960 fondò la Badia di Petroio 
nel contado perugino. 

(^) Questo capitolo riguardante i conti Alberti avrebbe dovuto es- 
sere fatto sui documenti dell' Archivio Fiorentino, ma ciò non eaaen* 
domi stato possibile per i doveri del mio ufficio a Bologna, ho dovuto 
limitare le ricerche ai soli libri a stampa, non riuscendo cosi a fare che nn 
lavoro incompleto e privo di idee nuove. 



LB cmtsvu »ci coffn ^a pAjnca 



gisti e storici poco scrupolosi o mancanti di qaelìa serenità 
ed imparzialità di critica^ che spense volte li ha portati ad 
accettare per aatenticbe le pia esagerate ed ìncreàibili nar* 
i*aziooi. 

Non pretenderò io ora, con qa«.'5to semplice cenno, di far 
fare un solo passo alla storia dei conti Alberti, tottavia tro- 
vandomi di dover parlare della loro origine, rileverò jolo 
alcuni errori, sperando che ciò serva di stimolo a qualche 
studioso per an laroro completo sai detti conti, che riusci- 
rebbe certo di sommo interesse non solo per la storia del 
Comune di Firenze ma anche della Toscana intera. 

Osserverò danqae come non regga alla più elementare 
critica la diceria della opposizione fatta dai conti Alberti e 
consorti alla ricostrazione delle mora di Firenze uelTSOO 
circa. E che qaesta notizia data dal Malespini ('), «lai Villani 
e da quanti altri attinsero alle loro fonti, sia priva di sussi- 
stenza ed affatto fantastica lo si prova consideinindo che non 
solo verso V 800 i conti Alberti non erano detti Alberti, né 
possedevano ancora la contea di Mangona, ma non avevano 
nemmeno fatta la loro prima comparsa sul territorio toscano. 

Altro errore fa quello di dire Longobardi (') i conti Al- 
berti, mentre per la loro legge ripuaria, costantemente ricor- 
data nei documenti che li riguardajio. devonsi ritenere dì 
origine Franca. Ebbe questo errore principio da alcune traccie 
innegabili ed inconfutabili di stretta consorteria con quei conti 



(•) Malbspini: St Fiorent, Ediz. Murat. B. It Sor. T. Vili cap. 
XLII, pag. 907. — Villani G.: Cron, Ed. Mdrat. E It Scr, T. XIII, 
lib. II, oap. 21, pag. 82 Senza entrare nel merito della questione tanto 
dibattuta intorno alla priorità dei SQnricordati Cronisti, noterò che Tavere 
dato ai conti Alberti un titolo neir 800 che invece non ebbero altro che 
verso il 1100, significa che ambo i Cronisti scrissero in tempi molto poste- 
riori e non furono esenti da quella smania di attribuire alle famiglie 
più nobili dei loro tempi, titoli, fatti e nobiltà più antiche e più illu- 
stri di quelle che ebbero in realtà, pel solo desiderio di incensare coloro 
che per T elevata posizione sociale potevano in qualche modo giovare 
ai loro interessi 

{*) Eldmann: op, cit in « Studi Storici etc. » Firenze, 1886. 

21 



S26 R. hBPUTAZIONB DI 8T0BIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Cadolingi, di origine Longobarda, di coi gli Alberti furono i 
maggiori eredi (*). 

Non solo si confusero le leggi da loro professate, ma si 
arrivò a confondere ancora individui di una stirpe con quelli 
delTaltra, assegnando in tal modo ai conti Alberti persone che 
invece dovevano essere attribuite ai Cadolingi e viceversa (^). 

Il fatto di aver trovato in Toscana improvvisamente sai 
principio deir XI secolo questa famiglia, sulle cui origini ben 
poco si conosceva, spiega il caos in cui si trovarono gli storici 
toscani, sicché ne segni che ognuno cercò di dare ad essa 
quella origine che, per gli eventi che s'andarono poi svolgendo* 
ritenne più adatta, cosi quando si vide che gli Alberti erano 
succeduti ai Cadolingi nelle proprietà loro vastissime, si confu- 
sero le due case e si dissero tutti d'origine Longobarda. 

Questi pochi esempi sono, credo, sufficienti a provare come 
sia grande la necessità di rivedere ed epurare la genealogia e 
la storia della famiglia dei conti Alberti, per quanto rignai*da 
la loro dominazione sul territorio toscano; ora però mi limito 
a parlare della loro origine in Toscana. 

Nel 1026 calava in Italia con poderoso esercito Cori*ado 
detto il Salico per essere da Papa Giovanni XIX coronato 
Imperatore. Ma non tutti i principi itaiiani, sempre più di- 
scordi fra loro dopo il fallito tentativo di un re italiano da 
loro stessi eletto, riconobbero e riverirono il nuovo venato, 
il quale a Pavia trovò chiuse le € porte » della città, a Ra- 
venna dovette sostenere una zuffa terribile con quegli abitanti, 
cmI avendo di poi mosso verso Roma, trovò la Toscana intei-a. 
con a capo il marchese Ranieri, 6glio di quel Guido di Ugo 
dei Marchesi di Santa Maria che ritengo, come ho già detto, 
possa essere figliuolo di Teobaldo di Spoleto, contro di lai: 
per il che Corrado dovette assediarlo in Lucca e solo dopo 
vari giorni riuscì a costringerlo all'obbedienza ('). 

(») Santini : op. cit, in € Arch. Sl Ital. » Voi. 25.* pp. 33, 34. 

(*) Rbpbtti: op. cit^ T. VI, app. Gap. X, p. 39-40. — Mas. Ric- 
cardi ano, 1946. 

C) Muratori: Annali^ T. VI, p. 85, anno 1027 e Dblla Rkxa e 
Camici: op. cit ^ Voi. II, p. I, pag. 1 a 13. 



LE 9UGUri DEI CONTI BJk PA>KO 

All'allontanamento dì Ranieri marchese, che fu la foKuna 
del marchese Bonifazio padre della contessa Matilde, ì quale 
potè cosi unire ai suoi già vasti doroinii la Marca Toscana (M. 
segui di conseguenza anche P allontanamento di quei conti 
che avevano parteggiato pel marchese Ranieri, e fra essi va 
annoverato il conte Lotario dei Cadolingi, che teneva, con 
altro, tutto il contado pistoiese (*). al quale fu da Corrado 
sostituito un conte Ildebrando. 

Il Repetti, nella tav. VII genealogica dell'appendice al 
suo dizionario C), pone questo conte Ildebi^ando come figlio 
di Adalberto e dì Bertilla e quindi sarebbe stato fratello dì 
Bonifazio, marchese di Toscana dal 1002 al 1012. Secondo 
me invece, pei* il solito calcolo di genei*azioni, anzi che fra- 
tello, è nipote del marchese Bonifazio suddetto, pei*chè, mentre 
le notizie che si posseggono di Ildebi-ando conte vanno dal 
J028 al 1076 (*), del marchese Bonifazio si sa che fioriva nel 
1005 circa e che nel 1012 ei-a già morto; per cui è probabile 
che Ildebi*ando sia un nipote di Bonifazio: ed io, fino a prova 
contraria, lo riterrò figlio di quell'Alberto che nell'albeiH) 
ho segnato in quinta generazione quale fratello di Bonifazio 
marchese e di Walfredo conte. 

(») Muratori: Antiali, T. VI, p. 86, 8G e 98, anno 1032. 

(*) Rbpbtti: op, cit^ riferisce i segg. Doc. :923, 27, 40, 41, 52, 53, 
61, 98, 1006, 15 ed appenda Voi. VI, cap. IX, p. 34 e segg. — Certo sì 
è che Lotario nel 1027 non era più Conte dì Pistoia, ma si era ritirato 
in Facecchio nei suoi beni allodiali. (1027, 24 luglio. — Istr. ex Arcb. di 
Lacca f 1,75 pubbl. in Mem. e Doc. per servire alla St. del Ducato 
Lucchese, T. V, p. III, p. fó6, Doc 1784 (Edii. Lucca, 1841). 

(>) Brpetti: op. ci<., T. VI, app., cap. VII, p. 30 e 31. Mentre nella 
tavola genealogica il Repetti commette il suddetto errore, a p. 27 dello 
steseo capitolo dice invece che dal conte Alberto figlio di Adalberto 
e lii Bertilla e fratello di Bonifazio, che fu marchese di Toscana, e di 
Walfredo) nacque € un altro conU Alberto ed un conte Idelbrando che 
ritroviamo nei sec, XI conte di Prato^ di Vemio etc. ». E questa è ap- 
punto la tesi da me sostenuta. 

(^) Rbpktti: op, cit.,T. VI, app., cap. VII, p. 27 e Doc. 1075 Alberto 
del m Ildebrando conte, atto livellarlo; Doc. 1076 Bina fu Gherardo, 
moglie di Alberto fu Ildebrando conte, atto di cessione. (Dagli spogli 
Casotti della Bibl. Roncioniana di Prato). 



328 R. DKPUTAZIOKB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Infatti r opera, dirò cosi d* infeadazione della Toscana alla 
famiglia che poi si disse dei conti Alberti, risale al momento 
in cai Bonifazio iuniore, succedendo al gran conte Ugo il 
Salico, direnta marchese di Tosc<'ina, ereditando anche i beDÌ 
allodiali del predetto Ugo. 

Si è gìh dimostrato come i Cadolingi fossero consorti dei 
conti Alberti, per cui mi sarà permesso ritenere che l'avvento 
del conte Ildebrando al comitato pistoiese non trovasse da 
parte di Lotario grande ostilità; anzi sfarei per dire che fra 
loro dovesse intervenire un tacito accordo preventivo, pei*chè 
alla fine per Lotario era miglior cosa di cedere il governo 
della contea ad un consorte anziché ad un estraneo. 

Ecco dunque come ebbe origine in Toscana la casa che 
poi si disse dei conti Alberti e che nel secolo XII fu, coi 
conti Guidi, una delle principali case feudali della Toscana. 
Ildebrando fu conte di Pistoia dopo il 1028 e forse fino al 
1046, epoca nella quale si trova in Pistoia un Messo Regio; 
ebbe due figlioli, per cui la contea fu divisa in due parti: a 
Gherardo toccò Pistoia, ad Alberto toccò Prato, e cosi soi-se 
il nuovo titolo di conte di Prato. 

Non mi fermerò ad esaminare le gesta del conte Ghe- 
rardo, né la storia di Pistoia che, prestissimo libera dal 
giogo dei Conti, si resse poi sempre a libero comune; esa- 
minerò invece di sfuggita la discendenza di Alberto, che fa 
<lnnque il primo a dirsi conte di Prato. 

Alberto ebbe due figli, T uno, come il padre, si chiamò 
Alberto (io dirò Alberto 11), fu conte di Prato, e fu il primo 
che aggiungesse a questo titolo 1* altro di conte di Mangona 
e di Vernio; il secondo figliuolo si chiamò Ildebrando come 
l'avo, e per non poteie assumere il titolo già usato dal fra- 
tello di conte di Prato, Mangona e Vernio, si disse conte di 
Capraia (o Cerbaia), dall'omonimo castello sito in cima ad 
un assai alto e ripido monte, posto sulla riva sinistra del 
Bisenzio, a sedici chilometri da Prato, dando cosi origine a 
quel ramo degli Alberti che si dissero poi sempre conti di 
Cerbaia o Capraia. 



l.E ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 329 

Alberto II fa padre di tre figlioli, e cioè, di Gottifrodo, che 
}»cr 30 anni (1113-1143) fu Vescovo di Firenze, quasi sempre 
in aperta lotta col proprio gregge ('), di Bernardo conte detto 
Tancredi e Nontigiova (*), infine di un conte Malabranca. 

Da Bernardo detto Tancredi e Nontigiova nacque Alberto 
(che si dirà III) conte di Prato, Vernio e Mangona, il quale 
e precisamente colui che Federico I Imperatore privilegiò 
nel 1164. 

A lui si deve, in gran parte, la decadenza e la rovina 
della sua discendenza, perchè, morendo, lasciò la maggior 
parte del suo estesissimo patrimonio ali* ultimo dei figlioli, 
nato da una seconda moglie, mentre dì quattro figli di primo 
letto lasciava poco più del puro necessario per non morire 
di fame ('). 

Da ciò nacquero discordie, odii feroci ed implacabili che, 
mal celati dapprima e tramandati di poi ai figli ed ai nipoti, 
condussero la famiglia a numerosi fratricidi ed a vendette 
ferocissime. 

Cosi decadde e degenerò una delle stirpi più illustri ed 
antiche della Toscana e d'Italia, che, padrona di vastissimi 

(^) Santini: op. eit, in e Arch. St. It », S. V, Voi. XVI, pp. 23, 
29, 45, 46. 

(*) Rkpktti: op, et*., T. VI, supl., Gap. VII. Albero gen. (Fino a 
Bernardo il Repetti dà un' albero regolare, poi senza giustificazione 
toglie ai figli di Tancredi ogni discendenza, attaccando ad Alberto I 
del 1075 un conte Alberto vivente nel 1160, e che egli suppone il Non- 
tigiova. A parte ogni altra considerazione, tutto ciò non regge, perchè 
non è ammissibile fra generazione e generazione una distanza di 90 
anni. La correzione da me proposta è quindi la più logica e la più 
attendibile per le date e per la distanza fra le generazioni. Del resto 
r albero da me corretto risolta esatto confrontando i Mss. Strozziani 
esistenti parte in Arch. di Stato e parte alla Bibl. Naz. di Firenze. 

(') Rbpbtti: III, p. 44. I quattro figli furono: il conte Magbinardo che 
originò i conti di CtrtdldOy Rainaldo che diede origine ai conti di Mon- 
terotondo^ e due furono femine. Scopo di Alberto III potrebbe essere 
anche stato (oltre che di favorire il figlio di secondo letto) quello di 
istituire uno solo erede di tutto il patrimonio, per non spezzare troppo 
il già ridotto stato comitale, certo con questa intenzione avrebbe invece 
dovuto istituire il maggiorasco e non favorire V ultimo nato. 



330 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

territori, sostenne per lunghissimo tempo, ed accanitamente, 
l'Impero contro il Comune Fiorentino, del quale fu quasi 
sempre nemica (0, e solo per forza e dopo accanite resistenze, 
si vide togliere dal Comune vittorioso, non solo i vasti pos- 
sessi che la rendevano potente, ma finche gli inutili privilegi 
ai quali appellavano ancora nel 1565 (*) gli ultimi discen- 
denti, di già poverissimi, per essere esentati da ogni gravezza 
di tasse e dazi. 

I conti Alberti dunque, come tali ('), cominciarono il loro 
governo in Toscana nel 1028 con Ildebrando conte, il quale 
ebbe sotto di sé tutto il territorio soggetto a Pistoia, e cosi 
tenne anche Prato. Poi, perduta Pistoia, rimase loro il con- 
tado pratese, ove, accanto alla città, allora detta Borgo 
Cornio, avevano di già eretto un foltissimo Castello (*), del 
quale si hanno infatti notizie fino dal 103o (*). 

Né limitavansi i beni di questi Conti alla città e terri- 
torio di Prato, possedendo essi, forse per eredità di Willa 
contessa (') (949-978) e di Bonifazio marchese (1002-1012), 
vasti territori tanto nelTantico comitato fiorentino (a ponente). 



(*) Santini: op. cit, in « Arch. St. It. », S. V, Voi. 16, pp. 25-26 
ad annum 1007, 1110, 1118, 1135, 1136, 1138, 1141, 1153, ecc. 

(«) Cod. Msa. Riccardiano N. 1946, f. 651 e seg. Il 13 nov. 1565 
Giuliano di Federico, Antonio di Àzzolino, Bartolomeo di Vincenzo dei 
Conti Alberti di Certaldo ora poveri ma nobilissimi, chiedono al Prìncipe 
Serenissimo T esenzione da ogni gravezza, ed il Principe con decreto 
delli 29 maggio 1577 concede. I conti Alberti sono detti poveri, ed nno 
d'essi nel 1565 ha 80 anni, ed è senza figli maschi. Un* altro ha nn 
figlio solo che sta al Banco di Agostino del Nero!! 

(•) Il governo di Bonifazio Marchese (10021012) non lo considero 
come vero e proprio governo degli Alberti sulla Toscan a. 

{*) Cari.ksi F.: Origini della Città e del Comune di Prato. Prato, 
Alberghetti, 1904. Pag. 112. 

(*) Rehktti: op. cit,^ Voi. IV, p. 636. - Giani: Prato e la sua For- 
tezza (Prato, 1908) pp. 9 e 10; cartapecora rogata dal Notaio di Prato 
Koschichisi, in « Arch. Diplom. Fior. ». Gap. Catt. di Pistoia. 

(°) Questa Willa fu la fondatrice della Badia di Firenze, moglie 
di Uberto marchese e madre di Ugo pure marchese. (Dki.i.a Rkna: 
op. cit, pp. 160 e seg., 182 e 236). 



LI ORIGINI USI CONTI OA PANICO. 931 

qaauto nel territorio diocesano di Fii*euze e nelle valli del 
Bisenzio, dell* Elsa, della Pesa e delia Greve (a sinistra) ^K 
nonché sul territorio bolognese (') volterrano e mai^emoiano 
di Massa in consorteria coi conti di Bologna, coi Panico e 
coi Gnidi. 

Moltissimi sono i documenti che indicano gli Alberti quali 
conti di Pilato ('); invero uno degli storici più moderni dì 
Prato O ne ricorda olti*e a venti, nei quali gli Alberti sono 
«ietti Conti di Pilato, né egli stesso esclude che se ne possano 
trovare altri ancora. 

Fino dal 1154 (^) gli Alberti si trovarono in lotta con 
Prato, che desiderava liberarsi dal giogo dei suoi Conti, ma 
fu forse solamente verso il 1180 che gli Alberti peixlerono 
ogni diritto sulla città e perciò solo allora cessarono di dirsi 
Comi di Prato (*'), assumendo invece il nuovo titolo di Conti 
di Semifonte C). 



(*» Santini: op. ct7., in « Arch. St. It. », S. V, Voi. 20,**, pag. 35. 

(*) Ri- petti: op. cit. III, pag. 44. 

<') Rkpktti: op. CI*., ricorda i doc: 1076, 1076, 1092, 1107, 1129 
1183; ivi, II, pag. 911; III, pp. 43, 251; IV, pp. 63G-687 « 660. — Cah- 
iR8i: op, ett., pag. 36, ricorda oltre 20 docQmenti fra il 1082 od il 1148. 

(^) L'ultimo lavoro sn Prato (non tenendo calcolo dello studio 
particolare sul Castello del Giani) sarebbe quello del Cagursk {Un Co^ 
mune libero del see. XIII alle porte di Firenze)^ ma per trattare egli 
limitatissimamente delT epoca precomunale, intendo di riferirmi invece 
al Cari.es! : op, cit,y pag. 36. 

(^) 11 Cagorse (tm*, pp. 18 e 23) vorrebbe che gli Alberti avessero 
perduto Prato anche prima del 1150: il Santini {op, cit., pag. 77) vuole 
che Prato si sia ribellato ai Conti nel 1153 per trovare Prato contro 
gli Albert! nel 1154: il Carlesi {op, eit,^ pp. 38, 97 e 107) pone fra il 
1160 e 1170 la fine delIMmperio degli Alberti su Prato. Io sarei pro- 
penso per quest'ultirtia ipotesi, proponendo ansi di protrarre la data 
di altri 10 anni fino al 1180 (cioè fino alla pace d! S. Genesio) per le 
ragioni di cui alle note seguenti. 

(*) Cacìgesk: op. cit„ pp. 18-19. — 'Santini: op cit.^ pag. 178 e 
doc. pp. 20-23. — Rkpktti: op. cit.^ III, pag. 44. — Daviison: Oe^ 
sehiehte^ ecc., I, pag. 569. 

(') Rkpetti: op. city T. TU, pag. 44, anno 1197. 



332 R. DEPUTAZIONE 01 STOKIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

E però gli Alberti nel 1076 C) e nel 1079 (') comincia- 
rono a dirsi Conti di Vernio e di Mangona, territori che 
non ostante appartenessero agli Àdimari, fino dal 997 Ottone III 
aveva assegnati al Vescovo di Pistoia (') (dal quale forse 
l'ebbero i Cadolingi, seguaci sempre del partito guelfo), e 
che, goduti dapprima in consorteria coi Cadolingi (*)^ ebbero 
di poi in esclusiva loro proprietà colla morte del conte 
Ugo (1113), il quale fu 1' ultimo individuo della sua famiglia 
d'origine Longobarda che governasse in Toscana. 

Nel 1184 (^) i Mangonesi per forza d'armi vennero dai 
Fiorentini costretti a sottomettersi al Comune (*), ma tale 
sottomissione fu di corta durata, perchè, poco di poi, aiutati 
dai conti Alberti, si ribellarono, sicché i conti riebbero ogni 
loro diritto sulla contea di Mangona e di Vernio. 

Finalmente essendo venuta, per eredità, detta contea in 
possesso (dopo il 1325) di una contessa Margherita, figlia del 
conte Nerone del conte Alessandro ('), ed avendo questa 
contessa Margherita sposato fino dal 1312 il conte Bennuccio 



(V(») Rkpk ITI : op. cit, IV, pp. 263, 683. — T. Ili, 43, 251, 538, 704. - 
Checché dica il Cari.ksi (op. city pp. 65-66) che Mangona e Vernio 
furono in possesso degli Alberti solo dopo il 1113, io sostengo ohe se 
in tale epoca furono i soli ed anici padroni, essi ancor prima di tale 
data godevano detti beni in consorteria coi Cadolingi, perchè ce lo 
provano molti documenti. 

(') Rrpetti: op, city IV, pag. 445. 

{*) Abbiamo infatti che negli anni 1086, 1090, 1096, 1101 sono 
signori di Vernio e Mangona i conti Cadolingi, mentre negli anni 1098, 
1117 e 1155, ecc., sono conti di Mangona gli Alberti. Deveai dunque 
ritenere erronea V assersione di molti storici, che dissero aver ricevuto 
gli Alberti in feudo dulia S. Sede tanto Mangona quanto Vernio nel 
1221 ; la S. Sede dovette forse confermare il possesso, ma non conce- 
derlo ex novo, È poi inoltre assurdo 1* asserire che Mangona e Vernio 
furono in possesso della contessa Matilde (Passerini: in « Arcb. St. 
It. », N. S., Voi. III. p. II, pp. 50-51, e Brpktii: <'|7. ct^, T. I, pag. 186. 

(*) Santini: op, city in € Arch. St Ir. », T, XXVI, S. V, pag. 60. 

(*) Documenti delP Antica Costituzione Fiorentina, I, XV, 24. 

C) Mds. Riccardiano, N. 1946, f. 378 e seg. Bog. Menabuoi di Ben- 
venuto da Vernio. 



I.K ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 333 

del q." Bennuccio Salimbeni (^), la contea passò ai Salìmbeni 
di Siena, alla qual famiglia la tolse Firenze nel 1325 per 
ridargliela nel 1328 ('). 

Pochi anni dopo (1332) i Salimbeni vendettero (') ogni loro 
diritto sulle terre Albei*tesche a messer Andrea di Guaite- 
rotto de* Bardi, ai cui discendenti Vernio e Mangona rima- 
sero infeudate fino alla rivoluzione francese {*), 

Perduti i feudi, la famiglia Alberti si ritirò in Firenze, 
ove si disse dei Contalberti, e si estinse il 17 settembre 1685 
col conte Antonio di Alberto (*). 



Enea Gualandi 



(>) Mse. Riccardiano, N. 1947, f. 318. Rog. Bettino del q."» Caval- 
cante da Casi. 

(*) Repbtti: Oj). city T. Ili, pag. 46. — Villani: Cron, citate, lib. X, 
cap. 83. 

(>) Mas. Riccardiano N. 1946, f. 84. 

(*) Dopo la rivolnzione francese i Conti Bardi iniziarono una lite 
contro la Comunità di Vernio pretendendo di potere esigere sui beni 
fondiari! del territorio di Vernio certe rendite denominate « fitti » di 
origine allodiale e non feudale, e nel 1822 questa lite si agitava ancora 
avanti i tribunali della Rota di Firenze. 

(*) Passerini: Gli Alberti, I, pag. 5. — Della Rkna e Camici: 
0/). ct7., T. I, pp. 5 e seg. — Vbrnon: Dante^ Inferno, Voi. Ili, pag. 409. 
La sepoltura di questa Casa era nella Chiesa di S. Lorenzo. 



334 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



REGESTO DEI DOCUMENTI 



Arch. S. Stefano (ora Arch. di Stato Boi.) Busta 31. 967' N. 1. . 
922. 1 dee. Ind. X. — Angelberto conte e Maria sua Magnifica 
moglie danno in enfiteusi una casa con terreni entro Bologna 
ad un certo Orso del fu Corrado da Rovorattolo. Actum. 
in civ. bonon. 
Pubblicato: A. Guaij^ndi in € Atti e Mem. della R. Dep. p. le 
Romagne » N. S. Voi. IV, p. II, pag. 27. 



Ex Cartar: Monasterii S. Justinae Patavensis. 
928. 1. Giugno. Ind. I. — Opilione Patrizio Romano dona al Mon. 
di S. Justina fuori Padova parecchie terre nel Contado di 
Bologna. Actum (non risulta). 
Pubblicato : Brunacci : Cartar. S. Justinae Explicit Cap. V. 

MuRATOFu: Ani. Hai. M. Evi, T. Ili, Diss. 34.\ 

p. 35 a 37. 
Savioli : « Annali di Boi. > T. I, p. II, p. 38, Doc. N. 22 



Monastero di Farfa doc. N. 347. 
988. Settembre. Ind. VII. — Sicolfo figlio di Sassone permuta ter- 
reni coir abbate Ratfredo del Monastero di S. Maria di 
Acuziano nel territorio della Sabina € temporibus Theobaldì 
dvcìs anno ducatus ei'us V>, 
Pubblicato : Regesto dì Farfa di Gregorio di Catino edito a 
cura di I. Giorgi ed U. Balzani, Voi. III, p. 49. 



LB ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 835 

Monastero dì Farfo, doc. 349. 

15 febbraio. Ind. IX. — Giovanni figlio di Ermario permuta 
beni coir Abbate Ratfredo del Monastero di S. Maria nel 
territorio della Sabina € sed et temporibus Theubaldi ducis 
anno ducatus eitis VII >. Actum in Pione. 

Pubblicato: Regesto di Far fa di G, di Catino^ voi. Ili, p. 51. 



Largitorio Farfense F. pag. 100. 
SM* Gennaio. Ind. IX. — Precaria presentata all'Abbate Ratfredo 
di Farfa da Framesio figlio di Odolfo € temporibus Theo- 
baldi ducis anno Vili mense Januar, Ind, IX >. 
Pubblicato : Fatteschi : Op. cit,^ p. 299, Doc. N. 60. 
Sansi : Op. cit.^ p. 101 , nota 2. 



Aroh. S. Stefano (Are. di Stato Boi.) Busta 31-967 ^ 
981. Agosto. Ind. Vili. — Adalberto co: e Bertilla co: non che i 
loro figli Bonifazio, Walfredo ed Adalberto donano al mona- 
stero di S. Bartolomeo di Musiano (Boi.). Actum in Vico 
Panigale. 
Pubblicato : Muratori: Antiq. It, M, Evi, T. II, Diss.22.% p. 257. 
Savioli: Annali Boi,, T. I, p. II, p. 61, Doc. 34. 



Ex Tabul. Mon. S. Michaelis in Furculis Pistoni. 
1004. 23. settembre. Ind. VII. — Bonifazio Marchese dona all' Ab- 
bate del monastero di S. Salvatore vari beni nel territorio 
Pistoiese. Actum Fontana Tanoni. 
Pubblicato: Muratori: Ant, Ital, M, Aevi, T. I, col. 295-6. 
Muratori : Annali, T: VI, p. 25. 
Zacharia: Anecd. M, Aevi, p. 216-218. 

Ex Arch. Bad. di Firenze. Arm. 2, caps. zz., N. 3. 
1009. 12 agosto. Ind. VII. — Bonifazio marchese di Alberto conte 
di legge ripuaria dona alla Badia di S. M. di Firenze varii 
beni. Actum Pianoro comit. montin. 
Pubblicato: Della Rena e Camici: T I, p. II, p. 1-58. 

Muratori : Antiq. It. M, Aevi, T. II, col. 458. 
TiRABOSCHi : Dizion, Mod,, T. II, p. 101. 
Ughelli : Italia Sacra, T. Ili, p. 45-46. 
Bull. Cass. (Margarinus) T. II, p. 69 e seg. 



Arch. S. Stefano (Arch. di Stato Boi.) Busta 31 967*, N. 10. 
1011. 28 ma^io. Ind. IX. — Bertilla contessa ved. del fu Adal- 
berto co : da terreni in enfiteusi ad Adalberto di Lamberto 
da Pianoro stando in S. Bartolomeo di Musiano. 
Inedito. Vedi in fine doc. I. 



Ex Arcb. Bad. di Firenze. Arni. 2, caps. zz, N. 12. 
1012. 14 maggio. Ind. X. — Diploma di Re Arrigo a fav. della 
Bad. Fior, confermante le donazioni del defunto marchese 
Boni fazio. 
Pubblicato: Repetti T. VI (Append.), cap. IV, pap. 12. 
Della Rena e Camici T. I, p. II, p. 1-58. 
Biiil. r<is». (Margarinus) T. II. p. 70. 



Ai-oh. S. Stefano (Arcb. di Slato Boi.) Busta 1 937, N 1. 
1017. 20 luglio. Indiz. XV. — Lamberto d'Ermengarda filia q." Adal- 
berti comitis dona terre al inonast. di S, Stefano. Actum 
in monasterio S. Stefani Bononia. 
Pubblicato: Savioli : Op. cil., T. I, p. 74, doc. 44. 



Ardi. Arciv. di Ravenna. 
1080. G giugno Ind. XIII. — Ale^^andro messo di Corrado Imp. ed 

Ugo ed Ubaldo conti di Bologna investono la Chiesa Raven- 
nate d'alcuni beni posti nella città e contado di Bologna. 
Actum. Prope civii Bonon. iuxia Bononia. 
Pubblicalo: Savioli: Op. cit., T. I. p. II, p. 76, N, 45. 
Fantuzzi: M»n. Ritv, IV, 198, 2;ì. 



Arch. Arciv, di Firenze (Rollettone in Cancelleria). 

1038. Agosto. Ind. VI(?) — WJIla o Julia marchesa assieme alle 

figliole, figlie del <[." Bonifazio marchese, compra da Ber- 

>ssessioni in Castello di Monte Acuto. 

e Camici (I00r>-1009). voi. I, pag. 11. 



LE ORIGINI DRI CONTI DA PANICO. 337 

Arch. Arciv. Pisano. 
1034. 27 marzo. Ind. II. — Concordia fra Bonifazio Marchese, poi 
Duca di Toscana, e Magifredo figlio di Ubaldo da stipu- 
larsi alla presenza di Ugo Conte in Masumatico. Actum 
in Mantua. 
Pubblicato : Muratori : Antiq. It, M. Evi^ T. I, Diss. XI, pag. 590. 
Savioli : Op. cit,, T. I, p. II, p. 82-84, Doc. N. 48. 



Arch. Arciv. di Ravenna. Caps. I, N. 4421. 
1034. 25 giugno. Indiz. II. — Gerardo Arciv. di Ravenna investe 
a nome della sua Chiesa Ugo co: di Bologna della metà 
di Faenza. Actum in loco q. die. Stornacianus. 
Pubblicato: Savioli: Op, cit., T. I, p. II, pag. 85, N 50. 
Fantuzzi: Op. cìt, IV, 201, N. 25. 



Arch. di S Stefano (Arch. di Stato Boi.) Busta 31, 967', N. 31. 
1038. (*) 6 febbr. Ind. VI. — Leo fìl. q.™ Martino concede in enfi- 
teusi a Gio: del q.™ Gio: di Laurenza terreni in Castro 
Butrio in Plebe S. Gervaxi ed in fundo Coquilio confinanti 
con gli Eredi del q." Alberto conte. Actum in Castro Butrio. 
Inedito. Vedi in fine doc. II. 



Arch. S. Stefano (ora Arch. di Stato Boi.) Busta 31, 907', N. 33. 
1043. (') 2 luglio. Ind. XL — Ugo Marchese figlio di Gualfredo co: 
concede in enfiteusi terreni a Farolfo, Teuzo e Gaidulfo 
figli di tre fratelli figlioli di Azo da Robiano. Actum in 
Prato Scortihito. Plebe S. M.*' in Pago Celeri. 
Inedito. Vedi in fine doc. III. 



(') Sulla carta che serve di copertina alla pergamena è scritto erro- 
neamente 1039. 

(*) Anche questa copertina porta la data errata del 1042. 



338 R. DEPUTAZIONE 01 STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Arch. Camald. Tabulano Fonti Boni. 
1055. Aprile. Ind. Vili. (*) — Guido conte del fu co: Alberto di legge 
Ripuaria dona al Monast. di S. M. d* Asprngnano (Romena) 
la chiesa della SS. Trinità di Gaviserra. Actum in loco Ca- 
sentino (ludicaria Fiorent. et Fesulana). 
Pubblicato : Ann. Camald. (Mittarelli), T. II, app. col. 146 e 

seg. (Doc. N. 78 coli' anno 1054). 
Repetti : Op. ciV., T. V, p. 453 e 468. 
Muratori: Ant It., T. II, p. 1033. 
Regesto di Camaldoli a cura di L. Schiaparelu 

ed F. Baldassbroni, voi. I, pag. 114. 
Della Rena e Camici, T. I, p. 36. 



Arch. Estense. 
1066. 14 Genn. Ind. IX. — Willa co: ved. d'Ugo m.'» ed Ugo, 
Alberto, Bonifazio ed Ubaldo suoi figli manomettono Cla- 
riza, serva, figlia di Uberto di Castel Petrosa (Pianoro). 
Actum in Monast. S. Bartolomeo (Musiliano). 
Pubblicato : Savioli : Op, cit.^ I, p. II, p. 97, N. 57. 

Muratori : Ant. It, M. Aevi, T. I, diss. XV, p. 854 



t066. — Guido co: di Alberto conte, nipote di 

Bonif. march, dona terreni posti in Cerreto al Mon. di 
Fontana Taona. 
Vedi Repetti : Op. cit.^ T. I, pag. 12. 



Arch. Arciv. di Ravenna. Caps. P, N. 2387. 
1066* 21 Magg. Ind. IX. — Ugo co: ed Imelda contessa danno in 
enfìteusi ad Enrico Arciv. 2000 tornature di terra in Mel- 
dola. Actum in Ciaustri Mon. Galliate. 
Pubblicato: Ann. Camald., T. II, app 157-158. 



(') I dati cronologici non concordano fra loro. L' A. VII d'Impero 
corrisponde al 1053 e V Indiz. VII al 1054. L* indiz. concorderebbe ove 
ove si usasse il computo Pisano, ma V errore viene forse dal fatto che 
il docam. è venuto fino a noi in copia membranacea fatta dal Notiio 
Simon Mercati de Flumine del 22 giugno 1283. 



I.B ORIGINI OBI CONTI DA PANICO. 339 

Autografo presso i Nobili Giovannetti. (?) 
I061. 17 febbr. Ind. XIV. — Lamberto, Bonvìcino, Raginerio ed 
Azzo figli di Bonando da Caprara e di Willa donano al 
monast. di S. Bartolomeo parte della chiesa di Bedoleto e 
pertinenze. Actum in Castro Planorìo. 
Pubblicato: Savioli : Op, cit, T. I, p. II, p. 101, N. 59. 
Muratori: Ant. It. M. Aevi, T. V, p. 639. 



Arch. Estense. 
1062* 14 febbr. Ind. XV. — Rolando Vescovo di Ferrara investe 
Ugo co: di Ugo marchese e Matilde sua moglie delle Pieve 
di S. Giorgio ed altri beni in territ. di Ferrara e Gavello. 
Actum Ferrarie. 
Pubblicato : Muratori : Ant. It, M. Aevi, T. V, Diss. 67, p. 615. 
Savioli : Op. cit., T. I, p. II, p. 103, N. 00. 



Arch. Arciv. Ravenna. Caps. G, N. 2780. 
1068. 30 maggio. — Ugo conte ed Imelda contessa ven- 

dono altri terreni ad Enrico Arciv. dì Rav. confermando 
l' atto del 1056. 
Pubblicato: Ann. Camald. T. II. Append., p. 190, Doc. 104. 
Fantuzzi: Op. cit., IV, 211, N. 31. 



Arch. PP. S. Fran.co Bologna (ora Arch. di Stato). 
1064. 13 genn. Ind. II. — Adalberto co: di Ugo march, investe Pa- 
gano di Gottifredo da S. Venanzio di alcune terre nel territ. 
boi. in luogo detto Severatico. Actum in Civit Bonon. 
Pubblicato : Savioli : Op. cit. I, II, p. 109, N. 64. 



Arch. S. Stefano (ora Arch. di Stato). 
1068. Ind VI. — Alberto co: di Panico, Imelde sua moglie 

e Milone loro figlio donano al Mon. di S. Lucia di Roflfeno 
una chiesa in Pra dei Baratti e sue pertinenze. Actum. (?) 
Pubblicato: Savioli: Op. cit. I, II, p. 115, N. 67. 

Muratori : Ant. It. M. Aevi, T. V, Diss. 60 *, p. 399. 



340 R. DEPCTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Arch. Goastavilianì. (?) 
1069. 3 marzo. Ind. VII. — Orso di Giovanni investe Pietro di Gio- 
vanni di alcune terre in confine degli Eredi del fa Alberto 
conte. Actum in Borgo Galerìa. 
Pubblicato: Saviou : Op. cit., T. I, p. II, p. 116, N. 68. 



Arcb. Castri S. Agathe. 

1071. 8 sett. Indiz. IX. — Raginerio q." Girardi concede parte di 

S. Agata ai Mon. di Nonantola che lo riinveste di detti 

beni coir obbligo di non esitare nulla agli Eredi del fa 

Alberto conte bolognese. Actum (?). 

Pubblicato : TiRABOscHi : Op. cit.^ T. II, p. 203-5, Doc. N. 185. 



Arch cattedr. di Boi., filza 4. 
1074. 18 aprile. Ind. XII. — Alberto conte di Bologna figlio del fu 
Ugo marchese e Matilde sua moglie confermano ai canonici 
della chiesa di Boi. le donaz. fatte loro da Ugo marchese. 
Actum in Canonica Eccl. S. Petri Bonon. 
Pubblicato: Saviou: Op. cit,, T. I. p. II, p. 120, N. 71. 



Arch. di S. Stefano (ora Arch. di Stato Boi.). 

1085. 18 maggio. Ind. Vili. — Uberto co: di Alberto co: per sé e 

per Enrico suo fratello dona al monast. di Mosiano la 

Chiesa ed il Castello di Migarano. Actum in Clanstro S. Vitalis. 

Pubblicato: Savioli : Op, cit,^ T. I, p. Il, p. 130, N. 77. 

Vedi Sarti e Fattorini: Mss. in * Bibl. Univ. Boi. », X. 685. 



Arch. Nonantolano Autograph. 1094. 
1094. 9 agosto. Ind. IL — Alberto co: di Guido co: di Bologna 
dona a Ragiberto da Petrosa terreni presso Castel Petrosa. 
Actum in Burgo Cellule (Jula). 
Pubblicato: Saviou: Op. cit, I, II, p. 135, Doc. N. 81. 
TiRABosrni : Op. cit.^ II, p. 211, Doc. 198. 



LB ORIGINI UBI CONTI DA PANICO. 341 

Arch. Pistoia. - Abbaz. S. Michele in Forcole. 
10B8* 9 agosto. Ind. VI. — Il co: Alberto è testimonio ad una donaz 
della co: Matilde all'ospedale di Bombiana. Actum in 
Prato Episcopo. 
Pubblicato: Zaccaria: Anecdota M, Aevi, p. 300. 

Savioli: Op. cii. I, p. II, p. 139, N. 84. 
OvERMANN : Qràfin Mathilde in Ttcschien, p. 163 
Muratori: Ant, It, M, Aevi, T. Ili, p. 579. 
Fioravanti : Hist, di Pistoia, 



Arch. S. Stefano (ora Arch. di Stato Boi.) 
1W9. 7 febbr. Indict. VII. — Beatrice co: figlia del q." Ugo co: e 
di Matilde, moglie di Alberto d'Orso dona al monast. di 
S. Bartolomeo la terza parte di quanto essa possiede nel 
bolognese. Actum in Civit. Bonon. 
Pubblicato : Savioli : Op. cìt, I, II, p. 140, N. %7). 



Arch. Cattedrale di Ferrara. 
1099. 9 sett. Ind. VII. — Beatrice co: di Ugone co: vende al mona- 
stero di Musiano tutto ciò che possiede fra Montscalvo, 
Gel loia, Riazo Beccare ed il Rio Vocarolo. Actum in Pla- 
norio. 
Pubblicato: Petracchi: U Abbazia di S. Stefano in Boi,, 

p. 97-98. 



Arch. di S. Cristina di Boi., I, 9. 
1099. 24 sett. Ind. Vili (?) — Beatrice co: di Ugo co: dona ter- 
reni situati nella Plebe di S. Giovanni Toriciano in loco 
detto Malito, alla Chiesa di S. Cristina edificata in Pasteno 
(Settefonti). Actum in ospizio Plebe S. Johannis. 
Pubblicato : Annali Camaldoletisi {MìttSLveWì) III, app. col. 152-3 

Doc. N. 106. 
Melloni : Atti etc, I, p II, pag. 334-5. 



22 






H 



342 R. (iBPUTAZlONB 01 STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

1099. Agosto. Ind. VII. — Alberto co: ed Ugo co: fratelli e figli 
del Co : Guido donano la cappella di Gaviserra alla Chiesa 
di S. M. d' Aspragnano confermando le donaz. paterne. 
Actum Romena. 
Pubblicato : Schiaparelli e Baldasseroni : Reg. di Carnai- 
doli I, p. 256. 
Repetti II, p. 415 (sbaglia la data dicendolo 1006, 

ma è errore di stampa). 
Annali Carnai. (Mittarelli), T. Ili, append. p. 149, 
Doc. N. 104. 



Archivio Nonantolano. 

1102. 4 giugno. Indiz. X. — Milo conte, figlio di Alberto conte, e 

Berta co: sua moglie, concede in enfiteusi vari appezzamenti 

di terra in S. Lorenzo in Colina in curte Castro Cerul[e\ 

Actum in Civ. Bon. 

Pubblicato : TiRABOSCHi : Ahb. di Xon , T. II, p. 218. N. 205. 



Arch. S Stefano (Arch. di Stato Boi.). 
1114. 29 decembre. Ind. VII (nell'atto vi è Vili). — Uberto co: 
figlio di Alberto co: del Contado di Bologna vende alcuni 
terreni in Pianoro. Actum in Castro Planorio. 
Pubblicato : Savìoli ! Op. cit,^ T. I, p. II, pag. 154, N. 95. 



Arch. di St. Bologna Reg. Grosso, pag. I. 
1116. 15 maggio. Ind. IX. — Enrico Imp perdona ai Boi la distru- 
zione della Rocca. Sono presenti vari personaggi di Boi 
fra i quali Uberto co:, Wido co: e Arduino e Conrado di 
Wido. Actum (?) 
Pubblicato : Sa violi : Op. cit., T. I, p. II, p. 150-7, X. 97. 

Arch. dei Co. di Panico Patrizi Padovani. 
1116. 15 nov. Ind. IX. — Mi Ione conte dona a Matilde la sua por- 
zione delle castella di Panico, Montasico e Vignola dei 
Conti dedotta Lamola. Actum in Loco Torexella iuxta flu- 
men Reni et hospitale. 
Pubblicato : Savioli : Op. e/V., I, p. II, p. 159, Doc. 100. 



t.E ORIGINI DEI CONTI DA PANICO 343 

Arch. dei Can. di S. Gio. in Mon. (Arch. di Stato Boi), lib. Ili, N 13. 

1139. 10 luglio. Ind. II. — Ugo di Uberto co: teste ad una inve- 
stitura di beni siti in Poggio detto Lavatura. Actum in 
Burgo S. Apolenaris. 
Pubblicato : Savioli : Op, ctt,, I, p. II, p. 195, Doc. 123. 



Arch. S. Cristina in Boi., C. 5. 
1164. 3 giugno. Ind. IL — Gerardo Vescovo di Boi. conferma al 
monast. di S. Cristina di Settefonti gli antichi privilegi 
fra quali le donaz. di Ubaldo co: e lulitta contessa. Actum 
in Palacio Episcopi Bonon. 
Pubblicato : Ann. Camald., T. Ili, col. 470-472. 

Savioli : Op. ciL, I, II, p. 236, N. 153. 
Melloni : Atti della B, Lucia, 2.* Classe, T. I. 
pag. 95-96. 



Arch. Nonantolano. 
1172. — L'Abbate Alberto concede in enfiteusi 

terreni situati in Curte Cellule (Jula) che confinavano in 
antico coi beni dei figli di Guido conte e di Ugone conte. 
Actum in Castro Cellule. 
Pubblicato: Tiraboschi: Op, cit., p. II, N. 332, p. 296. 



344 B. DEPUTA UONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 



DOCUMENTI INEDITI 



E>oo\jmento ]K^* IL 

DALL'ARCHIVIO DI S. STEFANO 



A.rol-ktvio di Stato di Bologna - B\A»tci 31-907*, N. 10| 



Aaao 1011 - 28 - Mmrxo 

Berti Ilm ConWssa Tedovm del Conte Adalberto concede terremi in enfi- 
teasi md Alberto figlio di Lamberto da Pianoro e figli. 

(Pergawtena mancante di più Mìa mteià infirioTt ed in pesnmo «Ini». 
La parie riwuuta misura mm. 220 X 250J> 

-{- In nomine domini dei salvatoris nostris Jesus Chrìsti teiiì:o> 
ri bus dominiis Serjus Apostolici pontificatni eias in dei nomÌDe 
primo sitqae regnante domino enrigo rex in italia ano boctaTO d^t 
vieximo hoctavo mensis marci indictione nona. In monasterìo suieìì 
bertolomei a|*ostoli in mosìliano territorio bononiensis. Petimm t 
vobis domina berti Ha comttissa relieta bone memorie domino adel- 
berto comens Uti albertus fìlìo lamberto qui vocator de pìanonia 
atque trarardo et aldevrando et lamberto germanis filiis Alberto atq:;^ 
lieredibus nostris li belìo emtìteotecario nomine iure presens die K-b:? 
concedere Mi^a^ ti» rem iuris vestre idest in fùndo libano eK wr 
alias fundoras et looas omnes res illas que fuerunt recta et iabonu 
p-r manum Johannis qui Tocatur de Sabatino cum omnibus et ei 
• •ninibos rebus et p^^ssessiones quantacumque ad iam dictis fpecitori?' 
p^rtiuere in integrum. Una cum tetris v i neis campis [/>rahipa»'nft' 
silcis Siìl^'^'d^^its sacionaifòiis] (*) arbustis arboribus pumiferìs froc:.- 
leris [et ì/ìf'nf.ctif\n's et re^' qu]aciìmqne ad predicta abendo, tenendo, 
}N3>?idendo ['fnli/uuido et disponendo in intef/rum] [a] presenti u* 
un'ibis conseJere (sic) 

Il res^o, per qualche riga fo parte di riga» non è ìmell:jib';>, 
{»oi niani^). 

^'r Le parti stampate in corsiro sono state aggiunte percbè sì pos- 
sano leggere ed interpretare le ultime tre righe. 



I.R ORIGINI OKI CONTI UÀ PANICO. 34& 

Documento J^» Il 

DALL' ARCHIVIO DI S. STEFANO 



(Archivio di Stato di Boloffritt - Busta 31-9e7«, N. 31) 



Anno 10S6 - 6 - Febbraio 

{Pergamena di forma originate (a faìeé^ conservatiesima henehi qua e ìà 
macchiata e sbiadita^ misura nella Sféa massima lunghesea mm. 543, 
e nella massima larghesza mm, 122 J^ 

f In nomine domini temporibus domino benedicto apostolici pon- 
tificatui eius in dei nomine anno sesto. Atque imperante domino 
conratho piissimo pater patria pacifico magno imperatore a deo coro- 
nato augusto imperius eius in dei nomine decimo anno die sexto 
mense febrraio indictione predicta sesta in castro qui vocatur butrio 
ÌD plebe sancti gervixi qui vocatur in lepediano territorio bouoniensis. 
Petimus a vobis leo fìlio quondam martino filio quondam lehonorus et 
guÌDihìlda iugalis atque iobannis filio quondam iobannis de quondam 
ipso leonorus co[n]soprinis et sufia iugalis. liti nobis iobannis filio 
quondam iohanni^^ de laurenza et ingiza iugalis seo filiis et beredibus 
nostrorum per libellum enfiteotico nomine iure a presenti die nobis con- 
cedere dignetis rem iuriis vostre idest infra predicta plebe in fundo 
aquilio qui vocatur brelito pecìa una terra aratoria a pertica decipedas 
mensura[ta] per longo et per ambabus lateribus perticas quindecim et 
pedes quinque et per ambabus capite perticas nove et pedis quinque 
finis eius ab uno latore possident beredibus quondam rigì[zo ab alio] 

latere possident beredibus quondam Alberti comes ter[cio latere ] 

iinbonice (?) comes quarto latere eredibus [petrus de pa]lacio notarlo 

de ipse iura vel si quis aliis [ ] qualiter supralegitur a 

presenti die nobis conce[dere dignetis ut dixi]mus in integrum ad 
abendum tenendum et possidendum [quisquit] nobis oportet super 
ex inde faciendum ad [salva iustitia] dominica persolvendum et 
post completas [heredit^SiS vostra qui sunt petitoris calciarios [danài] 
libello enfiteotecario in hoc ordine reno [ventur t] amen ut ex inde 
inferro debeamus nos [predictis petijtoris vel beredibus nostris vobis 
predictis dominacio vel [ad tuis herediòtis] sìngulis quibusque indi- 
ctionibus pensionis nomine in [aìuenfo denar\ì\in\ uno.... ut dictum 



346 R. DEPUTAZIONE Vi STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

est pensio persolvatur [a pr€d]ìcxis leo et gaìnihiida iogalis tea 
iohannis [et ^ujfia iogalis Tel heredibas nostronim predicta pecn 
terra qualiter su peri as legitur nobis ìohaiuiis et ìngùca iugalis a 
Testris beredibus omni tempore ab oiddì hoinine defensare promìt- 
tìmas si qua vero pars partis a hanc libello enfiteotecarìo ire lem- 
ptaverit et non conserFaTeril omnium qualiter superios kgitnr 

[ ] pene nomine in ai^ntum de solidi daodecim «e 

post pena soluta boc libello enfiteotecarit» sicut superìus legìtor 
omni tempore in sua maneat firmitate. 

Actum in predicto castro qui vocatnr butrio indictione predicta aeiu. 

»I»i«ì«>i« signum manibus leo et guinìhilda iugalis seo iobannì» 
et sufia iugalis qui boc libello enfiteotecario sicut superios legitur 
post roboratam testibus tradita vidit compleTit et dedit. 

» W * M * I ^ signum manibus Leo brinato et teucio filio quoodam 
dominico da curte et vlt\so] filio iobannes de quondam orso et iobannet 
filio quondam martino romancio rogatis testibus. 

Seripta hanc libello enfiteotecario per manum petms Docarin» 
fili quondam ardoino notano rogatus a predictis petitoris superios 
lecti post roborata a testibus tradita vidi compievi et dedit. 



Doc\jmento JV. Ili 

DALL' ARCHIVIO DI S. STEFANO 



Arotkivio di Stcìto di Bolo|rn^ • 3uste 31-037'. >£• 33' 



Anno 1043 - 2 - Luglio 

Ugo Marchese figlio di Valfredo conto concede terreni in eofitean « 
Farolfo di Orso di Azo, a Teazo di Pietro di Axo ed a GaìdoHb 
di Farolfo di Azo, tutti da Robiano. 

(Pernamena corro<ia lunrfo i marffini lateraìù scritta a caratteri larfki 
e righe spcLziof^e. ma molto sbiadita e qua e là macchiata e scwra. 
3/f>iira mm. 4sO X 3*pO ), 

In n ramine domini temporibus domini benedicto apostolici poeti 
fi'-arui eius in dei nomine amno decimo et imperante domino Inrìgo 



\ 



LB ORIGINI DEI CONTI DA PANICO. 347 

rex amno ter[ci]o die secando mensis iulias ìndictlone umdecima. 
Petimus ad [vos o vobis] domino Ugo vir nobilis marfchjione flllus quon- 
dam bone memorie dominus Gualfredus co[mes] [ut] nobis farulfo qui 
vocatur bonomo fìlius quondam urso qui vocatur de Azo seo teuzo 
filius [quondam pe]trus qui vocatur de azo atque gaidulfo qui voca- 
tur morando filius quondam farulfo seo fi[lii8] et heredibus nostris 
per emfiteotecario nomine iure presens die nobis concedere dignetis 
re[m iujriis tue proprietatis qui sunt dominacio idest infra plebe 
sancti marie pago celeri in fundo robiano et in loco qui dicitur 
caselle vel per alias fundoras vel locas et rebus et alode et posses- 
sionibus illis qui fuit et pertinuit nobis (^) da quondam predicto azo 
de ro[biano qui fu]it avio nostro quantocumque nobis predictis peti- 
toris de ipsa rcx pertin[uit vel potujerit pertinere una cum terris, 
vineis, canpis, pratis, pascuis sìlvis, saleotis, sa[cionalibus] arboribus, 
pumiferis, fructiferis cultum et incultum [mobilium et immobilium] 
omnia et ex omnibus que nobis predictis petitoris de ipsa rex per- 
tinet aut potuerit pertine[re om]nia et ex omnibus in integrum pre- 
sens die nobis concedere iubeatis ad abendo, tenendo et possidendo 
et pos conpleti filiis et nepotibus nostris predictis petitoris calciarios 

dandum [ ] renoventur, sic ita tamen ut ex inde inferri 

debeamus nos predictis petitoris vel heredibus [nos]tris tibi qui sunt 
dominacio vel ad tuis heredibus singuli quibusque [amnis] infra indi- 
ctione pensio [no]m[e]n in ariento denarium trex tantum ut dictum 
est pensio persolvatur et ego [scriptjo ugo qui sum dominacio vel 
heredibus meis predicta rex omnia qualiter supralegitur vobis fa[ru]lfo 
qui vocatur bonomo et teuzo et gaidulfo qui vocatur morando pre- 
dictis petitoris vel ad vestris heredibus [omni t]empo ab omni omine 
defensare et autoriare promictimus si qua vero pars [contrja une 
paina emfiteotecario ire temtaverit et non conservaverit omnia qua- 
liter supralegitur de pars partis pene nomine in ariemto de nostro 
auro umcias una et pos[t pena] soluta presens une paina sicut suprale- 
gitur omni tempo in sua manea[t] firmitatem. Actum [in pra]to scor- 
tihito de predicta plebe territorio bononiensis indictione predicta 
umdecima. 

Signum ^ manibus predicto domino ugo dominacio qui une 
paina enfìteo sicut supralegitur fierit rogavi et eis relecta est. 



(*) La parola nobis si trova aggiunta dopo fra le righe sopra le 
altre due voci ptrtinuit da. 



348 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAOMA. 

Signio f + f + f f f manibus bernardo et arardo germania filiis 
quondam vuido; et ilgeprando filius quondam Ildebrando et ardoino ^ 
filius amerigo et vuido filius quondam rofredo et ugo filius quondam 
iberigo et ildebrando filius quondam rainfredo da calvanella et bui- 
garus filius quondam petrus da imola rogatis testibus. 

Serietà une paina per manus aimo notarius rogatus ad predieti 
sicut supralegitur post roborata a testibus tradita vidi compievi 
et dedit. ^^^ 



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L' OROLOGIO DEL COMUNE DI BOLOGNA 

E LA SFERA DEL 1481 



NOTE STORICHE 

e proposte del Gomitato per Bologna storico-artistica 



I. 



U, 



11 ristauro della torre dell* Orologio e la restituzione 
delle sfere e delle decorazioni del quadrante, quali dal 1451 
<lurarono fino al 1558, e in parte anzi fino al 1775, sarebbero 
opere di un pregio singolare, non solo per la bellezza della 
nostra piazza, ma altresì per la storia della scienza. 

Ignorasi perchè nei lavori del 1888 si distrussero le gio- 
conde figure a bassorilievo di Bologna dotta in abito di Mi- 
ner\a e di Bologna grassa in veste di Pomona, che gli artisti 
del sec. XVIII avevano poste ai lati della mostra; ma questo 
fatto, se ridusse V orologio a tutta miseria, quale non fu mai 
così, liberò la via ad un* opera che sarebbe di ben maggiore 
ed inattesa importanza. 

Infatti un prezioso frammento della mostra del 1461, un 
astro fiammeggiante in rame sbalzato, che esiste tuttavia nel 
centro del quadrante, avvicinato a certi documenti d'archivio, 
alle rappresentazioni varie che dell* Orologio trovansi nelle 
miniature delle Insignia dei sec. XVI e XVII, darebbe motivo 
a pensare che T orologio di Bologna, secondo solo a quello 
di Padova per data di costruzione, fu primo ed unico a 
mostrare nel suo quadrante un' imagine del mondo diversa 
<lal sistema Tolemaico. 



350 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Il quadrante di Bologna, per suggerimento del cardinal 
Bessarione, il noto rinnovatore delie lettere greche in Italia 
e delle filosofie Platoniche, avrebbe mostrato il mondo come 
lo supposero nelT antica Grecia i discepoli di Pitagora, e 
anzitutto Filolao di Taranto, cioè « un fuoco centrale, attorno 
a cui roteassero il sole, la luna, la terra, i pianeti e la vòlta 
siderea ». 

Così che r orologio di Bologna sarebbe monumento sin- 
golarissimo nel processo delle idee preliminriri alla conce- 
zione eliocentrica di Copernico, il quale, avendo dimoralo 
qui alcuni anni alla fine del secolo XV stesso, per apprendere 
il greco ed esercitarsi nell'astronomia, ammise poi avere 
tratto argomento al suo famoso sistema dalle opinioni dei 
greci filosofi, e principalmente da quella di Filolao. Cosa 
confermata anche da Galileo Galilei. 

Il fatto rimase isolato, giacché gli orologi di Reggio e <li 
Venezia, venuti dopo a quello di Bologna, continuarono a 
mostrare nei loro quadranti il sistema Tolemaico; ed anzi 
questo prevalse lungamente negli orologi pubblici, anche dopo 
divulgata la invenzione di Copernico. La terra, rimanendo 
sempre figurata nel centro e il sole girante coli* indice per 
le ore del giorno. Ora non basterebbe forse questa specie di 
monumentalità scientifica che si disnebbia da un complesso di 
indizi e di documenti coordinati debitamente, a giustificare una 
ricostruzione del quadrante del 1451 ? 

Oltre a ciò, i documenti d'archivio e i fi-ammenti che 
restano nei magazzini del Comuno assistono ottimamente a 
un'opera di ripristino delle cose decorative e allegoriche di 
cui si componeva la mostra del 1451; non escluso il mecca- 
nismo dei Re Magi, che uscivano e rientravano al battere delle 
ore, le cui statue del secolo XV, dotate di gesti automatici, 
rarissime opere, furono rinvenute nei solai dell'Archiginnasio. 

Per modo che tutto l'edificio dell'orologio può essere 
restituito all'aspetto che ebbe, nel 1492, dopo la costruzione 
della lanterna ottagonale di Giovanni da Brensa, e mantenne 
fino a metà del secolo XVI. 



L* OROLOGIO DEL COMUNK IN BOLOGNA E LA SFERA DEL 1451. 351 



IL 



Era un giorno d* ottobre del 1451 quando V orologio, oi*a 
detto di Palazzo, apparve finito. La piazza dovè gremirsi di 
popolo per vedere la nuova meraviglia, attesa da sette anni, 
giacché la commissione ai due orefici, mastro Giovanni di 
Evangelista da Piacenza e masti'o Bartolomeo di Gnudolo, ne 
era stata data dagli Anziani fino dal 1444. Ed era uno dei 
pi'imi gi'an<li orologi pubblici con mostra e indici delle ore 
che si vedesse in Italia; anzi appena il secondo dopo quello 
costruito dal famoso Dondi a Padova. L'orologio di Venezia 
fu compiuto nel 1499 (^). E in Bologna avevasi soltanto sulla 
vecchia torre del Capitano, nel Podestà^ un primitivo con- 
gegno che batteva le ore, postovi nel 1356 da Giovanni Vi- 
sconti, detto rOleggio, rettore e tiranno, qui mandato dallo 
zio Bernabò. 

All'Archivio di Stato si conserva l'atto con cui ai due 
artefici sopranominati, il 17 dicembre 1444 ('), fu commesso 
di elevare la vecchia torre degli Accursi 25 piedi sopra al 
Palazzo degli Anziani, e di costruire 1' orologio. Il documento 
fu anche pubblicato negli Atti della R. Deputazione di Storia 
Patria da Bartolomeo Podestà (^), ed è pi'eziosissimo, poiché 
l'orologio a fai'si vi è descritto cosi minuziosamente, che a 
noi parve possibile ti-adurlo in disegno, tanto più che eviden- 



(*) Erizzo Dott. Niccolò: Venezia, 1866. Belazione storica artistica 
della torre dell' Orologio di S. Marco. 

Gian Carlo Rainieri di Reggio cominciò l'orologio di S. Marco 
Tanno 1492, dogando Agostino Barbarìgo; e Io fini Tanno 1499. 

(^) Archivio di Stato. Istrumentì, scritture ed altro dalT anno 1440 
alTanno 1445. B. 6. 

€ Instrumentum prò elevatione tnrris horologi et fabrica ipsius ho- 
rologi d. anno 1444 die 17 decembris ». 

(') I primi Orinoli Pubblici in Bologna. Dissert. di Bartolomeo 
Podestà. («Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per 
le Romagne ». Anno Ott«vo, Bologna, R. Tip , 1869, pag. 141). 



352 R. DEPUTA ZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

temente nel magnifico orologio di Venezia il Kinieri di Parma 
prese a modello, per la disposizione e le cose decorative della 
mostra, questo nostro, descritto prima e poi costruito dai due 
orefici bolognesi. 

Traduciamo, riassumendo, la prosa circospetta e prolissa 
di ser Domenico da Manzolino, notaio del Comune. Si obbli- 
gano dunque i maestri < a costruire e infiggere nella torre 
un orologio con una sfera e con uno o più raggi indicatori, 
per modo crie ai riguardanti la sfera mostri il tempo delle 
ore e le ore del giorno e della notte ordinatamente, V età 
della luna e le sue rivoluzioni ». E attorno e sopra la sfera 
essi faranno e porranno < le statue, le figure e il corridojo 
da dirsi >. E cioè € le quattro figure degli Evangelisti dipinte 
di buoni e fini colori e dorate con due statue o figure di 
angeli dipinti che tutte sieno aflìsse e dipinte attorno la sfem 
e il raggio ». E al di sopra della sfera o mostra fai*anno 
« un corridojo lavorato in pietra colle seguenti imagini e 
statue, cioè un angelo alto piedi 4 di terra cotta o di legno, 
dorato e dipinto che rimanga fermo a un canto del corri- 
dojo; una statua o imagine della Beata Vergine Maria che 
abbia in grembo il Signor Nostro Gesù Cristo e sia di piedi 
4 e dipinta come sopra; e un*altra immagine di angelo della 
stessa forma del primo, dipinto come sopra, ma mobile, che 
cioè esca dalT altro canto del coiridojo e cammini pel cor- 
ridojo suonando una tromba davanti a tre statue o figure dei 
Re Magi di legno, dorate e dipinte, tre piedi alte; e passino 
davanti la figura della Beata Vergine e rientrino nella torre 
per una porticella; e appena rientrati l'angelo e i Re, la 
campana suoni le ore. E faranno dipingere o scolpire, di 
sopra la detta sfera e le cose suddette, una figura o imma- 
gine dell' onnipotente Dio Padre, beila, di finì colori, con 
raggi d*oro, sulla quale faranno fare una truna con tre figure 
o immagini di santi dipinte di buoni colori e sopra la detta 
truna una statua o figura del b. Petronio e d'altro santo 
secondo la volontà dei Signori Anziani allora in ufficio, di 
terra cotta marmorata ed alta tre piedi, la quale figura domi- 
nerà le mura della detta torre e le supererà. E sopra la 



l'orologio del comune in BOLOGNA E LA SFERA DEL 1451. 353 

sommità o tetto della torre faranno infiggere o conficcare 
quattro ferri grossi che in alto si incurvino e si riuniscano 
in un solo grosso feri*o in modo da poter reggere il peso 
della campana che vi si deve appendere.... sopra la quale 
campana costruiranno un torresino di buoni mattoni e di 
buona calce con un cappello coperto di piombo affinchè la 
detta campana resti coperta. E sopra il torresino promettono 
di conficcare un vaso rotondo o una coppa rotonda di rame 
dorato della capacità di una quartirola almeno.... » 

È bene notare subito che fino al 1888 il corridojo o 
grande mensola di mattoni su cui uscivano i Re Magi esi- 
steva al suo posto primitivo; lo che ci fu utilissimo dato 
per disporre nel nostro disegno le altre cose descritte nel 
contratto. 

Una nostra tavola mostra come con molta verosimiglianza 
può graficamente ricostruirsi l'aspetto che ebbero la torre, 
il torresino e l'orologio quando nel 1451 apparvero al pub- 
blico, ma che si mantenne appena per quarantanni. 

Infatti, nel 1492, facendosi le allegrezze di fuochi artifi- 
ciali per la elezione di Papa Alessandro VI, si ebbe T infe- 
lice idea di accenderli sulla terrazza davanti 1* orologio. E il 
fuoco si appiccò al tetto della torre e del torresino, si fuse 
la campana, si brucicchiarono alcuni ornati della mostra (*). 
Così che fu necessai'io ricostruire il torneino e riparare le 
cose guaste. Ma nel ristauro T edificio perde il suo severo e 
pittoresco carattei'e medioevale. Giovaniìi da Rrensa, ai'chi- 
tetto e muratore, un mastro Egidio de Montanari, muratore 
anch'esso, un mastro Andrea da Como lapicida, appaiono 
nei Mandali del 1493 intenti al lavoio della torre « che 
nella parte superiore si modificava (que in superiori parte 
ad presens l'eformatur) ('). Ed è però a maestro Giovanni da 

(') Cronaca di Friano Ubaldini. (Bibl. Universitaria) sotto Tanno 
1492). — Podestà: op, cit.^ pag. 154. 

(') All'Archivio di Stato vedansi i Partiti e Mandati del 1493 Mo- 
rirono nelTanno stesso durante i lavori T Egidio Montanari e TAndrea 
da Como, e si vedono sostituiti nei mandati al primo un figlio m. Bat- 
tista, al secondo un fratello m. Donato. 



354 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Rrensa. in quegli anni attivissimo in Bologna, che pare debbasi 
r attuale lanterna ottagonale a cupola sormontata da un tem- 
pietto circolare per la campana: costruzione in cui la qualità 
e i torti delia Rinascenza lombarda sono manifesti. Per altro 
all'edificio di Giovanni da Brensa devesi la giustizia di una 
riparazione. Quando sieno riaperte e vetrate le finestre del 
tamburo ottagonale, ora murate, e i raggi del tramonto Io 
traversino, essa ritornerà appunto la lanterna luminosa che 
il buon maestro lombardo lanciò nell* aria dalla vecchia torre 
da lui scoronata della merlatura, ma ringiovanita di balaustri 
romani. 

Solo nel 1498, riparati anche i minori guasti nelle pitture 
e decorazioni della mostra da un Davide Tomasaccio pittore e 
da un Nicolò di Crevalcore maestro di legname, il giuoco 
dei Re Magi tornò ad agire, mentre suonava la nuova cam- 
pana fusa da m. Prospero di Reggio, quella che tuttavia batte 
le ore ('). 

Per altro è presumibile che la fragile aguglia della truna 
0)1 S. Petronio in su la cima, come quella che spingevasi più 
in alto della merlatura, per il rovinìo del torresino deUa 
campana, cadesse in frantumi, mentre le bertesche sporgenti 
della torre dovettero proteggere abbastanza il resto delle 
statue. 

Dell* orologio non abbiamo trovato quasi piii notizie fino 
al 1550. Soltanto sappiamo dalla Cronaca Raniera (') che 
nel 1535 la campana batteva le ore di 6 in 6 e che Cle- 
mente VII « messe questa usanza quando al vene a Bologna > 
per il famoso ritrovo con Carlo V. I colpi del gran campa- 
none fino a 24 sembrarono lunghi e troppi ai due Sovrani 
che dimoravano nel palazzo e avevano tante cose a dirsi non 
senza rimorsi? Certo molte ore solenni, liete, fosche e tra- 

0) Mandatorum, lib. 22, pag. 176, v. — Ghisblli: Mans.. tomo 7, 
pag. 528. — PoDBSTÀ: op. sue, pag. 155. 

(') Diario Bolognese di Jacopo Bainieri^ <dal 1535 al 1549, ms. alla 
Bibl. Universitaria N. 615. Pabblicato da Olindo Gcerrini e Cor- 
rado Ricci nel 1887 fra i Monumenti Istorici della R. Depataziooe di 
Storia Patria per le Romagne. Vedi pag. 30. 



L* OROLOGIO DEL COMUNE IN BOLOGNA E LA 8PBKA DEL 1451. 355 

giche battè Toriuolo di Bologna in quel mezzo secolo; la 
cacciata di Giovanni Bentivoglio, l'incendio della mirabile 
casa di Strada S. Donato, 1* ingresso di Giulio II, la levata in 
massa del popolo contro i francesi di Chaumont, il ritorno di 
Annibale II, la ruina della grande opera di Michelangiolo, 
r incontro di Leone X con Francesco I, e la sagra di Carlo V 
in S. Petronio. 

In una pagina deìV Insignia del 1550 (') è questa annota- 
zione: « horologium vetuslate colapsum restitutum picturi- 
sque ornatum ». 

Ed è del 1558 quest'altra notizia: < stabilita (intonacata) 
e dipinta la facciata del palazzo pubblico e racconcio l'oro- 
logio e li segni della mostra delle ore ». 

Le quali indicazioni celano, fra gli altri lavori deplorabili, 
un* altra manomissione della primitiva mostra del 1451 per 
cui andarono perdute la riquadratura architettonica della sfera 
colle sculture dorate e dipinte degli Evangelisti, degli Àngioli 
e la tribunetta di terra cotta marmorata sopra la Madonna dei 
Magi. Pur si salvarono la sfera, coi segni delle ore, le costel- 
lazioni dello zodiaco, il cielo azzurro del mezzo coi moti della 
luna, il fuoco centrale di Filolao e di Bessarione. E infatti 
neir Insignia dal 1627 in qua noi troviamo tutto ciò al suo 
posto, mentre attorno la sfera, nell'ampia parete della torre, 
al primitivo incorniciamento di sec. XV vedesi sostituita la 
prospettiva di un loggiato dipinta a fresco con due figure 
adagiate alla guisa di divinità fluviali, forse il Reno e la 
Savena fra cui sorge Bologna. 

Quanto durasse questo affresco, esposto là in alto alle 
intemperie, ignorasi: ma l'Alidosi (') accenna già ad un ri- 
stauro nel 1605. Ed è presumibile che fosse appena una larva 
quando, due secoli dopo, l'orologio fu tutto rifatto da Rinaldo 
Gandolfi, macchina e mostra. 

ih Le Insignia o Blemmi dei signori che erano stati Anziani, mi- 
niavansi in ana pergamena alla fine delTansianato, e spesso aggìunge- 
vasi nna figurazione o ricordo di qualche avvenimento od opera pub- 
bica del bimestre. La serie di queste Insignia va dal 1530 al 1796. 

(*) Alidosi : Cose notabili - Orologi pubblici, pag. 103. 



356 R. DBPCTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Intorno ai lavori del sec. XVIII esistono neil' Archivio di 
Stato parecchi documenti di non poco interesse ('). 

La nuova macchina del 1775 appena in moto, die motivo 
alle più acerbe critiche. E occorse che il Senato provocasse 
perizie e voli dai più rinomati orologiai e matematici del 
tempo per sedare Io sfoggio delie malevoglienze. Ce n'ha di 
un m. Antonio da Praga, di Francesco Tortosa, di Eustachio 
Zanotti, di un Monsieur Viss di Ginevra. Tutti conclusero con 
lodare l'opera del Gandolfi (*). 

Ma importa sopra tutto per lo studio nostro il sapere da 
quei documenti altre notizie intorno le cose esterne ed acces- 
sorie del grande orologio. 

Infatti da un inventario del 9 maggio 1719 apprendesi che 
« r ordegno ilei Re Magi con sua rota, le figure, le canne per 
Tergano col mantice e la campanella » tutto esisteva « che 

(M Archivio di Stato, Areh. del Comune, Areh. di Monisione, Voi. I, 
lib. 1, N. 2a 

Nel 1710 era castode delT Orologio Gio. Frane. Pallari, di cai ìtì 
esiste una petizione agli Assunti di Manizione perchè < ai faccia rifor- 
mare r orologio ponendolo a cicloide, e la mostra con ridarla a mo- 
strare rhore di 12 in 12 alla dritta e non alla sinistra come segna in 
oggi, cosa non meno impropria che di coofasione all'occhio e partico- 
larmente de Forestieri non avvezzi a tale mostraosità ». Il Pallari ag- 
giunge che la spesa « potrà ascendere a lire trecento e ciò a cagione 
della molta manifattura che si richiede a mattare molte cose alla detta 
mostra della Piazza ». 

Ma non sembra che la proposta avesse seguito per allora. 

(^) Archivio di Stato. Areh. del Comune di Bologna, Areh. di Ma- 
nizione, Palazzo pubblico ed annessi, Voi. I, lib. 2. 

11 cartone contiene tutte le carte relative ai collaudi ed alle in- 
chieste per il nuovo Orologio, compreso il preventivo di Rinaldo Gan- 
dolfi (1771) per la sua esecuzione. 

Notevole e favorevole quella di m. Antonio il bataro o da Praga 
che aveva costruito 1* orologio di Forlì. 

La perizia di Francesco Tortosa e Eustachio Zanetti (14 giugno 1775, 
constata che dal 19 maggio al 14 giugno T orologio non variò che po- 
chi secondi nelle 24 ore. E i due chiudono la relazione citando < Mon- 
sieur Viss celebre orologiaio di Ginevra il quale dopo averlo esami- 
nato disse: questo orologio è molto bello^ io non so che ci trovino da 
criticare » 



I/OROUOOIO DEL OQMUNC DI BOLOGNA E LA SI^IRA DIL 1451. 857 

Bon ci manca cesa alcuna » ma tutto guasto ('). E in una 
coiksegna (30 dicembi^e 1777) al Gandolfi è anche indicata, 
olti«e l'organo, < una stella di legno che e si fa vedere nel 
passM^e dei Re Magi » (')« 

Dalle quali annotazioni risulta, cosa non detta nel con- 
tratto del 1451, che nel primitivo meccanismo dei Re Magi, 
all'uscire di questi nel corridoio, erano essi annunziati dalla 
comparsa di una stella «e accompagnati da un piccolo motivo 
d'organo, foiose a simulare il suonare della tromha che l'an- 
gelo alla testa del corteo teneva nelle mani e si metteva alla 
becca mentre compaiMva. 

Giacché, come dissi da prima, tutte le statue del corteo dei 
Magi che ancora esistono nei magazzini del Comune appaiono 
dotate di gesti automatici. L'Angelo di testa alza le braccia 
in atto di suonare la tromba, il paggio frena il cavallo su 
cai è montato, i Re fanno gesto da prima di meraviglia levando 
le liraooia, poi curvano testa e corpo a un profondo inchino. 
Netle iòtografie qui unite ho tentato di fermare cotesti vari 
atteggiamenti che le statue prendevano nel procedere per 
virtù del congegno ideato dai due antichi orefici bolognesi. 

Rinaldo Gandoltì, pur rifacendo nel 1773 o 74 la macchina 
dell'orologio e buttando via anche le sfere primitive della 
mostra, conservò e riattò il congegno dei Re Magi, sicché il 
pubblico con gran compiacenza li rivide muoversi al battere 
delle ore, ma 1* oi*gano non parve riattabile. 

OPer attico dopo qualche tempo i Re Magi non uscivano, e 
fu un nuovo scoppio di satire e ciarle all'indirizzo del povero 

(^) Ivi. Invenlario 3 maggio 1719 del quartiere dov^è l orologio 
pubblico. 

(*) Ivi. Consegna a Rinaldo Gandolfi eletto custode dell* orologio, 
80 dicembre 1777. 

€ .. . Da questo terbadello si entra nella stanza dov* è la mota di 
Carro e Tasse ben grosso di ferro per la macchina dei Re Magi ed un 
Rocchetto mobile che dà il moto alla medesima. Le figure su detta 
mota furono riattate quando fu posto in opera il nuovo orologio. V'è 
una campanella, un mantice per l'Organo e le Canne e la Biella di 
legno che si fa vedere nel passare dei Re Magi ma Porgano e il man- 
tice sono mal in essere ». 

2B 



358 R. DBPOTASIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROM AON A. 

6aDdol6. Ma Eastacchio Zanotti, in un rapporto alle Signorie 
Nobili ed Eccelse del Senato (14 giugno 1775), schernendo i 
blateratori dell'amico Gandolfi, dopo di avere con un nuUa 
rimesso in moto il giuocolino dei Re Magi scriveva: « quale 
grande opera al fine si è avuto a fare? Eccola. Levare in 
men d' un minuto un pezzolino di pietra, in cui le Maestà 
orientali intoppavano per via, mettere un quattrino sotto il 
perno su cui si aggirano per sollevarle alcun poco, ungere 
con un pò* di songia la loro strada e poi mandarle al buon 
viaggio che esse ogni giorno proseguono felicemente > (>). 

La nuova mostra dell'orologio, senza più alcun bagliore 
delle vecchie sfere smaltate d'azzurro e dorate, dovè poi 
parere squallida ai Signori Difensori dell* Avere del Comune, 
e ai 28 marzo del 1774 deliberarono che « colla maggiore 
» possibile economia si abbia da aggiungere qualche orna- 
» mento alia facciata dove è collocata la mostra > (*). Cosa 
che fu presto fatta col modellare di stucco e in posto, a pie 
del quadrante, le due figure che vi rimasero sino al 1888, di 
Bologna dotta quasi in abito di Pallade e di Bologna grassa 
colla cornucopia di Pomona. 

Anche i Re Magi dell'orologio di Bologna la rivoluzione 
francese detronizzò e chiuse in segreta. La Cisalpina a Bologna 
non decapitò aristocratici vivi, ma peccò spietatamente contro 
la storia e le vecchie gradevoli cose della città. 

Fra le vittime furono nel bel palazzo degli Anziani quanto 
rimaneva dell'antico balcoDO del 1385 col Bonifacio Vm in 
cima e il congegno dei regali automi del 1451. Il celebre e 
dottissimo Schiassi raccolse il Bonifacio Vili, donatore di 
Bazzane, nel museo della Università; ma i Re Magi non ebbero 
autorevoli protettori. Io li trovai, parecchi anni or sono, nel 
buio dei solai dell'Archiginnasio; irriconoscibili, quasi fra il 
pattume, da gran tempo conviventi coi topi e i pipistrelli. 
E Baldasarre, il re moro, mancava dei tre. Mancava ancora 
la Madonna col bambino, chi sa come elegante e pia madonna 

(1) Ivi. Perìxia Tortosa e Zanottì 14 giugno 1775. 
(^ Iti. Manixione. Filza 1774, pag. 170. 



L* OROLOGIO DBL COMUNE DI BOLOGNA B LA SFERA DEL 1451. 369 

del quattrocento, che per oltre tre secoli ad ogni scoccare di 
ore aveva visto gli inchini dei Re e i salati del popolo. Dove 
sarà essa? 

Della ruota di ferro, dell' ew^e ben grosso di ferro, del 
rocchetto mobile, delle canne d' organo con mantice e di 
quant' altro relativo alla macchina dei Re Magi è nota in un 
atto di consegna a Rinaldo Gandolfi del 30 dicembre 1777, 
più nulla trovai nella camera della torre. Sembra per altro 
che parte del vcchio congegno funzioni da tempo come mac- 
china per agevolare 1* elevazione quotidiana del grave carico 
dell'orologio. 

In ogni modo, dopo tante notizie di distruzioni si può an- 
che afiferinare come ali* arte e alla meccanica odierna sarebbe 
facile riparare a tante perdite e restituire nel nostro grande 
Orologio non solo la gloria decorativa e scientifica delle sue 
sfere, ma anche l'attrattiva dei suoi antichi automi, fortuna- 
tamente salvatisi; più antichi di quelli che a Venezia, nell'oro- 
logio di Piazza S. Marco, vedonsi ancora uscire e rientrare 
al battere di mezzodì e sono citati nelle guide come una pic- 
cola meraviglia ed unica dell'orologeria italiana del quat- 
trocento. 

III. 

Che il famosissimo Cardinale Bessarione^ Legato di Ni- 
colò V, in Bologna desse consìgli e ordini secondo le idee 
sue nella formazione del quadrante risulta chiaro dal libro 
dei Mandati (1454-1456, foglio 171) (^). Nel decretare il saldo 
a Giovanni Evangelisti di Piacenza prò horologio palata, egli 
stesso il Bessarione dice di avere voluto che gli artefici ag- 
giungessero e facessero alcune cose e particolarmente certe 
sfere nella mostra alle quali non erano tenuti pel contratto 
e pel disegno primitivo (non nulla alia in eodem (horologio) 
de nostra speciali commissione et mandato sicuti sunt certe 
sphere). 

(>) Podestà Bart. : (Op. eit), pag. 165. 

Vi è riportato per intero il mandato (22 mano 1455) del Cardinale 
Bessarione Legato. 



960 B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PEK LA B03IA6NA. 

E a questa indicazione io mi peimetto di dare an* impor> 
tanza gi^andissinia. 

Il difensore dei Pitagorici e di Platone, nel rinnovato di- 
battito fra Liceo ed Accademia, pur ammh-ando Anstotile pi-e- 
feriva Platone. Egli nota volentieri che non solo nella trat- 
tazione delle cose divine e metafisiche questo superava Ari- 
stotile, ma spesso nelle naturali fin dall* antichità ellenica si 
consentiva e si doveva consentire con Platone (^). 

Oi'a questi, secondo Teofrasto e Plutarco, in sua vecchiezza 
aveva riconosciuto, a differenza di Aristotile, che la terra non 
poteva essere al centro dell'Universo; ma, accostandosi alle 
antiche opinioni pitagoriche, egli assegnava quel posto a qual- 
che cosa di più degno o etereo. Lo Schiapparelli in una mi- 
rabile memoria sui Precursori di Copernico nell'antichità, 
che basterebbe alla celebrità di uno scienriato, asserisce e 
prova anzi che Platone conobbe e adottò la dottrina di Filolao 
sul fuoco centrale (*). 

Ed è però facile pensare che il Bessarione tenesse anche 
a questa dottrina Pitagorica cosi giustificata dal suo grande 
e divino maestro. 

Bessarione si occupava con passione di astronomia e di 
matematiche nelle quali, come asserisce il Voigt, fino da gio- 
vane monaco fu istruito dal famoso Pletone per desiderio di 
Dossiteo arcivescovo di Dorion (^). Pur troppo cotesta bella 
figura di filosofo e di eruditissimo, pieno di ardore mite e 
luminoso, è poco conosciuta; e lo stesso Enrico Vast (*), il 

(') Btsnarionis Card. Sicenisin caìumniatorem Pìatoitis^ libri qaattor. 
Venettis in aed. Aldi et Andree socerì. Sept. MDXVI, pag. 4 e seguenti. 

(^) Schiara KRixi G. V.: / precunori di Copernico nàiP tmiiekHà. 
Bieerehe storiche, (Pobblicasioni del R Oaservatorio di Brera in MiUno. 
N. III. Ulrico Hoepli, ed. 1873). 

Queste ricerche furono lette dalPaatore al R latitato Lombardo U 
20 febbraio 1873 in occasione del 400.* anniversario della nascita di 
Nicolò Copernico. 

(') VoiGT Giorgio: Il risorgimento della letteratura classica ossia il 
primo secolo dell' uwianesimo. Tradmione di D. Valbnsa. Pirenxe, edit. 
Sansoni. 1890 Tom. II, pag 107. 

{*) Hknri Vast: Le card. Bessarion. Paris, Hachelta, 1878: 1 toI. 



1/ OROLOGIO OBI. COMONB DI BOLOGNA B LA 8FBRA DBL 1451. 361 

priiMQ che recentemente ne abbia dato an ampio studio biogra- 
fico, lascia in penombra quanto ìi Bessarione tentò, consigHò 
e operò nella filosofia della fisica; ad esempio, per avvicinare 
i celebri astronomi tedeschi Peverbach e Muller, alle specu- 
lazioni scientifiche degli antichi greci. Egli fu a volerli in 
Italia, dove appresero il greco e conobbero quanto sopratutto 
r antico autore dei Placiéa Philosophorum ci tramandò di 
Pitagora, di Filolao, di Platone e delle loro idee cosmogoniche. 
Un libico codesto che il Bessarione cita volentieri nella sua 
difesa di Platone e che foi'se egli aveva portato seco dal- 
l'Oriente, se pure quell'opera attribila a Plutarco non era 
già in Italia tra gli altri appunto di Plutarco portati di Grecia 
da Giovanni Aurispa nel 1423 (*). 

Devesi a questo contatto coi rilosofi greci sotto gii au- 
spici del Bessarione se P astronomia prese a liberarsi dal 
1* astrologia. 

Giovanni Muller, detto il Kegiomonlano, che i Tedeschi 
considerano come < il riformatore dell'astronomia » e il Pe- 
verbach « di cui r opera sui movimenti dei pianeti esercitò 
tanta influenza », scrive il Jansen, sopra Copernico corrispon- 
devano già da tempo col Bessarione, prima che, incoraggiati, 
sostenuti da lui potessero pubblicare i loro studi che < apri- 
rono nuove vie alla scienza » come pare alla moderna cri- 
tica tedesca. Il Muller scrisse in Venezia, nel chiosti'o di San 
Giorgio, la sua opera di letteratura matematica che ha ser- 
vito di base alla trigonometria moderna; ma egli non era solo 
un teorico. Nella sua officina di Norimberga, l'amico di Bes- 
sarione fabbricava e modificava orologi pubblici. cost;*uiva 
strumenti astronomici, disegnava carte nautiche che colle 
Effemeridi da lui redatte bastarono a Colombo, Vasco di 
Gama, Cabot e Magellano per avventurarsi nell' Oceano ('). 



(1) Sabadini R.: L se coperte dei codici ìaUni e greci nei secoli XIV 
e XV. Firenie, ed. Sansoni, 1905. Gap. II, pag. 24. 

(«) Janssens G. : L' Allemagne et la Reforme. Traduit de rallemand, 
avec préface de G. A. Heinrich doyen de la Faculté des Lettres de 
Lyon. Paris chez Plon. 1887. Voi. I, pag. Ili e srgaenti. 



362 R. lìBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAONA. 

Pur troppo la corrispondenza di Bessarione con questi 
scienziati del suo tempo andò perduta. Ninna traccia nem- 
meno alla Biblioteca Marciana di Venezia, fra tutte le pre- 
ziosità di codici e di carte che il greco Cardinale legò mo- 
rendo alla Serenissima e per la quale il Sansovino architettò 
poi cosi meravigliosa sede. Se quella corrispondenza esistesse 
noi vi troveremmo per certo accenni ai pensamenti di Bes* 
sarione in materia anche astronomica. 

La materia era delicata, in quei giorni della prima Rina- 
scenza. I Papi furono subito ostili alle dottrine platoniche. Lo 
stesso Enea Silvio Piccolomini, una volta Pontefice, sconfes- 
sando non poche idee di gioventù, perseguitò fieramente fino 
alla tortura parecchi neo- platonici e peggio sarebbero ite le 
cose, se Bessarione non avesse colla sua autorità salvato e 
nascosto nei suoi palazzi i perseguitati, e finalmente colla fa- 
mosa apologia di Platone arrestato, per allora, 1* Inquisizione 
Romana, ligia tutta ad Aristotile. Una gran luce, benefica e 
quasi celeste, irradiò dalla sua tesi « le dottrine di Platone 
essere più concordi ed affini alle cristiane ». 

Non è detto, ma forse a Roma si avevano in sospetto 
cotesto idee pitagoriche e platoniche anche per la loro pro- 
iezione nel campo della fisica cosmica e tellurica e in un 
senso cosi contrario alla vecchia opinione della immobilità 
della terra, al sistema aristotelico e tolemaico che solo pai*eva 
concordare colla Bibbia. 

Dopo ciò è ovvio arguire 1* indole delle modificazioni che 
il Bessarione potè volere nel quadrante dell'orologio dise- 
gnato^ dai due orefici nel 1444 e che si stava lavorando, e 
quali fossero le certe sfere da lui desiderate e aggiunte, qui 
nel silenzio della sua pacifica legazione di Bologna. 

La più antica miniatura delle Insignia che riproduce Toro- 
logie del Comune è del 1627, ma in altre degli anni 1647, 
1658, 1669, 1701. 1730 lo si rivede e in talune in modo ab- 
bastanza nitido. E sempre la mostra porta indicato nel centro 
il nucleo fiammeggiante, a raggi d' oro, che campeggia su 
fondo azzurro circondato dai segni dello Zodiaco. 



1/ OROLOGIO DEI. COMUNI DI BOLOGNA E LA SFERA DEI. 1451. 363 

Quando nel 1775, rifacendosi da Rinaldo Gandolfi la mac- 
china delPoriaoIo, si buttò via anche 1* antico congegno della 
mostra che quasi tutto durava ancora^ il prezioso frammento 
della primitiva sfera centrale parve buono per decorare il 
mezzo della nuova mostra non più a dischi metallici concen- 
trici, ma tutta di muro, e vi fu infisso. 

Né può valere il dubbio che quel rame sbalzato e dorato 
potesse rappresentare il Sole od essere cosa moderna. É fatto 
troppo significante in quel corpo stellare fiammeggiante l'as- 
senza di ogni antropomorfismo con che il disco solare fu mai 
sempre figurato nel medio evo e dopo ; e d* altra parte il 
nostro rame sbalzato, per disegno e tecnica ha troppo i carat- 
teri di opera arcaica. 

L* antropomorfismo non fu mai applicato dalTarte anti- 
chissima o antica alla figura delle stelle ; esso non andò oltre 
il sole e la luna come se in questi corpi soltanto l'arte ve- 
desse divinità fisiche collaboranti coli' uomo e collegate al 
suo destino e quasi dei simili celesti. 

La forma di stella fiammeggiante conveniva invece per 
l'arte aìV etereo corpo degno di essere centro all'Universo 
secondo Platone ; al fuoco centrale in cui Filolao diceva essere 
il principio animatore dell'Universo, il legame e la misura 
della natura, invisibile dalla terra per l'interposizione dei- 
V antiterra o antichthon, visto dal sole che ne materializzava 
la luce per rifletterla sulla terra; attorno al quale centro i 
pianeti, il sole, la luna e la terra roteavano in un giorno, la 
terra descrivendo un circolo obliquo rispetto ai circoli descritti 
dal sole e dalla luna, ma nel medesimo senso cosi da produrre 
il giorno, la notte e la rivoluzione apparente degli altri 
astri (■). 

(') Bruchrri Jacob: Hisioria critica philosophiae. Lipsia, An. 1767, 
Tom. 1. — Borcrh : Phiìoìaos dea Pythagoràers Lehren und Bruchstuche 
9ein€$ Wcrkea. Berlin, 1819. 

11 Boeekh ha raccolto e ordinato tutti i frammenti sparsi di Filo- 
Uo. Egli pone che Filolao di Taranto visse fra la 70.* e 95.* Olim- 
piade, cioè dal 500 al 400 avanti Cristo. 



364 R. DBPUTA2l01fK DI STORIA PATRIA PBR LA ROIfAe<«A. 

Tali le sfere celesti che il Bessarione, nel suo dotto dMet- 
tantismo astrouomico, dovea ammettei^^v così fervoroso instau- 
ratore, qual' era e si diceva, delle teoriclie del suo divo Pla- 
tone che continuò in Grecia le idee dì Ftlolao e delia Scuota 
Pitagorica italiana ('). 

Il disegno del quadrante che Giovamit di Evangelista e 
Bartolomeo di Gnudolo consegnarono nel 1444 ai signori 
Difensori dell'Avere del Comane pur troppo andò perduta. 
Avevano essi promesso nel contratto dì fare all'orologio ma 
sfera con uno o più raggi o indici sicché si potessero vedera 
il tempo delle ore del giorno e della notte, lo stato o età 
della luna e le sue rivoluzioni. 

L' indicazione è troppo generica per suggerire a quale 
sistema i due orefici si fossero attenuti per disegnare Pim- 



Il Bmeker nota (Tom. I, pag. 1139) ehe < rekgaat« eooeesi«Be 
del fuoco centrale nel sistema del monda non fu solo di FilelaA, mtk 
di tatta la scuola italica e che deriva direttamente da. Pitagora >. 

Brncker riporta la tradizione che Platone, in uno dei sooi viaggi 
in Italia, comprasse da Filolao quanto questi serbava di scritto da 
Pitagora o dì trascritto dt^lle lezioni di lui 

(1) Lo Schiaparelll nel suo dottiesino lavoro sopra citato ba, e«lle 
testimonianze degli scrittori greci, spiegate e coordinate al lame di uaa 
critica a lui solo, astronomo e grecista, concessa, mostrato quale svol- 
gimento ebbe in Grecia T antichissima dottrina di Pitagora e di Filolao, 
la quale man mano arriva a trasformarsi in una concezione chiara- 
mente eliocentrica (nel III secolo avanti Cristo) enunciata da Aristarco 
di Samo, che insegnò < il sole e le altre stelle star ferme e maoTeni 
la terra ^. Prima di lui Eraclide Pontico, discepolo di Platooo (910- 
370) aveva sostenuto la rotazione diurna della terra intorno al proprio 
asse e posto il sole al centro dei movimenii di Venere e Mercurio. Per 
altro è forse frutto di illuminate interpretazioni moderne dei passi di 
Plutarco, di Stobeo. dello Scoliaste di Aristotile, di Archimede, che 
alludono alle idee di Aristarco, hi certezza acquisita ora che la filosofia 
scientifica greca mercè Aristarco di Samo, primo a indoThiare e a eal- 
colare dimensioni immense nel sole, arrivasse alla coneeaioiie él «o 
sistema eliocentrico. Nel secolo XV la chiareasa nitomo airoptaione 
precisa di Aristarco forse mancava. E però spiegasi come Bestarìone 
si fermasse ai passi più nitidi e certi di Plutarco, relativi a Filolao e 
alla sua teoriii del fuoco centrale dell'universo. 



l'orologio DSL COMUNE DI BOLOGNA E LA SKBRA DBL 1451. 

magine del mondo nel loro quadrante, ma d'altronde è ovvio 
peBdare che le loro idee o i anggerimeiiti degli astronomi 
del tempo non potevano uscire dalla visione Aristotelica e 
Tolemaica del cosmos, Tunica prevalente nelle scuole eccle- 
siastiche e filosofiche. 

E però ae nell'antico quadrante dell'orologio di Botogna» 
era quel centro a stella fiammeggiante, anzi che il gl#bo 
oscuro della terra come ancora vedesi in tutti gli antichi 
orologi ; questo dovè essere pensiero e volontà di Bessarione. 

Benché io mi lusinghi di avere col favore degli indizi 
i*accolti disn#hbiato questo momento degli ozii filosofici del 
Bessarione, è deploi*abile che cosi poco resti delie sfere da 
hii volute e che niun cronista del tempo fosse in grado di 
notiinie la novità singolare. 

Il fatto dovè rimanere argomento di conversazione nel 
manipolo di dotti che il Legato filosofo raccoglieva in palaszo 
e che il pittore ferrarese maestro Galasso ritrasse atlonèo 
all'effigia di lui in un afl^resco alla Madonna del Monte, fra 
cui il Ghirardacci potè ancora riconoscei^e il grecista Perotto. 
Affresco forse perduto, forse i^ascosto^ ma che varrebbe la 
pena di ricercare, se avvenisse mai che soi^ssesso giorni 
migliori per Palazzo Aldini (*). 

Mentre Bessarione rimase a Bologna furono nello Studio 
fra i lettori di Astronomia e Matematica un Martino di Po- 
lonia e un Alberto di Cracovia (*). A questi non potè sfug- 
gire la novità scientifica dell'orologio che il Martino anzi 
vide, egli stesso, scoprire nell'ottobre del 1451. 

Forse que' due lettori polacchi furono Ira i maestri che 
il Legato convocava in casa sua. E' inutile spiare le più sot- 
tili vie che le cose e le idee tengono da luogo a luogo, da 
bocca a bocca. Quando nel 1496 Nicolò Copernico venne da 
Cracovia a Bologna, aveva già studiato astronomia nella 



{^) Ghiiiakdacci: Historia ecc. aotto Tanno 1455 

(*) Veggasi nei MoMi pubbHcati a cura della R. Deputasione di 
Storia Patria in oceasiene delT Vili Centenario delT Università di Bo- 
logna sotto Tanno 1450-51, 14r>4-55, 1455 56. 



366 R. DBPOTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAONA. 

Università delia sua patria. Qui rimase fino al 1500 alter- 
nando forse alle lezioni di Cedro Urceo (^), frequentate (come 
il Codro stesso dice) non solo da studiosi di lettere ma da 
astrologi e da medici^ le osservazioni e i computi d'astro- 
nomia neir intimità con Domenico Maria Novara lettore del o 
Studio e celebre per le sue scoperte intomo i movimenti del- 
l'asse terrestre. 

E* certo, per testimonianza sua stessa , che Copernico co- 
nobbe dagli scrittori greci e massime da Plutarco, il sistema 
di Filolao e degli altri Pitagorici e che la libertà loro di 
pensare mobife la terra, sia pui*e attorno a un fuoco centrale. 
gli fu sprone e lume « a cercare una più certa ragione di 
movimenti nella macchina del mondo (') > ; ma è anche vero 
che il fortunato inventore del sistema eliocentrico moderno 
dimorando a Bologna, potè vedere nell'orologio di piazza 
nostra Punica figui*azione congegnata della macchina dei 
mondo secondo la teoria Pitagorica. Anzi egli assistè nel 1498 
al momento ricordato con festa dai cronisti in cui Torologio, 
dopo r incendio del 1492, riapparve riparato anche nelle sue 
decorazioni d'oro e di pittura, coi Re Magi novellamente in 
moto, colla terra mobile^ con un astro fiammeggiante ai 
centro dell'immagine del mondo. 

Alfonso Kubbiam 



VM Malagoi.a Caklo: Codro Ureeo. Le notizie pobblioate io qae- 
»V opera dal ehimriMÌmo Malagola, relative a Nicolò Oopemieo e alla 
«aa permanenia in Bologna, farono tratte dagU atti dell'antico Collegio 
Uermanioo, conservati nelT Archivio Malvesai Medici. 

(*) Queate parole di Copernico sono nella dedica della soa opera 
a Paolo IH. Ivi ancora Copernico ciu per intero il passo di PlnUico- 
(ÌM Piae. PhiU lib. Ili, cap. 13) < Filolao Pitagorico dice la terra 
aggirarsi intorno al fuoco secondo nn cìrcolo obliquo allo stesso modo 
ohe il sole e la Iona ». Schupahkuj, op. et*., pag. H e 9 



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91 I 



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L' Orologio di Palai 



Il quadrante del 1774. 
L' Orologio di Palasszo. ' 



Il i|iimlrante dopo i l.iv 



L' Orologio di Polazio. 



L' Orologio di Venezia (1492-1499). 



L' Orolof(io <li Pkla; 



i miniatura delle Intiignia del sec. XVII. 



L' Orologio <li Palft7^70. 



L' nntico balcone degli Anziar 
e Ift statua di Bonitazio VITI. 



MARCO ANTONIO FRANCESCHINI 

nel Palazzo di Giustizia in Bologna 



N, 



el 1680 Marco Antonio Franceschini ^ in casa Ranuzzi 
» dipinse nella volta di una stanza la Fortuna, con molti fan- 
» ciulli, operazione sommamente ragguardevole ». Cosi, meno 
che succintamente e decentemente, il biografo del pittore, 
Giampietro Zanetti: poi, da lui fino a me nel 1905, più nulla: 
silenzio e buio pesto. Ma nel \90ri, in un opuscolo mio per 
una chiesa, scrissi, e adesso di nuovo scrivo: « nel Palazzo di 
» Giustizia, su per la volta di una stanza, la Fortuna che 
» dietro si trascina a volo Amor bendato e catenato, nel 

> mezzo, e gli Amorini nei lati che tìlano e battono colla 
» rocca e col tombolo i leoni, che li chiudono nelle reti, che 

> saettano, che tirano di spada, e negli angoli le quattro 
» stupende Stagioni, si logorano tutti inosservati sul cnpo del 
» disgraziato litigante che caduto in quella nuova bolgia non 
» vede l'ora di scapparne fuori, o dell'arcigno od ozioso 
» usciere che si gode di avvolgerli in nuvole di fumo pesti- 
» leuz'ale, in compagnia del ragno silenzioso che su vi tesse la 
» tela ». 

E scrivo cosi di nuovo, perchè cosi è tuttora. Ma nono- 
stanto il fumo, le tele dei ragni, ed aggiungo anche la pol- 
vere, il sole, i riflessi di luce indiscreti, la frequenza e il 
passaggio continuo d' ogni sorta di gente, tribolatori e tribo- 
lati, questa volta maravigliosa è cosi fresca e nuova e mo- 
derna, come se ieri soltanto ne avessero rimosso i ponti. La 



368 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

rotonda centrale è sostenuta da otto termini collegati da fregi 
nel primo giro, non dei soliti giganti che si contorcono di 
coliche, o dei soliti satiri dalla bocca sgangherata, dal ghigno 
bavoso e lascivo, ma di belle e ben fatte donne giovani nude, 
in pose diverse, quale girata avanti, quale di fianco, quale 
indietro: è rallegrata da quattro medaglioni di piccole ed 
espressive figure mitologiche. Narciso al fonte, Danae e Giove, 
Salmace ed Ermafrodito, Endimione e Diana, fiancheggiati da 
fregi nuovi, diversi dai precedenti, nel secondo giro: è finita 
in un disco a punte nel terzo giro, disco che segna il mezzo 
della volta. Medaglioni, termini e fregi, tutti a chiaroscuro, 
risaltano sul fondo che è di un color giallo uguale; e più 
risihano le due stupende figure della Fortuna e di Amore, 
gi*andi e colorite al naturale, liberamente laneiate a volo 
nello spazio. La Fortuna in sembianza di bellissima giovane 
bianca rosea e bionda, tutta nuda le splendide forme e o»mi, 
se non se difesa appena sulle anche da un lungo e svoh»- 
zante panno azzurro, che termina ad avvolgere il br»eeio 
sinistro: la Fortuna, data la folta e initihin te capigliatura per 
ora al solo vento che da tergo la incalza, si strascina (Me4re 
sen/.a pietà Amore bendato e incatenato; povero Amore, reo 
di mille delitti è vero, ma quanto duramente punito! Non 
vede lume, perchè gli hanno annodato una fitta benda sugli occhi: 
non può difendei^i, perchò gli hanno tolto l'arco e le frecce, e 
legate le mani dietro al dorso con una catenella di ferro, che 
la sua nemica si tien doppiamente stretta ; e vola a caso, a 
sbalzi, a strappate, e tenta inutilmente di fuggire, e porta sul 
viso, ancor roseo e pafl*uto, impresso il dolore dei mali trat- 
tamenti, scolpita la vergogna della sconfitta e prigionia, mentre 
essa, la bella donna, esprime nella faccia e nel gesto l'ira 
che le suscita l'odiato fanciullo, il piacere che prova di trion- 
farne, di tormentarlo, e par che gli dica: « ah finalmente 
> ci sei cascato! adesso ti accomodo io! » Può essere naa 
satira, può parere una vendetta anticipata e profetica sol 
nostro secolo bottegaio. 

Scendendo ora dalla volta al cornicione della stanam. con- 
sideriamo con quanta arte il pittore abbia disposto e agfrvp- 



M. A. FKANCB8CHIN1 NBL PALAZZO DI <ilU8TIZIA IN BOLOGNA 369 

paio tutti quei venti Amorini ignudi, dei quali voleva pur 
rallegrar l« pareti. Amorini felici, di incoro |>arabiie bellezza, che 
non banno rivali, fuor che nelle altre opere del Maestro. 
Formate quattro lunette ed ornatele con ogni sorta di fi*egi, 
fogliami, nastri e svola/zi capricciosi e delicati, egli vi collocò 
dentro i suoi bambini, oinque per ogni lunetta. Io comincio 
a descriverli da quella che per ragion di tempo è la prin)a, 
perchè è posta tra le figure della Primavera e dell'Estate, 
da quella cioè che contiene gli Amorini saettatori. Sono tutti 
ii^tenti a tirar d'arco e guanlano in alto contro il disco della 
volta, nel quale banno già infisso tro freccie, ma non per 
semplice diveKimento. Li infiamma la p:enerosa idea di libe- 
rare il loro capitano pi igioniero della Fortuna, e per fermare 
la vincitrice nel suo rapido volo, si provano di inchiodarle 
il ciuffo contro il disco del mezzo con uno dei loro strali. 
Due hanno fallito lo scopo, ma il terzo lo ha quasi raggiunto, 
la freccia ha sibilato fra i capelli della dea: il quarto lo 
raggittugerà. Dei cinque arcieri alati intanto, il primo chino 
a terra leva una freccia dal turcasso; il secondo ha tirato 
or ora ed è ancora in posizione; il terzo e il quarto, ristretti 
insieme e appoggiati sull'arco allentato, giudicano i colpi; il 
quinto mira e sta per saettai e ; un turcasso pieno di frecce 
gli è vicino sul terreno. La targa dorata sottoposta dice: vara 
ams in terris. Infatti la Fortuna è ben difficile da cogliere 
in que>to mondo ^ 

Ma nella seconda lunetta la guerra è diversa, è scher- 
zosa. Cinque Amorini, due alati e tre senz'ali, hanno avvi- 
luppato tre leoni dentilo una rete di corda, e si vedono attra- 
verso le maglie le grosse teste mansuete delle belve, rassegnate 
al giuoco, starsi in riposo e lasciar fare. Ora quei cinque 
{aocialli si affaticano a chiudere stabilmente i leoni in trappola; 
e i primi tre tengono strette con ambe le manine le due 
estremità della rete, e vi gravano anche cdI peso del picciol 
corpo; il quarto vi passa frettoloso per il lungo a cucirle 
insieme con un ago da stuoia infilato di spago, il quinto va 
dietro a costtri col gomitolo in mano. E dice la sottoposta 
leggenda: praehent speetacula capti. 



370 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Stando all' iscrizione sottoposta alla terza lunetta, in causam 
damni praesicU uterque sui, vi si tratta, come adesso si dice, 
di una partita di onore seria, più che il luogo e i combat- 
tenti non facciano credere : se pur non vi si rappresenta una 
sfida ad armi cortesi per isfo;cgio di abilità, e col premio al 
vincitore dello stendardo e dello scudo che portano i testi- 
moni. Due Amorini fermi sul davanti, in guardia da provetti 
schermidori, tirano di spada: uno, volto il dorso a noi r guar- 
danti, va a fondo; il suo avversario, piantatoci di fronte, para 
freddamente e stringe nella mano libera e levata un drappo 
color di rosa. I due testimoni del duello stanno più indietro 
e guardano attenti; il primo, in piedi, regge con la sinistra 
uno stendardo e vi s* appoggia; il secondo, in ginocchio, sol- 
leva uno scudo lucido e rotondo. E finalmente un quinto 
Amorino, nell'estremità sinistra delia pittura, siede, osserva 
e tiene una picca fra le mani. Di tutti, soli i due combattenti 
hanno le ali. 

Oh che lotta gioconda è quella della lunetta quarta, di 
nuovo fra Amorini e leoni! Lotta per modo di dire, perchè, 
come i leoni irretiti di rimpetto non fanno resistenza ai loro 
carcerieri, cosi questi due si pigliano in santa pace i pun- 
zecchiamenti e le busse dei loro piccoli tiranni. Qui da un 
lato la belva apre la bocca per giuoco e guarda con occhio 
dolce e carezzevole il fanciullino che le è montato addosso, 
l'ha afferiata per un'orecchia con una manina, e con l'altra 
le leva in capo, arma per verità poco temibile, un fuso; in 
mezzo due Amorini sono alle prese con il secondo leone che 
non si difende meglio del primo ; e mentre di essi uno lo 
punzecchia con una rocca, l'altro alza quanto più può a due 
mani un tombolo per batterglielo in testa. Un Amorino più 
grande, ritto in piedi e solo fra tutti alato, guarda e ride e 
fila, portandosi la conocchia legata ad armacollo con una 
cordella verde; e nella estremità una bella ragazzetta bionda, 
sola e nuda fra tanti maschi nudi, odiosamente sdraiata sul 
ventre, alza gli occhi e guarda e si gode di quel tramestio. 
E sotto la leggenda afferma : jiis dcUum sceleri. 



M. A. FRANCK8CHINI NBL PALAZZO DI GIUSTIZIA IN BOLOGNA 371 

Arrivato a questo panto, io non impiegherò troppe parole 
a dir le lodi di questi incomparabili bambini, varii uno dal- 
r altro di viso, di corpo, di gesto, di espressione, ma fiori 
tutti di bellezza, di grazia, di salute, ma esemplari tutti di 
venustà e formosità, infantile, ai quali nulla manca o manca 
solo la vita e la parola. Del resto le fotografie del bravo 
Poppi li hanno resi abbastanza popolari qui in Bologna, ed 
ognuno può vedere anche in esse che non vi è martello di 
critica che li sappia intaccare. Dico soltanto che se io fossi 
un signore e se fossi il padrone di questo pala/,zo degno di 
re e di imperatori, il quale, fabbricato dai Ruini, posseduto 
e abbellito prima da essi, e successivamente dai Ranuzzi, dai 
Baciocchi, dai Grabinski, è capitato da ultimo in potere di 
Madonna Giustizia e vi si trova male, se fossi ancora per 
conseguenza il padrone di questa volta deliziosa, la chiuderei 
tutta entro cristalli e la terrei solo per me, per risarcirla in 
un meritato riposo di essersi così lungamente e vanamente 
sciupata in capo a giudici, a giudicabili, a giudicati. 

Ma vi è di peggio. K mentre, come ho detto in principio, 
la volta Franceschiniana si mantiene fresca e nuova e mo- 
derna, come se ieri soltanto ne avessero rimosso i ponti, 
mentre gareggia con lei di buona salute la piccola vicina 
volta del Colonna, che forse le forni la poca favilla, a breve 
distanza e sotto quel tetto medesimo ammuffisce, si scrosta, 
si dilegua, benché assai più giovane, la grandiosa Allegoria 
Purreitana, che Vittorio Sigari e Stefano Orlandi, bolognesi 
ed accademici Clementini, dipinsero nella gran galleria, quando 
il palazzo era dei signori Ranuzzi, quando i signori Hanuzzi 
possedevano e governavano la Torretta; nella gran galleria, ora 
cosi disgraziatamente divisa in tanti casotti di legno, in tante 
cellette di cancellieri. Oh tempi cari alle belle arti e alle belle 
lettere, quando auspice e mecenate Vincenzo Ferdinando 
Ranuzzi Conte della Porretta ik o Senatore di Bologna viti, 
Pier Jacopo Martelli richiesto dell'invenzione scriveva nel 
1772 il Primo Parere per dipingere la galleria del sig. 
Conte Sen/^ Ferdinando Vincenzo Ranuzzi Cospi, e Vit- 
torio Bigari ritraeva e riportava da esso le figure su per la 



872 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

volta, entro le qaadraftai*e di Sterfam> Orlaodi! Oh portenti 
di fantasia e di esecuzione ! Da una parte Gscalapio sed«to e 
carenato di alloro, con a' piedi il nodoso bastone coi si 
avvolge il serpente, accenna a Febo suo genitore le acque 
della Porretta, e in giro gli stanno in varie attitndini e con 
gH ^rnnienti e i simboli loro le nove Muse: «osi Erato tocca 
la mandòla, Urania innalza la sfera e si copre di un manto 
azzurro trapunto di stelle. Melpomene siede meditabonda, 
Tersicore danza a suon di cembalo. Clio reca la tromba cara 
agli eroi, Euterpe coronata di fiori agita tibia e zampogna. 
Tal'a sta per porsi la maschera, Polinnia biancovestita stiinge 
un rotolo di carte, Calliope siede assorta presso il volume 
delle gesta epiche. Dall'altra parte scalpita un torello incinto 
di rose bianche e vermiglie, condotto e frenato da alcuni 
gemetti, in memoria e figura di quello che a caso scoperse 
la virtù di quell'acque, e una chiara fonte di esse gli sgotga 
al piede ed in tanta copia, che poco lontano riempie un 
piccol seno, in cui nuotano e scherzano e giuocano nude e 
bianche le Naiadi protettrici, e la fonte non si chiama del 
toro, ma del leone, perchè cade dalla bocca di una testa 
leonina; più avanti Tacqua diventa calda e da bagno, e due 
giovinette ne escono, ed asciugate si rivestono, si rannodano 
i capelli, li adornano di fiori ; più avanti ancora diventa sul- 
furea, e tre genietti accendono in essa le loro faci, per addi- 
tarne la virtù agli astanti che fanno atti di maraviglia; di 
rimpetto scorre la fonte dell'acqua potabile che prende nome 
da tre donzelle, e una donzella infatti porta un'anfora per 
attingervi, due altre sedute e servite da graziosi fanciullini 
stanno bevendo. E tutto questo succede allo spuntar del giorno, 
mentre l'Aurora lieve lieve per l'aere labendo scuote la 
viva luce della sua fiaccola sulla scena varia e multiforme, 
illumina le case e i pala/.zi, che quelli rappresentano fabbri- 
cati dai Ranuzzi lassù, per comodità degli infermi Nel mez/o 
frattanto impera Giunone, seduta fra genietti e nuvoline sul 
carro tirato dai fidi pavoni, e commette ad Iride messaggera 
che rechi ai bevitori e ai bagnanti propizia l'ora prima dei 
giorno, l'aria dolce e il cielo sereno; e i fanciulli che a 



M. A. FRAM0B8CHIKI NBL PALAZZO DI GIUSTIZIA IN BOLOGNA 378^ 

due a due scherzano nei quattro angoli tra fiori, spiche, grap- 
poli e fiamme, e vi figurano le quattro stagioni, presentano* 
doni e promettono favori alla dea, per la regione da lei pro- 
tetta ed amata. 

Dove, dove oggigiorno procedono in si mirabile accordo 
ricchezza, invenzione ed arte ? Ma dove gli effetti di quel 
mirabile accordo si trattano dalla posterità con peggior non- 
curanza ? 

Certo, non per Madonna Giustizia, né per i suoi ministri,, 
attori e convenuti, si erano intesi fra loro il patrizio, il poeta^ 
il pittore ; certo, non per Madonna Giustizia, nò per i suoi 
ministri, attori e convenuti, avevano prima prodigato allegre 
mitologie su quelle istesse pareti Angelo Michele Colonna e 
Marco Antonio Franceschini. Ma mentre le pitture di costoro- 
resistettero alle vicende, ai mutamenti, ai passaggi di pro- 
prietà, fresche sempre, come dissi, e sempre nuove, V Alle- 
goria Porretiana, più giovane e delicata, se ne commosse 
seriamente : forse anche V umidità trapelante da un giardino 
pensile cresciutole in capo, contribuì con altre cause, a noi 
rimaste ignote, al rapido scoloramento dell' insieme, all' av- 
viata dissoluzione di certe parli più esposte : guardatela e 
vedrete la verità. Gli attori della gran scena ad uno ad uno 
vanno impallidendo, mancando, perdendosi. Giunone ormai vi 
ha rimesso mezza faccia: Iride fedele a quella vista si è strac- 
ciata indosso tunica e manto : ne imbiancano di paura i fan- 
ciulli che stringono i grappoli dell' autunno, ne piangono di 
dolore quelli che recano i fiori della primavera : è una pietà. 
Meglio conservato mi pare il santo collegio delle Muse, le 
cui figure sono però solcate da infinite piccole rughe; certo 
i pensieri dell'avvenire, che travagliano in grado non minore 
anche Esculapio, nonostante 1' energica e robusta tempra di 
vegliardo, nonostante l'ampio e risoluto gesto quasi di comando^ 
che da Apollo egli distende a tutta la regione delle acque 
medicate. Pochi anni ancora, e delV Allegorìa Porreltana che 

levò tanto rumore al suo nascere, rimarranno soltanto i 

versi sdruccioli di Giampietro Zanotti. 

Ma torniamo al Franceschini, che è meglio. Ecco nuove 
bellezze : le Stagioni. 24 



374 R. DBPUTAZIOMB Di STORIA PATRIA PBR LA ROMAGNA. 

Fra la quarta lunetta e la prima, l'angolo della volta o 
peduccio che chiamerò il primo, ci rappresenta la Primavera. 
Costei, in sembianza di una bella e soave fanciulla dai capelli 
biondi, sia accomodandosi in capo con ambedue le mani una 
ghirlanda di fiori, che ha scelto ed intrecciato dai molti che 
tiene in grembo. Ma nel sollevare le braccia nude e tornite, 
le è scivolata in basso dalla parte sinistra la camicia bianca, 
e mostra scoperta agli sguardi avidi ed indiscreti una turgida 
mammella, e il bottone roseo dell'altra s*intravvede sotto il 
candore del lino mal resistente. Una veste di color azzurro 
cangiante a grandi pieghe le cela dal mezzo in giù il rigoglio 
del corpo, e solo dall'orlo estremo spunta fuori breve ed 
asciutto il piede sinistro. Essa, la fiorente e fiorita creatura, 
siede sopra un medaglione dipinto a chiaroscuro, dove è raf- 
figurato Adone in grembo a Venere, entrambi alP ombra di 
un albero frondoso e in compagnia di alcuni Amorini, uno dei 
quali inghirlanda la madre, V altro getta fiori alla coppia inna- 
morata. 

Clicnene a T ombra, a 1* ombra. Oh qual diritto 
Focoso sole i campi abbronza ! Mira 
Aride l' erbe, ed in più parti fesso, 
Quasi con bocche sitibonde, il prato 
Chieder le nubi al cielo, e de le nubi 
Quella dolce cadente umida figlia, 
Ristoratrice de* crudeli ardori : 
Mira su V elee squallida, e su V olmo 
Impallidir le moribonde foglie, 
E penetrar dov' è più chiuso il bodco 
L' ardente giorno 

Sembra ispirata da questa vivace poesia frugoniana la 
splendida donna seminuda che adesso incontriamo nel secondo 
peduccio agitarci incontro la fiaccola ardente che simboleggia 
il calore. Coronata di spighe i capelli biondi che le fanno 
un'aureola intorno al viso acceso e pur ridente, la giovine 
Estate, seduta sopra un medaglione a chiaroscuro, guarda in 
alto e in alto solleva colla sinistra, per non bruciarsi troppo, 
la rossa face, mentre nella destra ci presenta un manipolo di 
spighe mature. È nuda dal mezzo in su, e della sua bianca e 



M. A. FRANOBSOHINI NSL PALAZZO DI GIUSTIZIA IN BOLOGNA 375 

rigogliosa nadità nulla curante, appena si ricopre dai fianchi 
in basso colla camicia rimboccata, e sopravi una veste di color 
giallo vivace, dalla quale guizzano fuori due gambe tanto ben 
tornite quanto impazienti d'ogni freno, e due piedi minuscoli. 
Pili bella ed espressiva figura di questa è raro incontrare : 
più che al simbolo estivo fatta ai baci e ali* amore. Il meda- 
glione a lei sottoposto rappresenta Diana che muta in cervo 
Atteone. La dea ignuda siede sulla sponda del rio, e si rivolta 
a spruzzare 1* acqua in volto all'audace che si è fermato a 
mirarla; una ninfa spaurita fugge a nuoto gridando, un'altra 
vergognosa abbraccia la dea e si nasconde dietro lei ; due 
Amorini guardano dall'alto la scena. Scena energica ed evi- 
dente, benché compendiata in cosi piccolo spazio : tanto pic- 
colo, quanto il sonetto del pari oDorgico ed evidente in cui 
Giuliano Cassiani restrinse il soggetto istesso : pittura e poesia 
che 1* una coli' altra s* intendono e si compiono ; pittore e 
poeta degni di star insieme. 

Guazza e tempra nel fonte, a cui fan sponda 

Secreti rami, la oald' ora, e ride 

La dea de' boschi fra sae ninfe, e 1' onda 

De 1* ignuda beltà col ciel sorride. 
Ma a un leggier scroscio de le frasche infide 

Onde la selva il casto rio circonda 

Voltasi, incontro a sé tra fronda e fronda 

Di un profan occhio spYator s' avvide. 
In un balen la diva al cupo fonte 

Il fianco, il sen raccomandò, con mano 

L' acqua spruzzando al temerario in fronte. 
Atteon con pie fesso e con ramose 

Corna fuggendo, dai can steso al piano, 

Il fio pagò de le mal viste cose. 

Nel terzo peduccio è rappresentato, come di ragione, l'Au- 
tunno, Una giovinetta, rosea e bionda anch'essa, coronata le 
chiome di grappoli d' uva bianca e nera, di pampini e di foglie 
di vite, vestita di una camicia bianca e di un'ampia sottana 
turchina, dalla cui estremità scappano liberi i piedi piccoli e 
nudi, stringe al seno con le dita affusolate un corno pieno 
riboccante di tutte le grazie del settembre : grappoli d' uva 



376 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAOKA. 

bianca e nera coi loro pampini e foglie, pere e mele di più 
specie e colorì ; e guarda in alto e negli occhi ridenti le pas- 
sano liete visioni di pingui vendemmie e di rumorose danze 
Il medaglione su cui ella siede rappresenta Arìanna abbando- 
nata sopra un masso a piangere, sola ed ignuda, la fuga di 
Teseo, accanto ad un cofano colle poche robe lasciatele dal 
tristo fuggitivo. E mentre la derelitta inzappa un fazzoletto 
di lagrime, Bacco le arriva vicino, solo, coronato di edere e 
di foglie di vite, caldo subitamente il cuore della nuova beltà 
lacrimosa, cosi diversa dalle sue baccanti sempre ubriache. Ella 
si toglie 11 fazzoletto dagli occhi e si volge, incerta ancora, 
ad ascoltare le infiammate parole del nume; egli s' infervora 
tanto a discorrere e a gestire, che quasi si lascia cadere il tirso 
dalle mani ; in alto vola Amore trionfante. 

Ma dal quarto peduccio ci agghiaccia il sangue l'Inverno. 
Una vecchia bianca per antico pelo che le inargenta la fronte 
e le tempie, bianca per le pelli pecorine delle quali tutta 
s* involge, pallida, grinzosa, tremante di freddo, nonostante le 
pelli, nonostante un'ampia coltre rossa distesa sulle ginocchia, 
sotto pelli e coltre ristringe il corpo e ritira le mani intiriz- 
zite ; non le scappa fuori che un piede, un povero piede scalzo 
e raggricciato, che fa pietà e ribrezzo. L'evidenza, l'efficacia 
di questa figura sono maravigliose, e come coli' Estate si suda, 
cosi con costei si trema e si battono i denti. Né giova a 
riscaldarci la vista del medaglione su cui la tormentosa e 
tormentata vecchia siede, il quale rappresenta la fucina di 
Vulcano riscaldata a vampa grande, dove il fabbro zoppo e 
geloso lavora seminudo al fuoco, la moglie galante ed infedele 
siede coperta di poca veste, e due Amorini provano per gioco 
spada e lorica. 

Né qui finiscono i vanti di questa volta magica. E segui- 
tando in piena mitologia, dirò che Flora, Pomona, Vertunno 
hanno avvinto coi loro festoni lunette e peducci, li hanno 
arrìcchiti dei fiori più vivaci, dei frutti più scelti, degli or- 
taggi più vistosi. Intorno alla Primavera prime pompeggiano 
le rose : rose rosee, rosse, cremisine, incarnate, belle come 
le vere, vere come le naturali, proprio di quelle delle quali 



M. A. FRANCB8CHINI NBL PALAZZO Di GIUSTIZIA IN BOLOGNA S77 

il maggior poeta del seicento pose in bocca a Venet*e la fati 
dica invocazione , con nomi che sono baci e carezze. 

Rosa, riso d* amor, del cièl fattura, 

Rosa del sangne mìo fatta vermiglia. 
Pregio del mondo e fregio di natum, 
De la terra e del sol vergine figlÌM 

poi giacinti rossi, carnicini, azzurri, gigli candidi, margherite 
bianche e crocee, ranuncoli sanguigni, giunchiglie dorate, 
mughetti nivei minuscoli, garofani di tinte blande o accese, si 
rincorrono, si alternano col verde or chiaro or scuro delle 
foglie che li collegano insieme ; intorno ali* Estate, di qua 
regnano il giallo verdiccio del mellone che ride aperto e 
mostra la polpa dorata e matura, il verde spiccato del cocomero 
che par colto adesso, il rosso e il carnicino delle ciliege cresciute 
a ciocche: di là pendono fichi di varie forme e grandezze e 
gradazioni di colori, rotondi, bislunghi, ovali, verdi, verdicci, 
turchinicci, bruni, gialli, acerbi e maturi, coi rami e colle 
foglie; e di qua e di là manipoli di spighe dorate e intrec- 
ciate coi rami, colle foglie, coi frutti, rinforzano i festoni. 
Intorno all'Autunno corrono folti i grappoli d*uva bianca e 
nera, coi loro tralci e frondi e pampini, mescolati con più fatte 
di pere e di mele, e colle melagrane spaccate che mostrano 
il cuore e grondano sangue ; e finalmente reste di cipolle e 
di agli, legate con cavoli e peperoni, quelle di un gialliccio 
tristo, questi di un verde severo, si raccolgono intorno ali* In- 
verno. 

Cosi nel 1680 Marco Antonio Franceschini allenava la 
mente e la mano ai prodigi di San Hartolomoo e della Sanla. 

Alberto Bacchi dklla Lega 



ATTI 

DILLA 

R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE DI ROMAGNA 



Anno Accademico 1907-1908 



VII TORNATA - 26 Aprile 1908. 

Il chiarissimo dottor Enrico Rivari dà lettura di una memoria 
ohe ha per titolo: Un processo contro il secondogenito di Giro- 
lamo Cardano. Accennato al grande interesse che negli studioei 
della psichiatria destò la figura di Girolamo Cardano, 1' egregio 
disserente osserva che, per chi voglia conoscerlo fimo al fondo, 
sarà utile di scrutare ed esaminare la singolarissima degenera- 
zione de' suoi figli. A tal fine il disserente presenta e acutamente 
illustra alcuni documenti giudiziari indicatigli dal chiaro archi- 
vista dott. Orioli concernenti un furto compiuto nel 1569 dal se- 
condo figlio Aldo e da un discepolo del Cardano a danno di que- 
sto. Fu il Cardano stesso ohe il 22 luglio di queJr anno si pre- 
sentò air ufficio del Torrone per denunziare quale autore del 
furto il proprio figlio Aldo e lo scolaro Cima e presentava quat- 
tro testimoni ; più tardi denunciava di nuovo il figliuolo per mi- 
naccie ed insulti. Ma i due giovani erano fuggiti e i testimoni 
non potevano recare prova sufficiente del reato; senonchè il Car- 
dano, risoluto a procedere nella causa, potè ottenere furbesca- 
mente dal fitgliuolo Aldo e dal Cima la confessione esplicita delle 
accuse loro fatte. 

La sentenza venne pronunciata il 26 settembre ed era della 
pena alla galera perpetua per il Cima e del bando dalla città e 
territorio bolognese per Aldo Cardano. 

Il dotto disserente termi<na V esposizione col «fìfendere o almeno 
collo spiegare le accuse di durezza di animo aJ Cardano, che pò- 



ATTI 379 

irebbero risultare dai documenti, col fare osservare che in troppo 
avevano mancato i suoi fi^li verso di lui (ricordisi V uxoricidio 
compiuto da Giovanni Battista) e die immenso dotvè parere al 
Cardano lo schianto quando si vide derubato delle sue gemme, alle 
quali attribuiva le più ammirabili e magiche virtù. 

*** 

U egregio signor Enea Gualandi legge una memoria che ha 
per titolo: / Conti da Panico, Dopo aver osservato come naUe 
storie bolognesi accada di trovare frequentemente nominati, fra 
il X ed il XV secolo, i Conti da Panico, V A. ricorda che tutti gli 
storici hanno ben poche notizie circa le loro origini più remote, 
origini che V A. vuole appunto stabilire con questo suo lavoro. 

All' uopo egli riassume pel periodo precedente al mille, gli 
avvenimenti principali che si riferiscono alle due Marche di Spo- 
leto e di Toscana, dalle quali, di poi, venne sul bolognese la fa- 
miglia dei Conti di Bologna, e, dopo un minuto esame attorno 
alla famiglia che resse la Marca di Spoleto, giunge a quel primo 
Conte di Bologna (Adalberto) che un documento del 981 dice padre 
di tre fratelli (Bonifazio, Valfrcdo, ed Adalberto), portando 
nuovi lumi specialmente sui due fratelli minori. 

Osserva il chiaro A. che la famiglia dei Conti di Bologna, 
colla avvenuta divisione in due rami, dovette di poi suddividere 
ancora il territorio in doie parti, e mentre trova che i di- 
scendenti di Walfredo furono tutti Conti di Bologna certamente 
fino al 1116, quelli di Adalberto abbandonarono prestissimo questo 
titolo pur conservando parte de ir avito dominio comitale; è dun- 
que a questa divisione di famiglia e di beni ohe si deve attribuire 
1' origine, per una parte, del titolo di Conti da Panico. 

Considerando poi che il primo Conte da Panico a noi noto (Al- 
berto) viveva fra il 1068 ed il 1102 e che proprio in queir epoca 
due documenti (1094-1098) indicano un Alberto Conte quale figlio 
di Goiido conte figlio d'Adalberto della famiglia dei Conti di Bo- 
logna, r A. conclude attribuendo di necessità al primo Alberto 
anche i documenti del 1904 e 1908, stabilendo che Alberto conte da 
Panico era figlio di Guido conte figliuolo di queir Adalberto che 
è il terzo dei tre fratelli già nominati. 

Vengono infine studiate le importantissime consorterie dei Pa- 
nico coi « Rodolfini >» di Borgogna cogli « Ottoni », con Ugo re, 
ed i suoi discendenti Salici, coi <( Cadolingi » di Fuoecchio, coi 
« Guidi » di Modi^liana, cogli « Adimari » del Mugello, coi 
Marchesi di « Santa Maria » di Perugia e cogli « Alberti » di 
Prato Vernio e Mangona, concludendo che i Panico non potevano 



380 R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

discendere, come s' era da molti asserito, dagli Alberti perchè en- 
trambi avevano invece comune origine dai Conti di Bologna e, 
prima ancora, dai Duchi e Marchesi di Spoleto e Camerino. 

Vili TORNATA - 7 Giugno 1908. 

11 membro attivo prof. Giambattista Salvioni dottamente in- 
trattiene r assemblea sopra l' argomento da lui preferito, Io 
studio cioè della Moneta bolognese. Continuando le ricerche de- 
gli anni scorsi, riferisce sopra il valore della lira bolognese dal 
1551 al 1605, avvertendo che le sue ricerche si sono già estese in- 
fido al 1655, ma di questi ultimi 50 anni non ha ancora compiuto 
il lavoro di revisione. 

Il dotto disserente divide questo lungo lavoro in otto capitoli, 
il primo dei quali comincia dal pontificato di Pio V nel 1572; 
in esso sono bene notevoli i Giuìii alla romana che compaiono la 
prima volta, a la classificazione degli scudi d* oro. Il secondo 
capitolo tratta del valore in oro della lira bolognese nel periodo 
innanzi descritto, ed è ricco di nuove interessantissime informa- 
zioni. Il terzo si occupa delle gravi questioni che furono sullo 
scorcio del secolo XVI tra il Senato bolognese e la Curia romana 
sempre intomo al Giulii^ i quali sebbene ribattezzati io Gregorii, 
in omaggio a Gregorio XIII bolognese, non riuscirono a conten- 
tare Roma ; e la ragiono e* era infatti, giacché erano in lotta le 
varie qualità di lega e la causale diventava perciò più che di 
autonomia e libertà, di spettanza economica. La condizione dirò 
così topografica, Y aspetto diverso cioè assunto dalla fabbrica 
della zecca nuova j è esaminata nel capitolo quarto con grande 
copia di ricerche e di notizie. Il quinto compie il pontificato di 
Gregorio XIII e il sesto è tutto dedicato a Sisto V od ai suoi tre 
successori immediati, e alla trascuranza sulla purezza dei me- 
talli che in questo tempo si verificò. Il capitolo settimo studia 
la zecca e le monete nel pontificato di Clemente VIII, sotto il 
quale queste cominciano a recare la data ; e V ottavo compie il 
concetto generale della trattazione, occupandosi della valutazione 
ad oro della lira bolognese dal 1572 al 1605 e si chiude con un 
quadro interessante dei valori sempre decrescenti che ebbe la 
lira, la quale cominciata nel 1264 con valore di L. 9,90, giungeva 
nel 1605, ultimo termine studiato, a sole lire italiane 2. 

*•* 

La memoria letta dal chiarissimo socio tenente colonnello 
prof. Ludovico Marinelli ha per titolo : Illustri Guerrieri ro- 
magno! iy e in essa, traendo occasione dall' intitolazione recente- 



ATTI 381 

niente posta a talune caserme deirla città di Romagna, dà brevi 
accenni di Angelo Masina, Pietro Pietramelara, Cesare Boldrini, 
Alessandro Guidetti e Giovanni Battista Da via, fernuindosi al- 
l' incontro più a lungo sul cesenate Giacomo Masini e 1' imolese 
Taddeo della Volpe, fioriti ambedue tra il cadere del secolo XV e 
il cominciare del secolo XVI. 

Il Masini discese da cospicua famiglia piemontese, ma nac- 
que in Cesena V anno 1480. Combattè, giovane ancora, contro il 
Duca di Urbino che tentava di sottomettere Cesena ai Malatesta; 
lotftò contro il prepotente Giorgio Mainardo da Susinana vittorio- 
samente, sicché n'ebbe. dal popolo il titolo di liberatore della pa- 
tria; sostenne T assedio di Padova contro gli imperiali condotti 
da Massimiliano d' Aiistria e fu indi ai servizi dei Gonzaga e del 
Papa, dal quale, in ricompensa di alti servigi, fu nominato cava- 
liere aurato. 

Taddeo della Volpe sembra discendere da famiglia germanica 
stabilitasi in Imola verso la metà del secolo XII ed in Imola nac- 
que nel 1474. Giovane ancora combattè con i Riario Sforza contro 
i Pisani, prese parte air assedio di Faenza sotto Cesare Borgia, 
militò indi al servizio della repubblica Veneta per la quale molti 
successi ottenne e in Lombardia e in Romagna : lo vediamo alla di- 
fesa di Brescia e di Treviso, alla riconquista di Padova rioccu- 
pata da Massimiliano, alla battaglia di Ravenna e ovunque erano 
grandi contese. Venezia lo insigni del bastone di Maresciallo e 
dei più alti onori, e dopo gli eresse una statua equestre di legno 
dorato nel tempio di S. Marina, dove fu sepolto. 

*** 

Il chiaro socio prof. Gaetano Gasperoni legge un' erudita mc- 
memoria che ha per titolo: // (Comune di Sa vi ff nano; Cronache e 
Statuti, Neil' introduzione 1' A. dichiara gli intendimenti dello 
studio: Contributo alla Storia di Romagna, movendo dalle Cro- 
TìAche e dagli Statuti troppo a lungo dimenticati. Il lavoro con- 
sterà di due parti : la prima, argomento della lettura, tratta 
con metodo critico dedle fonti della storia di Savignano; la se- 
conda si occuperà delle origini del castello, del suo ampliarsi, dei 
fii/tti memorabili, delle varie dominazioni cui fu sottoposto nel 
1500, da Cesare Borgia alla repubblica di Venezia, dalla famiglia 
Rangoni alla S. Sede. 

L' egregio disserente descrive i manoscritti delle Cronache esi- 
stenti nella Biblioteca Comunale di Savignano e risale alla fonte 
principale, che è la breve cronachetta di Raffaele Guidoni, vissuto 
nella seconda metà del secolo XVI ; dà notizie della famiglia del 
cronista e determina il valore della sua narrazione storica. 



382 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PER LA ROMAGNA. 

Vari sono gli Sta4iuti pervenutici : primi quelli del 1376 dati 
da Galeotto Malatesta, poi quelli riformati nel 1589 e i capitoli 
concessi dai Eangoni nel 1545 e nel 1550 : V autore li studia in 
relazione alla vita amministrativa, con opportune osservazioni sul 
carattere delle varie dominazioni. 

Neir appendice il valente socio riporta la cronaca di Raffaele 
Guidoni e gli Statuti del 1378, seguiti da altri documenti che hiui. 
no speciale importanza per la storia del paese. 

IX TORNATA - 29 Giugno 1908. 

Il chiar.mo cav. Alfonso Rubbiani espone i risultati dei suoi 
studi intorno la storia della torre dell* orologio di Palazzo e del- 
l' orol'^.pio stesso, sui quali fu allestito il progetto di restauro 
preeentato già dal Comitato per Bologna storico-artistica al Mu- 
nicipio. Coi documenti d' Archivio i più descrittivi, coir aiuto 
dell© miniature intercalate nelle faonose « Insignia » degli Aa- 
zia.ni, cogli avanzi che ancora restano il Rubbiaoiì ha ricostruito 
y aspetto ricco e fantaatico dato air orologio -dai primi suoi arte- 
fici, gli or2fici Giovanni di Evangelisita e Bartolomeo di Gun- 

dolo. 

L' orologio videsi finito nell 'ottobre del 1451, e p>arve una me- 
raviglia. Il Rinieri quarant' anni dopo, costruendo il famoso oro- 
logio di Venezia, molto trasse da questo nostro. E tutta la storia 
delle trasformazioni, che poco a poco lo hanno ridotto alla mi- 
s«^ria attuale, fu rifatta dal Rufabiani e presentata in una serie di 
quadri grafici, mentre con un grande disegno T illustre disserente 
dimostrò la possibilità di una restituzione deir importante mo- 
ntumeoito, air aspetto che aveva ancora nel 1550 circa, ccMne al 
suo momento migliore ; poiché il quadrante era ancora il primi- 
tivo quantunque fosse sopravvenuta in alto la bella lantertna di 
Giovanni da Brenea cne ancora corona la torre. 

Ma r eccezionale pregio che avrebbe il progetto apparve 
quando il Rubbiani, raccogliendo attorno al prezioso frammento 
deir antica mostra che tuttavia esiste, le notizie fornite dalle 
carte riguardo a certe modalità introdotte melle sfere di essa per 
suggerimento e volontà del ìegsÀo Bessarione, il famoso lunanista 
e difensore delle idee pitagoriche e platoniche, potè conclu- 
dere che il quadrante deirorologio di Bologna mostrava l'inuna- 
gi>ne del mondo conforme il sistema greco di Filolao adottato da 
Platone, cioè con un « fuoco centrale » fisso e la « Terra mobile m 
attorno ad esso ; concezione rivissuta nel sec. XV appunto col rivi- 
vere delle lettere greche e da cui Copernico confessò aver tratto 
motivo al suo sistema eliocentrico da lui pubblicato dopo la su« 



ATTI 383 

permanenza in Bologna, dove apprese quantp sapeva di lettere e 
filosofìe elleniche antiche. Onde a quella presenza del Bessarione, 
solitario difensore di Platone contro gli Aristotelici, si dovè il 
fortiuiato caso rimasto isolatiasimo, che Torologio di Bologna 
possa essere considerato come un monumento singolare nell'evo- 
luzione del pensiero scient^'fìco che mise capo alla concezione del 
sistema Copernicano. 

Le conclusioni della quale memoria furono accolte con plauso 
dalla Deputazione, la quale anzi unanime votò un ordine del 
giorno proposto dal presidente acciocché fosse fatto «noto al Mu- 
nicipio il saio consentimento al progetto come meritevole di ese- 
cuzione e per ragioni storiche e per la stessa sua importanza 
scientifica. 

•** 

Il membro attivo oav. dott. Alberto Bacchi della Lega, ripren- 
dendo in questa ultima seduta dell'anno accademico il giro delle 
sue peregrinazioni Fjanoeschinàane dentro Bologna, ci porta a 
considerare Topera del Franceschim nel Palazzo di Giustizia, e 
descrive partitamente le gioconde fantasie mitologiche ed allego- 
riche delle pareti, ora consacrate alla rigida Temi. E fa una di- 
gressione a proposito dell' «< Allegoria Porrettana » di Vittorio 
Bigari, descrivendola anch' essa minutamente, e lamentandone 
l'odierno dope rimento, dovuto a vurie e complesse ragioni, delle 
quali la principale è la cambiata e malintesa destinazione della 
gran sala dov' è dipinta. 

Dalle parole del -dotto e forbito disserente traspare il franco 
desiderio eh' egli ha e il fervido voto che egli fa, ben volontieri 
accolto idai presenti, che la Giustizia si trovi un' altra sede, prima 
che finiscano in polvere le pitture gloriose, delle quali gli Acca- 
demici Cleraentini abbellirono a gara l'antica ed invidiata sede 
dei Ranuzzi. 

A. SoRBBLLi, Sef/retano. 



ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI 

PERVENUTE ALLA R. DEPUTAZIONE * 
DURANTE l'anno ACCADEMICO 1907-ll^Otf 



Classe I. Opere. 



1. « Berlin » fiir die Teilnehmer am loternationaleD Kongres^ fnr 

bistoriftche Wissenachafcen. (Berlin, 6>12 Aogust 1908). Berlin, 
1908, in-8 picc. con Atlante. 

2. Catalogo metodico degli scritti contenuti nelle pabblicasioni perio- 

diche italiane e straniere. Parte L Scritti biografici e critici. 
5.*" Sappi. Roma, 190 , in-4. 

3. Elenco bibliografico delle Accademie, Società, Istituti scientifici. 

Direzioni di periodici, ecc., corrispondenti con la Reale Acca- 
demia dei Lincei, e Indici delle loro pabblicasioni pervenute 
air Accademia sino a dicembre 1907. Roma, 1908, in-8. 

4 Negri Angelo. — Il Comune d* Imola dalla costitasione del Regno 
alla fine del secolo XIX, 1859-1900. — Notisie storiche e sta- 
tistiche. Imola, 1907, in fol. 

5. Raccolta di Opere riguardanti Bologna nella Biblioteca di Rai- 
mondo Ambroaìni. — Appendice 1. Bologna, 1908, in-4 (copie 4). 

6 Soli ERI Qabtano — Alberigo da Barbiano. Iesi, 1908, in-8. 

7. Verga Etiore — L' Archivio della Fabbrica del Duomo di Milano 
riordinato e descritto. Milano, 1908, in-4. 



Classe II. Opaseoli. 

1 Ausatellung von Bildnissen aus der Zeit Kaiser Maximilians I 
Berlin, 1908, in 8 picc. 

2. Ausstellung von deutacben und niederl&ndischen HolzschnittendesXV 

Jahrhunderts. Berlin, 1908, in-8 picc. (con XII tav). 

3. Cassa di Rispirmio in Bologna. — Reiasione del Consigliere di 

amministrazione alT Assemblea dei Soci Azionisti del giorno 
5 marzo 1908. Bologna, 1908 in fol. 

4. Castelfranco Pompeo — Monete Galliche della Traosptdsni. 

Milano, 1908, in-8. 



PUBBLICAZIONI 385 

5. Coppola Amoblo — Della vita e delle opere dei prof. Arch. Gio- 

seppe Patricolo. — Commemorazione. Palermo, 1908, iii-8 (con 
ritratto). 

6. EinfUhruog (Zur) in die PapyrQsansBtellang der Eonigl. Maseen in 

Berlin. Berlin, 1908, in- 8 picc. 

7. Falk Albert — Gnstaf Vasas Utrikespolitik med afscende pa 

Handeln. Stokholm, 1907, in-8. 

8. Franciosi Pibtro — Un orafo del rinascimento (Maestro Antonio da 

Sammarino) amico di Raffaello Sanzio. Ascoli Piceno, 1907, in-8. 

9. Frati Lodovico — La Legazione del Card. Lodovico Fieschi a 

Bologna (1412-1418), in 8. 

10. Idem — O Re, bel Re. Modena, 1908, in-8. 

11. Idom — Maria Clementina Sobieski in Italia. Roma, 1908, io-8. 

12. Idem — Il Principe Filippo Hercolani Ambasciatore Cesareo a 

Venezia. Venezia, 1908, in-8. 

13. Idem — Ricordanze domestiche di notai bolognesi, in-8. 

14. Idem — Aatoritratti in versi, in-8. 

15. FUhrer darch die Sonderausstellane der Pr&bistorìscben Abteilung 

des Konigl. Musenms fur Wòlkerkunde. Berlin, 1908, in-8. 

16. Gadooni Sbrafino — La storia di un monumento a Guido II. — 

L' origine del Monte di Pietà in Imola. Carpi, 1908, in-8. 

17. Idem — La Madonna delle Grazie venerata nelT Osservanza d' Imola. 

Modena, 1908, in-8. 

18. Oeschicbtswerke ans dem Verlage von Friedrich Andreas Perthes. 

Aktiengesellschaft Verlagsbuchhandiang Gotha. 

19. KongresB-Tageblatt Internationaler Kongres fùr historische Wis- 

senschaften. Berlin, 6-12 August 1908. N. 1, 2, 3, 6. 7. 

20. Malagola Carlo — I Tesori dell' Archivio di Stato di Venezia. 

— Conferenza. Venezia, 1908, in-8. 

21. Martinozzi Giuseppe — Per la miglior collocazione del monu- 

mento a Giosuè Carducci. Bologna, 1908, in 4. 

22. Mitglieder Liste Internationaler Kongress fUr historischen Wissen- 

schHften. Berlin, 6-12 august 1908. N. 1, 2, 3, 4, 5, 6. 

23. MoRiNi Fausto — Marcello Malpigbi e la botanica. — Studio. 

Bologna, 1899, in-8 

24. Idem — La stjniaxis plantarum di Ulisse Aldrovandi. — Nota. 

Imola, 1907, in-8. 

25. Musatti Eugenio — Il Leone di San Marco e la sua origine poli- 

tica. Padova, 1908, in-8. 

26. Orsi Paolo — Due teste di rilievi funebri attici rinvenuti. (Estratto), 

in-8. 

27. Idem — Nuovi documenti della civiltà premicenica e micenica in 

Italia Roma, 1907, in.4. 

28. Idem — Gela (Terranova di Sicilia). — Nuovo tempio greco arcaico 

in contrada Molino a vento. (Estratto), in-4. 

29. Pellegrini Amedeo — Il Capitano Gregorio Trentacapelli. — 

(A proposito dell'arresto di G Murat) Arezzo, 1908, in-8. 

30. Rivista di Roma diretta da A. Lumbroso e A. Jahn Rusconi. Anno XII, 

fase. IV e V. 

31. RuBBiANi Alfonso — Il Palazzo Bevilacqua in Bologna. Milano, 

1908, in-8 (con illustrazioni). 

32. Società italiana per il progresso delle Scienze. — Congresso di 

Firenze 18-25 ottobre 1908. Firenze, 1908, in-8. 

33. SoRBELLi Albano — Biblioteca Comunale deir Archiginnasio. — 

Relazione. Anno 1907. Bologna, 1908, in-K. 



386 E. DEPUTAZIONE DI STORIA PATSU PER LA ROMAGNA. 

34. Statuto della Società italiana per il progresso delle Seiense. Roma, 

mmmm, Roma, 1907, iiì-8 piec. 

35. SjstematÌBcbes Verseichnis der laofenden ZeitschrIfteD Joli 1906. — 

Sondereff y Geographie nnd Oeschìehte. Berlin, 1908, in-8. 

36. Universitat Leipsig. — Seminar f&r Knltor nnd Universalgesehichta. 

— Seminar far Landesgeschiebte nnd Siedlongstnnde. 

37. Vorgescbichtliche Altertùmer Aegyptens. Berlin, 1906. in-8 piee. 

38. ZoGCO-RosA A. — Snir andamento deir Istituto di Storia del Diritto 

romano presso la R. Università di Catania. — Reiasione. Ca- 
tania, 1907, in-8. 

39. Idem — Di alconì nooyi stadi sulla tavola di Eraclea (la pretesa 

< Lex Jnlia mnnicipalis »). Catania, 1907, in>8. 

40. Idem — La nuova tavola d*Aljastrel. — È un complemento dell» 

« Lex metalli Vipuscensis »! Catania, 1907. in-B. 

41. Zwei Komòdlen des Menandros in deutsehen Uebertragung von 

C. Robert Berlin, 1908, in-8. 



Classe m. Pvbbliemxioai periodiche 
e serie di istitvti storici 

pervenute in cambio 

ITALIA 

Acireale — R. Accademia di scienze, lettere e arti degli Zelanti : 

Atti e ReDdicoDti. Serie 111, Voi. V, 1901-1904, 1905-1906, 
Ancona — R. Deputazione di Storia Patria per le prorincie marchigiane : 

Atti e Memorie. N. S. Voi. IV, fase. 3. 
Aquila — Società di Storia Patria A. L. AntÌDori osigli Abruzzi: 

Bollettino, Anno XIX e XX. 1908, punt. XVIU XVIII, XIX e XX. 
Bassano — Bollettioo del Museo Cifico. A. II, N. 1; A. Ili, N. 1; .\nDO V^ 

N. 1 e 2. 
Bergamo — Atti dell* Ateneo di scienze, lettere ed arti. Volume XIX, 

A. 1S03-1906. 
Bologna — L* ArchigioDaftio. A. 1908. 
» Aanaario della R. Università. Anno scolastico 1907-1908. 
» R. Commissione pei Testi di Lingon: 

Collezione di opere inedite o rare: Rimatori bolognesi del quattro* 
cento a cara di Lodovico Frati. 
Brbscia — Commentari dell* Ateneo, 1907. 
Cagliari — Archìvio storico sardo. Voi. IV, fase. 1, 2. 
Carpi — Memorie storiche e documenti sulla Città e sulP antico Prin- 
cipato. Voi. Vili. 
CastblpiorkntinO — MÌ8cellan#a storica della Valdelsa: A. XVI, f. 1. 
Catania — Archivio storico della Sicilia Orientale. A. V, f. 1« 2. 
» Annuario dell* Istituto di Storia del Diritto romano. Voi. IX, p. 1. 
» Rassegna Universitaria Catenese. Voi. VI, f. 3, 4. 
CiTiDALK DRL FRIULI — Memorie storiche Forogiuliesi. Anno IH, f. 1. 2, 3, 4. 
Ferrara — Deputazione di Storia Patria ferrarese: Atti. Voi. XVI. 
PlRBNZB — R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Toscana: 
Archivio Storico italiano, 1908. 
» Biblioteca Nazionale di Firenze: Bullettino delle pubblicazioni ita- 
liane, A. 1908. 



PUBBLICAZIONI. 387 

Firenze — Archivam FranciscaDum historicum, Anno 1, f. 1, 2, 3, 4. 
Gbnova — Società Ligure di Storia Patria : 

Atti. Voi. XXXV e XXX VI. 
Issi — La Romagna. A. V. 
Lodi — Archifio storico per la città e Comuni del Circondario di Lodi. 

A. 1908. 
Lucca — Atti della Reale Accademia lucchese di scienze, lettere ed arti. 

T. XXXII e XXXIIL 
Mantova — Accademia Virgiliana: 

Atti e Memorie. Anno Accademico 1906-1907, e N. S. A. I, f. 1. 
Messina — Atti della R. Accademia Peloritana, 1903-1904 e 1904-1905. 
» Società storica messinese: Archifio storico messinese, A. IX, f. 1, 2. 
Milano — Società storica Lombarda: 
Archivio Storico lombardo, 1908. 
Mirandola — Commissione Municipale di Storia Patria: Memorie sto- 
riche, 1907, Voi. XVII, p. 1.*. 
Modena — Deputazione di Storia Patria: Atti e Memorie, Serie VI, Voi. 1. 
Napoli — Società Africana dMtalia: 

BuUettino, A. 1908. 
Padova — Rivista di Storia antica. N. S., A. XII, fase. 1, 2. 
» Atti deirAccademia scientifica Veneto-Trenti no-Istriana. 3.* Serie Anno I. 
Palermo — Società siciliana per la Storia Patria: 

Archivio Storico italiano. N. S., A. XXXII, f. 3. 4. 
Documenti per servire alla Storia di Sicilia. Serie I, Voi. IX, fase. 4.^ 
Voi. XIII fase. 6.^ Serie II, Voi. VI. 
Parma — R. Deputazione di Storia Patria: Archivio storico per le Pro- 
vincie Parmensi. N. S., Voi. VII e Vili. 
Pavia — Società Pavese di Storia Patria: Bullettino. A. Vili. 
Perugia — Società Umbra di Storia Patria: Bullettino. A. XIV, f. 1. 
Roma — Istituto storico italiano: Hullettino N. 29. Fonti per la Storia 
d* Italia, T. 44. 
» R. Accademia dei Lincei: 

Atti (Rendiconto delT adunanza solenne, 1908). 
» Rendiconti. Serie V, Voi. XVL 

» Archivio della R. Società Romana di Storia Patria, 1908, fase. 119-122. 
» La Cultura, Rivista di scienze, lettere ed arti, 1908. A. XXVIl. 
» Rivista geografica italiana. A. 1908. 

» Rivista italiana delle scienze giuridiche. Disp. 129 a 133. 
» Istituto storico prussiano: Quellen und Forschungen aus Italienischen 
Arohiven und Bibliotheken. T. X, f. 1 e 2. 
Sassari — Studi sassaresi. A. IV, f. 3. 

Savona — Società storica savonese: Bullettino. A. VII, f. 1. 
Siena — Commissione di Storia Patria: Bullettino. V. XV, f. 1. 
Torino — R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Piemonte 
e Lombardia: Miscellanea di Storia ital. T. XLIIl. 
» Biblioteca storica italiana. Voi. VIII. 
» Rivista Storica italiana. A. 1908. 
» Bullettino Storico bibliografico subalpino. A. 1908. 
Torre Pei.i.icr — Société d* Histoire Vaudoise ; 

Bulletin. N. 25. 
Venezia — R. Istituto Veneto: 
Atti, 1908. 
» Ateneo veneto. A. 1908. 
» R. Deputazione di Storia Patria: 

Miscellanea di Storia veneta. S, 2, T. XIII, p. 2.* Libri commemoriali 
della Repubblica di Venezia. Regesti, Voi. VII. 



388 R. DBPUTAZIONB DI STORIA PATRIA PSR LA ROMAGNA. 

Vbnezia — Nuovo Archivio veneto. A. 1908. 

Verona — Madonna Verona. A. I^ fase. 4.* e A. II, f. I, 2, 3, 

ESTERO 

FRANCIA - Parigi — Société Nationale dea Antiqaairea de France: Boi- 
letin, 1908. - Mémoires et docuroents, 1906. 
Parigi — Nou velie Revuebintoriquede droit frangala et étranger. A. 1907: 
Parigi — Revue hiatorique, 1908. 
Rbnnbs — Annalea de Bretagne. A. XXUI. 

Sbnlis — Cornile archéologique Bulletin, Sèrie IV, T. VII, A. 1904, 
T. Vili, A. 1906, T. IX, A. 1906. 
BELGIO - Bruxelles — Société dee Bollandistes: 

Analecta Hollandìana. T. XXVII. 
SVIZZERA - Bbllinzona — Bollettino storico della Svizzera italiana. 
A. 1909. 
ZÙRicB — Mitteilungen der Antiquarrschen GeselUchaft. T. XXVI, 
fase. 6. 

IMPERO AUSTRO-UNGARICO - Vienna — K. K. Akad. der Wissen- 

scbaften ( Pbilosopbisch-historiscbe Glasse). Sitzungsbericbte, 

T. GLI. CUI e CLIII. 
Leopoli — Kuatalnik Historyczny, Leopoli, 1908. 
Inn<>brucr — Institut fùr Oesterreicbiscbe Geschicbtsforscbung. 

Mittbeilungen, Voi. XXVIIIK 1908. 
Rovereto — Accademia degli Agiati di Rovereto: Atti, 1908. 
Trento — Arcbivio trentino. Anno XXIII, f. 1, 2. 
Trieste — Arcbeografo triestino. 3. S. T. IV, f. 1, 2. 
Parenzo — Società Istriana di Arcbeologia e Storia Patria: Atti e 

Memorie. A. XXUI, f. 4. 
Spalato — Bui lettino di Arcbeologia e Storia Dalmata pubblicato 

per cnra del prof. F. Bulic, 1908. 
Graz — Beitràge 7.ur Erforschung Steiriscber Geschichte, A. XXXV. 

Steiriscbe Zeitscbrift fùr Gescbicbte, A. V f. 1, 2, 3, 4. 
Cracovia ~- Académie des Sciences de Cracovie: Bulletin Interna- 
tional, 1908. 
Zagabria — Società Arcbeologica Croata. N. S. Voi. IX. 
IMPERO GERMANICO - Giessen — Mittbeilungen des Oberbessiscben 

Gescbicbtsvereins. Neue Fulge. Fùnfzebnter Band. 
Abt Adam — Die Apologie des Apuleias von Madaura und die antike 

Zauberei. Naumburg, 1907, in-8. 
Ehrmann Philippus — De j uria sacri interpretibus Attlcis. Pars prior. 

Namburgi, 1908, in-8. 
Ellenberobr Otto — Quaestiones Hermesianacteae. Gissac, 1907, in-8. 
FoBRSTER AuousT — Avoir und Etre. Darmstadt, 1908, in-8. 
Heinrichs Karl — Die Entstebung der Doppelvornamen. Strassburg, 

1908, in-S. 
Klettb Theodor — Die Cbristenkatastropbe unter Nero. Tùbingen, 

1907, in.8. 

Knoellinobr Hbrmannus — De Ciceronis de Virtutibus libro. Lipsiae, 

1908. in-8 p. 

Malzan GiMLELMUS — De scboliis Euripideis quae ad rea scaenicas 
et ad bistriones f*pectant. Darmstadtiae, 1908, in-8. 

Oncren Ermann — Programm Sr. KQnigl. Hobeit dem Grossberzog 
von Hessen und bei Rbein Ernst Ludwig zum 25 August 1907 
^fewidmet von Rektor und Senat der Landesuniversitàt. Giessso, 
1907, in.4. 



PDBBLIOAZIONI. 389 

Ranft Theodor — Der Einfluss der franzdsiAcheii RetolatioD auf 

den Wortschatz der frao/dsiKcben Sprache. Darmstadt, 1908, ÌQ*8. 
SchIfbr Christian — Zur Syotax Claude Oaucbeta. Frankfurt, 

1908. iii.8. 
Tbrnrr Emil — Die Wortbildang ìm deutachen Sphrichwort. Gesaen- 

kirchen, 1908, in-8. 
Werner Fbrdinani> — KdQigturo und Lebosweaen in Pranzdsiachen 

NaUonalepo«. Erlangen, 1907. in-8. 
BAVIERA - Monaco — Sitzangabericbte der Pbtloa-philol-und der biator. 

Classe der k. k. Akadeinie der Wisseoschafteo zu Mùncheo, 

A. 1908. 
AbhandluDgen der bistoriacben Classe. Band XXIV, f. 2. 
SVEZIA - Upsai.a R. Uiiiveraità. 

Upsala Univeraitets Arsskrift, 1906-1907. 

Skrifter utgifna af Kuogel. Uinaaistiska. Vetensraps — Samfundet- 

Upsala. Band Vili. IX. 
RUMENIA - Bucarest — Accademia Storica Rumena: Documento primi- 

tore la Istoria Romànilor. Voi. XII, 1903. 
AMERICA - Washington — SmitbsoDÌan Institution: Annual Report of 

tbe Board of Regens, 1906-1907. 
Baltimore — Jobns Hopkins Unitersity Study. Serie XXV, f. 1-12. 



390 R. DBPUTAZIOMB DI STORIA PATRIA PBR LA ROMAQNA. 



DEFUNTI DURANTE L' ANNO 1908 



MEMBRI EMERITI 



Masi prof. comm. Ernesto f li 17 maggio 1908 



SOCI CORRISPONDENTI 

Antaldi marchese avv. Ciro 

Pesgi maggiore cav. Ugo 

Urbani Db Ohbltof oav. Giuseppe Marino 



INDICE 

DELLE MATERIE CONTENUTE NEL PRESENTE VOLUME 



Elenco dbi soci pag. v 

COMBLLi G. B. — Dei confini naturati e politici della Romagna. » 1 
Bacchi dblla Lboa A. — Marco Antonio Franceschini nella 

Galleria Davi a-Bargell ini » 45 

Ducati P. — Osservazioni archeologiche sulla permanenza 

degli Etruschi in Felsina nel secolo IV » 54 

Frati L. — Di alcune opere sconosciute di Gabriele Poeti, 

Benedetto Morandi e Zaccaria Righetti » 92 

ZoLi A. — L'estimo di Ravenna nel 1372 » 120 

Massaroli L — La cronica della famiglia Scannabecchi . . » 127 

SoRBBLLi A. — Atti della Deputazione. Sunto delle letture . » 140 
Salvioni G. B. — Il valore della lira bolognese dal 1551 

al 1604 (continua) » 149 

Gaspbroni G. — Il Comune di Savignano » 245 

Gualandi E. — Le origini dei Conti da Panico (871-1068) . » 285 
RUBBiANi A. — L' orologio del Comune di Bologna e la sfera 

del 1451 » 349 

Bacchi dblla Lboa A. — Marco Antonio Franceschini nel 

Palazzo di Giustizia in Bologna » 367 

SORBBLLi A. — Atti della Deputazione. Sunto delle letture . » 378 
Elenco delle pubblicazioni pervenute alla R. Deputazione du- 
rante Panno 1907-1908 > 384 

Soci defunti durante V anno 1908 » 390 



Volume II. — Bologna^ Regia Tipografia^ 1887 ... . . 

Contiene: 1. A. Gaudenzi: Di un* antica compUawiùne di diritto romano 

e visigoto, con alcuni frammenti delle leggi di Eurico. 

2. PcLOR MATT. : FTammcnto inedito di poema in dialetto ce- 

senate, e la CoMMcniA nuova di Pierfraneesco da Faenea, 
per G. G. Bagli. 

3. A. Corradi: Notiaie «ut profesèori di latinità nello Studio 

di Bologna, fino a tutto il aeoolo XV. 

ATTI E MEMORIE (1) 

PRIMA SERIE (in-4) Anno primo - Bologna, Stab. tip, Monti^ 1862 

» secondo (fase. I) » » » » 1863 

» » (fase II)» » » » 186é 

terzo - Bologna, Fava e Garagnani^ 1865 
quarto - Bologna., Regia Tipografia j 1866 



L. 12 - 



» 

» 



quinto 

sesto 

settimo 

ottavo 

nono 



» 



> 
» 



» 



SECONDA SERIE (i»-») Volume I. Bologna, Romagnoli, 

» II. » » 



1867 
1868 
1868 
1869 
1870 

1876 
1876 



» 
» 



NUOVA SERIE (2) Voi. l. 

» II. 

» 
» 



Modena^ tip. Vincenzi e Nip.^ 1877 



TERZA SERIE Voi. 

» 
» 

» 

» 

» 



III. (P.M.) » » 
» ( ?•• IL) » » 

IV. ( ?.• I.) » » 
» (P.« II.) > » 
V. ( P.« I.) > » 

'» (?.• II.) » » 

VI. ( P." I.) » » 

» (P.« II.) » » 

» VII. (P* 1.) » » 

» » (P.' II.) » » 

I. ( Anno acc. 1882-83) 






II. ( 

III. ( 

IV. ( 

V. ( 

VI. ( 

VII. ( 

vili. ( 

IX. ( 

X. ( 

XI. ( 

XII. ( 

XIII. ( 

XIV. ( 
XV. ( 

XVI. ( 
XVII. ( 
» XVIII. ( 
» XIX. ( 
» XX. ( 
» XXI. ( 
> XXII. ( 
» XXIII. ( 
» XXIV. ( 
» XXV. ( 
» XXVI. ( 



» » 1883-84) 

» » 1884-85) 

> » 1885-86) 
» » 1886-87) 
» » 1887-88) 
» » 1888-89) 
» » 1889-90) 
» » 1890-91) 

> » 1891-92) 
» » 1892-93) 

> » 1893-94) 
» » 1894-95) 
» » 1895-96) 
» » 1896-97) 
» » 1897-98) 
» » 1898-99) 

> » 1899-1900) 
» » 1900-1901) 
» » 1901-1902) 
» » 1902-1903) 
» » 1903-1904) 
» » 1904-1905) 
* » 1905-1906) 
» » 1906-1907) 
» 



» » 1878 

» » 1575 > 

» » Ì8fi0 » 

» » 1880 » 

» » iddi » 

» » Ì8SÌ > 

» » 1882 » 

Bologna^ 1883 » 

» i^4 » 20 — 

» jaS5 » 20 — 

> Ì5S^ » 20 — 
» 1887 » 20 — 

» isas > 20 — 

» i8S9 » 20 — 

» 1S5>0 » 20 — 

» i^Pl » 20 — 

» 1892 » 20 — 

» ÌSP5 » 20 — 

» 1594 » 20 — 

» Ì8P5 » 

» Ì85^ » 

» 1897 > 

» Ì8P5 » 

» J899 » 

» Ì900 » 

> 1901 » 

> 1902 » 
» 1905 » 

> 1904 » 
» 1905 » 
» 190^ » 
» 1907 » 
» 190S > 



20 — 
20 — 
20 — 
20 - 
20 — 
20 — 
20 — 
20 - 
20 — 
20 — 
20 — 
20 — 
20 - 
20 — 



» 1907-1908) 

(1) Delle Memorie di tutta la Serie, fino al voi. XII incl., si hanno due Elenchi e 
r Indice de^li argomenti, nel voi. XIII; 

(t) AttieMem. delle ER. Dep. di Storia Patria dell'Emilia. (Con particolare Indice). 




I»V 



yPiUrj deJla R. Depat di Stor. Patr. per le Prov di Komm^a : 
Voi. 1. ( Dai 30 marzo 1862 ai 1870-71 1. 

Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1871. 



Voi. II. (Do? 1371-72 al 1880-81) Ib., 1892. i ^ 

Voi. 111. {Dai 1881-82 al 1890-91\ Ibid., 1892. f | 

tìel Stiffciario G. Carducci: Delle cose operate dalla K. Dcpn- l 

tazione di Storia Patria per le Pr(»v. di Romagna, daU'ann*» 18^ al i -z 

10 marzo 1872. — Bologna, Tip. Fava e Garagnar*. 1872. 1 op.\^ 

Id. dal 1872 al 1875. Bologna, Tip. Fava e Garagnani., 1875, 1 o^>. 

Id. dd Segretario C. Maìagola, dal 1875 al 1894. — Bolognu. Tip. 

Fava e Garagnani, 1894, 1 op, 
U R. MPOT. H STORIA PATRIA P^r ìe Prov. di Romapra dai 1S60 al 1S94 
— Bologna. 1894. (C Maìagoìa. segr,) 

degli scritti contenuti nella Serte Atti e Memorie con f Iftàict degh 
argomenti delle Memorie e delle Letture a tutto il Voi. XVIII delia 
Serie III (1862-1900). Bologna, 1902. {E, Bruto, se<jr,) 

Ai soli Librai si accorda lo sconto del 30 '\^ 



ATTI E MEMORIE 

DELLA 

B. DEPDTiZIORE DI STORU PiTBU PER LE PEOYIICIE DI ROIAGIA 



PREZZI D' ASSOGUZIOIE 

Per il regìio d* Italia e per un anno L. 2u 

Per Testerò e jmt un anno > 25 

Un fascicoU» t-eparato trinie:?triile » 5 

> > » semestrale » 10 



Le oommiflsUmi ed aflsoriazicui «iebhoB« rìfolrer^i sii prof. 
cftT. Albano Sorbelli Se^etario delÌA IL DopntasloiM di Storia 
Patria p«r le inro'Hnoift di Romagna, in Bologma. 

I Taglia si spedin-inno a\ comin. Aif'tr.so KnbbUni, 
dalla K. Dapntasloiie. 



BOLOOSA — STABI LIMF.NTO POLIGRAFICO EMILIANO 




"6106121190067 



^G975 




DATE DUE 1 




























































































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